(navigation image)
Home American Libraries | Canadian Libraries | Universal Library | Community Texts | Project Gutenberg | Children's Library | Biodiversity Heritage Library | Additional Collections
Search: Advanced Search
Anonymous User (login or join us)
Upload
See other formats

Full text of "Atti della Accademia pontificia de' nuovi Lincei"

Google 



This is a digitai copy of a book that was prcscrvod for gcncrations on library shclvcs bcforc it was carcfully scannod by Google as pari of a project 

to make the world's books discoverablc online. 

It has survived long enough for the copyright to expire and the book to enter the public domain. A public domain book is one that was never subjcct 

to copyright or whose legai copyright terni has expired. Whether a book is in the public domain may vary country to country. Public domain books 

are our gateways to the past, representing a wealth of history, culture and knowledge that's often difficult to discover. 

Marks, notations and other maiginalia present in the originai volume will appear in this file - a reminder of this book's long journcy from the 

publisher to a library and finally to you. 

Usage guidelines 

Google is proud to partner with librarìes to digitize public domain materials and make them widely accessible. Public domain books belong to the 
public and we are merely their custodians. Nevertheless, this work is expensive, so in order to keep providing this resource, we have taken steps to 
prcvcnt abuse by commercial parties, including placing lechnical restrictions on automated querying. 
We also ask that you: 

+ Make non-C ommercial use ofthefiles We designed Google Book Search for use by individuals, and we request that you use these files for 
personal, non-commerci al purposes. 

+ Refrain fivm automated querying Do noi send aulomated queries of any sort to Google's system: If you are conducting research on machine 
translation, optical character recognition or other areas where access to a laige amount of text is helpful, please contact us. We encouragc the 
use of public domain materials for these purposes and may be able to help. 

+ Maintain attributionTht GoogX'S "watermark" you see on each file is essential for informingpcoplcabout this project and helping them lind 
additional materials through Google Book Search. Please do not remove it. 

+ Keep it legai Whatever your use, remember that you are lesponsible for ensuring that what you are doing is legai. Do not assume that just 
because we believe a book is in the public domain for users in the United States, that the work is also in the public domain for users in other 
countiies. Whether a book is stili in copyright varies from country to country, and we cani offer guidance on whether any specific use of 
any specific book is allowed. Please do not assume that a book's appearance in Google Book Search means it can be used in any manner 
anywhere in the world. Copyright infringement liabili^ can be quite severe. 

About Google Book Search 

Google's mission is to organize the world's information and to make it universally accessible and useful. Google Book Search helps rcaders 
discover the world's books while helping authors and publishers reach new audiences. You can search through the full icxi of this book on the web 

at |http: //books. google .com/l 



Google 



Informazioni su questo libro 



Si tratta della copia digitale di un libro che per generazioni è stato conservata negli scaffali di una biblioteca prima di essere digitalizzato da Google 

nell'ambito del progetto volto a rendere disponibili online i libri di tutto il mondo. 

Ha sopravvissuto abbastanza per non essere piti protetto dai diritti di copyriglit e diventare di pubblico dominio. Un libro di pubblico dominio è 

un libro clie non è mai stato protetto dal copyriglit o i cui termini legali di copyright sono scaduti. La classificazione di un libro come di pubblico 

dominio può variare da paese a paese. I libri di pubblico dominio sono l'anello di congiunzione con il passato, rappresentano un patrimonio storico, 

culturale e di conoscenza spesso difficile da scoprire. 

Commenti, note e altre annotazioni a margine presenti nel volume originale compariranno in questo file, come testimonianza del lungo viaggio 

percorso dal libro, dall'editore originale alla biblioteca, per giungere fino a te. 

Linee guide per l'utilizzo 

Google è orgoglioso di essere il partner delle biblioteche per digitalizzare i materiali di pubblico dominio e renderli universalmente disponibili. 
I libri di pubblico dominio appartengono al pubblico e noi ne siamo solamente i custodi. Tuttavia questo lavoro è oneroso, pertanto, per poter 
continuare ad offrire questo servizio abbiamo preso alcune iniziative per impedire l'utilizzo illecito da parte di soggetti commerciali, compresa 
l'imposizione di restrizioni sull'invio di query automatizzate. 
Inoltre ti chiediamo di: 

+ Non fare un uso commerciale di questi file Abbiamo concepito Googìc Ricerca Liba per l'uso da parte dei singoli utenti privati e ti chiediamo 
di utilizzare questi file per uso personale e non a fini commerciali. 

+ Non inviare query auiomaiizzaie Non inviare a Google query automatizzate di alcun tipo. Se stai effettuando delle ricerche nel campo della 
traduzione automatica, del riconoscimento ottico dei caratteri (OCR) o in altri campi dove necessiti di utilizzare grandi quantità di testo, ti 
invitiamo a contattarci. Incoraggiamo l'uso dei materiali di pubblico dominio per questi scopi e potremmo esserti di aiuto. 

+ Conserva la filigrana La "filigrana" (watermark) di Google che compare in ciascun file è essenziale per informare gli utenti su questo progetto 
e aiutarli a trovare materiali aggiuntivi tramite Google Ricerca Libri. Non rimuoverla. 

+ Fanne un uso legale Indipendentemente dall'udlizzo che ne farai, ricordati che è tua responsabilità accertati di fame un uso l^ale. Non 
dare per scontato che, poiché un libro è di pubblico dominio per gli utenti degli Stati Uniti, sia di pubblico dominio anche per gli utenti di 
altri paesi. I criteri che stabiliscono se un libro è protetto da copyright variano da Paese a Paese e non possiamo offrire indicazioni se un 
determinato uso del libro è consentito. Non dare per scontato che poiché un libro compare in Google Ricerca Libri ciò significhi che può 
essere utilizzato in qualsiasi modo e in qualsiasi Paese del mondo. Le sanzioni per le violazioni del copyright possono essere molto severe. 

Informazioni su Google Ricerca Libri 

La missione di Google è oiganizzare le informazioni a livello mondiale e renderle universalmente accessibili e finibili. Google Ricerca Libri aiuta 
i lettori a scoprire i libri di tutto il mondo e consente ad autori ed edito ri di raggiungere un pubblico più ampio. Puoi effettuare una ricerca sul Web 
nell'intero testo di questo libro da lhttp: //books. google, comi 



LSoc2542.8 



► 




/• 
V 



//// 



ATTI 

DELL'ACCADEMIA PONTIFICIA 

DE'NUOVI LINCÈI 

7/ 



DELL' ICCMNItPOPIFICI) 
D£lI10VILmi 

PUBBLICATI 

CONFORME ALLA DECISIONE ACCADEMICA 

del 2S dicetìibre 18S0 

E COMPILATI DAL SEGRETARIO 



'. ( 



TOMO XXIV. - ANNO XXIV. 



ROMA . 

TIPOGRAFIA DELLE SCIENZE MATEMATICHE E FISICHE 
Via Lata N! 2H. A. 

1871 



LSOC2542.6 



HARVARD COLLEGE LIBRARY 
INGRAHAM FUND 



ATTI 

DELL' ACCADEMIA PONTIFICIA 

DE'NUOVI LINCEI 



SESSIONE r DEL 8 MARZO (874 



PRESIDENZA DI SU* EMA RMA IL CARDINALE FILIPPO DE ANGELIS 

PROTETTORE DELL'ACCADEMIA E CAMERLEPfGO DI 8. R. C ec. eC. eC 

E DEL COMM." PROF. BENEDETTO VIALE PRELA' PRESIDENTE ORDINARIO 

DELLA MEDESIMA. 



MEMORIE E COMUNICAZIONI 

DEI SOCI ORDINARI E DEI GORRISPONDEIVTI 

Progresso delle cogniziom solari ottenuto in occasione delVEcclisse Solare 
del 22 Dicembre 1870. Memoria del P. Angelo Seccui. 

L', . . 

Ecclisse del 22 Dicembre era ansiosamente aspettato dagli astronomi per 

completare molte osservazioni anteriori imperfetle, e per verificare un gran 
numero di conseguenze e d'ipotesi fondate sulle osservazioni fatte coi nuovi 
metodi spettroscopici. Se la vicinanza de'siti, la loro classica memoria, Tospi- 
talità de'cittadiniy e tanti altri incentivi invitavano gli astronomi e gli ama- 
tori dei grandiosi spettacoli della natura a portarsi sotto la zona privilegiata^ 
l'incertezza della stagione in cui avveniva il fenomeno, cioè nel cuor deirin* 
verno, grandemente preoccupava le menti, e se non fosse stata la speranza 
che in regioni cosi meridionali come la Sicilia, la Spagna e V Àfrica vi era 
molta speranza di tempo favorevole , pochi si sarebbero arrischiati a tal 
viaggio, colla grande probabilità di un completo insuccesso. La vinse però 
l'amore della scienza, e numerose oltremodo furono le commissioni scientifi- 
che; una Inglese di oltre a 40 membri divisi in 4 sezioni, una che andò ad 
Orano (capo Huggins), un'altra in Ispagna (capo Perry)^ due sezioni in Sicilia 
(Lockyer, Adams,ecc.), un'altra a Gibilterra (Parsons, ecc.). Una commissione ame- 
ricana suddivisa in due, una in Ispagna presso Xeres (Langley-Winlockiecc.)^ 

1 



— 2 — 

un'altra a Siracusa (Qarkness, Hall, ecc.)^ un'altra a Catania (Pierce, Peters^ ecc.) 
Due italiane, una ad Augusta, l'altra a Terranova coi principali direttori degli 
Osservatorii italiani, per tacere di molte altre spedizioni di volontari! e dilet- 
tanti , venuti cola da diverse parti. Una Austriaca andò a Tunisi. La fran- 
cese del coraggioso Sig. Janssen die uscito da Parigi in pallone volante coi 
suoi strumenti e a gran rischio, si recò ad Algeri, ma inutilmente, che fu 
impedito anche la dalle nubi ; e varii privati, tra quali meritano menzione 
vari Professori e Signori, che col Signor Da Schio salivano l'£tna; il P. Ser- 
pieri^ e il Gap. Buflfa, che si stabilirono presso Capo dell'Armi dell'estrema 
Calabria^ ec. ec. 

Sfortunatamente il tristo augurio del tempo si verificò in gran parte, ma 
pure non in tutto, e quel tanto che se ne è raccolto e già tale^ da non far 
rimpiangere gli stenti e le spese incontrate, tanto più che non pochi anni do- 
vranno passare finche una simile propizia occasione ritorni a presentarsi in 
Europa. 

Io non vi starò qui ad esporre per minuLo ne le stazioni degli osservatori, 
ne il loro numero, ne gli strumenti, che pur varrebbe la pena, giacche si 
tratta di macchine talor colossali trasportate con grandi fatiche, e capaci di 
figurare in prima linea in grandi osservatorii , e altre di esse d'invenzione 
nuova ed affatto creata per la circostanza. Ad Augusta io avea portato il 
cannocchiale di Cauchoix di 6 pollici^ mosso da macchina rotatoria; eranvene 
2 altri di 4 pollici. 11 Sig. Donati avea un equatoriale costruito apposta per 
la spettroscopia. Gli Americani in Spagna aveano due equatoriali di 8 pollici 
e due di 6 con un apparato fotogràfico di io" di foco, posto orizzontalmente, 
e regolato con eliostato. Il Sig. Brett avea un riflettore di 8 pollici. I pola- 
riscopii, gli spettroscopii e i telescopi! poi di ogni descrizione erano tanti, che 
in altri tempi sarebbcsi detto che si rinnovava un assalto al cielo nella terra 
stessa, ove i poèti già ne favoleggiarono un primo. 

Io di tutto questo non parlerò, tanto più che le relazioni non sono an- 
cora state tutte pubblicale, e forse non ancor fatte. Dal canto mio poi non potrei 
(]ui farvi alcun rapporto, perchè esiste una convenzione tra ì membri della 
commissione di non pubblicare rapporti fonnali sulle proprie osservazioni , 
prima che siano pubblicati otFicialmente. Mi limiterò pertanto ad esporre le 
conclusioni a cui si h giunto mediante le nuove osservazioni, per levare i tanti 
dubbi che offuscavano le nòstre mentii attingendo soltanto dalle fonti finora 
pubbliche o da semplici conversazioni le mie informazioni. Ben inteso che queste 
notizie sono ancora incomplete, non avendo potuto ragraneliare che alcune 
delle molte informazioni che speriamo di avere col tempo. 



— 3 — 

Comìncierò adunque dalla Corona, 

Questa bella gloria di cui appare cinta la Luna, presentò in Sicilia e al- 
trove quest^anno un aspetto alquanto diverso dai precedenti. L'anello argen- 
teo e brìllante che cinge la Luna all' orlo non apparve dappertutto conti- 
nuato, come è solito, ma quasi interrotto (Serpieri Buflfa, ecc.). La corona 
ad alcuni si presentò piuttosto come una moltitudine di raggi disposti qua 
e là senza comune legame alla base, anziché un aureola continua da cui spor- 
gessero vari fasci luminosi più lunghi. Non è però che mancasse assolutamente 
quest'anello continuo^ esso fu veduto bene a Villasraundo dal Sig. Reynard, a 
Xeres dal Sig. Langley, a Catania da Pierce, a Terranova dalla Commissione 
italiana, e ad Augusta dall'altra benché qui fra le nubi. Ma certamente questa 
zona alla base non era quella che più attraeva l'attenzione, e dai rapporti 
risultò più debole di altre volte. Una ragione di ciò è certamente la condi- 
"Stione del Sole al momento dell'osservazione, che non avea altezza maggiore 
di 20 in 25 gradi secondo i siti, e la debole luce di questa aureola dovea perciò 
essere grandemente indebolita. Di più anche colà dove non eravi nube visìbile 
non si è mancato di notare un certo velo in cielo , prodotto dal condensa- 
mento deVapori^ come ben lo notano gli Americani a Xeres (i). L'assorbimento 
atmosferico è cosi forte in questa altezza, che noi a cielo sereno dovemmo al- 
lungare del quadruplo il tempo delle fotografìe per averle, eguali a quelle ot- 
tenute in Roma nel Settembre. Uà questo può giudicarsi quei che dovea 
essere in tempo torbido, e in circostanze in cui il cielo pareva limpido, ma 
realmente non lo era. La diminuzione di temperatura che nasce nell'aria al- 
l'occultarsi del Sole è tale, che nell'estate passa senza generar nebbia^ essendo 
-allora l'aria lontana dalla sua saturazione, ma nell'inverno ciò è indispensa- 
bile, specialmente in tempo burrascoso, e pur troppo lo toccammo con mano. 

Non fa dunque specie che l'aureola continua apparisse men viva. Aggiun- 
gasi che si vide interrotta specialmente nelle zone vicine al limite della to- 
talità, come dal P. Serpieri presso a Reggio in Calabria a Capo dell'Armi^ e 
nelle posizioni tra Messina e Catania, ove l'occultazione era assai eccentrica. 

Ma quello che da seriamente a riflettere ^ la grande diversità de' gruppi 
di raggi osservati. Alcuni hanno veduti due gruppi ò fasci diametralmente 
opposti. Altri quattro, altri otto, altri la vide quasi senza raggi, come me 
ne assicurarono i prof. Segueuza e Costa a Messina. Vani ufficiali inglesi a 
bordo de'diversi bastimenti da guerra ancorati presso Catania per salvatag* 

(1) iValifre, pag. 229, col. i» lin. 25. Questo è finora il giornate più ricco di notizie. 



— 4 — 

gio della bella, ma sfortunata Psicfie, naufragata ivi vicino, fecero disegni 
tanto diversi l'uno dall altro, eh* erano appena riconoscibili. Come conciliar 
queste apparenze ? 

Fino dal 1860 io avvertiva che non potevasi a meno di riconoscere nella 
corona oltre l'elemento dovuto al Solej un elemento atmosferico terrestre, e 
il color rosato che fu veduto questa volta da molti tingere la corona stessa, 
(Taranto e Ingo a Caltagirone : relaz, p. 12} Pierce a Catania, Nature, pag. 
222, col. 2*), mostra che qualclie luce proveniva dalle prominenze rosate che 
illuminavano la nostra atmosfera. Il P. Perry a Xeres vide le strie dell'idro- 
geno perfino sulla luna e perciò non vi è dubbio che quella era luce delle pro- 
tuberanze diffusa dal velo leggero che ingombrava l' atmosfera. Un altro 
elemento pure ora viene invocato senza difficolta, cioè Tinfluenza dell'organo 
visivo di ciascheduno, talché come ognuno vede le stelle fomite di gruppi 
di raggi diversi, cosi anche qui accada lo stesso (Lockyer, Raynard). 

La fotografia sola potea risolvere almeno in parte cpiesta controversia, ma 
essa a noi fu invidiata da una trista nube, die ci copri il Sole nella maggior 
parte della totalità. Io non so ancora qual sia la forma che h stata fissata 
in Ispagna che riuscì ad ottenersi dalla Commissione Americana per opera del 
Sig. Willard. Quella che fu presa a Siracusa dal Sig. Brothers mostra tre fasci 
separati dal lato di levante, e un'aureola continuata assai estesa da quello 
di ponente, e si accosta molto alla forma da me veduta in Ispagna, ma dif- 
ferisce assai dai disegni veduti finora. La Commissione Inglese e Americana 
in Catania ebbero la medesima trista sorte di noi. l più però convengono in 
•i gruppi di raggi principali che corrisponderebbero alle regioni delle mac- 
chie e delle facole, e altri in due grandi fasci soltanto. Una specie di rag- 
gio nero, od ombra che interrompeva obliquamente Fanello luminoso, fu 
veduto dal Sig. Langley in Ispagna. La corona disegnata dal Sig. Tacchini 
è anch'essa formata di raggi isolati assai numerosi. 

Una delle ricerche da fare era di vedere se i raggi della Corona coinci- 
devano colle protuberanze, ora questo e stato studiato. Il P. Serpieri nella 
prima metà dell' ecclisse totale notò che non coincidevano , ma poi vide 
coincidere quelli dall'altra parte del disco e dall'altra meta del contorno. Onde 
resta provato che non tutti i fasci sono, coincidenti colle protuberanze. Molti 
altri asseriscono per contrario la coincidenza assoluta, ma le circostanze det- 
tagliate dell'osservazione del P. Serpieri ci sembrano meritare peso speciale. 

La Corona avrebbe presentato un'apparenza curiosa al Sig. Watson in Ispa- 
gna, che crede aver veduta una porzione de'raggi staccata e volar via come 



un velo (i). La cosa non è dì assoluta impossibilita; ma potreb})e essere una illu* 
sioue nata da qualche vicina nube o atmosferica o cosmica, e prima di riceverla 
come fatto reale di una porzione di atmosfera solare volante, noi dobbiamo 
averne altre prove. Queste nubi cosmiche , ora non sono più una semplice 
ipotesi, sono un fatto positivo a cui dobbiamo le stelle cadenti, onde non 
è impossibile che certe strane appendici osservate anticamente nelle corone 
fossero dovute a tali nubi y ma finora sarebbe prematuro vedere in queste 
appendici una conferma delle teorie, che credono essere la Corona formata 
dalla materia del Sole attenuata, e in uno stato di dispersione continua co- 
me accade alle code delle comete. Secondo questo dotto ed il Sig. Norton, il Sole 
lancerebbe le partì della sua atmosfera lungi da s^ in quel modo stesso che 
la forza solare sembra repellere i getti delle comete. Noi dobbiamo registrare 
queste idee perchè sono frutto di profondi studi, e possono un giorno di- 
venire feconde, ma per ora dobbiamo stare colla massima riserva. 

Più avanzati siamo neiranalisi spettrale della Corona. In essa è stata as- 
sicurata ormai per la seconda volta la presenza di una riga lucida assai viva 
che sarebbe vicinissima e forse identica alla 1474 di K., e questa sì è potuta 
tracciare nello spazio circostante fino all'enorme' distanza di s' dal P. Perry, 
a io' dal Sig. Harkness, fino a 20' dal Sig. Winlock. Il Sig. Harkness. ne vide 
due altre meno refrangibili , colla giunta di uno spettro idrogenico visibile 
fino a 10' di distanza. Il P. Denza ad Augusta con uno spettrometro da me 
combinato per aver gran luce , ne vide certamente una seconda al confine 
che^ sta tra il veixle e il giallo, e che non dista molto da quella dell'Aurora 
Boreale. Ma per la brevità del tempo non potè fissarne la posizionei giacche 
coprirsi il Sole dalla Luna, e corrervi sopra una negra nube che tutto oscurò, 
fu per noi tutt'uno, e solo in fine ci lasciò fruire per pochi secondi dello spetta- 
colo. Neiraffidare al P. Denza questa osservazione il mio scopo era stato piut- 
tosto di raccoglier molta luce per vedere quante righe fossero visibili, che 
fissare quali fossero. 

Era io stato ammaestrato pochi giorni prima dall'Aurora Boreale. Da essa 
appresi che per veder bene spettri Si deboli come quelli dì tali luci diffuse, 
si esìge piccolo ingrandimento e gran condensazione. Quindi fissai nel foco di 
un cercatore di DoUond di grande apertura e lente sottilissima, un piccolo 
spettroscopio tascabile di Hofiìnann con fessura piuttosto larga, e tolsi affatto 
il piccolo telescopio che amplificando diminuiva troppo la luce. Fu con tal m<^zzo 



(I) Am, Joumalj Febr. 1871. 



.— 6 — . 

che con soddisfazione ho sentito dal dotto Padre annunziata la presenza di due 
righe invece di una communemente veduta cogli strumenti più grandi, ma 
che proporzionalmente indeboliscono più la luce. 

Se la stria principale fosse la 1474 di K. essa sarebbe del ferro , ma vi 
sono forti ragioni che fanno dubitarne, onde non si sa precisamente a che 
sostanza essa appartenga , e questo inviluppo pare piuttosto di materia a 
noi ignota, ma più rara e più leggera dell'idrogeno stesso. Dico che se ne 
dubita perchè i? non è ben sicuro che essa sia la 1474 quella stessa del fenx>* 
Il Sig. Lorenzoni la crede piuttosto la riga 1463, e una piccola diflPerenza di 
refrangibilitk h di grande importanza in ciò : 2? è improbabile che sia del ferro^ 
perchè questo vapore non si mostra che nelle regioni più basse della atmo- 
sfera solare. Altri l'ha sospettata propria di qualche gas che si occlude nel 
ferro , come V idrogeno nel Palladio. La distanza a cui si è veduta que- 
sta riga è SI grande che a molti ha fatto sospettare unìnfluenza telluro-at- 
mosferica. Forsechè l'atmosfera solare può estendersi fino all'enorme distanza 
di Y3 del diametro solare? Se questo fosse vero essa si estenderebbe ben 
lungi oltre i limiti finora sospettati , e non sarebbe più incredibile che si 
estendesse realmente quanto la luce zodiacale, della quale si sarebbe questa 
volta tracciata per tal modo la continuazione fino sul Sole. 

IVla prima di ammettere tutto questo è mestieri aspettare nuove e più esatte os- 
servazioni che confermino questi risultati^ perchè abbiamo veduto come le righe 
dell'idrogeno sono state vedute perfino sulla luna, talché la luce benché pmve- 
niente da una stretta atmosfera solare può apparire lontano dal sole per una sem- 
plice, diffusione nella nostra atmosfera. Se la 2" riga fosse quella dell'Aurora 
Boreale, come sembra dal posto approssimato che gli si assegna, noi avremmo 
nna ragione di più per stabilire la continuità dell'atmosfera solare colla luce 
zodiacale, poiché il Sig. Angstroem dice aver veduto in questa la riga del* 
l'aurora, ma io ad onta di molte ricerche, finora nulla son riuscito a vedervi. 

La luce della Corona è certamente polarizzata in un piano radiale ai 
Sole ; questo fu posto fuori di controversta da Raynard, Blaserna, Langley 
ed altri molti. La quantità di luce polarizzata è assai forte , e tale quale 
avrebl^esi , dice il Sig. Blaserna nelle osservazioni ordinarie a 45° dal Sole. 
Tutti convengono che la polarizzazione era fortissima. La conclusione ovvia 
sarebbe che questa è luce riflessa, onde la Corona avrebbe luce riflessa. Ma se 
questa luce è riflessa, come è che non da lo spettro solare colle righe di Fraun- 
hofer, ma da solo righe luminose, caratteristiche di una luce propria ? Una luce 
propria difficilmente può credersi polarizzata, e le poche strie Spettrali che for- 



mano la luce della Corona la mosterebber luce propria. La difficolta e reale, 
e più d'uno per risolverla senza negare il fatto della polariizazione ha sup« 
posto che tal fenomeno sia dovuto alla nostra atmosfera 3 e ciò tanto più 
che si sono vedute tracce di luce polarizzata sul corpo oscuro della Luua 
stessa. Di più è singolare che questa volta siasi avuta si forte polarizzazio- 
ne, mentre le altre volte fu assai difficile L'assicurarsene. Sarebbe ciò effetto 
dell'aria tanto vaporosa? 11 Sìg. Ross non vide polarizzazione che lontano dal Sole. 

Non h qui luogo da entrare nella discussione di questi dubbi; solo dirò 
che le due cose non sono inconciliabili. La luce della Corona è debole e 
può paragonarsi a quella delle nostre aurore per l'intensità. Queste luci ben- 
ché assai percepibili in grande superficie, quando si viene ad analizzarle collo 
spettroscopio si trovano estremamente deboli. In esse lo spettro si perde af- 
fatto se h di natura continua, a cagione della diffusione e dilatazione; e solo 
può vedersi bene se è monocromatico o fatto di poche righe, come accade 
nelle nebulose. Quindi se la Corona ha due luci, una riflessa solare di spet- 
tro diffuso, e una propria monocromatica, questa sola potrà percepirsi allo 
spettroscopio, e l'altra svanirà per la sua estrema debolezza. 

Mi sono convitato di ciò nell'esame spettroscopico della luce nell'Aurora 
Boreale , clie malgrado la sua non poca apparente intensità , pure la ritro- 
vai di una straordinaria difficolta ad analizzare , tanto che ebbi poco o 
niun giovamento nell' uso del cannocchiale per condensarla. Nei climi più 
boreali essendo più intensa la luce hanno potuto meglio di me fissarne le righe. 

Cosi adunque l'atmosfera solare attenuatissima sarebbe formata di materia 
da se luminosa, ma insieme sarebbe capace di riflettere certa luce. Che poi 
la regione superiore dell' armosfera solare possa avere una luce propria di- 
versa dalla più bassa ^ non deve sorprendere , perchè anche qui da noi ne 
abbiamo un esempio. I gas che formano l'atmosfera, quando sono illuminati 
col l'elettricità del lampo danno uno spettro tanto diverso da quello che ci mostra 
nelle alte regioni l'aurora boreale, che al primo aspetto sembra non avervi 
rapporto alcuno, e solo con gran fatica se ne identificano alcune linee nei 
tubi di Geissler presso ai poli con deboli correnti. 

Merita attenzione il fatto che a molti la luce della Corona è apparsa ro- 
sata. Siccome ciò pare incontrastabile si dovrebbe ascrìvere tal colore alla 
diffusione nella nostra atmosfera della luce rosata delle protuberanze. E per- 
ciò fu gran danno che non si potesse fare l'osservazione sull'Etna, come il 
Sig. De Scliio avea progettato, e io l'avea incoraggito. Ivi la rara atmosfera 
avrebbe dato un indizio del fino a che punto l'atmosfera nostra contribuisce 
alla Corona. 



— 8 — 

Ma è da avvertire che iti molli siti i veli nuvolosi vestirono tinte iridate, 
il che potè fare illusione. 

Voi vedete adunque o Colleghi che ie difficolta non sono tutte svanite, e 
che occorrono ancora altre ricerche. È difficile dire fino a qual punto queste 
difficolta saranno tutte sciolte , ma voi vedete già quale orizzonte nuovo si 
è formato per questo solo accesscM'io solare. 

Veniamo ora ai risultati ottenuti intorno all'orlo del Sole. 

Qui erano tre le osservazioni da fare, i^ Fissare le protuberanze colla fotografia. 

2? Confrontare le loro forme vedute a visione diretta, e nello spettroscopio. 

3? Fare l'analisi spettrale dell' orlo e delle protuberanze al momento della 
totalità. 

Delle prime duV; io mi era incaricato , ma la prima non riuscì che assai 
imperfettamente : tuttavia ottenni alcune minute impressioni sulla lastra, che 
proiettate con un megascopio mi servirono di base alla figura die presento. 

La fotografia non ha conservato col tempo i minuti dettagli che avea men- 
tre era fresca, probabilmente per imperfezione di lavamento o di preparato. 
In essa trovansi solo pochi punti visibili al microscopio, ed e ben lungi dal 
potersi comparare alle belle fotografie che io ebbi collo stesso strumento in 
Spagna. Causa di ciò fu in massima parte lo stato del cielo. 

10 non saprei accusarne i preparati chimici, poiché questi ci diedero la Luna 
nella fase del iO? giorno in soli 5 secondi di esposizione « e la luce delle 
protuberanze dovea esser più forte della Luna, onde nei 5 secondi che durò 
l'esposizione si sarebbe dovuto avere l'impressione. 

In quanto alfesame ottico delle protuberanze fui più fortunato. Fino dal 
mattino avendo studiato spettroscopicamente il Sole, trovai che era tutto pieno 
di magnifiche prominenze. Ne feci un rapido abozzo che presento, senza pre- 
tendere a finezza di esecuzione artistica. 

Durante l'Ecclisse io mi era proposto di osservare le protuberanze nel cer* 
catore annesso al gran cannocchiale di Cauchoix, e farne un disegno, ma la 
cura del sorvegliare le fotografie, e la nube che sopravveniva sconcertò i miei 
progetti talmente che appena potei prenderne una idea ben grossolana. Ogni 
misura mi era interdetta, perchè avrebbe fatto tremare il cercatore e il can- 
nocchiale annesso : e quindi danneggiato le fotografie. 

11 tener io l'occhio al cercatore era divenuto poi più che mai indispensa- 
bile per regolare il tempo dell'esposizione , secondo che avrei veduto rinfor- 
zare la luce al ritirarsi della nube. 



— 9 — 

Profittando dunque del cercatore, buon cannocchiale di Fraunhofer che mi 
avea servito in Spagna, cercai di verificare ciò che allora mi fu dato di ve- 
dere. All'avvicinarsi della totalità io stava intento ali assottigliarsi della falce 
col mio vetro offuscante in mano^ pronto a ritirarlo immediatamente allo spa-- 
rire delfultimo raggio. Questo spari senza granulazioili e solo rompendosi il fi- 
letto in punte acutissime dalle montagne lunari. Levai allora subito il vetro nero, 
ma rividi il filetto lucido bianco abbagliante che già vidi in Spagna, e aspet- 
tava le protuberanze, ma il comparire questa luce, e il sopravvenire di una 
densa nube che correva a vista contro il Sole, fu un punto solo, talché nulla 
potei rilevare al lembo orientale. Alla mattina però oravi stata veduta una 
superba protuberanza , e il Sig. Principe di Lampedusa, che era andato ad 
osservare presso Girgenti la vide bene pronunziata. Dopo un buon minuto 
fa nube passò, e allora solo potei osservare una magnifica Corona di superbe 
protuberanze dal lato occidentale. 11 lor colore era principalmente rosato , 
ma era ricco anche di molte altre tinte, e specialmente di giallo alle sommità. 

Una verso il fondo apparente del campo era di figura di un bel mazzo di 
fiori, o come allora indicai di un cavolofiore, e questa espressione mi venne 
alla matita allora per la sua cima gialla. 

Per quanto sia vero che oggidì collo spettroscopio possiamo in pieno Sole 
vedere queste prominenze, pure non h comparabile la bellezza e vivacità loro 
quando sono vedute direttamente con quella che si ha nel complicato pris- 
matico strumento. La sola separazione de' colori fa che manchi quel brio e 
quella varietà di toni che tanto caratterizza queste fiamme. Malgrado l'ansietà 
delle occupazioni che avea a disimpegnare in quel momento, io non potei a 
meno di non ammirare questo spettacolo, e la* serie non interrotta di queste 
fiamme che ornava Torlo solare. Per quanto esaminassi non mi venne veduta 
nessuna di quelle forme arcuate che troviamo si spesso nelle figure spettrali, 
e che sono tali forse perchè la dispersione separa gli elementi che ne em- 
piono le discontinuità, ma quest'orlo era sfortunatamente quello che alla mat- 
tina era comparso più povero di tali prominenze. 

All'avvicinarsi della riapparizione del Sole rividi il filetto bianco, osservato 
al momento della occultazione , e mi persuasi da ciò che questo inviluppo 
cinge tutto il Sole, e non h mero effetto di contrasto. 

Riapparso appena il Sole io lasciai che il fotografo sviluppasse a suo agio 
le impressioni, e intanto misi lo spettroscopio, perchè voleva confrontare su- 
bito la forma delle protuberanze. La falce era ancora tenuissima, cioè erano 
passati al più due minuti di tempo : tutto era disposto per avere una ima- 

2 



— 10 — 

gine ben netta delle protuberanze a fessura discretamente larga. Ma qual non 
fu la mìa sorpresa in vedere che all'orlo lo spettro era tutto discontinuo e 
frastagliato da moltissime forti righe nere. Sorpreso da questo inaspettato fe- 
nomeno guardai se la fessura non fosse cospersa di polvere , ma presto ri* 
conobbi che la cosa era impossibile, e per la direzione delle righe nere che 
non erano longitudinali ma trasversali allo spettro, e per la molta larghezza 
della fessura; rimisi dunque l'orlo estremo della cuspide sulla fessura, e vidi' 
nuovamente lo spettro interrotto. Messolo però nella parte larga della fase 
nessuna interruzione appariva, e solo vedevansi fioche le righe fraunhoferianc 
per la larghezza della fessura. Era adunque una discontinuità reale che avevo 
osservata all'orlo, ma sul momento arrivatami improvvisa non la compresi. 

Frattanto crebbe la fase e diventò lo spettro all'orlo solare quale si vede 
in pieno Sole, la discontinuità restando però ancora alquanto sensibile solo 
alle cuspidi. 

Evidentemente queste interruzioni non erano che le lacune nere clie sepa- 
ravano le moltissime righe rovesciate dallo spettro^ visibili all'orlo solare in 
quel momento , ma che la larghezza della fessura mia non mi lasciò ben 
distinguere. Confrontando però questa mia osservazione con quelle fatte dal 
Sig. Nobile a Terranova , e sopratutto dal Sig. Young in Ispagna , e dal 
Sìg. Pye (i), risulta che all'orlo del Sole si presentano non solo le righe solite 
deiridrogeno e di qualche altro metallo^ ma una moltitudine di righe affatto 
inaspettata. 

Quello che ha fatto su questo proposito V osservazione più importante è 
stato il detto Sig. Young, che avendo usato uno spettrometro a gran forza 
dispersiva, merita molta fidueia, ed ^ statò favorito di un cielo sereno a Xeres. 
Il suo racconto h di troppa importanza per la teoria perche io possa passarvi 
sopra leggermente, quindi vi riprodurrò le sue parole. Il Sig. Young avrebbe 
assistito nientemeno che al rovesciamento di tutto lo spettro , precisamente 
in quella regione o filetto bianco che sta tra la fotosfera e la cromosfera , 
verificando cosi facilmente la presenza di quello strato in cui rovesciandosi 
tutte le linee lo spettro solare esso perde le righe nere, e diviene continuo, 
comeioavea veduto nel 1868 a Sole pieno con estrema difficolta; osservazione 
che venne alloia vivamente combattuta. Ecco le sue parole. 

Ma la pia importante ossers^azione spettroscopica delFEcclisse sembra a 
me l'aver accertato alla base della cromosfera^ e in conseguenza nel con- 
tatto immediato colla fotosfera un sottile strato nel cui spettro trovansi ro- 

(1) Nature, col, 1, pag. 229. 19 Gcnn! 1871. 



— 11 — 

Kfesciate tutte le linee nere dello spettro ordinario. Appunto prima della 
totalità io avea diligentemente aggiustata la fessura tangenzialmente alf 
orlo del Sole nel luogo doue il 2.® contatto dosfea aver luogOy e stava guar^ 
dando il graduato illuminarsi della riga 1474 e di quella del magnesio > A mano 
amano che la falce diveniva più sottile ^ io notai uno svanire , per dir così, 
di tutte le linee nere nel campo visuale^ ma nqn era affatto preparato pel 
bel fenomeno che si presentò quando la luna coprì tutta la fotosfera. Al- 
lora tutto il campo fu ad un tratto ripieno di linee luminose , le quali 
repentinamente brillarono come lampo (suddemy flashbd into brigbtnbss) 
e quindi gradatamente svanirono, finché in meno di due secondi nulla ri- 
mase, salvo quelle due che io avea veduto da principio. Naturalmente io 
non posso asserire che tutte le linee lucide avessero la posinone stessa 
che aveano le nere dapprima, ma io ne sono sicuro, perchè notai ciò in 
vari gruppi, e tutto il sistema e la relativa intensità mi colpì cane cosa 
a cui era ben familiare. 

Questa osservazione è una conferma dello spettro continuo trovato dal 
Secchi aWorlo del Sole, e io credo che appoggia le idee di Kirchhoff in- 
torno alla costituzioue del Sole, e alV origine delle righe nello spettro so- 
lare. Fin qm il Sig, Young (i)- 

E il medesimo in una lettera diretta al Giornale Nature di Londra aggiun- 
ge « che il fenomeno dal Secchi notato restò inosservato altrove certamente 
per la troppa luce diffusa dalV atmosfera e fu possibile vederlo in Italia 
per la limpidezza del suo cielo. = 

Certamente la chiarezza del cielo contribuisce assai a riconoscere queste 
particolarità, e le prominenze solari stesse non le ho mai meglio vedute che 
in Sicilia nelle limpide giornate di quel cielo ammirabilmente sereno. E credo 
che potrebbe molto avvantaggiarsi tale studio salendo sull'Etna ove i viag- 
giatori trovano un cielo oscuro e quasi nero per la scarsa diffusione di luce 
ivi fatta dall'atmosfera. 

Che il Sig. Young non s'inganni, basta riflettere che quella zona, in cui 
egli vide rovesciato lo spettro, è precisamente quella stessa che sta fra la fo- 
tosfera e la cromosfei^, che io notai nell' ecclisse di Spagna nel I86O come 
bianca e che ho riveduto l'ultima volta in Sicilia. 

Il testimonio del Sig. Young e tanto più prezioso quanto che esso non sì 
aspettava tale risultato, benché io nella istruzione pubblicata a stampa l'avessi 
preveduto : Ecco le mie parole a pag. i8 della suddetta istruzione — Dovrà 

(1) American Journal of sciente ^ Febr. 1871. Nature ^ 2 febr? 1871. 



— 12 ~ 

anche esaminarsi collo spettrometro se questa zona angustissima che pre- 
cede lo strato roseo dia spettro continuo , com^ è sembrato al P. Secchi 
nelle osservazioni ordinarie del Sole, ma chi se ne occuperà dovrà stare 
assai all'erta^ perchè il fenomeno è assai fugace. 

Il Slg. Young ha dunque aotato il fatto, e insieme la sua fugacità. 

Abbiamo adunque conquistato in questa ecclisse due cose importantissime. 

1? La verace struttura dell'orlo solare» in cui lo spettro trovasi invertito» 
e vedonsi le linee dirette de* vari vapori metallici che costituiscono la 
fotosfera. 2? Un campo nuovo di ricerche da farsi anche nelle ecclissi par- 
ziali colfesame della luce delle cuspidi delle fasi, e questo campo sarebbe più 
esteso, se fosse confermato ciò che ha veduto il Sig. Prof. Nobile , cioè la 
presenza delle prominenze rosate sulla Luna stessa, e non solo alForlo esterno. 
Questo fatto però non h probabilmente altro che quello osservato dal P. Perry, 
cioè la luce delle protuberanze diffusa dall'aria atmosferica. 

L analisi delle protuberanze, propriamente detta, è stata fatta da molti, che 
vi hanno travato le solite righe dell'idrogeno; ma sulle altre non sono tutti 
d'accorda II Sig. Donati avverti che le righe erano vivissime anche dopo at«- 
traversati 6 prismi, e che la riga gialla era più alta delle altre dell'idrogeno, il 
che spiega come la grande protuberanza da me osservata potesse esser coro- 
nata in giallo. 

Discusso COSI ciò che riguarda il corpo solcare veniamo ad alcuni altri fatti 
di secondo ordine, ma non perciò meno importanti. 

Uno de*più singolari che è stato bene osservato questa volta h quello delle 
frangie, ovvero ombre volanti. Questo fenomeno già veduto altre volte, e si 
ben descritto dal P. Paura presso a Gelebes, fu osservato in ampia scala e 
da molti questa volta. 11 Sig. Prof. Costa ,e il Sig. Prof. Seguenza di Mes- 
sina, recatisi presso Catania, mi asserirono che quando la falce fu ridotta stret- ' 
tissima videro scorrere su di un muro incontro molte righe parallele chiare ed 
oscure, della larghezza dì un decimetro circa, ondulate e mobili. Lo stesso 
vide il Sig. Prof. Saya-Moleti. Il Sig. Cap. Buffa, le vide presso a Capo dell' 
Armi. Furono viste anche dal Sig. Omodei presso Augusta. 

L'osservazione più singolare h quella del Sig. Marchisio, che stando presso 
l'orlo della zona di totalità, tanto che per lui l'Ecclisse durò appena uno o 
due secondi. Egli vide rapidamente venire dall'Etna l'ombra lunare e scorrere 
sul mare con velocita prodigiosa; l'ombra era al suo contorno listata di fasce* 
chiare ed oscure larghe (a quanto stimò) un metro e mezzo che scorrevano 
avanti ad essa. 11 passaggio di queste fasce fece l'impressione come se la terra 
girasse, e ne furono spaventati uomini ed animali. 



— 13 — 

10 credo che molto contribuì a questa importante osservazione la posizione 
stessa degli osservatori che stando sull'orlo della zona di totalità , dove la 
Luna corre quasi parallela al lembo solare^ la falce sottile non è di così breve 
durata come altrove in cui la luna corre perpendicolarmente al detto lembo. 

Queste ombre furono vedute anche fuori della zona di totalità, e produs- 
sero il curioso fenomeno di far sparire per una frazione di secondo il Sole, 
come se fosse ivi totale l'ecclisse, mentre non lo era. Così si spiega ciò che 
su questo proposito osservò presso Messina il Sig. Prof. Saya-Moleti , che 
vide sparire per un istante U Sole, mentre al suo posto non poteva Tecclisse 
esser totale. 

11 fenomeno viene descritto come consistente in dieci o dodici striscie sue- 

> 

cedentisi rapidamente, leggermente serpeggianti, e parallele tra di loro, e col- 
Iorio della falce solare; la larghezza delle strie è varia manifestamente se- 
condo la distanza del fondo su cui sono riferite, onde chi le vide su di un 
muro vicino le vide strette, e chi su fondo lontano le vide larghe. Mi fu 
assicurato dai Sig. Prof. Costa e Seguenza che la figura del P. Paura, data nella 
mia opera sul Sole, rappresentava il fenomeno come da essi era stato veduto. 

I fatti adunque sono bene .accertati. Ma quale ne è la spiegazione ? Sono 
queste frange di diffrazione, come alcuni hanno sospettato , riguardando la 
Luna come un corpo opaco intercettante i raggi solari? Se noi bene osserviamo 
la cosa non potrebbe intendersi a questo modo. Imperocché h vero che quan- 
do un raggio luminoso rasenta un corpo opaco si hanno nell'esterno dell'om- 
bra delle frange oscure e luminose, ma perchè queste succedano bisogna che 
il raggio parta realmente da un punto: se il corpo radiante ha una estensione 
notabile, tutto svanisce. Ora qui il radiante dietro la Luna non h un punto, 
ma il disco solare, che perciò non potrebbe dar le frange. 

Mi parrebbe però che il principio delle interferenze potesse applicarsi an- 
che qui ma in altro modo. Secondo me il punto radiante sarebbe la falce 
stessa del Sole^ l'ostacolo non sarebbe' da cercarsi altrove che nell'aria stessa 
atmosferica. Questa colle sue variazioni di densità produce delle deflessioni 
ne'raggi che sono abbastanza sensibili, e colà dove uno di questi cambiamenti 
produce una deviazione , ivi manca la luce , ed agisce realmente come un 
ostacolo opaco , forse lo stato dell' atmosfera tanto sturbata quel giorno , 
contribuì ad esaltare queste appai*enze. • 

Ho già indicato altrove l'analogia di queste onde con quelle che presen- 
tano le stelle osservate collo spettroscopio all'orizzonte, e forse questo caso 
e identico in origine, e sarebbe un caso di scintillazione. La luce dell'orlo 



solare essendo quasi monocromatica gialla^ ne segue che i colorì sono assai 
deboli e le frange sensibilmente chiare ed oscure. 

Un altro fatto relativo ai fenomeni di interferenza sono la magnifica co-^ 
rona iridata che si sviluppò nelle nubi attorno ni Sole. 11 fenomeno delle nubi 
iridate non h raro, anche a Sole pieno, benché i meteorologisti poco lo ab- 
biano studiato; ma colori si vivi^ come quelli che si svilupparono quando il Sole 
era ridotto ad una tenue falce, non li ho mai veduti. Queste iridescenze sono 
fenomeni di interferenza del genere delle corone, ed era naturale che dimi- 
nuendo il diametro della superficie raggiante sarebbero più puri e belli. 

11 variare delle tinte degli oggetti all'accostarsi della totalità fu studiato 
dal Gap. Buffa e da alcune signore presso Reggio di Calabria, che esposero 
al Sole varie stoffe colorate, e una flgnra a colori dello spettro, ove si vide 
illanguidire il bleu prima di tutti, e appresso rimase Io spettro come coperto 
da un velo grigio. Ciò è conseguenza dell'assorbimento dell'atmosfera solare, che 
come si sa è giallastra. 

Questo color giallastro si diffondeva tutto attorno al cono ombroso , e il 
Sig. Cap. Pistoia clic a mia richiesta osservò il fenomeno dall'alto della cit- 
tadella d'Augusta pot% vedere che l'accostarsi, della totalità e il suo allonta- 
narsi produceva come un'alba o crepuscolo di color giallo freddo. Da questa 
osservazione è manifesto che i riguaixlanti si trovano realmente immersi in 
questo mezzo colorato all'accostarsi della totalità. Questa volta ciò si vide meglio 
che in Spagna essendo l'aria nuvolosa, e il cono d'ombra lunare più stretto. 

Un'altra osservazione più importante fu -fatta dal Sig. Cap. Buffa, che con- 
tribuirìt a conoscere con precisione gli elementi dal calcolo di questa ecclisse; 
questa fu la detemiinazione precisa del limite della zona della totalità dal iato 
di Nord ; questa egli la fissò scaglionando diversi osservatori su vari punti 
a pochi chilometri l'uno dall'altro. Il risultato preciso sarà da esso pubblicato. 

Le stelle che si videro furono Venere e Saturno. Venere brillò lucidissima 
ad Augusta, e Saturno si vide a Terranova dal Sig. Tacchini collocato all'e- 
stremità di uno de'raggi della corona più belli, che era in forma di stretta mitra. 

Le osservazioni meteorologiche fatte in questa occasione furono moltissime, 
e tutti notarono un grande raffreddamento dell'atmosfera dopo | dell'ecclisse. 
Allora veramente ebbe luogo la feroce burrasca sull'Etna, che lanciava gran- 
dine ed acqua gelata in viso a quc'generosi che ebbero il coraggio di salire 
lassù ì cui nomi meritano di esser conservati » ed erano i Sigg. Da Schio , 
Colleonì, Peters, Abbot. 

Gli aghi magnetici furono osservati ad Augusta ogni 5 minuti pre- 



— 15 — 

stafìdosi a ciò il R. P. Gultreta Teatiao, e a Terranova dal Sig. MuUer, e nei 
principali osservatorii d'Italia. Si notò una perturbazione dichiarata nella de- 
clinazione magnetica in tutta la penisola, che segui le fasi dell' ecclisse, ben- 
ché non rigorosamente , ed h più intensa presso la zona di totalità. Però 
siccome Tecclisse fu accompagnato da burrasca vi h dubbio almeno a qual 
delle due cause sia da attribuirsi la detta variazione. Io credo che alla bur- 
rasca fondandomi sul fatto che noi i quali stavamo dal lato sud dell' Etna 
avemmo curva al(|uanto diversa di Terranova che ne stava al T^ord. Il Sig. 
Prof. Palmieri avea notato un fatto simile nel 186O a Napoli. Il Sig. MùUer 
pubblicherà i risultati ottenuti questa volta. 

Noi prendemmo l'occasione di questo viaggio per determinare gli elementi 
magnetici ad Augusta , Palermo e Napoli , e confrontarli subito con Roma. 
Il P. Denza proseguirà la stessa determinazione coi nostri medesimi strumenti 
nell'alta Italia. Fu pure determinata la latitudine e la longitudine della nostra 
stazione^ talché la spedizione non sarebbe restata inutile alla scienza se an- 
che tutto il risultato delFecclisse avesse fallito. 

Tali sono i principali risultati ottenuti in questa spedizione, nella quale 
io devo dire che sono stato dappertutto accolto con speciali dimostrazioni 
di stima e rispetto, in modo da far comprendere quanto la scienza sia ri« 
spettata e onorata in quella classica terra. Troppo lungi mi trarrebbe il de- 
scrivere per minuto i ricevimenti e gli onori ricevuti, e mi basta aver qui 
accennato la mia riconoscenza verso que' coltissimi cittadini, e specialmente 
al mio ospite in Palermo il Sig. Cacciatore, direttore dell' Osservatorio, e al 
Sig. Marchese Spedalotto e il Sig. Ing. Scinto Patti, Secretano della Gioenìa 
di Catania, che si .distinsero in prestarmi ogni gentil favore. 



— 16 — 

Esame microscopico e note criticìie su un campione di fango atlantico ot- 
tennto nella spedizione del « Porcupine » nelV anno 1869. Memoria 
delf jéb, F. C. Castracanc. 

Il mare nella sua imponente vastità e con le sue or tremende or placide 
scene se è maravigliosamente adatto ad ispirare il poeta ed il pittore, è poi 
inesauribile sogetto di studio e di ricerche allo scrutatore della Natura. Ma 
la cognizione dei fenomeni molteplici e grandiosi che svolgonsi in seno al- 
l'Oceano non solamente è un tema interessante di studio per chi prova il gu- 
sto ineffabile che deriva dalle meditazioni della Scienza, ma spesso riesce an- 
cora della maggiore utilità al commercio, e quindi ad ogni ragione di civile 
consorzio. Ne addurrò ad esempio il fatto notissimo, che la navigazione, la 
quale può dirsi l'anello di congiunzione fra i diversi membri dell' umana fa- 
miglia , abbrevia la durata delle sue lunghe e difficili peregrinazioni dietro 
la conoscenza dell'andamento delle correnti marine e delle leggi dei venti per- 
correndo spesse volte in molto minor tempo una linea di grande circuizione, 
giovandosi delle correnti e dei venti periodici che gli sono favorevoli, o scher- 
mendosi dall'azione di quelli che gli sarebbero contrari, Cosi pure il ritro- 
vamento di ricca miniera di carbone fossile in lontani paraggi rende possi- 
bile ed anche economica la navigazione a vapore. Non marayigliera pertanto 
alcuno all'intendere che i Governi abbiano riputato utile talvolta l'impiego 
di alcuno dei loro vascelli a raccogliere e coordinare i diversi elementi, che 
concorrono a dare la più completa cognizione del mare, indicandone l'anda- 
mento delle correnti, rilevandone la velocita e le temperature, moltiplicando 
gli scandagli, esaminandone il materiale dei fondi diversi. Fra quelli ognuno 
conosce il Governo Inglese avere mantenuto sempre il primo posto nel numero 
di quelli che hanno avuto a cuore la scienza del mare, come che questo è 
il campo dove Esso dispiega la sua potenza e il suo maggior progresso. 

Però alla iniziativa della associazione Britannica per il progresso della Scienza 
devesi la generosa determinazione del Governo Inglese di accordare una delle 
navi a vapore della marina militare il '< Lightening » nel 1868, e il « Por- 
cupine » nel 1869^ perchè sotto la direzione dei distintissimi naturalisti il D.*" 
Garpenter, il sig. Gwyn Jeffreys, e il professore Wuville Thomson con i mezzi 
poderosi, dei quali vanno forniti quei legni, potessero nel mare scandagliare 
la profondita, esplorare la temperatura, analizzare le acque e i gaz che quelli 
potessero tenere in soluzione, raccogliendo a mezzo della draga quanto potesse 



— 17 — 

trovarsi al fondo dei più cupi abissi del mare ad attestare se e fino a qual 
punto vi si riscontri la vita vegetale e animale ; e riportando alla luce un 
saggio dei fango che lentissimamente va depositandosi nei più profondi re- 
cessi del mare ci desse cosi un'idea del modo nel quale si h formata la più 
grande parte della terra che ci sostiene^ e che costituisce la crosta del pia- 
neta che noi abitiamo. 

Un saggio di tale deposito estratto a mezzo della draga dalla enorme prò* 
fondita di due mila quattrocento trentacinque passi (fathoms) pari a quattor- 
dici mila seicento dieci piedi gentilmente inviatomi dal sig. Gwyn Jeffreys fu 
il gradito argomento del mio studio, del quale intendo dare al presente un 
succinto ragguaglio. Molteplici sarebbero le ricerche che potrebbero istituirsi 
in tomo di quello, non solo in ordine alla sua composizione chimica, al peso 
specifico , alla coesione ed altro : però io non mi proposi intorno a questo 
altro che lo stùdio microscopico delle foime che in esso potessero per avven- 
tura contenersi. A tale scopo diedi principio con sottoporre al microscopio 
minime particelle di detto fango diluito in una goccia di acqua distillata. In 
mezzo a molte particelle terrose incominciai dal notare la presenza di molti 
di quei singolarissimi corpicciuoii, che vennero dal Professore Huxley desi- 
gnati con il nome di discoliti e datoliti^ dei quali non e ancora bene accer- 
tata la natura^ quantunque sia fuor d'ogni dubbio, essere forme organiche. 
Difatti questi si presentano sotto V aspetto di minuti corpi rotondi formati 
da diversi strati concentrici costituenti cornici ad un piccolo centro chiaro. 
Questi vennero cimentati con acido diluito, che li disdiolse al momento, e da 
ciò si ebbe indizio della natura calcare di quelli. /Questi organismi osservati 
la prima volta dal professore Huxley nel 1857, furono di nuovo riscontrali dal 
Dottor Wallich nel i860; ma l'importanza di quelli si accrebbe grandemente nel 
i86t, alloi*chè il sig. Sorby in una sua memoria « On the organic origin of 
the called crjstalloids >i del calcare^ dimostrò l'identità di quelli con i sin- 
golari corpicciuoii ovoidali, che riscontransi costituire la quasi intera massa 
delle marne calcari, di maniera che, dovendosi riconoscere l'attualità della or- 
ganizzazione degli elementi della creta in seno ai mari, viensi con questo a 
provare.che noi tuttora viviamo nell'epoca cretacea. 

Ma tali considerazioni^ per quanto siano interessanti, sortono dal quadro 
dei miei studia quindi è che mi aflfretto a venire a parlare delle Diatomee, 
che nell'importantissimo materiale che ho preso ad esame mi fu dato osser- 
vare. La prima è più interessante ricerca che nel nostro caso io doveva isti- 
tuire (come accennai in altra volta) era di vedere se in quel materiale si po- 

3 



— 18 — 

lesse rinvenire alcun indìzio di esistenza di vita vegetale delle Diatomee al 
momento nel quale furono tratte dai più cupi recessi dell'Atlantico. Tale in- 
dizio non avrebbe potuto ottenersi da altro che dallo scorgere in alcuna delle 
tante forme di Diatomee qualche lieve traccia dellendocroma, che si ricono- 
scerebbe sotto l'aspetto di pìccolissime masse giallo-verdastre o ocracee rac- 
chiuse nella cellulina costituente la Dia tornea. Però tutte le diligenze usate 
a tale scopo non sortirono altroché un esito negativo, non avendone potuto 
riconoscere la minima traccia. Che se anche ne avessi potuto riscontrare alcun 
raro esempio, non so se avrebbe potuto bastare a convincere che a quella enor- 
me profondita potesse esistere la vita vegetale e specialmente quella delle Dia- 
tomee, mentre la precipua azione vitale di quelle dipende dalla luce^ la quale 
non credo si possa ammettere che sia per estendere la sua influenza oUi*^ i sette- 
cento piedi di profondila attraverso le acque del mare. Cosi, quantunque sia 
risult;*to dalle attuali ricerche, che il limite della vita animale nel mare ec- 
cede di molto la massima profondita, alla quale veniva riconosciuta dal pro- 
fessor Forbes in trecento passi , mentre diconsi ottenute prove evidenti di 
quella anche alla profondità di due mila quattro cento trenta cinque passi, 
dalla quale fu tratto il materiale, che vengo esaminando; rimarrebbe a de- 
terminarsi il limite al quale in seno al mare si estende la vita vegetale , il 
quale limite sembra fuori di alcun dubbio doversi riconoscere notevolmente 
meno basso di quello proprio alla vita animale. 

In ordine a stabilire approssimativamente la profondita del mare, alla quale 
può estendersi la vita vegetale quale noi la intendiamo, e questo particolar- 
mente in ordine alle Diatomee e alle alghe unicellulari, vogliamisi permet- 
tere di proporre un mezzo a quello conducente , e che a mio credere non 
raancarebbe di essere fecondo di utili insegnamenti. In altra mia Memoria 
ho fallo conoscere come, ad indagare le leggi biologiche delle Diatomee ed 
a procurare di acquistare qualche cognizione più adequata intorno a quelle, 
io da due anni abbia intrapreso a studiare specialmente le Diatomee che svi- 
luppano spontanee in bicchieri di acqua dolce o marina, che coperti da lastra 
di vetro si tengano esposti alla luce. Non una sola volta, che io abbia sot- 
toposto a tale prova dell'acqua naturale dolce, o salsa, mi è accaduto che tale 
vegetazione delle Diatomee e di qualche alga unicellulare non si rendesse dopo 
un mese evidente. In pari tempo ho voluto istituire delle prove su dì acqua 
marina artificiale preparata da abile chimico su di una formula la più accu- 
rata; ma 'quantunque lunga ne sia stala la esposizione alla luce nelle iden- 
tiche condizioni delle acque naturali, questa sola rimase sterile ed infeconda. 



- 19 — 

Parvemi perlanto potere a Imon diritto inferirne i? che gli organismi divei^si 
e le Diàtoinee che sviluppano spontanee nelle acque conservate sotto V in- 
fluenza della luce non procedono generalmente da germi trasportativi dal vento^ 
ma bensì devono la loro origine da germi ivi preesistenti ; 2? che tutte le 
acque naturali contengono germi di Diatomee e di alcune alghe unicellulari. 
Poste queste considerazioni e stabiliti questi punti , ad alcuno dei dislintis* 
simi Naturalisti , che con tanta lode e zelo si adoperano nello studio della 
vita , che ha luogo in seno alle acque del mare , vorrei suggerire che con 
adatto congegno attingessero p, e. un litro di acqua marina a diverse pro- 
fondita come di cento in cento metri progressivamente o meglio a minori di- 
stanze Tuna dalfaltra in modo da conservare mai*cata la profondita, alla quale 
ogni saggio fu attinto. In seguito ciascuno dr quei campioni di acqua posti 
in altretanti bicchieri o simili vasi di vetro si conserveranno alla luce in una 
esposizione al Nord (mentre Tesperien^a mi insegna che Fazione diretta del 
sole è nociva), e ciò per il lasso almeno di un mese , mantenendoli ognora 
ricoperti con lastra di vetro ad impedire la troppa evaporazione e Tintrodu- 
zione troppo facile della polvere. Dopo tal tempo un attenta considerazione 
farà con lajuto del microscopio scoprire se e in quali dei diversi saggi ab- 
bia avulo luogo la produzione di Diatomee o di altri organismi vegetali, i 
quali ci daranno sicuro argomento che nel mare alla profondità^ dalla quale 
quell'acqua fu attinta, esiste la vita vegetale, l'estremo limite della quale è 
uno dei desiderati della scienza. 

Devo ora venire a parlare delle molte forme diverse di Diatomee, che fra 
le tante altre ho procurato determinare. E qui apppunto mi si affacciano le 
gravi difficolta^ che deve incontrare chiunque procede alla determinazione delle 
specie, che si prendono ad esame in questo ordine di esseri. Certamente con- 
verrebbe che chiunque si accinga a simile impresa conoscesse perfettamente 
quanto su Targomento fu scritto da chi lo ha preceduto in tale studio. Ad 
eseguir (juesto senza parlare delle molte difficolta e talvolta assoluta impos- 
sibilita di procurarsi delle memorie che fanno parte di giornali scientifici o 
atti di accademie, occorrerebbe che chiunque si accinge a simile impresa ci 
si fosse preparato con grave noia e jattura di tempo apprendendo il maggior 
numero delle lingue Europee mentre^ avendosi negli scritti scientifici abban- 
donato disgraziatamente l'uso della lingua latina, che tanto convenientemente 
fu adoperata dai nostri predecessori, si rende tanto più difficile il consegui- 
'menlo dello scopo, al quale tutti abbiamo da intendere che è lo scoprimento 
del vero, per il quale il più valido mezzo è la comunicazione vicendevole del 



— 20 — 

moltato delle eieguile ricerche ed esperieoze. A tatto questo si aggiunge 
la dubiexza, che lascia bene spesto la frase osata nella definizione del genere 
e della specie» ed il troppo raro e spesso men fedele soccorso che prestano 
le figure che sì hanno di quelle. E tutte queste ragioni possano valermi dì 
sca<^a se nellì giudizi e specificazioni, che io vado a esporre, mi sarò talvolta 
ingannato. Bensì intendo protestare altamente, che, lungi dall'ambire la qua- 
lunque lode di avere ritrovato delle nuove forme, vorrei ben meritare, della 
Scienza con diminuire la sovercbiante inutile farragine di nomi. Che se pure 
dovrò indicare qualche nuova forma, che mi ha presentato una raccolta fatta 
in condizioni tanto nuove, e perciò la dovrò designare con un nome diverso 
sappiasi, che io Tho Catto in seguito allo studio il più accurato, e che non 
lo feci mai altro che quando vi furono più esemplari deU'islessa forma, dei 
quali riprodussi Timmagine a mezzo della fotomicrografia. A tutto questo si 
aggiunga, che, diffidando io delle mie troppo limitate cognizioni su tale ma- 
teria, profittando di gentilissimo invito avutone dal chiarissimo sig. De Bre- 
bìsson di visitarlo a Falaise, nella scorsa estate volli fosse sottoposto questo 
mio qualunque lavoro al suo autorevole giudizio, dal quale fui affidato a ren- 
derlo di publica ragione. 

Fra i generi e le specie di Diatomee ho riconosciuto o determinato le 
seguenti: 

Coscinodiscus radiatus. Ehrbg. 

Coscinodiscus lineatus. Ehrbg. 

Coscinodiscus eccentricus. Ehrbg. 

Coscinodiscus marginatus. Ehrbg. 

Coscinodiscus Normanni. Greg. 

Coscinodiscus subtilis. Ehrbg. 

Coscinodiscus asteromphalos . Ehrbg. 

Coscinodiscus Borealis. Bail. 

Coscinodiscus ? nnnulatusj u. s. 

Sjsiephania aculeata. Ehrbg. 

Hjalodiscus stelligerf Bail. 

jictinoptjrchus undulatus. Kz. 

Omphalopelta versicolor. Ehrbg. 

Asteromphalos Jeffrejrsianum, n. s. 

Euodia gibba^ Bail. 

Euodia gibba. var. Atlantica. 

Hemidiscus cuneiformisj Wallich* 



— 21 — 

Hemidiscus inornatus. n. s. 

Sur ir ella salina. W. Sm. 

TYiceratium variabile. Brigt. 

Triceratium flexuosum^ Grev. var. setigera. '^ 

Podosira ? compressa. T. W. 

Trjrblionella constricta. Greg. 

Sjrnedra Doliolus. Wallich. 

Sjnedra levis. Elirbg. 

Sjrnedra Brebissonii, n. s. 

Navicala musca^ Greg. 

Navicala didjrma. Ebrbg. 

Pleurosigma marinum. Donkìn. 

Orthosira marina, W. Sm. 

Rhaphoneis pretiosa. Ehrbg. 

Rhaphoneis amphiceros ? Ehrbg. 

Bhaphoneis rhombus ? Ehrbg. 

RJiaphoneis fusus. Ehrbg. 

Homeocladia fUiformis ? W. Sm. 

Chetoceros Wighamii. Brigt. 

Bacteriastrum nodulosum. Shad. 

Bacteriastrum FFallichii. Shad. 

Actiniscus Sirius. Ehrbg. 

Djctiocha gracilis. Kz. 

Djrctiocha epiodon. Ehrbg.* 

Rhizosolenia (species). 

Xantidium (species). 
Le Coscinodiscee sono le forme dominanti, e fra queste spesso presentasi 
il C. lineatus, Ehrbg, graziosa specie a granuli disposti in linee rette e pa- 
rallele. Di simili dischi a linee rette parallele di granuli ve ne sono di due 
maniere : 1* una è a granuli minuti, e il disco è terminato da una semplice 
linea di contorno: l'altro è a granuli il doppio più grandi ed il disco h ter- 
minato da una larga cornice doppia e ben distinta, la quale presenta nel pe- 
rimetro interno diametralmente opposte due cranulazioni. Questa cornice non 
h infrequente ad incontrarsi distaccata dal disco, in modo da farla ritenere 
una parte sovraposta alla valva, come accade dell'anello del genere Masto- 
gloja. Non mi h stato dato riscontrare alcuna annotazione intorno a una tale 
particolarità e ritenendo che i dischi a linee rette parallele di granuli minuti 



-u. 22 — 

sieiio dei C. linratus, Ehrbg. il disco a grandi granuli (quantunque a buon 
diritto per la circostanza dellanello sovraposto potrebbe costituire un nuovo 
genere) credo non andare errato ritenendo che debba almeno considerarsi come 
una nuova specie, che perciò designerò con il nome di Coscìnodiscus ? an- 
nulatus. n. s. Granulis [cellulis) grandiusculis) in lifieas rectas parallelas 
dispositis^ vahis duplici amuilo vel margine superposito et per binas ere- 
nulationes interius bipartito instructis. 

Osservasi ancora non di rado altro Coscinodiscus a granuli grandi nel mèzzo 
e più piccoli alla periferia, nel centro disposti quasi linearmente^ in linee ra- 
dianti al margine. Questo poi vedesi crenulato all'esterno a guisa di piccoli 
archetti i quali facilmente sfuggono all'occliio di un osservatore meno attento 
coincidendo coU'anello di congiunzione o cingolo^ e perciò rimanendo con- 
fusi dalla liuea nebbiosa e scura prodotta da quello al contorno del disco. 
Il riscontrare in una raccolta abondante in Coscinodiscee numerosi esemplari 
distinti dai sopradetti caratteri e dalla crenulazione del margine, la quale par- 
ticolarità non riscontrasi in alcuna altra specie conosciuta credo che mi dia 
diritto a considerarla come nuova e ben distinta specie, la quale per desi- 
gnarla con la sua più singolare caratteristica mi si permetterà di distinguerla 
con il nome di Coscinodiscus crenulatus. n. s. 

Mediocris: punctulis (vel celhdis) ad marginem parvis medio grandiu^ 
sculis in lineas subradiantes dispositis , et crenulationes ad marginem 
designantibus . 

Fra le Diatomce disciformi del fango dell' Atlantico cerlamente una delle 
forme più belle e più interessanti è un jisteromphalos^ la quale però come 
accade in quel genere non è frequente ad incontrarsi. Darò principio dal dire 
che non posso convenire nel modo di vedere di Greviile , il quale credette 
poter riunire questa forma al genere Asterolampra appoggiato all'argomento 
che quando un indivìduo di questo ultimo genere si supponga che abbia un 
raggio molto più ristretto che gli altri, V Asterolampra non distinguesi più 
àaìV Asteromphalos. Ne, vale a mio parere il dire che fra le diverse specie 
di Asteromphalos riscontransi alcuni che hanno il raggio mediano più o meno 
ristretto , e perciò più o meno differente dagli altri ; mentre la circostanza 
che tale disposizione riscontrasi solamente in un raggio, è cosa che accenna 
ad una qualità specifica, e non ad una mera non attendibile varietà del ge- 
nere, in modo da autorizzare a riunire il genere Asterolampra a\V Asterom- 
phalos. Che se si ammettesse il ragionamento di Greviile e lo si estendesse 
per analogia ad altre specie , dovremmo fare man bassa su là più grande 



— 23 — 

parte dei generi^ e la conseguenza, che ne verrebbe^ lungi dal facilitare lo 
studio delle Diatomee, non farebbe che ridurlo ad una inestricabile confusione. 

Ammesso pertanto che la nostra Diatomea è un Asterompìiatos molto dif- 
ficile rimane il determinare a quale specie appartenga. Dal confronto il più 
dih'gcnte delle particolarità di questa forma su T immagine di tre individui 
riprodotti a mezzo della fotomicrografia con tutte le diverse figure e descri- 
zioni date da Greville nel Quarterljr journal of microscopical science , o 
esistenti nelle diverse opere che possiedo, o che ho potuto confrontare, vedo 
che la nostra forma si accosta il più all' jisterolampra Hiltoniana , Grev. 
che io riguardo come Asteromphalos . Potrebbe combinare con quello nell'avere 
le due paia inferiori di linee umbilicali curvate abasso. Però è qualità co- 
stante neir A. Hltoniana, Grev. che il profilo dei segmenti granulati pre- 
senti il vertice angolarmente a guisa di ogiva , mentre la nostra forma ha 
segmenti a sommità rotondata. Inoltre nel confronto dei diversi esemplari^ che 
ho incontrati in ques^ta raccolta le linee omhilicali si mostrano più o meno 
flessuose e ondulate. Finalmente ad un'attento esame delle diverse immagini 
fotografiche ottenutene su lastra di vetro mi sono dovuto convincere che que- 
sta specie presenta una particolarità affatto nuova^ e che non fu certamente 
riscontrata in alcuna altra. Questa specialità consiste in un punto o granulo 
o denticulo alquanto rilevato , il quale notasi nel mezzo della estremità di 
ciascun raggio. Per quanto tale particolarità possa essere difficile ad osservare 
e perciò possa di legieri sfuggire all'esame, pure non parmi potere menoma- 
mente dubitare che la nostra forma non abbia pieno diritto ad essere rico- 
nosciuta come una specie nuova. 

Né alcuno potrà riprovare che nel nominare queste specie, che reputo nuova, 
io dia publica testimonianza all' illustre naturalista e conchigliologo Inglese 
sig. Gwyn JeOfreys , alla di cui squisita gentilezza devo 1' interessantissimo, 
materiale, che ho preso qui ad esaminare e descrivere; perciò indico questa 
bella ed elegante specie con il nome di Asteromphalos Jeffrejsianum ,<, n. 
s. che descrivo come appresso.' 

f^alsfis suborbicularibus ; Ibieis umbilicalibus plus minus flexuosis , mb 
area hjralina radii medii procedentibus ^ ultimis hinc inde inferius curs^a- 
tis ; segmentis punctidatis cuneato-^rotundatis : areis radialibus lineariter 
ad marginem productis^ et punctulo {denticulo) terminali distinctis. 

Prima di lasciare le Diatomee disciformi deviamo ricordare come nel no- 
stro fango marino non è raro l'incontrare dei dischetti ovali distinti da mi- 
nute spine o denticuli piuttosto che da granuli , che talvolta mostransi di- 



— 24 — 

sposti in linee radianti j mentre per lo più sono sparsi senza alcun ordine. 
Questa forma potrebbe in qualche modo confrontare con altra molto dubia, 
la quale fu indicata provvisoriamente dal sig. Tuflfen West con il nome di 
Po<tosira ? compressa. Però non ho incontrato mai di vedere frustuli riuniti 
a pajo da farle con qualche certezza riguardare come appartenenti alla se- 
zione delle Melosiree. In oltre devo notare che, se alcune mostransi eviden- 
temente convesse 9 tale circostanza non potevasi egualmente accertare in al- 
cune altre. Non sarei lontano dal credere che qui si tratti di un nuovo ge- 
nere; ma il timore di contribuire ad aumentare la giustamente lamentata con- 
fusione della nomenclatura mi determinano a lasciare prò visoriamente e con 
riserva riunite alla Podosiraì compressa. T. W. le forme ovali sopraccen- 
nate fino che o mi senta convinto della novità^ o non ne venga persuaso dal- 
l'autorevole giudizio di chi sia più di me famigliarizzato con la conoscenza 
delle forme diverse, o con quanto fu da altri osservato su le Diatomee. 

Nella sezione delle Diatomee angulifere Ralfs annovera per prime le Euodie^ 
poi gli Hemidisous^ quindi i Triceratium. ìieM'Euodie genere introdotto da 
Bailey non viene riconosciuta altra specie che VE. gibba^ Bail. mentre l'È. 
Brightwellii^ fu noverata in seguito fra i Triceratium sotto il nome di 1\ 
semicirculare . Il genere Hemidiscus noji racchiude che una specie VH. cu^ 
neiformisj Wallich. Su l'opportunità della distinzione di questi due generi non 
saprei pronunziare giudizio; la distinzione fra i due generi non consisterebbe 
in altro fuori che su la presenza di un nodulo submarginale, che vedesi nel- 
Y Hemidiscus^ il quale carattere Ralfs dice che forse non fu notato dal pro- 
fessor Bailey, il quale perciò su l'assenza del nodulo costituì il genere Euodia. 
Alla quale osservazione posso con ogni asseveranza rispondere che più volte 
ho incontrato delle valve semilunate, le quali certamente non presentano al- 
cun nodulo sopra la linea ventrale, e però devonsi per ora riconoscere per 
Euodie^ come ne fa fede qualche immagine fotografica che ne conservo. Io 
però non so quanto convenientemente si sia stabilito una distinzione gene- 
rica su la sola presenza o assenza del nodulo, mentre sarei meglio disposto 
a credere che queste due diverse forme semilunate rassomigliantissime nel pro- 
filo e nel sistema di granulazione siano le due valve di un istesso frustalo 
o individuo, delle quali l'una sia fornita di nodulo e Y altra ne sia priva , 
come precisamente accade nel genere Cocconeis (che perciò venne distinto er- 
roneamente in troppo numero di specie), nel quale^ come giustamente osservò 
Walker Arnott, la valva inferiore soltanto h distinta di nodulo centrale. 

Fatte pertanto le dovute riserve sul conto di questi due generi dirò che 



— 25 — 

il materiale, che ho preso ad esaminare, distinguesi per la frequenza di que- 
ste forme semilunate. Fra queste ne ho veduta alcuna^ che lateralmente se- 
milunata ad estremila conico^rotondate presenta il margine inferiore o ven- 
trale alquanto gibboso. Tutti questi caratteri ne la fanno giudicare Euodia 
gibba^ Bail. quantunque la disposizione dei minuti granuli non sia precisa- 
mente radiante, quale la presenterebbe la figura nell'opera di Pritchard. Ma 
molto più frequente mostrasi altra più piccola forma, nella quale l'asse tras- 
versale è al longitudinale » 2:3, ed il diametro è da 0.0384 a 0.056. In questa 
il dorso è più curvo e presenta più che una curva sferica una linea para- 
bolica, e la granulazione ne è estremamente minuta da non vedersi che a luce 
obliqua, ed i granuli sono alquanto più grandi al centro che alla periferia, 
e la disposizione di quelli non può dirsi radiante. Siccome però non cono- 
sciamo fino al presente quali siano le modificazioni di profilo che V Euodia 
può subire nel suo regolare sviluppo, possiamo non senza fondamento inter- 
pretare la forma che abbiamo preso ad esaminare come un indiudduo giovane 
e non sviluppato, il quale con crescere specialmente nell'andamento dell'asse 
maggiore potrebbe finalmente presentare il profilo gibboso nella linea infe- 
riore o ventrale da caratterizzarlo per E. gibba. Ritengo pertanto opportuno 
il distinguere provisionalmente questa forma con il nome di E. gibba var. 
Atlantica. 

Delle forme semilunale che riscontransi nel fango marino che abbiamo preso 
ad esaminare non pochi si presentano forniti di nodulo submarginale al mezzo 
della linea ventrale, che perciò devono riguardarsi come appartenenti al ge- 
nere Hemidiscus. Le valve sono gi^anulate a mio avviso , e non fornite di 
cellule esagonali come indicò Wallich. È pur troppo molto facile T inganno 
per il quale si prende per depressione o cellula ciò che è rilevato e costi- 
tuente una granulazione, il quale dubbio non viene elucidato che dalla at- 
tenta considerazione delle ombre risultanti da illuminazione obliqua. Tale os- 
servazione mi ha persuaso che nel caso attuale si trattasse meglio di granuli 
e non di cellule, tanto più che nelle Diatomee il più spesso si ha da fare 
con quelli che con queste. La foima esagonale poi attribuita a queste par- 
ticelle che ornano la superficie àelV Hemidiscus e una illusione simile a quella 
che fu per tanto tempo provata in riguardo all'elemento strutturale del Pleu- 
rosigma angulatum. Fra i diversi esemplari che ho incontrati nel fango del- 
TAtlantico , e che sono da ascriversi al sucitato genere , ne ho ritratti due 
a mezzo della fotomicrografia come quelli che alquanto dipartivansi dalle di* 
sposizioni che vengono attribuite all'unica specie che trovo ricordata sotto 

4 



— 26 -^ 

tal genere con il nome di H. cuneiformisj Wallicb. Non darò troppa impor- 
tanza alla non piccola divergenza nei loro profili. La forma dei due indivi- 
dui diversi, che ho sott' occhio può dirsi che è formata di una linea para- 
bolica che costituisce il dorso; mentre la linea ventrale non è altrimenti gib- 
bosa nel mezzo ma descrive un'arco di cerchio a lungo raggio. Forniti ambidue 
i nostri esemplari di nodulo submarginale, nell'uno manca il rango marginale di 
punti più distinti , del quale Y altro ne va ornato non su la linea ventrale 
soltanto ma intorno intorno alla periferia. Però in riguardo a quest' ultima 
particolarità io sarei disposto a credere che il rango di punti più distinti an- 
che nel contorno del dorso dell'^. cuneiformis abbia sfuggito all'occhio del 
diligente osservatore sig. Wallich^ mentre la larga e forte ombra del dorso 
del frustulo avente una sezione cuneata rende sommamente difficile lo scor« 
gere quella particolarità. Ad onta pertanto della notevole diversità di pro- 
filo^ ad onta che nella descrizione deWH. cuneiformis , Wallich, il rango di 
punti più distinti sia asserito esistente soltanto nella linea ventrale e non n^sl- 
Tintera periferia il frustulo che presenta tali disposizioni e particolarità sono 
persuaso doversi ascrivere alla specie sunominata. Però l'assenza di quei punti 
neir altro esemplare da me veduto e ritratto mi costringe a riguardarla 
come carattere di un'altra specie, la quale a ricordare la differenza chela 
distingue dalla sopradetta mi persuado di designare con il nome di H. in-- 
ornatus. n. s. 

ycdsfis semilunatis y linea dorsali parabolica^ {^entrali late arcuata y pun^ 
ctulis marginalibus distinctioribus nuilis. 

Per terminare con la sezione delle Diatomee angulifere deva ricordare fra 
le specie Atlantiche il Triceratium {fariahile* Brigt. il quale incontrasi molto 
frequentemente. Vi è ancora un altro Triceratium che confrontato con altre 
centocinquanta figure di specie diverse parmi combinare con il TV. flexua- 
sum^ Grev. Però un diligente esame e il controllo della immagine fotogra- 
fica ottenutane mi ha rivelato in ciascuno dei tre vertici un denticulo o se- 
tola sporgente. Però su questa unica circostanza non credo dovere insistere 
per costituirne una nuova specie^ mentre non maravigliarei cbe la presenza 
di quelle delicatissime setole o denticuli avesse sfuggito olla osservazione di 
Greville, che ottenne questa specie. di^li scandaigli fatti neirOceano litdiano 
da) Capitano PuUen: ed ancorché questa particolarità non fosse comune alla 
specie Grevilleana, crederei più conveniente il riguardarla come una varietà 
di quella, ricordandola come Tr. fieasuosum var. seiigera. 

Ma fra le forme caratteristiche della presente raccolta se ne distinguono 



— 27 ~ 

molte lanceolate, più o meno apiculate con belle linee di granuli trasverse 
radianti, e con linea o con area mediana liscia. Queste appartengono al ge- 
nere Rhaphoneis o Doryphora^ non distinguendosi quello da questo altix) che 
per l'assenza o la presenza di un breve stipite o pedunculo, il quale nel no- 
nostro caso non si potè riscontrare , mentre essendo detto stipite o pedun- 
colo membranoso e fugace non potrebbe mai riconoscersi in Diatomee fossili. 
Tra queste Rhaphoneis pertanto ho riconosciuto la Bh, amphiceros, Ehrbg. 
(=> Dorjrphora amphiceros. W. Sm.) quantunque realmente non sia che il dop- 
pio più lunga che larga. 

Altra simile forma oblungo-Ianceolata di questo genere riscontrasi con belle 
linee di granuli, le quali line^ mostransi trasverse nel mezzo, e radianti so- 
lamente alle estremità della valva: Tasse trasverso non è che la terza parte 
del longitudinale. Nel mezzo della valva veduta lateralmente v' è una area 
stretta lineare liscia, la quale mostrasi clavata verso i poli. La lunghezza del 
frustulo è 0,03; il numero delle strìe 200 al millimetro. Questi caratteri sono 
bene lontani dall'accordarsi con la figura data dal sig. Roper del Rh. rhom- 
bus. Ehrbg. mentre combinerebbe abbastanza con la descrizione datane dal 
sig. Rabenliorst, a meno del dirla piccola, mentre la giudicarei al contrario 
fi*a le più grandi che si hanno di questo genere. Il carattere della stretta 
area jalina mediana dilatantesi ai vertici è un carattere che si riscontra il 
più frequentemente in frustuli di Raphoneis molto più piccoli e di forme lar^ 
gamente lanceolate o romboideo-lanceolate, che a mio avviso devonsi consi- 
derare come appartenenti ad una sola e medesima specie rapresentata in di- 
versi stadi di sviluppo. 

Vi sono ancora altre forme che indubitatamente appartengono al genere 
Rhaphoneis o Dorjphora^ che però non combinano con le descrizioni «della 
Rh. amphiceros e Rh. rhombus e che non so ancora determinare. Una di 
queste h lanceolata a estremità subulate^ a. forti granuli disposti in linee ra- 
dianti interrotte da nn*area mediana romboidea. L'altra ha forma ovale lanceo- 
lata a vertici rotondati, strìe radianti a granuli minuti^ ed area jalina me- 
diana lineare fortemente dilatata alle estremità ed in pari tempo determinate 
in forma prolungata presso i vertici. Queste due forme differiscono grande- 
mente con le due specie sucitate: però avendo al presente portato la mia at- 
tenzione sopra raccolte abbondanti in Rhaphoneis o Dorjrpìwra ottenute nella 
scorsa estate a Nieuport nel Belgio spero più tardi fare una rivista di que- 
sto genere, e perciò rimetterò a quell'occasione il parlare di queste due forme 
Atlantiche che per ora lascio innominate. r 



. I 



1 



— 28 — 

Ma come noa vi ha raccolta di Diatomee proveniente da acqua dolce sal- 
mastra o marina, dove se non per il numero delle specie certamente per la 
moltitudine degli esemplari non trovinsi predominanti le Synedre^ lo stesso 
avviene nel nostro caso. In questo il genere Sjmedra è rappresentato preci- 
puamente da tre forme diverse, la Sjr. doliolusj Wallich, la Sjr. les^is. Ehrbg. 
e da altra nuova della quale terremo discorso. La Sjr. doliolus è molto fre- 
quente nella nostra raccolta^ né differisce in altro dalla descrizione datane 
da Ralfs nell'opera di Prithcliard = A historj of infusoria => fuori che nel 
numero delle strie, che diconsi 30 in ^^ di pollice inglese ossia laoo in un 
millimetro, mentre invece sono 1400 per Tistessa misura. Della Sjr. levis ho 
ottenuto una immagine fotografica dettagliatissima, e combina esattamente con 
la descrizione che ne da il sig. Rabenhorst nella sua Flora algarum Euro* 
pearum, e mentre il Ch. Autore la dice dotata ^ Striis transy^ersis egre luce 
oblique reflexa prospicendis ~ io ho il piacere di aggiungere che il numero 
delle delicatissime strie di questa specie è di 2400 al millimetro. 

Ma la Sjmedra forse più frequente ad incontrare nel nostro saggio di fango 
Atlantico non ha riscontro con alcuna delle tante descrizioni di specie che ab- 
biamo. Questa presentasi lateralmente lanceolata con vertici rotondato-cuneati^ 
strìe trasversali distinte^ non interrotte nel mezzo dell'asse, il nodulo o pseudo- 
nodulo completamente assente: le valve lateralmente sono percorse all'intorno 
da sottile solco j i frustuli spesso incontra nsi disposti a fasci. Tali caratteri 
ben distinti e perfettamente accertati differiscono assolutamente dalle specie 
finora conosciute e che ho potuto confrontare. Le quali circostanze mi obli- , 
gano a riguardare questa specie come nuova. E come tale giudizio venne con- 
fermato dalle autorità dell'egregio Signore Alfonso de Brebisson, al di cui in- 
defesso e passionato studio degli arcani della natura e in particolare di quanto 
concerne le Diatomee deve tanto la Micrografia, e che io riguardo come mio 
Maestro; perciò sono certo d'incontrare l'approvazione dei più apponendo a 
questa bella e ben determinata specie il nome di Sjrnedra Brebissonii ^ n. s. 

Sjr. mediocrisj lanceolata', polis cuneato-rotundatis; striis distinctiSj me- 
dio non interruptis: pseudonodulo nullo', valuis a latere circum sulco per- 
cursis: striis lioo in millemetro: sepius fasciculatim disposita invenitur. 

Rimarrebbe ancora un punto da dichiarare intorno a questo fango ed una 
domanda da soddisfare. Le Diatomee fra i diversi organismi microscopici che 
compongono quel materiale esistono nel fondo del mare in stato prettamente 
fossile o pure in condizione semifossile ? e per esprìmermi in altro modo più 
chiaro, gli scheletri o frustuli silicei delle Diatomee, delle quali avemmo un 



— 29 — 

saggio appartennero a generazioni non lontane di quegli esseri che anche at- 
tualmente vegetano e moltiplicano alla* superficie e negli strati superiori del 
mare e che morti vanno successivamente depositandosi ? Per quanto sia evi- 
dente che quelle valve appartennero ad individui che percorsero il loro ciclo 
vitale non saprei decidere • se non sia piuttosto uii deposito geologico colà giù 
preesistente da secoli, mentre non so finora rendermi conto e spiegarmi l'as- 
senza completa degli scheletri o valve di alcune specie^ che sempre accom- 
pagnano qualunque racolta di Diatomee marine , come sarebbero i generi 
Grarnmatophora, Rabdonemay Licmophora^ Nitzchia ed altri. Il rispondere 
adequatamente a simile questione non ci sarà dato a mio credere altroché 
quando avremo portato la nostra attenzione a molti e diversi depositi fossili 
o scandagli di località diverse^ e vi avremo portato la più seria attenzione 
in ordine alla distribuzione delle specie e alle leggi che le regolano; al quale 
scopo sarò ben tenuto a chiunque me ne vorrà fornire l'opportunità. 



^ 



— 30 — 
Notizie del J?/ lAvingstone. (GomunicazioQe di Mgr. Nardi). 

Da quanto sul finire dellanno scorso sapeva la regia Società geografica di 
Londra,. Tillustre viaggiatore af^cano D/ Livingstone trovavasi ancora in Ujiji, 
cht sta a 5? lat. austr. , 30? long. or. Greenw. sulla sponda orientale del 
lago Tanganyika, d*onde forse procedono alcune delle più lontane sorgenti 
del Nilo-, le quali formarono principale argomento degli studii di Livingstone. 
Prima il cbolera , poi la mancanza di mezzi di trasporto , lo aveano im- 
pedito di raggiungere la costa di Zanzibar e di la tornare in patria. Ben 
giustamente il Governo inglese e la reale Società geografica di Londra met- 
tevano ogni studio per avere notizie più esatte dell' illustre viaggiatore , e 
facilitargli il ritorno. Non era soltanto il sentimento di umanità, e di rlco* 
noscenza verso chi tanto fece per la scienza geografica, clie li movea, ma al- 
tresì gì' interessi della scienza stessa , che dalle carte di Livingstone deve 
trarre preziose notizie sull'interno del gran Continente, ch'esso ebbe il co- 
raggio e la fortuna di traversare il primo da Est a Ovest , ed ora da Sud 
a Nord. Parecchi generosi giovani inglesi voleano andarne alla ricerca , ma 
l'illustre Sig. Murchison, Presidente della Società geografica riflettea giusta- 
mente che que' giovani inglesi non assuefatti al terribile clima africano, sa- 
rebbero stati più d'imbarazzo che di giovamento a Livingstone, il quale già 
da tre anni e mezzo percorreva il cuore dell'Africa senza aver incontrato un 
solo europeo. Invece il Sig. Murchisou cliiese ed ottenne dal Governo inglese 
un sussidio di mille lire sterline, che vennero consegnate al Sig. Churchill, 
Console inglese a Zanzibar , che in Novembre p. p. era in Londra , ma si 
recava subito in quell'isola, ove insieme col D.** Kirk Vice-Console inglese 
di cola, avrebbe mandato una piccola spedizione di nativi in cerca di Living- 
stone ad Ujiji, e fornito a Livingstone quei mezzi dì trasporto, che gli erano 
necessarii per raggiungere la costa, e tornare in patria. 

Nessuna ulteriore notizia abbiamo dalla data di quest'ultimo rapporto^ e 
converrà forse aspettare ancora parecchi mesi prima di averne , essendo le 
comunicazioni tra l'interno e la costa irte d'ogni difiicoltà. Noi non possia- 
mo trattenerci da un sentimento di lode verso il Governo inglese, al quale 
la scienza geografica deve così gran parte delle sue ricchezze. 



31 



Sìdla gravità specifica delVacque deW Atlantico meridionale. Ricerche del 
Sig. Samuel White Hodding. (Altra Comunicazione dello stesso). 

Bellissime ricercbe ba istituite il Sig. Hodding intoruo alla gravità delle 
acque lungo le Coste africane meridionali. Tutti sanno essere il Capo di Buona 
Spei*anza » e precisamente la punta degli Aghi {AgiUhas) un crocicchio di 
correnti, quale forse non ha altro riscontro nel globo. Tra queste primeggiano 
quella calda, detta di Mozambique, che procede da Nord-Est a Sud-Ovest 
tra risola di Madagascar e la Costa, ed è rapidissima. Con lei presso il Capo 
urta l'altra con*ente^ che viene in senso contrario alla prima^ cioè da Sud— 
Ovest a Nord-Est, e dicesi antartica, o sud-atlantica. Gl'inglesi le danno 
pure il home di ice^earmg, ossia' che porta ghiacci. Difatti il suo dorso sino 
al 35^ di latitudine australe h irto di quei pericolosi monti di ghiaccio, ch'ella 
vi trasporta dalle terre polari antartiche.. L'incontro, anzi la lotta di queste 
due grandi correnti, delle quali una si mescola all' altra, cosi che la calda 
fonde i ghiacci della fredda, sono argomento di non lievi pericoli ai navi- 
ganti, e d'incessanti studii ai meteorologi, e idrografi. Il Sìg. Hodding indagò 
principalmente la gravitk specìfica dì quelle acque così vicine, e die hanno 
temperature così diverse ; ma limi tossi unicamente al paragone tra la loro 
temperatura e gravitk specifica. Le paragonò tra loro così lungo l'estremità 
Sud-Est deUa Costa africana, dove predomina la corrente calda di Mozam- 
bique, che lungo l'opposta sponda occidentale, ove predomina la corrente 
fredda antartica. Il medio dei suoi tre viaggi diede i seguenti risultati: 
Costa orient. Gravita specifica 0,2620 temper. 68,3 (Fahr.) 

Costa OCcid 0,2579 . 60,0 » 

La difierenza h dunque minima e non più di o,004i , ossia meno di mezzo 
grado della scala inglese dell' idrometro; ma però h costante , e confermata 
da tutte l'esperienze. È dunque certissimo che le acque delle correnti calde 
sono, com'era da aspettarsi, più pesanti di quelle delle correnti fredde, an- 
che sotto le stesse latitudini, poiché tutte queste esperienze ebber luogo tra 
il 30? e il 35? di lat. mer. Senza dubbio^ come nota il Sig. Hodding, la ca- 
duta recente della pioggia, lo svaporamento, e il fondersi dei ghiacci galleg- 
gianti danno spesso alcuna differenza e irregolarità nelle osservazioni. Ma due 
canoni si mostrano costanti ; il i? è che più l'acqua delle correnti h calda, 
più è pesante; 2? che ascendendo dal medio proporzionale delle temperature 
abbiamo un regolare aumento nel peso ad ogni aumento di calorico, mentre 



— 32 — 

invece discendendo dal medio, il diminuire della temperatura e quello del peso 
non camminano regolarmente insieme. Tenta il Sig. Hodding di spiegare questo 
regolare aumento, e irregolare diminuzione, colla legge secondo la quale il ca- 
lorico tende a mettersi in equilibrio, e le varie cause che ne lo turbano nei mari 
antartici. Senza seguirlo in queste sue ultime congetture, a fondare le quali 
occorrerebbe un numero assai maggiore di esperienze , noi lodiamo altamente 
rillustre navigatore per aver dato nuovi lumi in uno studio gravissimo e dif- 
ficilissimo, quale forse nessun altro nella scienza geografica, Io studio com- 
parato della temperatura e della gravità specifica delle correnti marine. 




33 — 



/ Ghepardi donati da S. S. Papa Pio IX alla Unis^ersità Romana. 

Memoria del Prof. Vincenzo Diorio. 

Fino dal giorno 29 Luglio p. [>. S. S. Papa Pio IX rilasciava per la Uni- 
versità Romana tre Ghepardi viventi provenutigli dalle missioni deirAbissinia, 
quali la sovrana sua munificenza volle venissero custoditi ed allevati nel giar- 
dino botanico di quella università, a vantaggio della scuola di Zoologia, che 
era frequentata assai, quantunque, per la legge allora vigente, pochi fossero i 
studenti tenuti a seguirne obbligatoriamente il corso. 

* A manifestare pertanto la mia personale riconoscenza per il dono sovrano, 
ho trovato non poter far meglio che ricordare alcuna cosa intorno agli stu- 
dj occasionati da quel presente; non con la pretesa di esporre nuove scoper- 
te, ma con l'altra più umite di. raccogliere gli elementi per una monografìa 
degli animali del genere suindicato. 

Certo che ove non temessi di suscitare rimeqibranze funeste, potrei ram- 
mentare che Stefano Geoffroy St. Hilaire (i) nei giorni appunto in cui vsi svol- 
geva infausta la prima rivoluzione francese, ossia il 4 Nevembre dell'anno 1793, 
iniziò a Parigi con alcune belve, venute quasi fortuitamente nelle sue mani, 
quel magnifico serraglio che fu poi il giardino delle piante, sconvolto teste 
dai projettili prussiani. 

Chi avrebbe mai immaginato che il primo istallamento di animali feroci nel 
giardino botanico di Roma, fosse per segnare anch'esso l'epoca di sconvolgi- 
menti politici inaspettati ? 

il Conte di Buffon nella sua storia degli animali quadrupedi, parlando della 
piccola pantera aggiunse in nota (2) che (c i Persiani chiamano questa bestia 
con il nome di Kouzze, .scrivendo che la medesima si addestra per le grandi 
caccie, che non fa agli uomini alcun male, e che « Emanuello Rè di Porto- 
» gallo (3) mandò al Pontefice Leone X una pantera addestrata alla cac- 
TU eia ^ e che questa pantera epa una Lonza. » 

» . . 

(1) Vie Travaux et Doctrine Scientifique d'Etienne GeofTroy S.^ Hilaire. Paris 1847, pag. 48. 

(2) Buffon — Opere complete — Storia degli animali quadrupedi (Ediz. di Venezia in 8.0 del- 
Tanno 1788). Tomo XII, pag. 51 e seg. 

(3) Emanuello Rè di Portogallo succedette a Giovanni II nel 1495. Fu mecenate agli uomini 
letterati. Sotto gli Auspicii suoi Vasco de Gama^ Merico V^espucei^ Atvarez Cabrai, ed altri ce> 
lebri viaggiatori discopersero nuovi paesi e fecero conoscere il nome de'Portoghesi fra popoli prima 
disconosciuti. Tanta prosperità e ben essere, fecero dare al tempo del suo regno, il nome di Se- 
colo d^oro del Portogallo, Morì egli a Lisbona il 13 deeerabre del 1521. Il Pontefice Leone X fa 
chiamare in Italia dal suo nome il Secolo in che visse, per lo sviluppo che si ebbero sotto dei 

5 



— 8'^ — 

li prof. Paolo Gen^ais nella sua storia naturale dei mammiferi (i) nellar- 
ticolo dei Ghepardi) dice éhe a qu^&ti aiiiftiali si da nella Persia e néirindia 
il nome volgare di Vomse^ da cui venne sicuramente it Youzze di Buflfon. 

Dal quale confronto di nomi passando a quello dei soggetti co'medesimi si- 
gnificati, si potrebbe logicamente inferirne , che la piccola pantèra ossia il 
Kotizze di Buflbn, altro non fosse che un Ghepardo ossia un Yòuse del Prof. 
Get'vais. K siccome il Plinio Francese stabilì che quella, la quale descriveva 
come piccola pantera, fosse la Lonza degli italiani, ne verrebbe per conse- 
guenza che il gliepardo degli autori francesi, rappresenterel)bc la hmza (Cono- 
sciuta fino dal tempo dell'Alighieri nel'a nostro penisola (2). 

Leggiamo infatti nel primo Canto deirinfemo^ come quel sommo poeta di- 
pitise con tutta verità ì caratteri fisici ed istintivi di questa belva scrivendo: 

« Ed ecco quasi al cominciar dell'erta 
)) Uua lonza ìegiera e presta molto 
» Che di pel maculato era coperta « 

» E noti tni si partia dinanzi al volto 
» Anzi . impediva tanto il mio camino 
4 Ch*io fai per ritornar più volte volto. » 

Ma comunque vada la cosà> non essendo (mimo nostro io immetterci oggi in 



■ fi «li •• • ri <i 



SUO Pontificato le lettere e le scienze fra noi. Precedette di 12 giorni al sepolcro il Ro di Por- 
togallo = V. L Adoocat Dictionnaire Historique, ecc. A Paris 1760. Cbez la Venve Didot. 

(!) M. /^aii/i?eroat4. HistoireNitureUedesManntiileres. T.li,CarnnY>r0l,«cc. Ptrfs i855,pag.93. 

(2) Lonza pantera. Panihera. V. Ortografìa moderna ad uso di tutte le scuoh dltalia secondo 
resetaplure di Fiorenza. In Bastano 1717 -^ Lonta^ PanCéra «^ La Divina Commèdia nuora* 
mente spiegata e difesa. Roma 1791. Voi. I. pag. 5, v. a2. — Lonza. Felix Onca Lin. . . . V. 
Fanfani, Vocabolario della lingua italiana» Firenze 1861. Correggi però Peli» uncia GmeliA e 
non Felis onca Lintle , ed eccone una delle diverse rag^ioni. — Lo Gmelin ndfa XIV edizione 
del Systema natùrae di Linneo descrisse quali specie distinte e diverse la Felis uncia e la Fe- 
li$ ctnta. Riportò alld prima Vonee di Buffon» ti ìì%pi%\tg ^"kijorsp^Q di Oppiano, lo Panihera di Pli- 
nio. Questa specie abita nell'Africa settentrionale nella Persia, nell'Ircania, nella Cina, ed è edu- 
cabite «ila caccia K Habitat in Africa boreali. Persia, Itircania, Sirt^, Panthera Plinii, prìoribus 
» fniti«r ut <^curata venatui adaptari possit. . . ». Indicò poi come appartenente alla seconda la 
(c Felis cauda mediocri, corporc flavescente, ocelUs nlgris rotundato afigùlatfs medio fla^is » di 
S«fareb«r ; la a Felis Flavescen) maculis nigris orbiculatis quibufid^Yn tosam rc^Brentibuft varie- 
» gata » di Rrisson « Pardus et Lynx brasilìensis. . . Lusilanis^ onza »; e dice dì quest'altra èpe- 
» eie che abita tutta l'America meridionale itisiìio al Me^i^o « lf<ifoitat in omni Àmorioa meridio- 
VI nali ad Mexico uaque ». La medesima fu descritta coi nome di Ocelot da BuAon, e da Cuvicr 
venne riportata alla Felis pardcUis di Linneo. Ora dapoichè l'Alighieri venne rapito ai viventi in 
Raventia Vanno 13^Ì, e rAmerica non fu scoperta àn Colombo prima del 1492; è facile tonchiu- 
•leme che la lonza conosciuta dal Dante non potè essc^re un animale ddla Fatma Americana. 
teonza, V. Canto di Messer Rosone da Ugobbio sopra la esposiztnne « diviiioiie della Commedia 
di Dante Aligfatert, ecc. 

« E ctisì volto innanzi i venne prima 
» Quella Leonza, che per Io diletto 
» -£ por la creazion buotia si stima. » 

(Le rxrincipalt cose ftp'parteitenCi alla Divina Commedia. Roma 1817. Nella Stamperia .De Romanis, 
pag. 109). 



-^35-. 

una questione filologica; ci proponiamo solamente di raccorre*i fallii e le au- 
iorila, le quali forse potranno servire a risolverla. Imprendiamo quindi $eMZ*al- 
tro in storia dei nostri aainiali. 

Due maschi ed', una femmina molto giovani della specie ciiiamata Ghepardo 
(Guèpard) dai natui'alisti, Leopardo da caccia o Tigre cacciatrice, recati dal- 
TAbissinia in Alessandria, furono ivi trattenuti qualche tempo nciU'atrio di iii\ 
collegio di Missioni cattoliche^ ove alimentati coi rifiuti d^lla mensa» col ^n- 
gue e con le interiora degli animali macellali» e finalmente con g^tti vivi; 
servirono momentaneamente al trastullo di quella faqiigU^) in fino che non 
vennero imbarcati alla volla di Roma, a fine di essor oflferti al Santo Padre ii> 
omaggio di sudditanza e di venerazione da quelli Alessandrini. 

Questi animali riescono intereasaplissimi per la scienza, dapoichè costitui- 
scono un tipo di transizione fra le due Tamiglie dei felini e dei canini, o 
dei fèndei e dei canideiy come ad altri meglio potrebbe piacere» 

Per le esterne formo e per lo insieme loro, i nostri ghepaixii richiamano 
Timmagine del veltro italiano. Alticom'esse sulle gambe, le quali peraltro sono 
meglio incarnate ; sfilati nel corpo , corti di collo , piccoli e raccorciati nel 
capo; hanno la coda di tal proporzione, che abbandonata a se stessa toccheilebbe 
il suolo. La lunghezza dei medesimi, allorquando lasciammo di occuparcene, mi- 
surava dal muso alla coda 408 centimetri , sopra un altezza di circa et : la 
coda era di circa et centinietri. 11 loro as|)etlo è assolutamente gattesco per la 
decisa sporgenza de'zigomi, che rende il diametiiD trasversale della faccia loro 
eguale a quello che, scendendo dalla fronte per la spina del naso, si conducesse 
immaginariamente insino al mento. Questo sfugge e rientra corno nei gatti. I^e 
oiTCchie sono piccole, appuntate erette ovalari; bianclieggianti al di dentro, di 
fuori ner^ste alla base e ^ui 4)ordi, ceciate nel centro. Gli occhi si scorgono 
grandi, a pupilla circolare come è nei cani, eccettuatane la Volpe; e non ver* 
cicale come è nei gatti, eccettuandone il Leone* L'iride però somiglia a quella 
dei Feliniy apparendo cilestrina per il colorito, ove ti lasci lambire le mani, 
t'accorgi che la lingua dei ghepardi raspa come quella dei gatti. 

Le estremità di questi animali, cbe sono digitigradi , diyidonsi in cinque 
dita innanzi e quattro dietro. Le dita sono annate di unghie falcale» agusze, 
che non t<Mx:ano propriamente il suolo , al quale però moltissimo si avvicina- 
no. Viene da ciò clie le medesime sono poco esposte al logorio. Ci h sem- 
biato che queste fossero impiantate sulle falangette alla maniera stessa di 
quello che si verifica nei lupi^ pei quali le unghie sebbene fiisse, pur nondi- 
meno si trovano meglio che qei cani risparmiate dalle risultanze dell'attrìto. 



— 36 — 

Gli artigli del ghepardo furono detti dal Fischer e da altri scrittori semi- 
retrattili. A noi è parso che i nostri animali avessero la facoltà di sguinza- 
gliarli nella presa, senza possedere però la facoltà di nasconderli nel riposo. 

11 manto di questi poppanti h di colore falbo chiaro o ceciato forte, con 
macchie subtriangolari e piccole sul petto e nei fianchi, tondeggianti e gran- 
dicelle sul dorso ; nero- velluta te per colorito, ma per forma e grandezza non 
tutte simili, e sparse senz'ordine determinabile sulla pelle. 

Non vuoisi intanto tacere, che riguardati questi animali in certe movenze 
e sotto certi punti di vista, sembra quasi che ([uelle macchie tendano a rav- 
vicinarsi^ per simulare una qualche figura di quelle che si asservano in sul 
manto del vero leopardo. Nelle gambe e nella coda le macchie sono meno fre- 
quenti^ più graìidi e meno regolari; anzi quest'ultima è circondata da un tri- 
plice anello nero, e si termina con l'estremo apice biancheggiante. Il ventre 
è tutto bianco e senza macchia^ così pure è del mento. Sulla faccia poi si 
veggono solo due liste nere, le quali dall'angolo interno deirocchio scendono 
aj)rendosi verso l'angolo della bocca. Il labro superiore b guernito dalle vi- 
brisse ga fesche disposte in quattro ordini. 

La dentizione dei nostri animali si riassume cosi : 

Incisivi \ canini {— molari ^^^jEt"* • 

1 denti incisivi sono piccolissimi aciculari e ravvicinati. I canini sono spor- 
genti conici alquanto ripiegali e solcati verso l'apice internamente. Dei mo* 
lari i quattro anteriori sono mono— cuspidati a base aciculata, i due posteriori 
appariscono bicuspidati in ogni mascella, portando i superiori il tallone interna 
caratteristico dei denti fierini. Le arcate dentarie superiori mostravano le trac- 
eie degli ultimi due molari tubercolosi. Fra gl'incisivi ed i canini non vi ha 
diastema sensibile, ma si riscontra un vuoto fFa quest'ultimi ed il primo mo- 
lare anteriore. 

Risulta da questi studj che per 1' armatura dentaria i nostri ghepaixli si 
avrebbero da riportare al genere Felis^ e cosi venne fatto dai naturalisti meno 
recenti. La struttura peraltro delle estremità e le unghie non retrattili delle 
medesime, ne li discostavano troppo manifestamente, per non poterveli con- 
servare in un metodo di classificazione naturale degli animali. VA infatti avea 
già proposto una simile separazione del ghepardo dai felini, il Barone Giorgio 
Cuvier' nella 2* edizione del suo 'Regno animale (anno 1829), scrivendo nel pri- 
mo volume a pag. i6i cos'i : « Ou pourrait raettré dans un sousgenre a part 
)) une cspccc qui a la tétc plus ronde et plus courte, et doni les ongles ne 
» sont pas re'tractiles. C'est le Guepard ou tigre chasseur des Indes (Felis 



— 37 — 

yt jubata Schrebcr, 105; et mieux Felis gattaia^ id. 105, b), de la taille du 
» Leopard, mais plus élance, plus haut sor jambcs; la qucne aaelée au bui; 
» le pelage fauve, seme de petites ladies noires uniformes, un trait noir al- 
» lant de ToeU a l'angle de la bouchc. Son naturel diff^re du reste du genre 
» par une extrème douceur et une grande facilité a s'apprivoiser ». Ma fu 
AVagler (i)clie nell'anno 1830 stabili definitivamente per questi animali un nuovo 
{genere al quale diede il nome di Cjrnailurus dalle due voci greche x^^^ <^aue 
ed at'kovpog gatto, ad esprìmere che quelle riuniscono i caratteri di questi due 
esseri nemici irreconciliabili fra loro. I caratteri del Cynailurus si potrebbero 
fraseggiare così ^ Felis uiiguibus non retractilihus ». Schroeder preferì chia- 
mare Cjrnaelurus questo nuovo genere di poppanti, e Lesson (2) lo volle ap- 
pellato Cjrnofelis facendo l'innesto ibrido di una voce greca con un altra Ialina. 
Certo che la dottrina della subordinazione dei caratteri^ la quale tanto me- 
ritata gloria arrecò all'Aristotile francese, soffre una notevolissima eccezione 
per questi animali. Ed infatti chi mai fra i naturalisti, dalle mascelle di un 
ghepardo, non. avrebbe conchiuso che questo animale dovesse avere le unghie 
acciarate aguzze e retrattili, siccome a tutti gli altri felini concesse natura ? 
Intanto egli e innegabile che i nostri animali offrono un tipo interessan-- 
tissimo di transizione fra quei due generi, da 'quali è stato tratto il loro nome 
novello; tipo che serve acconciamente alla storia di quelle organiche gradua- 
zioni, su delle quali si è preteso di fondare la speciosa teorìa dell'organico 
mutabilismo. 

Non vuoisi però dimenticato, che per questa nuova teoria, i filosofi della 
natura trascendendo dai liqniti della osservazione, retrocedono fra le nebbie 
dei secoli passati, infino all'epoca del primitivo sviluppo o della pretesa tras- 
formazione prima degli animali; e. che quindi ritornando dal mondo di Car* 
lesio, quasi avessero ivi assistito in carne ed ossa alle meraviglie della proto- 
genesi, dettano qual più qual meno asseveran temente, una storia romantica 
della creazione degli animali e degli uomini. 

Ora noi, mai non soscrivendo a si nocevoli ed immaginarie dottrine, non 
ci riteniamo in pari tempo obligati, come ebbe avanzato taluno, a negare od 
a svisare i fatti meglio accertati della scienza. Quello che neghiamo si è il 
nesso e le conseguenze che dai fatti medesimi si vorrebbero derivate; dapoichè 
mancano le prove di osservazione e di data, necessarie per assicurarsi di uno 
dei termini essenziali della questione dibattuta; cioè a dire di quanto è relativo 

(1) Vagler. Mainm. 1S30. Cynailurus. 
(%) Lesson. Mamm. ad. t842. CynofeH$. 



-^ 38 --. 

alla mutabilità delle specie, costatata nei tempi storici. Riteniamo perciò die 
la auQva teoria supera i limiti assegnati alle sciente di oaservazionc. 

Ma torniamo al nostro assunto. Non h solo l'apparente struttura che per- 
suade ben stabilito un nuovo genere di animali per i ghepardi » intermediario 
al Felis ed al Canis dì Linneo; ma Tosservazione degli istinti e delle abi- 
tudini di questi animali lo conferma ancora più chiaramente. 

Narreremo quello che noi abbiamo veduto in circa quattix> mesi di osserva- 
zione. I ghepardi stando di buon umore facevano sentire il ron-rùn del gatto; 
miagulavano commesso, quasi fossero piccini; rugavano sordamente irritati, ed 
udimmo ch'essi avevano una specie di latrato gutturale^ concitato e brevis- 
simo, e soffiavano stizziti. Giuocavano con alcuni globi di légno, come fanno 
i gatti co'sorci. Si accovacciavano o strisciavansi lungo le pareti della lor cella, 
e di repente gli uni su gli altri si carolavano saltando. L'istinto di nettezza 
naturale, cosi marcato nei gatti , in essi manca del tutto; ed insudiciano i 
loro stessi giacigli, come mai si vede nei felini. Del resto per queste funzioni 
somigliano a quest'ultimi. Àvidi sommamente nel pasto, non hanno pazienza 
per maciullare; ed abbandonavano la carne quando il tessuto tendineo esig- 
gcva un'opera più prolungata dei denti; il grasso era pui*e da loro rifiutato. 
Prontissimi nel tracannare, si davano scambievolmente la caccia^ per ghermirne 
a quegli che non avesse con la stessa sollecitudine disbrigato il suo pasto. 
Avvicinandosi l'ora del cibo divenivano inquieti, andavano stropicciando il loro 
fianco contro delle inferriate, miagulavano e ronzavano siccome i gatti, e ru- 
gavano com'cssi óve taluno se li avvicinasse mentre stavano mangiando. 

La femmina ci apparve meno carezzevole dei maschi : forse la corte che 
questi già gli andavano facendo l'avea messa in sossieguo. 

È cosa straordinaria la leggerezza che questi animali dimostrano nel saito. 
AUoixjuando noi li vedemmo la prima volta nel giardino del Vaticano, li scor- 
gemmo correre e carolare, spiccando salti grotteschi improvisi; ed uno di essi 
inerpicato su di una scala a pijuoli, si slanciò in una lontana fenestra ed 
evase dal capannone ove era custodito con gli altri. 

Riconoscono facilmente chi li custodisce, e lo sieguono e gli obbediscono. 
Amano però afferrare con le zampe le gambe dei visitatori, facendo il resto 
coi denti. Allorquando taluno entrava nel loro ricinto sembrava ch'essi si com- 
piacessero di dìiudergli il varco. La vista dei cani, dei gatti ed anche quella 
dei cavalli, li metteva in sospetto o gli eccitava a sdegno. Non sono neanche 
molto umani coi fanciulli. Il semplice aspetto del bastone bastava per met- 
terli di mal umore, quantunque da parte nostra mai ne avessero sperimentata 



A 



9 



Tefficacia. L'uomo che l'ebbe in custodia, un giorno che azxardossi d'entrar 
solo a distribuirgli la carne, dovette lottare lungamente con loro per uscirne, 
e ne ebbe tutti laceri i calzoni. Sono questi gli animali dei quali si è scrìtto 
che non facevano danno all'uomo? Prima di rispondere conviene dileguare 
qualche dubbio. 

! naturalisti moderni ammisero con X Hermann col jDui>ernqy, Hamilton 
Smith^ Gervais ed altri, due distinte specie di ghepardi; il Ghepardo a cri^ 
iti'eraj Felis juhata cioè di Schreber (i)j ed il Ghepardi macchiato^ Felis gut- 
tatA di Hermann (fi). Da qui trassetx) i recenti, e Brchm fra questi, il Cj:- 
naihirus jubatns «d il Cynailurus guttatus. 

I caratteri della Felis juhata furono epilogati dal Fischer (3) cosi: 

V Ochracea, maculis copiosis rotundis, fasciaque a cantho oculorum interno 
» ad labìa atri:s; cervice jubata, ungnibus fixis} cau<la corpore breviore .... ^ 
{Guepard- Btifibn, Jaguar ou Leopard Buffon, Youze Persis, Xloo^iùtXtq ìltycnpa 
Oppiani, ecc. 

Aggiunse poi nelle addizioni alla sua c^era (4) quest'altra frase. 

« F^ii$ jabata, dilute flava, maculis parvis rotundis nigris; artubus longis; 
)) collo )$ubjubato; ungnibus semi-retractilibns (Griff. Anim. Kingd. V. 42S. 9. 
» Maned flutiting Leopard) ». 

Per queHo si riferisce alla Felis guttata^ Tauiore ora citato la descrisse,, 
nelle aggiunte alla Sinossi dei poppanti, ^otto il nome di Felis venatica di 
Hamilton Smith con le seguenti parole : <( Nitidius flava quam jubata, gapite 
» minore ^bsque uUo jubae vestigio ; ungnibus semi-retractilibos; artubus 
» longioribus habituque universo raagis canino quam in F. jubata. Grìff. Anim. 
» Kingd. V. 426. 10 (Maneless Hunting Leopard.) Cheta Indis ? »* 

II Prof. Gervais (s) ha descritto queste «due specie presso a poco con le 
stesse parole. Kcco infatti quello che se ne iegge presso «di questo autore : 

« Le Guépard a 4:rinière est celui que Schraber nommait Felis f ubata. 
^ c'cst atossi te Le'opard k crini^*e de quelqnes auteurs : il a la robe jaune 
» nankin^ seme'e partou^t^ méme sous le ventre de tacbes rondes^ pleines et 
» de couleur foncée; les polis de son con s*allongent eu partie sous la forme 
» d'un courte crinière. On 1« dit de Sumatra, mais il est plus .probablemetit 



^^^t^biA-^^U^^^^ 



(1) Die Sattgtfuere in abbildungen «ach der Natar mk BoBcdireiboagen. Erlaag 1775. Leg. I 

(2) Observationes Zoologicae. Opus posthumùm. Edtdit ¥r. Hamincr. Argeat. 1804. 4. 
t3) Syaopfiis MiMaflialiaai. Stut^anfiae 1829» pag. 28! . 

(4) V. Op. cit; in fine Addenda tt emendunda. 

(5) Opera e Iu4>go citato. 



-^ 40 — 

» des paities méridionales de fx^sic continentale. On s'en sert pòur la chasse 
)> en Perse et dans plusieurs régìons de l'Inde. 

» Le Guépard moucheté qu* Hermann a distingue sous le nom de Felis 
n guttatdy a, suivant Duvernoy, les formes plus grèles, les jambes plus bau- 
n ies, le pelage fauve orange^ ou clair, parsemi de taches rondes et noires^ 
» cxcepte en dessous, où il est quelquefois d*nn blanc pur et sans aucune 
>ì tacbe, ou tout au plus marque de taches ternes. C*est le Guepard d'Afri - 
)^ que. Oa le prend au Gap, au Senegal, dans le Cordofan ». 

Non vi è bisogno di aggiungere parole per indicare che i nostri ghepardi 
appartengono a questa seconda specie, la quale o non fu conosciuta, o fu con- 
fusa dai naturalisti della fine del secolo passato e del principio dell'attuale, con 
diversi altri animali vicini. 

Sarebbe mai che il ravvicinamento indicato da noi sul principio dalla iden-. 
tita del nome dato in Persia al Ghepardo ed alla Lonza, secondo U testimo- 
nianze di Buffon e di Gervaìs , dovesse poi finire col verificarsi; divenendo 
per la scienza sinonimi il Felis gattaia di Hermann, e la Felis ancia di 
Gmelin ? Noi non abbiamo che prove induttive per appoggiare un simile rav- 
vicinamento. Cerio però che confrontando i caratteri riportati dal Barone Cahier 
siccome propri! della Lonza (i) con quelli che troviamo assegnati dai scrittori 
alla specie del Ghepardo macchiato; tutta la differenza si può ridurre alle mac- 
chie ineguali e non esattamente rotonde, irregolari o frastagliate talvolta , e 
sparsp o ravvicinate confusamente. Confrontando questi caratteri con quelli che 
ssi riscontrano nei nostri esemplari viventi, dobbiamo confessare che la diff5e- 
renza ci si fa presso che impercettibile. Ed infatti in alcuni punti del manto 
di questi, abbiamo osservato delle macchie non esattamente rotonde ma sub- 
triangolari, smarginate, e ravvicinate in guisa da costituire figure irregolari. 
La coda poi lunga cosi da toccare il suolo. È vero che Brehm ha deciso già (2) 
la questione, avendo dato per la Felis ancia la figura, e la descrizione dell' 
Ocelot di Buffon (XIII. pi. XXXV e XXXVf) ossia del Felis pardalis di Linneo. 
L'equivoco però viene presto dileguato ove, rileggendo in Cuvier i caratteri di 

i ' 

(1) <c VOnce de Buffon, IX. pi. XIII {Felù uncia Gmelin) diffère des panthi res et des léo- 
D pards par de taches plus inégales, semées plus irrégulièrment, en partie écbancrées ou annelées, 
)) ecc. Il parait qu'elle se trouve en Perse. Nous ne la connaissons que pour la figure de Buffon, 
» et par celle que M. Hamilton Smith a insérée dans la traduction anglaise du présent ouvrage, 
» d'après un individu qui a vécu à Londres. » 

(2) La vie des animaux illustrée Par A. E. Brehm. Editipn Francaise Revue par Z. Gerbe. 
Les mammifèrcs. Paris J. B. Baillière et Fils. V. I. pag. 274. 



— 41 — 

quest'ultimo animale, si confroutiao con quelli già trascritti dal medesimo au- 
tore ed assegnati alla Felis ancia (i). Ed infatti VOcelot ivi si legge essere <( un 
(( peu plus bas sur jambes que la plupart des autres, gris, à grandes taches 
» fauves bordées de noir, formant des bandes oblìques sur les flancs. De tout 
ìì rAmeri(}ue » (2): mentre della Felis uncia scrìsse che « difFere des panthères 
» et des léopards par des ladies plus inégales, semées plus irregullèrment, ea 
» partie ecliancrees ou annelées. Il parait qu*elle se trouve en Perse ». 

Arroge che Dante Alighieri non avrebbe sicuramente, come fu da noi già 
indicato, potuto descrìvere la Lonza nel suo poema, essendo egli morto più 
di un secolo e mezzo prima del discuoprimento dell'America (3), se quell'ani- 
male fosse stato abitatore del nuovo continente, siccome il Cuyier ebbe asserito 
del Felis pardalis : ed il Plinio francese non avrebbe taciuto parlando della 
Lonza quel marcatissimo carattere che sono le macchie castagnine orlate di 
nerOf e disposte in quattro ordini sui fianchi quali appunto si osservano nel 
Felis pardalis od Ocelot', animale che si vorrebbe oggi confondere con quella 
piccola pantera, che il BuSbn disse esseve la Lonza degli Italiani. Noi confes- 
siamo di non esser portati ad ammettere la proposta dalFautore tedesco su nomi- 
nato. Basta infatti rileggere quanto il celebre Conte di Buffon ebbe scrìtto in- 
tomo a quest'ultimo animale, per rimanere convinti che solo un equivoco ha 
potuto fai* confondere la Felis uncia con la Felis onca e con la Felis pardalis. 
Del rimanente onde raccogliere dallo scrittore ora lodato quanto può. con- 
fermare la maniera di vedere già enunciata da noi, per la quale cioè il Ghepardo, 
e la piccola Pantera o Lonza del Conte di Buffon, non avrebbero a considerarsi 
che come specie distinte del nuovo genere ,Cynailurus', rappresentando il pri- 
mo, ossia il Ghepardo il Cjnailurus jubatus; e riportandosi là seconda, os- 
sia la Lonza al Cynailurus guttatus sopra descritto: crediamo utile di epi- 
logare quanto intorno si all'una che all'altra specie^ si trova sparso nelle diverse 
edizioni delle opere di Buffon -, il quale raccolse dagli autori che lo pre- 
cedettero^ copia insigne di documenti atti a convalidare lo stabilimento delle 
medesime : quantunque egli , più liggio alle leggi dell'analogia che a quel- 
le meno cedevoli della natura, ripugnasse sistematicamente dalla costituzione 
dei generì zoologici, fondati dal più umile^ ma intanto più fortunato suo ri- 
vale^ ossia dallo svedese Carlo Linneo. 

(i) y. la nota (i) della pagina 40. 

(2) Cavier, Le fiegne Animai. V. I. Ed. 2. pag. 164. 

(3) Colombo scoperse l'America nel 1492. Ed i viaggi e le scoperte di Merico Vespucci rimon- 
tano al 1497. 



— 41? — 

Prima dunque riporteremo quello che è relativo al ghepardo: trascriveremo 
poscia quanto si riferisce alla piccola pantera o lonza, che diviene soggetto 
principalissimo della questione attuale. 

Nella edizione francese in ,4? pubblicata coi tipi della stamperia reale nel- 
Tanno 1787, al tomo VI degli animali quadrupedi sotto il titolo Le Mar^aj 
(pag. 71 e 72) leggiamo ciò che siegue : « Il y a encore un animai de ce 
» genre qui serable diffe'rer de tous ceux que nous venons de noramer^ les 
» fourreurs Tappellent guépard. Nous en avons vu plusieurs peaux, elles res- 
» semblent a celles du Linx par la longueur du poii, mais les oreilles n'etant 
» pas terminées par un pinceau , le guepard n^est point un lynx , il n'est 
)) aussi ni panthère ni léopard, il n a pas le poil court corame ces animaux, 
» et il diflFère de tous par une espèce de crinière on de poil long de quatre 
)) ou cinq ponces qu'il port sur le cou et entre les dpaules; il a aussi le poil 
)) du veìitre long de trois a quatre pouces , et la queue a proportion plus 
» courte que la panthère, le le'opard ou \!once. Il est à peu-près de la taille 
» de ce dernier animai^ n'ayant qu'cnviron trois pieds et demi de longueur 
» de corps : au reste sa robe , qui est d'un jaune très—pàle , est parsemee 
)> comme celle du léopard de taches noires^ mais plus voisines les unes de$ 
» autres et plus petites, n*ayant que Irois ou quatre lignes de diamètre. 

» J'ai pens^ que cet animai devoit étre le méme que cclui qu'indique Kolbc 
» sous le nom. del loup—tigre) je cite ici sa description (e) pour qu'on puisse 
» la comparer avec la nótre; c'est un animai commun dans les terres voisi- 
» nes du cap de Bonne— espéraqce : tout le jour il se tient dans des fentes 
» de rochers ou dans des trous qu'il se creuse en terre; pendant la nuit il 
» va chercher sa proie; mais comme il burle en chassant son gibier, il avertit 
» les hòmmes, et les animaux^ en sorte qu*il est assez aise' de l'eVilcr ou de 
» le tuer. Au reste, il parait que le mot guépard est de'riVc de Léopard, 
» C'est ainsi que les Allemands et les llollandois appellent le leopard. Nous 
» avons aussi reconnu quii j a des mriétés dans cette espèce pour le fond 
» du poil et pour la couleur des taehes, mais tous les guépards ont le cara- 
)) etère commun des longs poils sous le v^entre^ et de la crinière sur le cou ». 

Dal passo qui riferito, noi desumiamo i? che il ghepardo per la sua sta- 
tura è simile alla lonza : 2."" Che già il Kolbe chiamandolo lupo-tigre avea 
iniziata la costituzione di un nuovo genere per ([ucsti animali : 3? Che il 
conte' di Buffon, pure ammettendo che vi avessero diverse varietà di ghepardi, 
cadde in errore, assegnando siccome carattere comune a tutti la lunghezza del 
pelo sotto il ventre e la presenza della criniera sul collo. 



_• A3 — 

La descrizione di Kolbe riportata dallo insigne naturalista francese non è 
meno istruttiva, e per la nostra questione, riesce vantaggioso di riportarla 
quale nella edizione su citata si legge. 

{Loup-tigre). « (e) 11 est de la taille d'un chien ordinaire, et rjuelquefois plus 
» gros: sa téle est large cornine celle des dogues^ que Tou f^it hattre cu Àn- 
» glelerre contre les taureaux; il ales màclioircs grosses aussi-bien que le museau 
» et les yeux, ses dents sont fort tranchantes; son poil est frisé comme celai 
)i d^un chien barbet et tachete' comme celui du tigre; il a les pattes larges 
» et arme'es des grosses griies, cfu^il retire quand il s^eut^ comme les chats} 

» sa queue est courle il a pour mortels ennemis le lion, le tigre et le 

» léopard, qui lui donnent très-souvent la chasse; ils le poursuìvent jusque 
» dans sa tanière, se jettcnt sur lui et le mettent en piéces (Description du 
>i Gap de Bonne-cspèranee par Kolbe, tome III, page 69 et 70)». 

L'autore che riportò questa nota avendo detto del suo ghepardo « J'ai pense 
» que cet •animai dcvoit étre le méme que celui qu' indique Kolbe sous le 
» nera de loup-tigre » avrebbe dovuto aggiungere che fra le varietà del pri- 
mo animale, se ne rinveniva una che avea (c son poil frise' comme celui d*un 
» chien barbet », e ciò che più monta, mancante « de la crinière sur le cou » 
per non contradirsi. FA il Kolbe non descriveva sicuramente un ghepardo allor- 
quando asseriva ch'egli e armato di grossi artigli ^ qu'il retire quand il veut, 
>» comme les chats » dapoichè tale facoltà, e possiamo assicurarlo per l'osser- 
vazione fatta nei nostri individui, a quel genere di animali non è concessa )). 

Nella edizione veneta dell'opera che andiamo commentando ( Venezia anno 
1789. Tomo XXI degli animali quadrupedi pag. 217) troviamo che l'autore fran- 
cese avea scritto prima « di questi animali (ossia de ghepardi) non ho veduto 
» che due pelli, l'una delle quali avea tre piedi e mezzo di lunghezza dalla 
» estremità del muso (ino all'origine della coda, che era lunga un piede e 
» otto pollici. Il pelo era morbido» lungo un piede (!) sulla maggior parte 
yi del corpo, lungo tre pollici e mezzo sul disopra del collo e tra le spalle 
» in foiina di piccola chioma la quale non si vede sulle tigri, sulle pantere, 
» sui leopardi )>, ecc. Se non fosse sbaglio di stampa, il pelo d'un piede, ossia 
di dodici pollici di lunghezza , cambierebbe i ghepardi in capre di Angola. 
Nella edizione, stessa leggiamo poi la descrizione del ghepardo (volume e luogo 
indicato) . ripresa con queste parole : 

i< Il pelo della pelle del ghepardo era di color bianco sporco, con una leg- 
h gera tinta di falbo, principalmente sulla testa e sulle quattro gambe. Tutta 
» questa pelle era sparsa di piccole macchie nere quasi rotonde^ situate molto 



— 44 — 

» vicino le une alle altre^ principalmente lungo il dorso e la coda, quelle del 
» ventre erano le più distanti^ e quelle delle coscie erano le più grandi ; 
» per altro esse non avevano che un mezzo pollice in circa di diametro^ La 
)) chioma era mischiata d'un bruno nericcio e di un giallo scolorito e pallido, 
» e i suoi peli erano duri. Eravi una striscia che s^estendes^a deUf angolo 
» della bocca fino alV angolo anteriore del f occhio. Le orecchie non aveano 
» che due pollici di lunghezza; il basso della lor faccia esterna era nero; il 
)) di sotto della guancia (mascella) inferiore aveva un color bianco, Testre- 
» mita della coda era nera. 

» L^altra pelle di ghepardo non aveva che tre piedi di lunghezza e la coda 
» un piede e due pollici. Essa pareva provenire da un animale più giovane; 
» non era diversa dalla prima se non perchè il suo pelo era più lungo, cc- 
» cettuatone quel della chioma 11 colore biancastm del fondo era più chiaro. 
» Del resto i colori su queste due pelli erano perfettamente gli stessi ». 

Dai passi ora trascritti , si può conchiuderc che il Buffon non conobbe 
altro che le pelli del ghepardo a criniera. Che in queste si rinviene la 
striscia nera o scura , marcata dall* angolo interno od anteriore dell' occhio 
insino alla commissura delle labbra; siccome neiraltra specie, ossia nel ghe- 
pardo macchiato : . mentre invece le macchie del ventre sono caratteristiche 
del primo , che ha pure nero l'apice della coda. Finalmente che il pelo di 
questi animali diminuisce di lunghezza in ragione dell'età, dentro certi li- 
miti; ed infatti fu trovato più lungo dal Buffon nella pelle appartenente ad 
un più giovane animale. 

Se ci facciamo adesso a raccogliere quanto venne scritto intorno alla pic- 
cola pantera o lonza dallo stesso autore noi troviamo argomenti, a parer no- 
stro, non dispregievoli per sostenere il ravvicinamento proposto di questa spe- 
cie, non conosciuta in natura dal Conte di Buffon e da G. Cuvier, con il ghe- 
pardo macchiato ossia col Cjnailurus guttatus de^ìi scvhiorì moderni. Difatti 
il già più volte lodato naturalista francese, nell'articolo destinato alla grande, 
alla piccola pantera ed al leopardo, ne parla cosi (Rdiz. Veneta del 1788. Vói. XII 
degli Animali quadrupedi^ pag.. 36). 

<( La seconda specie e la piccola pantera di Oppiano {De venatione, lib« HI) 
» a cui gli antichi non hanno dato verun nome particolare. I moderni viag- 
)) giatori francesi però Thanuo chiamata once dal nome corrotto Ijnx o lunx, 
)> Noi conserveremo a questo animale il nome di onze (e noi in italiano Io 
» chiameremo lonza ^ nome dàgV Italiani già adottato)^ che ci sembra ben 
» applicato, percH difatti esso ha alcune relazioni colla lince. » 



— 45 — 

Potremmo qui rajfnmentare quello che abbiamo trascritto di sopra dalPedi- 
zione francese relativamente alle pelli del ghepardo <( elles ressemhlent à 
» celles du linx »: potremmo ricordare pure che i Persiani chiamano ^ per 
le testimonianze riportate dallo stesso conte* di Buffon, quesi^ultime bestie col 
nome di jouzze^ è forse fra youzze e lunx vi è maggior rapporto che fra 
lanx ed once : potremmo aggiungere che il Fischer (Op. e luogo cit.) indica, 
insieme con il guepard dì Buffon, ilUapdahq ohyortpoq quale probabile sino- 
nimo AelìSL Felis jubata di Schreber^ o della Felis guttata di Hermann: fi- 
nalmente non andrebbe dimenticata la sentenza di Gervais, la quale ci assi- 
cura che il ghepardo si chiama jrouse nella Persia e nelflndia. Ora tutti que- 
sti argomenti presi insieme, ognuno vede che presterebbero per le analogie 
nominali qui riferite, un appoggio di qualche peso al ravvicinamento proposto. 

Seguiamo però il Buffon nella descrizione dei caratteri della specie che 
c'interessa. Esso continua cosi : 

(c La statura AaW onza o lonza è molto più piccola di quella della pan- 
» tera, poiché il suo corpo non ha che tre piedi e mezzo in circa di lunghezza 
)> (quanti cioè lo stesso autore né misurò sulle pelli dei ghepardi) il che forma 
M presso a poco la statura della lince; il suo pelo h più lungo di quello della 
h pantera e la coda è ancor molto più lunga avendo tre piedi di lunghezza, 
» e talvolta anche più, non ostante che il corpo della lonza sia in tutto circa 
» un terzo più piccolo di quello della pantera, la cui coda non arriva a due 
» piedi e tutto al più a due piedi e mezzo. Il fondo del pelo della lonza h 
» d'un grigio biancastro sul dorso e sui lati del corpo e à^un grigio anche 
» più bianco sotto il ventre] per lo contrario il dorso e i fianchi della pan- 
}) tera sono costantemente d' un falbo più o meno carico. Le macchie sono 
» in amendue presso a poco della stessa forma e della medesima grandezza )>. 

Consultando la figura della lonza aggiunta nella edizione da noi qui citata, 
e colorita nel nostrq esemplai*e, noi troviamo prima di tutto le due linee' 
scure, che abbiamo detto nei ghepardi partirsi dall'angolo interno dell'occhio 
dirigendosi verso la commessura delle labbra : troviamo in secondo luogo il 
ventre senza macchie di sorta alcuna : terzo finalmente il colore del manto 
e le macchie nere del medesimo ineguali, irregolari; altre sub-triangolari ed 
angolose, altre rotonde e senza ordine ben deciso ravvicinate; e pertanto più 
che al manto della pantera, somiglianti a quelle del ghepardo macchiato. Me 
potrebbe fare grande ostacolo la diversa proporzione della coda, giacche ac- 
cennammo che questa nei nostri animali abbandonata a sé stessa tocca il 
suolo; e non conosciamo molti esempi di quadrupedi che l'abbiamo più pro- 
lissa dell'altezza assegnata loro dalla natura. 



46 ' 

Lo scrittore francese dopo di avere indicato che gli arabi chiamano faadh 
questo animale, aggiunge che il Dottor Shavv lo rassomiglia al leopardo perchè 
è macchiato com^ esso. Ahbmmo ricordata di sopra la somiglianza ammessa 
dagli autori fra il Ghepurdo ed il Leopardo; sicché potremmo concluderne 
anche da ciò vantaggiosamente per il proposto ravvicinamento: giacche quae 
corweniunt uni tertio, coiweniunt Inter se. Che anzi conferma questo modo 
di vedere ciò che lo stesso Shavi^ ebbe aggiunto accennando che il Faadh 
ha la pelle più oscura e più ruvida ed è meno feroce. Ed in verità è note- 
volmente ruvida la pelle dei ghepardi macchiati^ ed i medesimi sono senz*al- 
cun dubbio meno feroci dei Leopardi. « D'altra parte sappiamo per un passo 
» di Alberto Magno commentato da'Gesnero che ì\ phet o phed (Aphed id est 
» Leopardus minor Albertus) degli Arabi è stato chiamato in italiano e in al- 
» cune altre lingue europee luenza o lonza.,. ». 

A questo interessantissimo passo, h aggiunta la nota seguente, che nella se- 
conda edizione veneta delle opere di Buffon non sappiamo perchè venne omessa. 

« 1 Persiani hanno una certa bestia chiamata Onza, ossia Lonza^ che ha 
ìì la pelle macchiata come una tigre, ma cb'c molto docile e molto famiglia- 
)> re. Un cacciatore se la porta in groppa a cavallo, e quando ha scoperta 
j> la gazzella, mette a terra subitamente la Lonza la quale è si leggera che 
» in tre salti s'avventa al collo della gazzella benché ella corra con incredi- 
» bile prestezza. La gazzella è una specie di piccol capriuolo, di cui il paese 
» è ripieno : la Lonza la strangola incontanente co' suoi denti aguzzi; ma se 
' » per avventura ella falla il colpo e la gazzella le sfugge, rimane sul campo 
» svergognata e confusa, e in tale confusione la potrebbe prendere perfino 
» un fanciullo senza ch'essa se ne difendesse (Viaggio di Tavernier Roan 1713 
» Tomo 11, pag, 26) j>. 

Dicemmo in principio che il Baron Cuvier parlando del Ghepvrdo chiamollo 
pure Tigre cacciatrice degli indiani. Tavernier scriveva che la Lonza ha la 
pelle macchiata come la tigre, e narra come i Persiani se ne servivano alla 
caccia, aggiungendo che quella bestia si chiamava Lonza. Crediamo adunque 
trarre anche da ciò uh nuovo argomento per la proposta illazione. 

« Per le grandi caccie si fa uso delle bestie feroci addestrate a cacciare , 
» leoni, leopardi, tigri, pantere^ loiize : i persiani chiamano quest'ultime be- 
>• stie col nome di Vouzze : esse non fanno agli uomini ver un male; un cac- 
» ciatore se ne porta una in groppa a cavallo, cogli occhi bendati, attaccata 
» ad una catena, tiensi sui passi delle bestie che vengono ricacciate, e che 
» si fanno passare dinnanzi ad essa più da vicino che sia possibile : quando 



— 47 — 

» il cacciatore ne scorge qoalcuna sbenda gli occhi alla lonza, le rivolta la 
» testa dal lato della bestia ricacciata; snella la scorge getta un grido, slau-^ 
» cìasi a gran salti, gettasi sulla bestia e l'atterra; ma se non la raggiunge 
» dopo alcuni salti, disgustasi d'ordinario e s arresta; allora si va a prender- 
» la, e per consolarla la si accarezza ... Ho veduto una caccia siffatta nel- 
» l'Ircania, l'anno 1666 . . . Hannovi cola di queste bestie addestrate che fanno 
» destramente la caccia; si strascinano sul ventre. lungo le siepi e le fratte 
» finché giungan vicino alla preda, e allora vi si slanciano sopra (Viaggio di 
» Chaudin nella Persia, ecc. Amsterdam I7ii. Tom. II. pag. 32 e 33). Vedi 
» parimenti il viaggio intorno al mondo di Gemello Carreri (Parigi I7i9. To- 
» mo H, pag. 96 e 212) ove per altro l'autore sembra aver tolto molte cose 
» da Chaudin. 

» Quo tempore perveni Alexandriam duos pardos vidi a pud 

A Antonium Calepium . . . Usque adhuc cicures erant et mansueti ut sem- 
» per in lectulis decumbentes dormiebant . . . Carne eos nutriebant : saepc 
)) a nobis cnm pardo ibatur ad venandas gazzellas , et pugnam inter ipsos 
» pulcherrimam quae fìebat admirabamur, praesertim gazellae artificium cum 
» pardo cprnibus duiùssimis armatae pugnando, sed eam tamen multo fatiga- 
)) tam atque ex pugna admodum defessam interìmebat. Cairi postea vidimus 
» qufimdam mulierem quinque catulos recentes a panthera efFusos ex Arabe 
» coemisse eosque ut felcs aluisse . • . • Erant omnino visu pulcherrimi albi- 
» cabant colore macalis parvis rotundis toto carpare svariati .... Parum qui- 
» dem differentiae inter pàrdum et pan iherara observavimus intercedere : pan- 
» thera quidem major et toto corporc est et capite , atque multo ' ferocior 
» (Prosper. Alpin. Histor. Aegypt. pars I. Lugd. Batav. 1735. pag. 238 ». 

K Accepi a quodam oculato teste in aula regis Galliarum Icopardos duo- 
» rum generum ali, magnitudine tantum diflferentes : majores vituli corpu- 
M lentia esse, humiliores, oblongiores; alteros minores ad canis molem acce^ 
» rfere, et unum ex minoribus aliquando ad spectaculum regi exfaibendum , 
» a bestiario aut venatore equo insidente, a t«rgo super stragulo aut pul- 
» vino vehi alligatum catena, et lepore objecto dimitti, quem illc saltibus alì- 
» quot bene magnis assecutus jugulet (Gesner. Hist. Quadrup. pag. 83l) ...» 
Queste storie e queste autorità riportate dal conte di Buffon nell articolo 
della piccola pantera ^ 'da lui definita e chiamata Once Luenza o Lonza ; 
quella gravissima di Prospero Alpino che vide precisamente nelfAlessandria, 
dalla quale sono' provenuti i nostri individui , gli animali ammessi come 
lonze dal francese naturalista, e che rivide pure nel Cairo taluni di quelli 



— 48 — 

animali piccini maculis pan^is rotundis tota carpare svariati : la testimo- 
nianza di Gesnero, che sulla fede di un testimonio oculare, asserisce che nella 
corte reale di Francia si possedeva un leopardo della mole di un cane, e che 
si adoperava alla caccia; siccome alla caccia si adoperavano le piccole pan- 
tere o lonze, secondo quello che dal conte di Buffon ne abbiamo trascritto , 
e come oggi pure vi si adoperano i ghepardi: il ricordare finalmente, che il 
Ghepardo a criniera essendo indigeno dell'Asia , quello macchiato è proprio 
soltanto delPAfrica (dalla quale i nostri esemplari, di abito cagnesco e di pelle 
maccbiuzzata alla maniera che venne descritta da Prospero Alpino, ci sono pro- 
venuti/: tutto ci porta a ritenere, che probabilmente si possano riguardare 
per lonze, gli animali venuti dalPAbissinia in dono al Sommo Pontefice Papa 
Pio IX: i quali rinnoverebbero così la grata memoria del presente già fatto al Pon- 
tefice Leone X da quel Emanuelto di Portogallo, che costituì Tera d'oro per il 
suo regno; siccome Leone X die nome al suo secolo, e il IX Pio darallo al suo. 

Abbiamo accennato che oggi ancora i ghepardi si adoperano alle caccie , 
che anzi 1 arte onde queste vengon condotte, richiama e conferma quello che 
intorno alla lonza ne ebbe narrato il Buflfon. 

Ne trarremo qualche appunto dall'opera di Brehm (Voi. I, pag. 314). Co- 
minciando dal .ricordare che i ghepardi d'Africa si adattano, quantunque meu 
facilmente di quelli d'Asia, alla caccia, lo che vien confermato dall'autore^testè 
citato con queste parole : 

(c On a dit que les Abyssiniens se servaient aussi du guèpard d'Afrique pour 
» la cliasse; )e n'en ai rien vu, et ni Rùppel ni Heuglin n'en partenti Von- 
» der-Decken m'a assur^ cependant avoir vu des guepaids drCvSses et appri- 
)) voisés chez les Arabes du nord de Sahara ». 

(( Pour ces chasses, on chaperonne le guepard, et on les place sur un petit 
» chariot a deux roues propre au pays. Quelques chasseurs le prennent en crou- 
» pe. Lorsqu'qn a de'couvert une troupe de'gibier, on cherche k Tapprocher 
» autant que possible^ et dès qulon n'en est plus qu a deux on trois cents 
» mètres, le chasseur, d^chaperonnant le guépard, lui montre le proie. 

» Dfes quii l'a aper^ue, toute son ardeur s'éveille, tonte sa ruse et sa sou- 
» plesse se manifestent. Sans bruit, il descend du chariot, rampe vers le trou- 
)) peau^ bondit sur la victime et la renverse ». 

Chi non direbbe che la descrizione di Brehm è calcata per la parte sostan- 
ziale, su quelle riportate dal Plinio francese, ailor che fece la storia della sua 
piccola pantera ? 

Crediamo adunque di poter dire^ che gli argomenti di analogia e d'indù- 



— /i9 — 

zionc sembrano tgtti iu favore del proposto ravvicinamento del ghepardo d'Afri- 
ca, ossia del ghepardo macchiato dei moderni, con la piccola pantera o con 
la lonza dei scrittori ante passati. 

A maniera di corollario ed a conferma del fin qui esposto ricorderemo , 
che i ghepardi sono per i cacciatori asiatici e furono per i cacciatori afri- 
cani ^ quello che i falchi per la nobiltà medio-evale nelle corti d'Europa. 
Ricorda il Brehm (\) che « lo Schah di Persia si fa venire i ghepardi dall'Ara- 
» bla. Nel 1474 Giuseppe Barbaro vide cento ghepardi presso il Principe d'Ar- 
)» menia; Orlich nel 1842 ne vide presso di un principe indiano ; il principe 
h Waldemar di Prussia assistette a Delhi ad una caccia coi ghepardi. Di si- 
)) mili caccie si sono pure vedute in Aleraagna ed in Francia. L'imperatore 
» Leopoldo I. ricevè dal Sultano due ghepardi avezzati dei quali si servi più 
» volte, e Francesco I. da ciò che ne dice Gesner (ed è il caso da noi su - 
)ì riferito parlando della lonza ) impiegava qualche volta per la caccia del 
>» lepre i ghepardi custoditi nel suo serraglio ». 

Noi per verità riflettendo alla facilita con la quale si avczza alla caccia 
il ghepardo a criniera, che perciò è mollo comune e diffuso nelle corti asia- 
tiche; ripensando a quanto Br^ehm asserisce, di nop avere cioè veduto i ghe- 
pardi d'Africa adoperati comunemente per Icr stesso oggetto; e studiando, ciò 
che più monta, gli istinti degli esemplari ch'erano stati messi dal S. Padre à 
nostra disposizione : stimiamo che assai meno facilmente si riuscirebbe a fare 
con un copioso stuolo dei medésimi, quello che i principi indiani fanno con 
la specie asiatica, conducendone gl'individui a centinaja alle grandi caccie. Ed 
infatti se riesce diffìcile «il governarsi fra tre soli di quella gema, a chi mai 
darebbe l'animo di assicurarsi in mezzo a mille dei medesimi, quanti cioè, per testi- 
monianza del Brehm, avvenne talora di vederne condotti a*quei regali sollazzi ? 

A dare intanto una remota idea della nativa ferocia, che per chiusura e 
cattivi trattamenti e più ancora per malnato istinto, dispiegano talvolta co- 
testi animali dalla gajetta pelle, ci sia lecito di finire traducendone dallo stesso 
scrittore tedesco una storia; quantunque essa riguardi la specie del ghepardo 
asiatico, riconosciuta più mite di quella del ghepardo africano. 

tf Tre ghepardi di Tippo-Saib (i) furono rimessi in dono al Re d'Inghil- 
)) terra, non ne giunsero però che due soli a Windsor, venivano accompagnati 
;)*dai loro guardiani arabi ai quali obbedivano siccome cani dei meglio fa- 
» migliarizzati: questi d'altronde erano mansi e carezzevoli con tutti. 

(1) Op. e luogo cit. 



— 50 — 

» Gl'indiani domandarono istantemente che i ghepardi non venissero rinchiusi 
)) entro gabbie, e che si continuasse a trattarli con quella dolcezza a cui insino 
» allora erano slati i medesimi assuefatti. Non sì tenne conto alcuno della loro 
» preghiera. Il Re ordinò che r due uomini facessero ritorno a Bengala e che 
» i due animali venissero consegnati ai custodi ordinarli del serraglio. 

» I nostri due ghepardi rinchiusi in una gabbia incommoda e sottoposti ad 
» un trattamento brutale, divennero in breve tempo tanto feroci che non* si 
)> osava di più avvicinarli. 

» Un bel giorno la porta della lor gabbia essendo mal chiusa, essi sortirono, 
»e quando parve che si volesse riprenderli, presero tale atteggiamento, che 
» ninno osò di arrischiar visi. 

» 11 Re ordinò che venissero uccisi a colpi di moschetto; ma tale ordine 
» essendo stato casualmente conosciuto dagli Indiani i quali allóra erano vicini 
» all'imbarco, mostrarono tale disperazione e domandarono istantemente così 
» che fosse loro permesso di provare ancora con le buone a ridurli^ che venne 
» sospeso il decreto fatale, e si permise loro di ritornare per qualche tempo 
» a Windsor. 

i> La porta della corte (ove erano gli animali) essendo stata aperta, uno degli 
» Indiani entrò e chiamò a nome il ghepardo che più gli stava vicino. L'ani- 
» male non volle riconoscerlo e grugni in aria di corruccio. Turbossi Tindiano 
» e sortì immediatamente^ ma presto si rianimò bevve un bicchiere di ginepro, 
» rientrò quindi nel cortile insieme con il suo compagno: ciascuno di loro 
» portava uno di quei cappucci co'quali si tiene (in caccia) camuffato il capo 
» dei ghepardi, presso a poco così come tengonsi camuffati i falchi infìno al 
» momento in che si mostra loro la preda. 

» Il ghepardo che aveva dato indizi di collera la prima volta, grugnì 
D ancora allorquando si andava verso di lui, e come l'indiano che andava innanzi 
» gli fu abbastanza vicino, l'animale si precipitò sopra di lui stramazzoUo a 
» terra, gli lacerò le braccia; ma al momento in che rialzava la testa, l'altro 
» indiano gliela coprì col suo cappuccio, e l'animale rammentandosi subito delle 
» sue antiche abitudini, accovacciossi e lambì le mani del custode ch'egli avea 
» morso. Quanto all'altro ghepardo bastò di mostrargli il cappuccio perch' egli 
» subito si sottomettesse. » Fin qui lo scrittore tedesco. 

Ove si spogli della forma romantica il precedente racconto, altro pare non 
se ne potrebbe inferire, se non che codesti animali sono come tutti gli altri 
soletti alle leggi dell'istinto ed a quelle delle abitudini. Ond'è che se edu- 
cati a vita libera e girovaga , vogliansi tutto ad un tratto accostumare a 



, — 51 — 

diverso trattamento; riuscirebbe sommamente rischioso, ove venisse fatto ad 
essi d'uscire di prigionìa, il volerneli poi nuovamente rinchiudere; ed allettan- 
doli con la voce e coi modi usati a blandizie si riuscirebbe a nulla, mentre 
ristinto e le abitudini li ratterrebbero nella liberta inaspettatamente ricon- 
quistata. Si provi per un lasso di tempo più o men lungo, a ritenere un 
bull-dog alla catena; e poi se un bel giorno venisse a lui fatto di sguin- 
zagliarsi , f orrei che si provasse d' invitarlo col nome usato a ritornare al 
ceppo anticp. Chi vorrà credere ch'egli moverebbe spontaneo i passi verso 
della sua catena ? 

Laonde ciò che a parer nostro caratterizza l'istinto feroce del ghepardo 
nel racconto surriferito, non h già la resistenza ch'esso addimostrò all'indiano 
che lo appellava; ma si bene lo atterrare che esso fece quel medesimo, investen- 
do e mordendo l'uomo amico che avealo tenuto in cura per tanto tempo. 

Accennammo che i nostri individui mostra vansi anch'essi con sinistre ten- 
denze. Giudicammo adunque non convenisse accordar loro quella libertà, che 
nelle capitali civilizzate, neanche sempre si può consentire agli animali do- 
mestici. 

Questo h quello che potei raccogliere intorno ai ghepardi donati dal 
S. Padre , i quali se sempre furono stimati regalo degno di un sovrano , 
molto più grati riuscirono per noi, mentre in tempi calamitosissimi ci ricor- 
darono il bel secolo di Leone X, e la vita tempestosa di quel sommo poeta 
che spaventato da una fiera, simile probabilmente alle nostre, disse di se 

Mentre chUo ruinava in basso loco 
Dinnanzi agli occhi mi si fu offerto 
Chi per lungo silenzio parca fioco. 

Faccia Iddio che noi pure avviati con lui alia Città dolente^ confortati 
da Lucia (*) giungiamo un giorno al Beato Regno. 



(*ì . . . . i* son Lucia 

Lasciatemi pigliar costui, che dprme ; 
Sì Tagevolerò per la sua via. 

Purgatorio^ C. IX. V. 55 



— 52 — 
ACCADEMIA PONTIFICIA DE' NUOVI LIINCEI 

{Comitato segreto) 

L'Accademia col permesso dell'Emo Card. Protettore, e a proposta del Pre- 
sidente riunitasi il 5 Marzo 1871 nelle Sale della S. C. di Propaganda Fide, 
si costituì in comitato segreto. 

Il Sig. Conte Can? Gastracane propose che si domandasse alla superiorità di 
modificare X articolo dello Statuto relativo alla durata ed alla rielegibilita del 
Segretario, esponendo che sarebbe parere non solamente suo ma eziandio di 
altri accademici, che si restringessero p. e. ad un triennio le funzioni del Se- 
gretario, e che il cessante non si potesse rieleggere per. la prossima vacanza. 

L'Accademia approvò unanimemente, per alzata e seduta, che la proposizione 
del Sig. Conte Can.** Gastracane venisse indirizzata all'autorità competente. 

Si procedette quindi per ischede segrete alla elezione del Segretario , ed 
essendo tredici i voti, risultò eletto con li voti il Prof. Vincenzo Diorio. 

Passando alla costituzione del nuovo Gomitato accademico risultò questo 
formalo dal Rev. P. Angelo Secchi, da Mons. Nardi, dal Prof. Azzarelli. - 
Vennero eletti a censori S. E, il Principe D. Baldassarre Boncompagni ed il 
Rev. P. Domenico Ghelini; - S. E. il Principe D. Baldassarre Boncompagni 
avendo esibito all'Accademia di continuare a sue spese la pubblicazione degli 
Atti accademici, ne ricevette gli omaggi di riconoscenza da tutti i presenti, 
che lo proclamarono benemerito dell'Accademia PontiGcia de'Nuovi Lincei. -^ 
Finalmente i convenuti lamentando che taluni colleghi, abbandonando lo Sta- 
tuto accademico abbiano mutato arbitrariamente il titolo dell'Accademia, ne 
j>otendo essi trovar giusto questo fatto, nb mostrarsi ingrati al munificentis- 
simo restitutore e nuovo Fondatore dell'Accademia, e perciò volendo mantenere 
i dritti dei quali si trovavano legittimamente investiti, quai membri ordinar] 
AeW Accademia Pontificia de'Nuos^i Lincei) pregarono unanimtìraente l'Emo 
Card. Protettore perche volesse farsi interprete dc'loro sentimenti ed intenzioni 
presso il Santo PadrCy al quale si protestavano tutti riconoscenti per i bene- 
fizj continuamente largiti all'Accademia, dal giorno della sua nuova fondazione 
insino al presente. — L'Emo Camerlengo di S. R. C. accettò l'incarico. 

La seduta aperta legalmente alle ore 4 pom. venne sciolta alle ore 6 é* 

SOCJ PRESENTI A QUESTA SESSIONE 

Onorò la seduta di sua presenza TEmo Card. Camerlengo Protettore del- 
l'Accademia il quale ne tenne la presidenza , ed i socj ordinar] B. Viale— 
Prela Presidente — Mons. Nardi - Can? Gastracane — P. A. Secchi - M. Azzarelli- 
A. Cialdi -Ab. 0. Astolfi - P. D. Ghelini - B. Boncompagni - Contessa Fiori- 
ni-Mazzanti -Mons. B. Tortolini. — V. Diorio. 

OPERE VENUTE IN DONO 

Ballettino di Bibliografia e di Storia delle Scienze Matematiche e Fisi- 

chcj pubblicato da B, Boncompagni. Tomo III — Agosto 1870. 
SulV Ecclisse del 22 Decembre 1870. Lettera al R. P. Secchi del P. Rosa. 



ATTI 

DELL' ACCADEMIA PONTIFICIA 

DE'NUOVI LINCEI 



SESSIONE ir DEL <6 AfMLE 1874 

PRESIDENZA DEL SIG. COMM." PROF. BENEDETTO VIALE PRELA' 

MEMORIE E COMUNICAZIONI 

DEI SOCI ORDINARI E DEI CORRISPONDEIVTI 



SOPRA UN NUOVO METODO SPETTROSCOPICO 

■ 

NOTA 

DEL P. A. SECCHI. 



G 



li astronomi sono da molto tempo in cerca di un mezzo per poter vedere 
il sole diretto e le sue protuberanze colla stessa facilita con cui si osservano 
le macchie nel suo disco per mezzo di sostanze o vetri colorati. Lo spettro- 
scopio ordinario se fa vedere le protuberanze non lascia vedere il sole^ o al- 
meno solo imperfettamente e in minima area : questo, non può negarsi , se 
soddisfa alla scienza, la chiude però in una cerchia di osservazione difficile 
oltremodo. La soluzione del problema si e cercata nelle sostanze assorbenti 
che lasciassero passare i raggi componenti le protuberanze di una determinata 
refrangi bili ta, ma finora questo è un desiderio, e nessun risultato serio è stato 
ottenuto. Solo coi vetri colorali si può coadiuvare fazione dello spettroscopio. 

Se io non sono stato fortunato abbastanza da risolvere ^si gran problema, sono 
però riuscito a tanto che mi h permesso di vedere nel campo dello spettro- 
scopio lo spettro delle protuberanze, e il disco solare^ preciso in modo da 
distinguervi le macchie e le altre particolarità come si fa coi vetri colorati 
communi. Ecco come. 

Tutti gli astronomi finora si sono occupali di collocare i prismi dietro la 
fessura, e li hanno moltiplicali in batterie assai numerose. Nessuno ha pen- 
sato a metterli avanti ali* objettivo e combinarli con quelli che sono dietro 
la fessura, Avendo io procurato un superbo prisma di flint purissimo di Merz 
del diametro di 6 pollici, che serve comunemente per l'analisi spettrale delle 

8 



— 54 — 

stelle^ ho voluto combin&rlo collo speltrometro ordinario a tre prismi che mi 
serve comunemente per le ricerche solari. 

Posto questo prisma avanti ali* obiettivo e diretto il telescopio ad una 
stella si ha uno spettro squisito, talché in a Orione con oculare cilindrico ho 
potuto riconoscere nella sola zona del verde più di 160 linee distinte invece 
delle 8 o 10 che si vedono col prisma oculare. Ma col Sole che ha grande dia- 
metro lo spettro è impurìssimo e il mezzo degli oculari ordinarli a nulla giova : 
solo Tìmagine solare si vede tinta nel piano di dispersione dei colori del- 
l'iride agli estremi. Ma se si faccia cadere questa imagine sulla fessura dello 
spettroscopio, si ha 'il risultato indicato di sopra. 

Suppongasi la fessura corrispondente nell* orlo sfumato del sole presso al 
rosso: nel campo dello spettroscopio si vedrà lo spettro metà scuro e meta lu- 
cido, cioè del violetto fìno al rosso sarà debole^ dal rosso in giù sarà vivo, 
ma tollerabile all'occhio. L'orlo del disco solare sarà tagliente oltre modo: se 
sul disco nella parte che entra nel campo vi è una macchia^ questa si vedrà 
nettissima come attraverso un vetro rosso. Se si ponga la linea di demarca- 
zione dell'orlo solare in modo che essa cada sulla C, si vedrà brillare la linea 
dell'idrogeno fuori del disco solare, e a una distanza dall'orlo eguale alla al- 
tezza della protuberanza o della cromosfera. 

Quindi h che si può vedere la riga rossa dell'idrogeno separata dal lembo 
per 1^ 2, 3 minuti secondo l'altezza della facola o della protirberanza, il che 
da un mezzo di valutarne 1' altezza. Ma il più singolare si è , che se nel 
prolungamento della linea normale al punto dell'orlo che si guarda vi sia una 
macchia, o una facola essa si vede nettissima, nella parte del campo più il- 
luminato dello spettro. La teorica di queste apparenze non e difTicilc. 

Infatti e facile il comprendere come l'azione dèi prisma obiettivo debba ne- 
cessariamente produrre sulla fessura una sovrapposizione di varii spettri che 
decomposti ciascuno dal secondo sistema debba dare il campo diviso in varie 
parti secondo il punto dell'orlo del sole di ciascuna imagine sovrapposta che 
cade sulla fessura : ma non era facile prevedere una tanta precisione di ima- 
gine nello spettro, quanto in effetto se ne osserva. Mi dispiace di non poter 
qui presentare disegni esatti non avendo avuto tempo di farli, ma quel che 
posso dire è che esso h sorprendente. Le minime irregolarità del lembo solare 
vedonsi come attraverso un vetro colorato perfettamente. 

Se si allarga la fessura Tlmagine perde della sua precisione, ma può allora 
vedersi la forma della protuberanza, come nello spettroscopio ordinario. 

Si ha adunque il modo di osservare le macchie solari e una porzione di 
disco solare, e con esso le protuberanze: il che sodisfa ai voti degli astronomi. 



— 55 — 

Se non che tal mezzo ha finora un serio inconveniente^ cioè di esigere un 
ampio prisma objettivo, capo assai costoso, e di non facile maneggio. Concepii 
però speranza di poter riuscire a ottenere lo stesso risultato {coi prismi ocu- 
lari, e co» diminuire la spesa e la fatica nel maneggio, « già i primi risul- 
tati ottenuti con un prisma a visione diretta posto presso la fessura mi danno 
molta speranza di un felice risultato , ma il cattivo tempo mi ha finora im- 
pedito di provaiio in piena regola. Splendendo un raggio di sole 4iscreta- 
mente lucido e puro poco prima di venire alia seduta, ho riprovato il detto 
prisma a visione diretta posto poco avanti alla fessura, levando il prisma objet- 
tivo. Ho veduto altrettanto bene^ salvo che con un poco di minor luce per 
Fassorbimento maggiore. Il nuovo spettroscopio h cosi ridotto alle forme ed 
alle economie dell'usuale apparato, e potrà servire a ricerche novelle che spero 
potrò eseguire sotto l'aspetto di risolvere le questioni pendenti. La sola con- 
dizione è di avere un prisma a visione diretta che sia perfetto. 

Una delle cose in cui sarà utile questo sistema sarà quella di verificare se 
le protuberanze siano proprio sopra le macchie e fé fiacole. £ benché questo si 
possa ottenere in altri modi come io già dimostrai nella memoria {)ubblicata 
neUa Società Italiana nel 1869, pure sarà utile il ritornare su questo argomento. 

P. S.,-Dopo la lettura bo confeiinato la squisita maniera di operare con 
questo sistema. L'osservazione dell'altezza delle protuberanze non solo è fa- 
cile; ma ne anche esige micrometro, potendo a ciò servire le righe spettrali 
stesse. 11 valore delle distanze delle righe si prende facilmente col solito me- 
todo del tempo per mezzo de'passaggi. Solo è da studiarsi un poco qual sia 
la distanza più conveniente del prisma a visione diretta dalla fessura. E inu- 
tile dire che un tal prisma deve essere squisito e perfetto. 11 nostro è* uno 
di Merz. In altra comunicazione darò conto dei risultati ottenuti : per ora i 
pochi casi osservati combinano a dare le protuberanze sulle facole. 



— 5B — 
Ricerche Solari. Nota del P. A. Secchi. 



I 



1 Sig. Prof. Respighi in una comunicazione fatta alla R. Ac. de'Liucei in 
Campidoglio ha preso ad esame Carticolo pubblicato nel 31 marzo nel Bul^ 
lettino meteorologico dell'Osservatorio del Collegio Romano, e preteso provare 
che i fenomeni da noi ossers^ati nel bordo solare non giustificano punto le 
conseguenze che ne abbiamo dedotto riguardo alla natura delle macchie ed 
alla fisica costituzione del sole. Questi fenomeni straordinarii furono da lui 
osservati ( dice l'articolo inserto nella Gazzetta officiale del i3 aprile) molte 
volte nel corso delle sue continue osservazioni spettroscopiche sul sole e fu 
condotto ad ammettere a) che lo strato rosato è molto basso y e forse man- 
cante sul nucleo nelle macchie solari^ h) che le facole non si devono con- 
fondere né immedesimare colle protuberanze^ quantunque da esse dipenden* 
ti, e) che le facole non sono parti sporgenti della fotosfera ecc. 

Fa inoltre rimarcare il liespighiy d) die la moltiplicità delle righe spet- 
trali, o r eruzione di molte altre sostanze oltre V idrogeno non si verifica 
in tutte le facole assai lucide, e) ma soltanto nei getti prossimi ai nuclei 
delle macchie, e che f) la riga gialla I)^ si riscontra costantemente fielle 
nubi idrogèniche, g) anche nelle grandi distanze dal bordo solare, non già 
soltanto rarissime volte come ammette il Secchi. 

Cominciamo dal dire che l'articolo incriminato nulla conteneva, che fosse 
diretto contro il eli? Professore: che se in esso espongonsi idee un poco di- 
verse ^alle sue, questo e perchè Egli ne ha esposte tante, e tutte contrarie 
a quelle tenute da altri nella scienza^ che è impossibile trattare di queste ma- 
terie senza essere in opposizione con esso Lui. E noi non ci daremmo pena 
di ciò pel presente come pel passato^ se non fosse che questa volta ci op- 
pone alcune cose che noi non troviamo aver detto. Cosi per cominciare dal- 
l'ultima g) noi non troviamo averla mai detta, molto meno poi trovasi nel 
citato articolo. Intorno a questa riga noi diciamo che la sua materia aven- 
dola trovata non conformarsi sempre in niibe come fa la rossa dell'idrogeno, 
mostra che essa non appartiene a questo gas. Del resto non possiamo aver 
detto che la D3 non si trovi a grande distanza dairorlo solare, perchè fino 
dal tempo delle nostre prime osservazioni abbiamo dato le figure della sua 
enorme altezza. Molto meno poi f) che la D3 non si trovi nelle nubi idro- 
geniche, ma si è detto che nella D3 mancando la nube, si vede il getto vivo 
spoglio dall'inviluppo nebuloso, e che ciò fa un gran vantaggio per ricono> 
scere la forma dei getti. Le due cose son ben diverse. 



— 57 — 

In quanto agli altri articoli della critica, essi o sono idee teoriche tutte 
sue o sono fatti che non crediamo osservati colla debita esattezza e genera- 
lità. Per le idee teoriche non ne prenderemo molta cura : non cosi pei fatti, 
perchè con essi il prof. Respighi viene a tacciare noi di poca oculatezza nelle 
osservazioni. 

Tale è l'articolo a) che lo strato' rosato sia molto basso e forse mancante 
sul nucleo delle macchie solari. A ciò risponderemo che molto prima di lui 
no^ abbiamo delineato il contorno dello strato rosato nella vicinanza delle mac- 
chie, e per ciò basta consultare la nostra memoria pubblicata negli Atti della 
Società Italiana dei quaranta, e le figure date pei giorni 21 aprile, 3 maggio, 
e i6 maggio 1869. Ivi abbiamo notato esser la cromosfera più alta fuori del 
nucleo che sul nucleo stesso, ma ciò non prova altro se non che essa h più 
alta ove sono la facole, il che, sapevamo. Sul nucleo però è ben falso che 
manchi questo strato, e senza volere indagare la causa dell'errore del sig. Pro- 
fessore noi diremo che le nostre osservazioni dicono il contrarlo. Ce Io dicono 
all'orlo, ove noi troviamo abitualmente la riga C viva^ je ce lo dicono le mac- 
chie stesse sul disco (il che è anche più concludente), perchè ivi la C spesso 
si vede rovesciata, e sempre indebolita assai. Che i getti poi e) si trovino 
a preferenza sulle parti prossime al nucleo, e nei suoi contorni, questo com- 
bina bene col fatto sul quale noi abbiamo forse pei primi insistito » che il 
contorno de'nuclei è realmente formato assai spesso di facole , e che ivi si 
sviluppano veli rosati in copia , i quali veli rosati sono fatti molto proba- 
bilmente dalla materia delle protuberanze. 

In quanto a ciò b ) che le facole non devono confondersi colle protube- 
ranze , qui il chiaiino sig. Prof, ci espone delle idee che non comprendiamo. 
Egli dice che le protuberanze non si devono confondere ne immedesimare colle 
facole , e poi concede che sono da esse dipendenti. Ora questa dipendenza 
qual sarà se non di cAisa ad effetto ? Non fa caso l'autore della critica del- 
la distinzione da noi fatta tia getti e nubi, e che se manca talora la facola 
ove sta una protuberanza ciò h per le ragioni da noi accennate nell'articolo, e 
principalmente perchè quella è una nube. Se avesse fatto attenzione a que- 
ste distinzioni non avrebbe negato un fatto che noi abbiamo accertato fino 
dai primordii di questi studii e prima assai che esso se ne occupasse. Che se 
si dira (come si è solito) che le nostre prime conclusioni potevano essere av- 
ventate, come quelle che non erano appoggiate da lunga serie di osservazioni^ 
noi replicheremo, che essa asserzione non fu emessa leggermente, ma che an- 
che nel breve tempo allora passato eravamo giH arrivati a tal numero di fatti 



—.58 — 

cbc ci garantivano quella coaclusione che poscia fu dai fatti posteriori con- 
fermata. Il nostro metodo di fare le osservazioni solari proiettando in una 
carniera affatto oscurata il disco solare su carta bianca, ci da il modo di ri- 
conoscere la piresenza delle facole molto meglio che con qualunque altro mez- 
zo. È perciò che possiamo parlare con qualche sicurezza in proposito. Varie 
volte ci siamo divertiti a predire . la posizione della facola sull'orlo, ove ve- 
demmo uoa protuberanza, e viceversa, e non siam3 mai stati ^leutiti se la 
protuberanza era viva , e conteneva getti. Se era di nube mancava talora , 
perchè, come si sa, le facole pallide non si vedono olforlo. 

Che poi e) le facole non siano parti sporgenti della fotosfera è questa una 
sua opinione, e ognuno h padrone di avere quelle che vuole, noi teniamo il con- 
trario dietro le nostre proprie osservazioni di fatti che ci provarono la loro 
elevazione anche prima che si creasse la spettroscopia. Questa sua h una opi- 
nione simile a quella che le macchie non sono cavità ( art. citato ) sulla 
quale esso insiste a lungo in altra memoria, e siccome questo soggetto mi può 
dare occasione di esporre qualche cosa nuova, io mi ci fermerò alquanto. 

Il sig. prof, crede che le macchie siano scorie galleggianti sul liquido del- 
l' oceano solare. Tale ipotesi non e nuova, Gautier 1* avea sostenuta e altri 
primi osservatori del. secolo scoilo. Anche alcuni alemanni usano la parola 
scorie , ma altri hanno attenzione di non dirle semplicemente scorie, ma 
art'Sclaken cioè specie di scoria^ e dal loro contesto (almeno in alcuni scrit- 
tori) rilevasi esser scorie piuttosto gassose, in altri termini, fumi. (V. Schel- 
len^ Spectralanaljse , §48, pag. 27?). Questa ultima idea non è contraria a 
ciò che noi abbiamo sempre sostenuto, che le maccliie fossero cavita, non 
vuote, ma piene di materie meno luminose. Lo spettroscopio convalida quo- 
tidianamente questo modo di vedere, perchè mostra che le macchie sono re- 
gioni di profondo assorbimento come c'indica la dilatazione delle righe. So 
che il sig« Respighi nega anche queste conclusioni, e pEÒ esser questa un'altra 
opinione speciale contro la quale noi non vogliamo combattere, solo però cre- 
diamo bene avvertire che tutti quelli che con istrumenti competenti si sono 
occupati di questo studio come i sigg. Lockyer Huggins e Young, tutti sono 
arrivati alla stessa conclusione. Né questo è un fatto isolato, ma generale e 
costante. 

Anche laltro ieri nelle belle maccliie esistenti sul disco vedemmo il rove- 
sciamento elettivo delle linee tanto chiaro, che mentre la riga C svaniva af- 
fatto, la 7 di Van der Willingen ossia la 780 di K. diventava più nera della 
stessa C, mentre al contrario altre restavano inalterate. Ora le cause ottiche da 



- 59 — 

lui invocate come possono spiegare quelle azioni elettive ? che se le macchie 
sono ammassi dì vapori assorbenti qual difficolta vi può essere che essi riem- 
piano de' grandi bacini nello strato fotosferico, e perciò quelle che diciamo 
macchie siano in sostanza vere cavita nella massa lucida, e non già vuote , 
ma (come ho detto nella mia opera le Soleil) piene appunto di queste ma- 
terie a divei*sa temperatura, e però fortemente assorbenti ? 

E poi una singoiar maniera di argomentare per sostenere Je proprie opi- 
nioni quella di negare i fatti più accertati. Tale n'è per esempio quello che 
riguarda le intaccature osservate all' orlo del sole all' occasione delle grandi 
macchie prossime a sparire. E apposta che noi nella nostra precitata opera 
abbiamo (pag. 62) riportato i disegni non fatti da noi, ma dal sig. Tacchini; 
e se mancassero testimonii contemporanei di simili fatti ne abbiamo degli an- 
tichi, i quali li notarono prima di ogni idea preconcepita. Nelle memorie del- 
TAccademia delle scienze di Parigi dell'anno 1720 si legge che nel 21 decem- 
bre 1719 si ebbe una macchia grandissima = Elle était si grosse que quand 
elle arrisfa au bord occidental elle jr pit vne échancrvre noirEj aii lieu que 
des taches plus petites disparaissent absolument en cet endroit par la raison 
optiqite » e ancora per altre ragioni, come abbiamo indicato nell'opera nostra. 

Bencliè le questioni scientifiche non si decidano per autorità, tuttavia non 
riuscirà discaro ai lettori di conoscere qual sia su questo particolare il sen- 
timento degli astiX)nomi, e di quelli stessi che hanno riprodotto nel nostro 
Bullettino Meteorologico 3i Decembre i870 l'articolo del sig. Respighi nelfw^- 
merican journal of sciences di New Has>en. « Questa conelusione del sig. 
A Respighi (dice la nota opposta in fine al detto articolo) è in opposizione 
>. interamente i^s at variance entirely) con quella degli altri osseinratori, a 
» meno che l'autore non lasci a v vertentemente fuori I^ considerazione della 
>i penombra o non faccia distinzione tra essa e l* ombra. Le osservazioni di 
>) M'ilson nel secolo passato e di molti altri appresso hanno mostrato che il 
» nucleo è assai spesso (se pur non generalmente) più basso che la penom- 
» bra e le masse luminose circostanti: il sig. De la Bue avendo anni sono 
» fatto due fotografie di una stessa macchia ad intervallo di uno o due 
» giorni , quando le ebbe messe in uno stereoscopio la macchia presentava 
» Taspetto di un imbuto, mostrando la parte centrale oscura più bassa^ an- 
1) che Zòllner e Lockyer hanno trovato che lo spostamento delle linee nello 
» spettroscopio indica talvolta un evidente movimento discendente in quella 
» parte della macchia. In un articolo riportato nel Philos. Mag. Nov. 1870. 
» il prof. ZoHner dice » quasi tutti gli osservatori sono d^accordo in ammet- 



— 60 ^- 

» tere che l'orabra giace ad uh livello più basso che le parti circostanti. = 
» La sua profondila e stSta determinata parte da Dela Rue, Stewart, Loevvy 
)- con osservazioni dirette, e parte da Faye indirettamente di circa h\ ». 

E noi aggiungeremo, che prima di questi ultimi Tavevamo fatto anche noi 
stessi. E in quanto al moto se non abbiamo osservato il moto discendente, ab- 
biamo però verificalo quello delle masse convergenti .verso il centro delle 
macchie e nelle protuberanze vicine, i cui pennacchi abbiamo trovato spesso 
rivolti verso le macchie stesse. Queste cavila potevano esser difficili a conce- 
pire quando non si avea una idea precisa della fotosfera solare, ma ora me- 
diante la spettroscopia avendo trovato che esse sono piene di vapori più densi 
e assorbenti non vi può esser difficolta ragionevole. 

Del resto che enormi dislivelli esistano attualmente nella fotosfera per spie- 
gare queste cavita, e la sporgenza delle facole^ (altra cosa negata dal Respi- 
ghi), che siano elevazioni accompagnate da getti, ne abbiamo avuto prove in 
varie occasioni^ ma una lampante era visibile giorni sono. A di 9 Aprile una 
delle grandi macchie allora visibili presentava nella penombra due serie di 
correnti parallele che si incrociavano ad angolo retto come le dita di una mano 
sovrapposti a quelli delFaltra ortogonalmente. Può questo aspetto aversi senza 
un notabile dislivello? E se questi disli velli esistono in alcuni casi, essi cer- 
tamente possono esistere anche in tutti quegli altri la cui presenza e accen- 
nata dai fenomeni di prospettiva ben conosciuti degli astronomi. 

Noi non terremo dietro al sig. Respighi nelle altre sue opinioni che difie- 
riscono dalle nostre, per varie ragioni, i" Perche sembra che esso voglia pro- 
pugnare le opinioni diametralmente opposte a tutte quelle da noi emesse in 
materie ancora dispulate, e sarebbe allora un tempo perduto. 2° Perchè stando 
noi ora impegnati a preparare una edizione del Soleil in germania, avremo 
occasione di schiarire molli punti ancora controversi, e dove troveremo la verità 
non ci vergogneremo di cambiare quello che abbiamo detto nella l* edizione. 
3.^ Perchè avendo in questi giorni trovato un modo con cui possono vedersi le 
protuberanze e le macchie solari simultaneamente, anche quando queste sono 
a molta distanza dall'orlo dentro il disco , cosi sarà cosa mollo facile deci- 
dere questo punto controverso , anche senza il metodo già da noi indicato 
nel 1869. 

Solo a questo proposito noi avvertiamo una cosa, ed è, che la mancanza di 
getti visibili sopra i nuclei delle macchie non è una prova che essi non siano 
centri di emanazioni provenienti dairinterno, perchè i gas possono esservi ma 
trasparenti per più elevata temperatura, o opachi per una minore, e in am- 



— 61 — 

bedue i casi non sarebbero visibili. La minor temperatura sarebbe una conse- 
guenza necessaria della dilatazione che subiscono le masse gazzose nel passare 
dalla forte pressione dovuta a una grande profondità , e venire alla superficie. 
In tale uscita i vapori forlejnente si raffreddano. Tutti sanno che sì può impu- 
nemente tener la mano in un getto di vapore che esce dalla valvola di una 
caldaia a 5 atmosfere, e a 150 gradi di temperatura. Ciò sarebbe impossibile 
nel vapore intemo, ma nelTuscire il gas si dilata, e si raffredda, ne nasce una 
condensazione che senza renderlo liquido Io rende assorbente e resta imperfet- 
tamente trasparente. Con tal raff'reddamento ne nasce una forza aspiratricc 
dentro la macchia^ che spiega come le correnti fotosferiche affluiscono nel suo 
interno, e vi sia quel down-rush (corsa alFingiù) osservato dagli inglesi spet- 
troscopisti. Ma potrebbe anche essere che ivi i gas malgrado tal raffredda- 
mento fossero più caldi della fotosfera circostante , e perciò più trasparenti 
che il resto della specie di nebbia che costituisce la fotosfera. Le due opinioni 
hanno entrambe il loro peso> e in ambedue si verìfica che solo al contorno 
della macchia |i getti possono restar visibili sulle facole, appunto perchè essi 
non escono da grande profondità e sono piuttosto la materia della fotosfera 
sconvolta, messa sottosopra e sollevata in alto meccanicamente. 

Senza ciò è difficile capire come tutto intorno possano esservi getti e sol- 
levamenti e nessuno trovarsene nell'interno della macchia. Però non neghe- 
remo che in altro modo può concepirsi la cosa. Osservazioni non poche ci 
mostrano che le facole e i getti che precedono le macchie sono più vivi e 
più alti che quelli che le seguono, e che appresso vi sono piuttosto nubi 
rosate che getti. Potrebbe essere allora che i centri principali di eruzione fos- 
sero nella regione precedente della macchia, e che il n«ro di questa fossero 
questi stessi gas che si trovano arretrati e raff*reddati per espansione, o resi 
trasparenti dal calore interno. 

Noi non pretendiamo ne abbiamo mai preteso di sciogliere tutti i problemi 
delle macchie, ma usiamo delle ipotesi come mezzi per scoprire la verità, e 
come l'artiere usa un arnese, che lo getta poi se non gli serve. Ma non de- 
vono le ipotesi falsare i fatti né far supporre ciò che non abbiamo detto. 

Tale sarebbe l'avvertimento che ci da il sig. prof. Respighi d) che la mal- 
tiplicità delle righe spettrali non si verifica in tutte le facole. Noi non ab- 
biamo mai detta tal cosa, uk potevamo dirla, perchè avendo noi forse prima 
del sig. Respighi distinto le due specie di protuberanze^ le nubi e i getti, 
abbiamo espressamente notato che nelle prime mancano i getti metallici , che 

9 



— 62 — 

trovasi nei getti, e anche in questi del resto h notissimo che le altre righe 
fuori dell'idrogeno e della D^ sono sempre bassissime. 

Questa distinzione di forme la troviamo ora convalidata anche dai bei di- 
segni pubblicati dal sig. Young (V. Schelien, op. cit. pag. 418), ove sono bene 
distinte le sfumature proprie di questi oggetti, e non ha luogo quella co- 
stante forma arborescente che per noi è stata impossibrle a verificare tranne 
in rari casi , e ci ha condotto alla distinzione delle due categorie di pi*o- 
beranze , mentre per noi tali alberi erano come i castelli che si imaginano 
dai pittori nelle nubi. 

In qualche caso le ramificazioni h vero possono grosso modo paragonarsi 
ad alberi, ma lo ripeto rare yolte. Io mi permetto di presentare alFaccade- 
raia i disegni di alcune di queste prominenze, fatti non da me che sarei so- 
spetto , ma dal sig. Lais ove si vede in varii tipi la vera forma di questi 
getti e di queste nubi. Il sig. Tacchini che a Palermo ora studia questi fe- 
nomeni h ancor esso venuto nelPidea della distinzione suddetta, e che le fi- 
gure arborescenti non sono che l'efietto di piccoli ingrandimenti mentre coi 
maggiori si vedono le cose sotto un aspetto assai diverso. Ciò non fa me- 
raviglia perche lo stesso succede in tutti gli oggetti sfumati e indecisi, come 
sono le nebulose , le comete ecc. Sara dunque meglio , anziché battagliare 
per teorie inutili, il cercare di confrontare i risultati che si ottengono con va- 
rii strumenti, che cosi non attribuiremo a imperizia degli osservatori ciò che 
apparisce diverso dai proprii risultati. 



— 63 — 
SULLA TEORICA DI ALCUNE CURVE PEDALI 

MEMORIA 

DI MONSIGNOR BARNABA TORTOLIIVI 

pRorEssaite di calcolo sublime mzll'uviversita' romana ed uno dei quaranta dflla società' italiana. 



1? 0( 



^e da un punto fisso scello nel piano di una curva data si abbassino 
delle perpendicoiaii sulle tangenti della detta curva il luogo geometrico dei 
piedi di tutte le perpendicolari produrrà una nuova curva proveniente dalla 
antecedente secondo l'indicata legge. Queste curve diconsi curve pedali. Da 
lungo tempo in differenti mie Memorie mi sono occupato delle differenti prò* 
prietk di queste curve^ e che dal sig. W. Roberts di Dublino furono chiamate 
curve derivate positive^ ovvero curve Ji rango positivo; quando sulla curva de- 
rivata o sulla curva pedale sì faccia la stessa deduzione somigliante, in questa 
guisa si dark luogo ad un numero indefinito di nuove derivate positive una 
dall'altra secondo la stessa legge. E facile, data che sia l'equazione della curva 
primitiva, di stabilire l'equazioni dalie quali dipende l'equazione della curva 
derivata. Infatti se sia 

l'equazione della curva data, e sieno X, Y le coordinate di un punto qua- 
lunque della tangente si avrà per la sua equazione 

(X - x)\iji + (Y -x)DyU = 0. 
Se per maggior semplicità Torigine delle coordinate sia il punto dal quale si 
abbassi la normale sulla tangente si avrà pure 

X Y 

D^U \)yU ' 

Di qui per i valori di X, Y si avrà 

Ridncendo i secondi membri a funzioni di una sola variabile l'eliminazìoue di 
questa porgerà Tequazione della nuova curva fra X, ed Y, Supponendo che 
l'equazione fra le variabili x y y sia risoluta rappòrto ad y^ cioè 

i precedenti valori diverranno 

^ ' 1 + /'^ I + 7'* 



^ 



— ba- 
sì farà uso o delle (i) o delle (2) secondo la qualità delle applicazioni^ che 
si sceglieranno. 

2? Indichiamo ora un'altra legge di denvazione, la quale mai si potrà ri- 
condurre alla precedente. Se da un punto fisso che potrà essere V orìgine 
delle coordinate si conducano dei raggi vettori ai differenti punti di una 
curva data, e quindi dairestemita di ciascun raggio vettore s'innalzino delle 
perpendicolari, l'inviluppo di tutte queste perpendicolari produrra una nuova 
curva alla quale saranno tangenti le indicate perpendicolari, le curve dedotte 
con questa legge si dicono curve derivate negatii^e secondo la denominazione 
del Sig. W. Roberts. Qui pure è facile lo stabilire l'equazioni : infatti l'equa- 
zione di una delle perpendicolari elevate all'estremità di un raggio yx\jr^ saia 

la condizione onde questa perpendicolare sia tangente ad una tal curva di- 
penderà dalla differenziazione della formola precedente essendo X9 Y costanti, 
il che posto 

(X - %x)àx + (Y - ^jr)ày = 0. 

Di qui ponendo àjr =^'dx si avrà 

e l'equazione f ra X , Y della curva derivata negativa si otterrà dall* elimi- 
nazione di una variabile alla quale sieno ridotti i secondi membri di (X, Y). 
Indichiamo brevemente il nesso che passa fra le curve derivate positive, e le 
curve derivate negative : cosi se nelle foiinole (3) fosse data l'equazione fra 
X, Y della derivata negativa, e si cercasse di essa la curva derivata posi- 
tiva si otterrebbe la curva (x^jr). Nello stesso modo se nelle formole (2) fosse 
data l'equazione fra X, Y della derivata positiva , l'equazione risultante fra 
(^yj) sarebbe la prima derivata negativa della X, Y. Cosi per esempio pren- 
dendo le formole (2) del sistema positivo quando si applicasse alla ellisse di 

X y 
equazione -^ + "^ = i , e si volesse la projezzione del centro sulle tangenti 

l'equazione della curva derivata sarebbe 

(X" + Y Y = a'X^ + h'W 
Se ora dal centro di questa curva si tirino altrettanti raggi vettori, e si con- 
sideri l'inviluppo delle perpendicolari elevate all' estremità dì tali raggi vet- 
tori, e tangenti al punto (x, y) della nuova curva sarà questa un' ellisse, 
per cui come la curva di quarto ordine è la prima derivata positiva dell'ellisse 



— 65 — 

così la ellisse è la prìma curva deriyata negativa della curva del quarto 
ordine : per differenti applicazioni delle forinole (2), e (3) si può consultare 
una Memoria del Sig. Prof. M. Azzarelli, inserita nel tomo III degli Annali 
di Matematica pubblicati da me in Roma nel 1860. Prendendo le formole (3) 
potremo verificare il precedente enunciato: infatti.se nelle formole (3) pren- 
deremo fra (x,^) la curva di quart*ordinc 

dalla quale si trae 

, ^ £^ [(a' -2(0: j^/)] 

^ j 2(jc' 4."^") - ** 
si troveranno per X,Y i valori 



ax by 

A = -5 5 , I - 



X+jr X+J" 

dalle quali si trae senza difficolta 

X" Y» 

la quale appartiene ad un ellisse. Lo scopo di questa Memoria è di ripren- 
dere ad esame alcune curve derivate dall' ellisse tanto nel sistema positivo, 
quanto nel sistema negativo. 

3? Prendiamo dunque le formole (3) nel sistema negativo, e si abbia un' 
ellisse di equazione 

a 
dalla quale avendosi j^' = j- — , ed xjr-jr^ , e quindi 



c^ -^* + %xyy j-fafc' - («' - 6>*j 



.ava 



xjr -X ah 

Nella stessa guisa si trova 

a:[a'&' + (a' - fc>'] 

Infìnc facendo la sostituzione circolare di 

X = a cos 9 , y ^h sen 9 
i precedenti valori diverranno 



-^ = Y 



(*) 



Y - "^(V^ - (a' - V) cos»^) , X = S2ii/^» H- (a' - fc^n'?) . 



— 06 — 

Tali sono i valori delle coordinate della prima derivala negativa dellellisse 
ni quali giunsi (in dal 1846 in una mia Nota inserita nella Raccolta Scienti- 
fica di Roma tomo II di detto anno. F^i reliminazionc dell'angolo f, e ne 
trovai Tequazione algebrica fra X, Y di sesto grado a tutte potenze pari, e la 
posi sotto la forma di un discriminante nullo espresso dalla differenza fra un 
cu])o, ed un quadrato. Sara opportuno di riportare qui Tartificio in allora da 
me ritrovato per giungere all'equazione risultante fra X, Y. Pongasi per brevità 
u = sen (p 9 e facendo i quadrati di X, Y nelle formole (4) si troverà 

b^Y^ = (2b^ - a^u + 2(a* - h^)(2b^ - a*}u^ + (a^ -b^)u^ 
le quali sommate porgonno 

a^V 4. è'Y" = a^ - [a - 6*) [2(26^ - a^)u ^ ^[a^ - 6>^]. 

Se ora si risolva questa equazione di secondo grado rapporto ad u^ , e si 
cerchi il valore della quantità che trovasi sotto il vincolo radicale si avrà 

(5) 4(^'» + 6^ - ah") - 3(a'X' + b^V) = [ z(a^ ~ 6>en> -h 26' - a ]^ 
1 medesimi valori di «'X* , è'Y' si moltiplichino respettivamentc per 

e si sommino si troV^era 

9a'(26" - «')X^ + ^b^(2a - b^)V 
= [3(a^ - 6^)sen> -^ 26" - ^'J' ^ 4(fl" + 6')(2fl" - 6')(2è' - a') 

d'onde si ricava 

(6) m^(tb^-a)\\^\m^--b'')V^A(à'^b')(^^^ 

Ora fra l'equazioni (5) e (e) è contenuta l'eliminazione dell'angolo ^ : infatti 
elevando la (5) al culio, e la (e) al quadrato risulterà immediatamente l'equa- 
zione 

( [4 («'♦ + b'* - ^b"") - 3(a'X' + Z^'Y') J^ 

la quale è di sesto grado a tutte potenze pari di X, Y, e simmetrica rispetto 
a tutte le grandezze a, 6, X, Y. Volendosi ordinare la (7) secondo le potenze 
ascendenti di X, Y si avrà la seguente 

( kn^X^^B b^Y^ + C a^b^X^Y' -f D b'^a'X^Y^ + R a'*X^ -*- F a^Y' 

(8) 

( -f G aVy^y^ ^ Il a^X^ - l b'Y' = K 



— 67 — 
ove si ha 

A = B = i, C = D = 3, F=8a*-6*- 4a»6' , G ■= Ma'b' - 20(a* + 6*) 

V 

E . 80* - a* - 8rt'6', H = 8Ò» [a^(a" + 6") - 26^ {2/1" - 6*) J 

I = 8^1* [b'{a^ 4. 6») - 2a^(2è* -«*)], K = i6rt^Z>'^(a" - &y 

dalla quale si scorge che i primi quattro termini sono il cubo del binomio 
a*X* + 6*Y\ Tutto ciò io rinvenni nella citata Nota del 1846. 

4? In appresso mi occupai dello stesso argomento, ed in una Memoria in- 
serita nel tomo VI del 1855 degli Annali di Scienze Matematiche e Fisiche 
giunsi alla formola (7) dimostrante un discriminante nullo di una equazione 
di 4*" grado : a questo oggetto ripresi l'equazione generale 

Xx + Y/ « or^ + 7^^ 

posi per l'ellisse x = a cos ^ j J" — b sen <f per cui sì avrà 

a X cos (f -^ bY sen (p = a*cos*(p 4- b^sen^(f , 

22 1 ■"" z 

quindi ponendo tang | y = 2 , per cui sen 9 « — ^ , cos 9 = dopo la 

1"t"2 1 4" J2 

sostituzione si giunge all'equazione di 4? grado 

(a + aX)z z^ -r 2"* z 4. a* - aX = 0. 

2 2 2 

11 discriminante nullo porge immantinente la citata equazione (7). In seguito 
il Sig. Cayley nel tomo 2'' degli Annali di Matematica pura ed applicata del 
1859 la ritrovò da un descriminante nullo di una equazione di 3! grado. A 
maggiormente promoverè i metodi generali provenienti dall'eliminazione pro- 
porrò un'altro modo di giungere all'equazione (7) colfintrodurre un'altra va- 
riabile diversa dall'angolo 9. 

5? Ripresi per Tellisse i valori x^a coso , j^=6 sen 9 si faccia JcV/*» r"* 
per cui sj ottiene 

r* - a*cos\ 4. 6*sen*(p , 

dalla quale deduciamo 

{a^ - b^)sen\ ^a^-r% {a^ - &^)cos> = r" -- 6* . 

Ciò posto dalle formole (4) elevando al quadrato i valori di X , Y pongasi 
R* = X* 4- Y^, e si sostituiscano i valori di sen^y , cos*(p si avrà 

r'ia'b' + {a' - r'){r' - b') ] 

a'b' 



— 68 — 
d'onde si trae 

ossia 

(9) r^ - {a + bY + «'*'R' = 

equazione di 3? grado rispetto ad r*. Nelle medesime formole (4) si divida 
Y per X, e si sostituiscano i precedenti valori di sen <p , cos ^p avremo 

Elevando al quadrato, e togliendo i denominatori, si ottiene 

Ordinando una tal equazione rispetto alle potenze di r\ e nel coefTiciente di 
r^ , /•* pongasi nuovamente X* + Y^ « R* si ottiene 

(to) (6*Y* + a'XV - (tó'fe'R' + 6*Y' + n^X>^ + 4a^6>'+ è')RV' -4a^è^R'= 0. 

Quest'equazione e pure di 3? grado rispetto ad r^ : neireliminazione di r' fra 
.la (9) e la (10) si trova la risultante tra X, Y. Indichiamo brevemente la di- 
rezione del calcolo per Teliminazione di un'incognita fra due equazioni di 3"* 
grado. 

6? Pongasi primieramente 

S - b^^ + a'X' , T = Aa'b'h!' 4- 6^Y' + a^X^ 

avremo le due equazioni 

(il) S.r^ - Tr^ + Aa^b^(a^ + fe')RV" - 4a^6*R' = 0, r<^- (a% feV+ aVR^ - 0. 

Ora h noto che per due equazioni di 3? grado 

A2*+ B2% Cz 4. D = , A'z^ + B'z' + C'z 4. D' = 

si ottiene la risultante 

(12) G' 4. MG* - (HN + 2KL)G 4. (K* - MN)H + L^N = 

ove 

G = A'D-AD', H= A'B-AB', K » B'D-BD' 

L « A'C - AL' , M= B'C - BCS N = CD - CD' 
Nel nostro caso per l'equazioni (li) abbiamo 

A=S, B=-T , C - 4^*6 V -^ *')R% D = -.4a^6^R' 
A':=i, B'=:-(a^4.6^), C'=o, D'=a^6^R% 
quindi si ricaverà 



— 69 — 

G = - a'è"R'(4a"6» + S) , H = - 3 a'b'K" , 

K = a'b'K'' [ia'b'ia' + b') + T] , L = M'b'{a' + b')K' 

M = - JUt'b'ia' + 6')R' , N = - Aa'>b'^{a' + 6»)R4 

dalle quali otteniamo 

G' =» - a^^R^iia'b' + S)' , G*M = - a«6«R« .4(a' + by{*a*b* + S)' 

(HN + 8KL) G = - a«6«R«{4«*6"+ S) [iìa'b\a + 6")R>+ s{a'+ b')(Aa'b'(a' *■ b*)+T) ] 

(K» - MN)H - - ia^b^h^[{Aa^b'(a' + i») + T)' - i6a'6>» + i')'R» ] 

Sostituiti questi valori nella risultante (li), sarà essa divisibile per a^b^K^, e 
cangiando il segno a tutti i termini si avrà 

' (ia'b* + S)' + *{a' + b')^(*a'b' + S)' 

(13) j - (Aa'b' + S) [i3a'b'(a' + &=')R' -r &{a' + b') (Aab'{a' + i') + T ) ] 

+ 3 [ (*a'b^a' +b') + T)"- 16 a'b' (a" + £>»)^R' ] + 64 a'b' {a' +b')H\* - o. 

Questa equazione coincide con la (s) del n? 3 : infatti sostituendovi i valori 
di S, e T, ed ordinando per le potenze di X, Y si giungerà ad un risultato 
della forma 

{a'X' + b'Yy + E,a*X* + F,i«Y< + G,a»ò»X"Y» + H.a'X' + l.b'Y' = K, , 

ed ove i coefficienti Ei F, G, H, I, K, sono identici a quelli che nella for- 
mola (s) abbiamo notato per E^ F, G, H, I, K. Questa curva del 6." ordine pri- 
ma derivata negativa del centro dell'ellisse passa sotto il nome di curva di 
Talhot : il suo quadrante si esprime per una funzione ellittica completa di 
prima specie. Facciamo delle ulteriori ricerche su queste curve. 
7? Riprendiamo i valori di X, Y dati dalle (4) cioè 

X .= esilia' + (a" - A>n>) . Y -"^(b' -{a'- 6»)cos'<p) 

e calcoliamone i differenziali , si avrà a riduzioni eseguite 

dX = ^^^(a- - 2*' - 3(«" - i>n«^) 

d'onde per la prima derivata Y' si ha 

10 



— 70 — 

il che c'indica che Tangolo d'inclinazione della nuova curva all'asse della X, 

è supplemento dell'angolo, che il raggio vettore r della ellisse forma con Tasse 

dY' 
delle Y. Per la derivata seconda Y" = -rrr- si avrà 

dK 



6^ sen*(p [ a^- 26* - 3(a^ - b^) sen*<p ] 
quindi avendosi 

^jPj-yTa ^ V^^'sen' (f -H g^cos'9 



b sen 



9 



8_ 



(1 + Y"*) 
olterrerao per il raggio di curvaturap = + — ^, — - scegliendo il segno - 



[ 3(rt^ - 6^)sen*9 + 2t* - fl^ ] (a^cos*(p + fe*sen*(p) ' 

ove supponendo a = 6 sì lia p - a , e la curva diviene il circolo, e sosti- 
tuendovi jc = a cos <f , _x = b sen 9 , r* = j:* +^* , risulterà 

Calcoliamone adesso l'elemento dell'arco S cioè componiamo Tespressione 

dS = v/dX^ + dY^ 



SI avrà 



(16) 



-)V^ 



Di qui si scorge che l'arco S dipende dai trascendenti ellittici. Per eseguire 
una tal riduzione poniamo nella parte razionale sen^cp = l — cos*<p, e nel vin- 
colo radicale cos*(j) = i - sen*(p , otterremo primieramente 

dS = ^(3 {a^ - 6^)cos"9 -»- 6^ - 2a*V«* -(a* -6^)sen^9 . 

Per ridurla alle note forme usate da Legendre si faccia a* — è* = a^c^ ove 

c<i sarà il modulo, ed il complemento c' = — , e* 4- e'* = i e pongasi di 

a 



— 71 — 

più A = Vi -c^sen^q) , quindi per i trascendenti ellittici di prima, e seconda 
specie 



avremo 






ovvero 



♦ 



3 flC* fife "" 2) 

(i7) dS = r- do cos^cp A + 1 do A , 

' e e " 

quindi dall'integrazione 

(id) S « — , — ld(p cos*9 A + -, — ^Idcp A . 

11 secondo degli integrali è un trascendente ellittico di seconda specie, ed 
il primo dipenderà dai due trascendenti £, F: infatti per le formole di riduzio- 
ne date da Legendre, si ha 



ld(p cos^^p A «= — A sen cp cos <p 



(1 +c^) g y F 



3 e* 3 C* 

d^onde per la sostituzione 



3 ac^ /A sen (f cos 



e' \ 3 



(1 4-0 ^ c'^ F\ a(c^^ - 2) 

3C* 3C*/ C 



i coeQicienti di E sono eguali, e di segno contrario, per cui si ridurrà ad 



ac^ / ^ — r do 

S = — r sen o cos o V < - o* sen^o - ac^ I , - 



sen^(p 



L'arco S dipende da un termine algebrico, e da un trascendete ellittico di 
prima specie : per il quadrante della curva si ha per limite superiore f=o, 
e per limite superiore ^ = I tt , il che porge definitivamente 

(19) S = ac' r -y=J= . 

•^o VI - c^sen^y 

Questa rappresentazione geometrica di un trascendente ellittico completo di 
prima specie era stala già osservata da Legendre. Occupiamoci ora brevemente 
dall'evoluta della nostra curva. 

S? Le coordinate X, , Y^ di un punto qualunque delKevoluta corrispondente 
ad un punto (X^ Y) della evolvente vengono date dalle formole 



— 72 — 

1 + Y" Y' 

Y,-Y = -^^, X,-X=-;p(« + Y") 

nelle quali sostituendovi i valori di X, Y^ e delle derivate Y', Y" in funzione 
dell'angolo f , ed operando tutte le riduzioni si' troverà 



(20) 



X. J^^-^r^' ^U'- ^' - 3(a» - è») cos>) 



Facciamo la somma dei quadrati, e sostituiamo i valori di sen^f , cos^cp in 
funzione del raggio r si avrà primieramente 



«afe- (xj . Y\)J.^-:::ìp^{zr' - ^r . (^jil^-^ (^» _ ^-^ 

a , ' a 



2» 3 



Sostituendo ancora i valori di cos^(p , sen^tp , e ponendo XJ + Y^ = Rf si avrà 

Eseguendo le indicate potenze, e moltiplicazioni, ed ordinando rapporto alla 
potenza di r*, l'equazione è divisibile per a^ — 6*, e si troverà 

L'eliminazione del raggio r in questo valore di R[ , congiunta con un'altra 

Y* 
equazione , la quale si formerà dal rapporto -^^ porgerebbe l'equazione 

dell'evoluta, ma sarebbe assai complicata, mentre dipenderebbe per lo meno 
dall'eliminazione di un'incognita fra due equazioni di 5^ grado. Dalla formola 
(9) che ci da il raggio R della curva evolvente, e dalla formola (21) che ci da il 
raggio R| dell'evoluta, dall'eliminazione di r' si ottiene un equazione fra i 
due raggi R, R^ , ma ciò dipende dall' eliminare detta r fra due equazioni 
una di 3? grado, e Taltra di 5? Facciamo adesso delle indagini sopra altre 
curve derivate positive dal centro dell'ellisse. 

9.*** Supponiamo che n = sia l'equazione di un'ellisse 



e SI avrà 



-. 2j: ^ 2r 



a» ' ' b 
le formole (i) del parag. i? diverranno 



(88) 



— 73 

X 



dalla quale si ricaTerk 
(83) (X' + Y')' = a*X" + VT 



equazione di 4." ordine della curva proieziobe ortogonale del centro dell'el- 
lisse sulla sua tangente : viceversa si avrebbero i valori di x, jr espressi per 
X, y sarà 

a*X 6'Y 

^~X»+Y" -^"X'+Y' 

dalle quali avendosi i valori di — , ~- se ne ritroverà l'equazione (23). Qui 
pure poniamo 

d onde si trae 

1 



X^ 4. Y' = R" = 






quindi per le formole del parag. 5? si troverà 

a? a 

a 



R^ 



«^ + 6» - -^ 



r 



Da lungo tempo, e fin dal 1844, 1845 mi occupai in due lunghe Memorie di 
tali curve derivate positive del centro dell'ellisse^ e deiriperbola, e trattan- 
dosi della derivata seconda dal centro dell'ellisse giunsi sotto una forma un 
poco complessa a determinare la sua equazione, la quale ascende al duode- 
cimo grado. In appresso il Sig. Hirst in una interessante Memoria inserita 
nei miei Annali di Matematica nel 1859 si occupò con felice successo tanto 
delle curve, quanto delle superficie curve sia positive, sia negati ve^ e con- 
nettendole con le figure inverse , e con le polari reciproche riconobbe fra 
le altre proprietà, che la curva derivata seconda coincide con la figura in- 
versa della prima derivata negativa. Cosi esso dalla curva (7) prima derivata 
negativa deirellisse giunse alla seconda derivata positiva di 12? grado, il che 

oc Y ì. \ , 

Ottenne col sostituire nella formola (7) — 3 , ^ , — > "IT ^^ luogo di x,^, 

r r a 

ay b. In questa guisa potè ottenere di porre l'equazione di 12? grado sotto la 



' 



— 74 — 

forma di un discriminante nullo. In fine il Sig. W. Roberts rimarcò, che dai- 
l*equazione della Toroide curva ' parallela all'ellisse si jtassa all'equazione (7) 
col duplicare le dimensioni a, 6, e col fare ^*+_^*=c* ove e sia la distanza co- 
stante presa sulla direzione della normale alf ellisse. Tutti questi risultati 
uniti a molti altri , li quali riguardano dette ricerche somiglianti fatte dal 
Sig. Cayley, furono da me richiamati in un breve articolo inserito nel tomo 
6? dei mei Annali di matematica pel 1864 (*). Nel proseguimento di questo 
scritto voglio prender nuovamente ad esame la curva derivata seconda dal 
centro dell' ellisse in ciò che riguarda particolarmente la sua equazione al- 
gebrica, per la quale facendo uso di altre considerazioni si potrà porre sotto 
la forma di un discriminante nullo. 

10? Abbiasi adunque la curva del 4? ordine 

/ 2 2v'^ '2 3 Ida 

[x +jr) = a o: + by^ 

e cerchiamo il luogo geometrico della projezione ortogonale del centro sulle 
sue tangenti. Si chiamino X, Y le coordinate di un punto qualunque della 
retta tangente avremo l'equazione 

(24) cc[ 2(x' ^f) - a'] (X- X) + j [2 (X* +^') _ 6'] ( Y - ^) - 
come per Tequazioae della normale condotta dal centro della curva 

X Y 

nelle quali facendo r* = x' +j^ , d'onde r* « rt*j:* + b^f*, si ridurranno 

xX(2r' - a*) + j'Yisr* - b^) = r* 
xX(2r* - a) - jY{2r' - b^) = o. 
Di qui risolvendole rapporto ad X, Y si otterrà 

r^x{2r^ > a) r'yj^r'' -b^) 

" x\^^ ^ aY +y(2r* - 6y ' ~ a7Vr"-ay+y(2r'^6>)" 

le quali ci porgono i valori delle coordinate X, Y in funzione delle x^y^ e 
sostituendovi il valore di r^ = «V 4- b^y^ si ridurranno ad 

^ a^x"" + b^j^ ' " a^x"" 4- bY ' 

1 medesimi valori di X, Y si possano far dipendere dal solo raggio r : in- 
fatti ponendo nella curva di 4? ordine x ^r cos u ^ y — r ^txv u essa diviene 

r^ ^ aco^u + è'senV 



(*) Equazioni finite, pag. 88, tom. 6, 1864. 



— 75 
dalla quale si trova facilmente 



quali sostituiti nella ultima espressione di X, Y diverranno 



(25) A = ,. , Y =• 



LVlimiaazìone del raggio r porgerebbe l'equazione fra X, Y appartenente alla 
seconda derivata positiva del centro dell' ellisse : noi faremo uso delle stes- 
se (25) alquanto modificate. 

1 1 ? Pongasi R* = X* + Y* si troverà dalle precedenti 

«6 



(26) a 



2 



(flV bY - a'b* 
e facciasi il quoziente fra Y, ed X, si avrà pure 

, , Y (2r'' - b'W^^^^ 

(87) ei I — ————: 

Con le formole (26) e (27) faremo l'eliminazione del raggio r. Si elevi al qua- 
dralo, e si ordini la (27) e (26) secondo le potenze di r^, avremo 

(28) 4RV^ - A(a' - 6')RV* + (4a'6'R' + a^Y^ ^ b^XY - a^b^a^'Y' + b'X') = 

(29) r^- (a^ 4. i')RV' + a'6'R' = 0. 

Nella memoria del 1845 per mezzo del metodo di Bezout ridussi Inequazioni 
(28), (29) a due altre equazioni di 2.** grado rispetto ad r*, e quindi ne in- 
dicai la composizione dell'equazione risultante : presentemente voglio servirmi 
direttamente dell'equazioni (28) e (29) di terzo grado rispetto ad r^: allora, se 
come feci nel parag. 6?, pongasi 

S - a'Y' -f b'X^ , T = 4a VR* + aY + b^x' 
SI avrà * 

(30) 4RV« -- 4(a' -*- 6*)RV* + Tr* - a^b^S = o 

(31) r«- (a* + 6')RV + a'b'K* = o 
Ora sieno le due equazioni di 3? grado 

Az' + Bz* + Cz + D = , A'z^ + B'z- + C'z + D' = « 
si ha per la risultante 

(32) G' + MG* - (HN + 2KL) G + (K* - MN) H + L'N = o 

ed ove 



— 76 — 

G = A'D - AD' , H « A'B - AB^ K - B'D - BD' , 

L = AC - AC , M = B'C - BC , N = CD -CD^ 

e per le forinole (so) e (31) si ha 

A = 4R% B c=, - 4(a' 4. 6*)R^ , C = T, D=-«VS, 

N' = i, B' = o, C--(a^ + 6«)RS D' = flVR^ . 

Formando con questi valori le quantità G, H, L, . . . . , e sostituite nella 
(31) si arriverà ad un'equazione di 12? grado a tutte potenze pari per cui la 
curva seconda derivata dalPellisse appartiene al duodecimo ordine. Ma cer- 
chiamo di giungere all' equazione di questa curva espressa da un discrimi- 
nante nullo di un'equazione di quarto grado. 

12? Fra le due curve di coordinate x^j^ ed X, Y si avrà come al parag. 
4.** la relazione 

(32) Xx + Yj^ = X' 4. Y" = R^ 

Per la curva cognita del 4.'' ordine abbiamo 

X = cos u^a^cos^u t- 6^sen^^ , . ^ - sen uya^cos^u 4- b^sen^u 
si avrà 

(X cos M + Y sen u)^a^cos^u -h t^sen^a == R*. 
Pongansi le 

tang.u = z , cosw = , sen u = 



diverrà 



(33) (X + Yz)V?VF? = (1 + z^)K\ 

Elevando al quadrato si avrà un' equazione di 4? grado rapporto a z della 
quale il suo discriminante nullo rappresenterà l'equazione fra X, Y della curva; 
ma sarà poi opportuno di togliere l'irrazionalità coli* introdurvi una nuova 
variabile. Pongasi 

^rt+feV = 62 + (; , d'onde z - — j — 

^ 26ì; ' AbV 

^ ^ 2bXv ^ a'Y - i/"Y 

X T Ya = ; 

2b\^ 

quindi sostituiti nella (33) avremo primieramente 



— 77 — 
RV« + (hb*- sa*)RV* + a*R* - saVX»; - a*iY + a»6 ¥«;«- a&^Xi»» - a**YtA* -^ 6yt;*=o 

quale ordinata rispetto alle potenze di v prenderà la seguente la forma 

(34) (iX + RV4_ 4. ^ t*' + 6(?^1^)rV" - 4. ^ i» + a*(R' - ÌY) = 0. 

Ora ìq un'equazione di 4? grado 

hs^^ 4- 4Bi^^ 4- eCt^* + 4Dt^ 4- E = 

si Ila per Tinvariante cubico I e per l'invariante quadratico J 

I = 3C* - 4BD + AE , . J « ACE - AD* ~ EB" - C^ + sBCD 

come per il discriminante D, sia D, « P - 27J*. Non ci resterà dunque che 
di calcolare I, J per l'equazione (34) ove per A, B, C . . . . abbiamo 

A-tY.«-,B = -*^.C-"*'-°''»'. D.-»-:*:5,E.».,R--»y,. 
Di qui 

quale si ridurra ad 

I .^—L(a^ +i4 ^ a'6>)R4 - 3a'6*(fl*Y' + é^X*)") . 

Nella stessa guisa per Tinvariante quadratico J, avremo 



a\n3 



(26* - «y R^ aa'yX' (26' - a?)R 



S7 4 3 

quale si ridurra ad 

4(«&' - a')(8a' - 6')(a» -^ 6')R^ - »(>6' - aV»6'Y'R' - 9(8a» - y)a»&»X'R ' 

27 

e che lo trascriveremo ancora con 
J = ^ ^U(fb^ - a')a^b^\^ + 0{2a* - h')a^b^V - 4(2Ì* -^a>)(2a* - V)(a^ ^ Ì^')rA 

quindi per il determinante nullo avendosi V » 27J' si avrà l'equazione richiesta 

il 



78 



(35) 



(A(a^ + 6^ - aV)l^^ - zaV(a'V + 6*X')Y 



= R^[9(2&" - à')a^b^Y' 4- »(2a' - 6>'6^X* - 4(26* -a')(aa* - 6')(aV ì^jrA' 

la quale coincide con quella ritrovata dal Sig. Hirst, deducendola, come av- 
vertii nel parag. 0.^, dalla curva di Talbot: a maggiore esattezza di questa for- 
mola dimostro come l'equazione (35) possa ritrovarsi da un discriminante nullo 
di un'equazione di 3? grado. 

13? In una Memoria del Sig. Cayley inserita nel tomo 2? de'Nuovi Annali 
di Matematica pag. 163 e seg. si dimostra come la curva del 6? ordine di Talbot 
si trova in un discrimante nullo di un'equazione di 3.^ grado, cioè 

(36) G* - G*(2a* + 2&') -H G(/i'X' + 6'Y" + Aa'b^) - ^a^b^X" + Y^) == 

Secondo losservazione del Sig. Hirst si passera alla curva (35) sostituendo 

X Y *i 1 . 
nella (36) ^2" ^ HF » — » "ì" invece di X% Y*, a, b il che eseguito diverrà 
n i\ a b 

<") ^ -""[-TV-) -^ H ^W ) -TSW--'' 

Paragonata con un'equazione di 3.* grado 

AG' + 3BG'' + aCG + D = 

si ha 

A R_ g / ^' ^ ^'\ r 6'X* + rt'Y' + 4R* ^ 2 

Il discriminante D. si ha dalla formola 

A^D, = 4(AC + BV - (3ABC - A*D - zB^)\ 
Con i precedenti valori avremo 

AC - B' - - jj^,(*(»« - &'- «VìM - M'»"(4*X* + »'10) 

3ABC - VD - .B. - •"■•-*•»*•''• V'^" '»'> . ' . ^* ?>! 

9a*6*R* a'b* R' S7rt^6^ 

Riducendola ai medesimo denominatore, e sostituendo nel numeratore 

R* = X' + Y* 
si arrìrcrà alla formola 



a'b' K' ■ 



— 79 — 
3ABC - A'D - 2A* 

2 



Annullando il discriminanle D, , si avrìi per l'equazione della curvn 

4(AC - B')* = (3ABC - A*D - 26^)* 

ove sostituendo i precedenti valori si otterrà esattamente l'equazione (35). 

Facciamo delle ulteriori ricerche- sulla curva di Talbot prima derivata ne- 
gativa, del centro dell'ellisse, e data dall'equazione \7)» o (s) del parag. 3? 

1 4? Fra le coordinate jc^a cos (p , ^ = 6 sen 9 dell'ellisse, e le coordinate 
X, Y della curva di Talbot sussistono l'equazioni (4) di già riportate al parag. 



7? cioè 



e supponiamo che fra li semiassi a, b sia a^ ^20^, a =^b^%, il valore della 
Y diverrà 

Y =6.sen*9 , 
dalla quale 

Y^ = 6*sen^9«6^.-n:- ir- 

^ b^ b^ 

d'onde 

ed il valore di X diverrà 

X=^^ÌJE^(3Z^^~è»cos»y) 
a 

ed 



<:os*9 



•*-(-^)=^-?y 



2 

d'onde da una equazione di 3? grado rispetto ad x^ si otterrebbero le coor- 
dinate dell'altra per le coordinate della curva di Talbot. L'equazione gene- 
rale (7) della detta curva diviene per <i* = 2^* 

{A^ - 2X* - Vf = 27è^Y^. 

Per la stessa supposizione l'equazione (35) come derivata positiva seconda del 
[ centro della ellisse diverrà 

3[2R* - b\\^ 4- Y') ]5 = 96* R* X^ 

Projettendo il centro della curva di Talbot sulle tangenti , il luogo geo- 



— 80 — 

metrico sarà un'ellisse; ed allora faceudo uso delle formule (i) del parag. 6? 
si otterrà la curva derivata positiva da ({uella di Talbot , e sì esprìme- 
rebbero le coordinate X, Y delPellisse in funzione razionale delle coordinate 

X* Y* 

della cu va di Talbot, ma non sarebbe facile il dedurre l'equazione -j- + r^ - 1* 

per darne un cenno almeno riprendo la formola (s) contenente X, Y in x, j* 
e sarà 

Rappresentata per u^ o avremo per le, derivate parziali 

D^i = 2n^a: [ :i(a^x^ -f by^f 4- zEa^x* + G6y + Il ] 

-D^ = 2by [ z(a^x^ + hy^f + 2Eby^ + GaV + I ] , 

dalle quali si trae dopo alcune riduzioni 

x])ji + jl\w - 2 [ (a^x^ + byy + 2K - ìia^'x^ ~ ìby^ ]. 

Se questi valori si sostituiscono nelle formole (i) del parag. 2? sì otterranno 

i valori di X, Y in funzione razionale di x, y^ ma non sarà facile rilevare 

che X, Y verificano l'equazione dell'ellisse : mentre fra le x^y^ X, Y vi sono 

delle equazioni irrazionali : prendendo come sopra a^ = 26' l'equazione u«=o 

diviene 

(4t' - 20:' - j*)» = 27 by'^ 

e si avrebbe 

D^M === - 12 x{kb^ - 2j:^ ~ >'^f , M^i = - 6/ (4^^^ - %x^ "J^f - 108 6^j-* 
dalle quali a riduzioni eseguilo 

quindi le altre due • 

D^w(xD,u H-jD^w) = losè^j^ (4è* - 2x' - j')(86* + 20:" H- r^)(86* - 4r^ +7-' 

Parimenti a riduzioni ripetute si calcoli la somma dei quadrati 

(D^)«, D^)», 
e si avrà 

(D,«)»+ (D^)' = 27. x.bY(\b^- ar*-y)(4è*^V 2&r»j'+_^*+ lex*- 646'jr+ 646*) 
quali valori tutti susliluili nelle formole generali 



.- I 



— el- 
le X, ed Y dovrebbero verificare Tequazione all'ellisse 

X^ Y" 

Il che ci basti di averlo accennato. Termineremo questa Memoria coll'indicare 
brevemente la dipendenza^ che la superficie prima derivata negativa dal cen- 
tro deli' ellissoide ha con la superficie seconda derivata positiva dello stesso 
centro dell'ellissoide. 

15? Il Sig. Cayley nella citata Memoria al tomo 2?, pag. iigeseg. degli 
Annali di Matematiche 1859 determina l'equazione della superficie prima derivata 
negativa dal centro dell'ellissoide, ed il grado dell'equazione è decimo, e la fa 
dipendere da un discriminante nullo di una equazione di 4? grado; ma nell' 
equazione a pag. i78 è la seguente 

G4 - 2(a' + fe" + c')G^ + [ 4(6V + c'fl' -f- rt'è^) + flV + fey -f c^z^ ]G^ 

^ [ - Sfl'^^c^ - 2(6^ + c>\r" - 2(c' -V d')by^ - %{a + b^)c\^ ]G 

Secondo l' osservazione del Signor Hirst si passera alla superficie deriva- 

oc y z 
ta seconda j)ositìva con sostituire — j > ^ > — j in luogo di a: , ^ , z, ed 

,.a = aj* + r* + s*. ponendo — > -r-i — in vece di a, b, e. Facendo una tale 
•^ ' a e 

sostituzione nella pi'ecedente relativa equazione, si avrà 

^ , i(ab* -i-a'c' + b*c') _ , /4(a* + b' + e') bVx ' ■>■ a'cy + a^b'z'\ 
^'-—~a'b'c' ^ * [ a'b'C "^ ;^^fcVv5 f^ 

li discriminante nullo di quest'equazione rappresenterk la superficie in pro- 
posito e l'equazione ascenderà probabilmente al 20? grado. Ponendo per brevità 

{a'b* + a'c' + b'c') ^ 4(a' + 6' +c' b'c^x' + a'cY + a*b'z' 
Ì^P6V ' ° 6a*òV "^ aa'b'c'r'^ 

( 2 (6'-f c')x' + (g' -hcV-.- (fl'+ 6V \ 



— 82 — 
risulterà 

AG* + 4BG3 4- eCG' + 4DG + E = o , 

ed il discriminante nullo verrà dato dall'equazione 

(AE - 4BD + 3GY « 27 (ACE + 2BCD - AD' - B'E ^ C^)'. 

Osserveremo clic C^ che sarà del 24? grado non entra neirequazione della nuo- 
va superficie. 



Roma li 30 Aprile i870. 



— 83 — 

RISOLUZIONE DELLE EQUAZIONI DI 3" E 4* GRADO 
PER MEZZO DELLA SOSTITUZIONE LINEARE 

NOTA 

DEL PROF« MATTU AZZÀRELLI. 

I. iflolli sono i metodi immaginati dai geometri per la risoluzione delle 
equazioni di terzo grado a partire da Tartaglia , che pel primo la presentò, 
come egli stesso dice, in un capitolo ridotto a rime onde rammentarne più 
facilmente la regola (Vedi quesiti ed invenzioni diverse di Niccolò Tartaglia 
Bresciano - Venezia 1546, pag. 124). Questo metodo del Tartaglia è comune- 
mente noto sotto il nome di Hudde (Serret, Algebre supcfrieure, t. 2, pag. 423). 
A lor volta il Conte di Fagnano, il Cardinali, proposero i loro metodi, l'uno 
nelle sue produzioni matematiche, e Taltro nei suoi opuscoli matematici, senza 
tener conto di molti altri che si riscontrano nelle varie collezioni matematiche. 

Tutti questi metodi generalmente mutano, quando si passa alla risoluzione 
delle equazioni di quarto grado, nella forma della incognita espressa per le 
nuove indeterminate. Il Sig. Prof. Tortolini mostrò come il metodo di Tar- 
taglia si estende elegantemente all'equazioni di quarto grado in una sua me- 
moria (c sulle relazioni che passano fra le radici delle equazioni di secondo, 
terzo e quarto grado, ed alcune proprietà delle somiglianti forme omogenee 
a due indeterminate » (Roma, 1855 — Annali delle Scienze Matematiche). 

In questa nota si vuole mostrare^ essere possibile la risoluzione di ambe- 
due i gradi terzo e quarto adoperando una medesima sostituzione. 
2. Sia l'equazione 



e jK>sto 



x^ -h zpx^ + zqx + 2r = , (i) 



my-rìi 





JL 


-^.1 ^^' 


otteniamo 








m^ 


j^ ■¥ ^rnn 


j^ + 3mn^ 


X^n^ 




-^ zpm^ 


+ ^pmn 


+ 3/?n* 


-¥ 2pn 




+ 3^m 


+ ^pm 


-*• ^pmn 


•*- ^qn 




+ 2r 


+ ^qm 


+ zqm 


+ ir 




+ zqn 


-^ ^qn 








-h 6r 


•¥ 6r 





= 



Essendo m ed n indeterminate ne disporremo per adempiere alle condizioni 



_ 84 _ 

^mn^ ■¥ 6 pmn -^ 2pn^ + zqm + e^n + er = o | ' 

Se queste si soUraggono otteniamo 

2mn {m - n) -h zp {m^ - n^) + 3^ (w - fi) = a 
ovvero 

w/i + yo(m + n) + ^ « 0. (4) 

Se ora la (4) si moltiplica per sn e si sottrae dalla seconda delle (3) 9 ne 

risulta 

pmn + q{m 4- n) + 2r « , (5) 

e da queste 

pg -2r 
m 4- n ^^^ 



(6) 



e quindi 



dalle quali 



7-/>' 



2pr -flf* 
mn «i ì- 



q-p 



m = 



_pq -ir t. \Jipq - v)' - 4(yr - y') (y -- ;>') 



iif-P') 



^^ _ pq-ir^ \/{pq - 8r)' - 4(yr - g*) (y - yo') , 

8 {q -p") 



(7) 



Ai medesimi risultamenti si giunge quando i valori di m ed n si rappresen- 
tino simbolicamente per z , perchè avremo per la composizione delle equazioni 

q^p q-p 

la quale nel caso attuale è la risolvente. Questa si ridurrebbe al primo grado 
quando avesse luogo la condizione 

nel qual caso la (1) si trasforma in binomia perchè diverrebbe 

(x +/?)* + r - /?^ =» 0. 
Se avesse luogo la condizione 



— 85 — 

i valori di m ed n sarebbero eguali e di segno contrario ; e quando fosse 

si otterrebbe 

pn - 2r 
rn = ^-t , /i = 

ovvero 



m =0, 71 



9-P' 



Dalle (?) rileviamo che i valori differenti di m ed n sono 

pq-ir+ yjipq - vf - \{ipr - q^) [q - p') 



m = 



% -P') 



n = 



pq -ir - \l{pq - 2r)" - K{^>r - q') {q - p') 



(8) 



2(7 -P') 

c se qui poniamo p = o avremo più semplicemente 



- r + V r* 4- ^^ — r - y r' + ^^ 



/?i = . ì ^ = 



q q 

Assegnati i valori di m ed n si dovrà risolvere l'equazione binomia 

dalla quale 



I n^ + zpn ^ ^qn + 



2r 
2r 



che ammette tre distinti valori, i quali sarebbero formati dal valore del ra- 
dicale di terzo grado moltiplicato successivamente per 

e% e, 0" 

essendo 

= - è -^ è V/^ 

cio^ la radice cubica immaginaria dell'unita.^ 

Per la determinazione delle formole solutive e loro discussione rimandiamo 
al tomo VI degli Annali di Matematica pubblicati in Roma dal Sig. Prof. 
Tortolini per l'anno 1855 ove ne tenemmo proposito. 

12 



86 






. Sia l'equazione dì 4^ grado 

e posto 

mjr + n 



(0 



a: = 



J -^ * 



otteniamo^ fatta la sostituzione e relativi sviluppi 



m 



+ 



Apm' 



67 



m 



•¥ Arni 



4- j 



/^ + Am^n 


* 

r 


^ + wi^n'' 


r 


* 4- Amn^ 


+ ì2pm^n 




+ 1^/7171^ 




4- 4)071^ 


-f- 4^m^ 
+ i2qmn 




4- tgn* 




4- i2pmn 
4- ifiyfi* 


+ I27m* 




+ 2Aqmn 




4- i2qmn 
4-4rm 


+ 4r» 








4- i2r/i 


+ AS 




+ 6^ 




4-45 



r 



K' 



\ 



Apw 



Offri' 



-0 (2) 



+ Ani 



4- 5^ 



nella quale si pongano le condizioni 



in 



^ìi 4- zpni^n 4- pm^ 4- si^/Tm 4- 37W* 4- 3r/?i 4- r/i 4-5 = 



mn^ 4- "ìpmri 4- yy/i*^ 4- 3é^/?in 4- 3771* 4- v*n 4- rm 4-5 = 



(3) 



Queste sottratte ci danno 

77I7I /771 + n) 4- 'ìpmn -^ p (m -^ nY -^zq (771 4- 71) 4- ar =^ (4) 

Per avere un'altra equazione fra le medesime incognite mn^ m 4- n si liprenda 
una delle (3) per esempio la seconda <; la (4) moltiplicandola per n , onde 



abbia nsi 



77171-* 4- zpmn^ -^pnr 4- 3^^77271 4- zqn^ 4- 3r7i 4- r77i 4-.y = 



7777*^ 4- m^n^ + '^pnin t- pni^n 4- pmìi 4- pn? 4- ^mn 4- 3771^ + 2r7i = 
che sottratte danno 

771*71" 4- yy77l7l (771 4- /l) 4- r (771 + 77) 4- J = , (s) 

Se fra la (4) e (5) venga eliminata m ^ n troveremo 



^ 


777Vr^ 4. 6^V 


77l*7l'' 4- Opr^ 


mn 4- fir^ 


w 


-- az/r 


~ S/)^'^ 


- 37r5 


7' 


4.^7^ 


- rs \ 


4- pS 



= 



(6) 



— 87 ~ 

per la risolveatc. Noteremo qui che trovato uq valore per mn per mezzo 
delle equazioni componenti se ne otterrà ancora uno per m + n , e perchè 
verrà cosi assegnata la somma ed il prodotto delle due quantità m , /i la 
loro definitiva determinazione dipenderà da una equazione di secondo grado. 
Ciò eseguito la (2) si ridurrà ad una equazione derivativa del secondo gra- 
do, della forma 

aj^ + bjr^ 4- e - 
ove 

h = ^\p%n^ •+- y)mn + %prnn + qn + Kqmn + qm + 2rm -+• ^rn + s\ 
e = fi^ + hpv? + ^n + hrn + s 

e quindi ne seguiranno quattro valori per la y ed infine per la relazione 

my + n 
X = 

se ne dedurranno i quattro valori per la x. Se poniamo /? « 0, la risolvente 

si muta in 

iv?ìì^ ■♦- zqm^n^ -^ smn + 3^^ - 2r* = 

e le primitive componenti divengono 

(m + n) (mn f 3^) + 2r = 
mV + r (w + n) + .y — 0. 

4. Se prendiamo a considerare la risolvente (e) è facile riconoscere ch'essa 
può prendere differenti forme, secondo le diverse relazioni che passano tra 
i coefficienti della (i). 
Per 

y}^ — zpq - r = 
si ha 

(flpV -i-pS" 3^r) m^n^ -♦• {^pr^ - ^pqs - r^) mn + (j/^^ - 3^r j -h )9^*) = : 
per 

2r^ - 3^rj •♦- ps^ = 
risulta 

{y}^ - 3)9^ - r) m*n^ + {6/>V +ps - zqr) mn + (eyor* - 3py^ - rj) = 

onde in questi due casi la risolvente diventa di secondo grado. 
Se poi poniamo simultaneamente 

Sjp' - zpq - r « , ejp V -ì- ps - ^qr = 



— 88 — 

si avrà 

{6pr^ - zpqs - rs) mn + (2r^ - ikfrs + ps^) = o. 
Se è 

sy>* - zpq - r = , 6/>r* - zpqs -rs — o 
si ottiene 

(6/9 V + ps - zqr) inrC + (2r^ - ^rs '^ps^)=o. 
Se hanno luogo 



risulta 



Se abbiansi 



Per 



si ottiene 



2p^ - zpq - r = , ar^ - 3^rj + )o^* = o 
(^V -i- ps - zqrs) mn + (6/>r* - 3^^^ - r^) = o. 



ùp r -^ ps — zqr == o , eyor — a/o^j — rj = o 
{2p^ - 3^9^ - r) m^n^ -¥ (2r^ - 3^r^ + ps^) - o . 

q/oV + ps - zqr == , 2r^ - 3^r^ + pj* = o 
(s^^ - 3/9^ - r) m^n} + (6/?r* - 3/?^^ - rs) = o. 



E finalmente se ba luogo 

^pr^ - zpqs -rs = y 2r^ — 3<7rj + ps^ = o 
la risolvente h 

{2p^ - 3/0^ - r) rr^n + (eyoV •¥ ps — zqr) » o 

dalle quali ipotesi risulta quando la risolvente si riduce a maggiore semplicità. 

5. Prima di porre termine a questa breve nota dimostreremo che la riso- 
luzione di una equazione di grado quarto si può far sempre dipendere da 
quella di egual grado le cui radici sieno reciproche. 

Si riprenda l'equazione 

x^ + kpa? + Ufx^ + krx + 5 = (1) 
ed in questa si ponga, essendo h una indeterminata, 

X ^j •¥ h (2) 



e SI otterrà 



ove 



jr* + Mj^ + Af^ + ACJ + rf = (3) 

a = p -¥ h 

h ^1i -^ 2ph + q 

e = h^ -^ zph^ ■»- zqh + r 

d ^ h^ -^ Aph? + ^ph^ + Arh -»■ s. 



j 



89 



Si ponga la (3) sotto la seguente forma 



.4 -.3 -a 



a a a 



d 



•4-1=0 



(4) 



ove fatto 






= z 



SI olteogouo 








7* ,k y^ 2' y 2' j 


z 




j ' rf </■/»' d "d"/»' rf 


"rfv; 



die sostituiti nella (4) risulta 



d'Ii d^lh drU 



(») 



I coeflìcienti di questa equazione continuano ad essere indeterminati perchè 
dipendenti da hy dunque possiamo porre la condizione 



dalla quale 



a ^ e 

a 1 a 

ad ^ C 



e sostituiti a questi simboli le loro relative espressioni in funzione di h e 
dei coefficienti della (1) abbiamo 

{p + A)* (A^ + Kpìi? + 6^A* + 4rA -f j) = [W + 3jp^* + 3^A + r)^ 

dalla quale, dato luogo a tutte le riduzioni che si presentano per l'effettua- 
zione delle indicate operazioni, si deduce la risolvente 



Ap- 


h^ + ^^q 


h^ + Ap^'r 


- w 


4- ^}r 


4- ^^ 


+ 2r 


+ s 


- ^qr 



h •¥ p^s 



-r 



= 



(6) 



e se fosse ^ » 0, si ridurrebbe ad 



A* •+- ^ A^ - zgh -- = 

Nella (e) potrebbero ripetersi le ipotesi fatte nel § (4) nelle quali prenderebbe 
forme che più facilmente si prestano alla risoluzione. Intanto la (&) diventa 



— 90 — 

Z^ 4- A ' 2 -^ fi 2 -4- i Z + 4 s= 



rfVt ^ "d'U rfVi 



4 



ossia 



("'"7-)**J^("*T)*«J^r° 



(7) 



ove posto 



risulta 



e quindi la (?) si muta in 



1 

Z 4- = U 

Z 



Z -f — T= «^ - 2 



2 4a 6Zr 



da cui 



2a A a 60 



(8) 



ma 



onde 



z* - MZ + i - 



£^ / 1^ 

che pei due valori di u ci da 

e per la relazione 

jr ^ zdik 

otteniamo quattro valori per la jr^ ed in fine quattro per la x mediante la 
relazione (s) nella quale s'intende sostituito il valore di h decìotto dalla (e). 



91 



ACCADEMIA POIVTIFICIA DE' NUOTI LINCEI 



. PROGESSO VERBALE DELLA SESSIONE IL* 16 APRILE 187« 



Corrispondenze . 



Venae letto un dispaccio dell'Emo Cardinale Antonelli Pro-Camerlengo di 
S. R. C. con il quale l'Emo oi^ lodato, partecipa airAccademia Pontificia de* 
Nuovi Lincei , che il S. Padre si è benignamente degnato di approvare la 
scelta del Sig. Professor f^incenzo Diorio all'oBìcio di Segretario di detta Ac- 
cademia; di approvare la nomina di Monsig. Nardi, del P. Angelo Secchi, e 
del Prof, AzzarclLi a membri costituenti il Comitato Accademico; non che la 
elezione a censori del Sig. Principe Don Baldassarre Boncompagni e del Pro- 
fessor P, Domenico Chelini. In quanto poi alla proposta pur fatta dall' Acca- 
demia, nell'Adunanza del giorno s marzo, di chiedere cioè l'autorizzazione di 
poter moderare lo Statuto Accademico, nella parte ^ che riguarda la durata e 
rieligibilità del Segretario, la Santità Sua si riserbo di esternare la sua mente. 

Fu presentata una lettera del Socio Corrispondente Italiano Prof. Cav. G. 
Giuseppe Bianconi di Bologna, del 15 marzo p. p., con la quale esprime egli 
la sua adesione a quella Qnorei^ole parte accademica^ che fedele alle sue re- 
ininiscenze^ e ferma perciò né* suoi doveri, mantiene la sua qualifica di Pon- 
tificia Accademia de Nuovi Lince f : al tempo stesso significa i sensi di sua 
riconoscenza verso S, E. il Principe Boncompagfii per la generosa prote- 
zione accordata al f Accademia. 



11 Professore D." Salvatore Vespasiani egualmente, con suo foglio del 13 
Marzo p. p. dichiara espressamente che intende aderire alVillustre Corpo 
Accademico^ il quale mantiene la qualifica di Pontificia Accademia de' Nuovi 
Lincei, ed il corrispondente regolamento. 

11 Segretario Generale della Società Reale delle Scienze di Liegi Sig. Candère. 
domanda a nome della Società stessa, il concambio degli Atti della Nostra Ac- 
cademia, proponendo d'inviare tutte le pubblicazioni della Società suUodata. 



92 



Comitato segreto . 

L'Accademia raccoltasi in Comitato segreto, passò alla votazione delle Teme, 
proposte dal Comitato Accademico, per la nomina dei nuovi membri ordinarli, 
a norma di quanto e stabilito nel Titolo IV. §. 15 dello Statuto. 

Rimasero eletti i chiarissimi Signori 

R. P. Francesco Sasferio Provenzali della C. di G. Professore di Fisica 
nel Collegio Romano. 

Professore Tito Armellini^ Professore suprannumerario di Fisica della Uni- 
versità Romana. 

Professore Commendatore Fortunato liudely Professore di Anatomia umana 
deirUniversita stessa. 

L'Accademia espresse pure a maggioranza di voti il desiderio di possedere 
fra i suoi membri Ordinarii^ avendoli inchiusi nelle terne i Chmi Signori 

Monsignor Francesco Begnani, Professore di Fisica nel Seminario Romano e 

Professore Cav. Michele Stefano Derossi, Professore sopranumerario di Mi- 
neralogia e Geologìa dell'Università di Roma. 

Le elezioni accademiche verranno umiliate alla sanzione del Santo Padre, a 
cui si sottoporrà ancora il processo verbale della seguita votazione. 

L'Adunanza aperta legalmente alle ore 4 pomeridiane^ venne chiusa alle ore 6. 

SOGJ PRESENTI A QUESTA SESSIONE 

Comm. B. Viale-Prela Presidente - Monsignor Nardi — Can? Conte Castra- 
cane degli Antelminelli - P. A. Secchi - Ab. 0. Astolfi — M. Azzarelli - 
Monsignor B. Torlolini - Contessa E. Figrini-Mazzanti - B. Boncompagni ~ 
Ab. S. Proja — V. Diorio. 

OPERE VENUTE IN DONO 

Sugli spettri prismatici dé^corpi celesti. Memoria HI. del P. Angelo Secchi. 



ITTI 

DELL' ACCADEMIA PONTIFICIA 

DE'NUOVI LINCEI 



SESSIONE Iir DEL 7 MiGSIO 4874 

PRESIDENZA DEL SIG. COMM." PROF. BENEDETTO VIALE PRELA' 



MEMORIE E COMUNICAZIONI 

DEI SOCI ORDINARI E DEI CORRISPONDENTI. 



SULLE PROTUBERANZE SOLARI E LE FACOLE 

NOTA 

DEL P. A. SECCHI. 



N 



ella seduta passata presentai alcune figure delle protuberanze » le quali 
erano state osservate da ine al Collegio Romano, e disegnate dal Sìg. G. Lais. 
Avendo S. E. il Sìg. Principe Boncompagnì, nostro socio benemerito, ordinato 
che venissero pubblicate in cromolitografia, credo indispensabile il dare una 
breve storia di questi fenomeni di somma importanza nella teoria solare, e 
ciò tanto più volentieri che V effetto di questi lavori h riuscito artistica- 
mente assai bello e fedele. La pubblicazione di questi disegni dark una 
idea della natura variabile di questi fenomeni che non sono sì facili, ne si 
ovvii ad essere osservati^ giacche sono di breve durata^ e richiedono mezzi 
e pratica non comune. Non tutte queste rose possono essere inaspettate ai 
dotti, ma esse mi porgeranno occasione di parlare di queste importanti emis- 
sioni gassose. Descriverò le figure coll'ordine della tavola, ch^ non è quello 
delle osservazioni. 

« 

Questi disegni hanno il vantaggio di compreudere^una serie di figure tipi- 
che delle protuberanze, le quali in mezzo alle infinite loro forme capricciose, 
pure sono suscettibili di una certa classificazione. 

La fig. 1* rappresenta un'altissima prominenza di circa 2' ^ ossia di circa 
9 diametri terrestri di altezza, per la massima parte nebulare, benché certa- 

13 



— 94 — 

mente vi fosseix) getti nascosti. Essa h realmente disposta a 3 ordini, l'infe- 
riore h formato da due masse, che uscite verticalmente si estendono orizzon* 
talmente, la principale sotto la cifra i sì alza per 3 ordini, e si estende sulla 
seguente a destra, la quale è molto meno energica. Questa ba tutta V aria 
delle nubi da noi dette strati^ è colla sua distribuzione accenna a tempera- 
ture diverse regnanti alle differenti altezze dal Sole. Nella zona gialla appa- 
rivano i filamenti de'getti, ma nella rossa erano essi involuti nella massa ne- 
bulosa. Tra i due getti si stende un arco oscuro che forma una di quelle che 
paiono grotte o fori. Questi sono frequentissimi, e si vedono questi archi ta- 
lora sovrapposti a più piani per l'intreccio delle varie forme e ramificazioni. A' 
sinistra h un filo leggero di nebbia inclinato al basso, e a destra si vede là 
punta del 2? getto che è conformata in nube decisa. All'estremità destra del 
quadretto è un'altra nube apparentemente staccata ed evanescente. A sinistra 
dello stesso quadretto h un gruppo di getti minuti che era assai vivace, ma 
non avea espansione nebulosa sopra di se. 

Qnesto ammasso di roba si vedeva all'orlo NE del Sole , e corrispondeva 
sopra una facola molto viva il di 12 marzo. 11 di seguente comparve ivi stesso 
una macchia la n," 53 del catalogo di quest'anno. Il disegno fu fatto circa alle 
ore 1^ 30"", ma nell'atto del farlo essa subì notabili cambiamenti nei contomo. 

Questa è una forma tipica molto comune, ed è quella che più si rassotni- 
glia agli alberi, come i pini che si sollevano dai nostri vulcani. In questa 
protuberanza oltre le solite righe, si vedeva brillante l'intervallo tra le due più 
vicine del magnesio^ e rovesciavasi la 3.' Varie altre nel verde in mezzo tra 
b ed F divenivano luminose, tutte appartenenti al ferro. Il fenomeno più in- 
teressante fu quello di mostrarci l'idrogeno in F conformato a modo di lan- 
cia, essendo la riga dilatata alla base^ e col suo splendore penetrando dentro 
al disco visibilmente Questa penetrazione non è nuova 
e fu da me notata fino dal 1869, ma non avea mai 
veduto 81 forte dilatazione. La riga nera F pareva 
realmente l'asta , e il getto lucido il ferro di una 
lancia. Ciò conferma una osservazione notabile del 
Sig. Lockyer. La riga C era pur essa molto dilatata. 
L'osservazione cominciò alle lo^ 30°", e un ora dopo 
queste belle apparenze erano svanite , e restò solo 
la gran massa nebulosa, che fu disegnata. 

La fig. 2* rappresenta un secondo stadio di una superba protuberanza vi- 
sibile alli 7 di marzo. Essa è composta di due gruppi di getti come vede- 




^ 95 — 

vansi alle ii^ 30"". Ma realmeate questa fu una seconda fase più povera della 
prima, che però ho preferito perché il disegno mio era troppo rozzo. Alle 10^ to'" 
le due masse erano riunite in una, e si presentavano come una nube lucida 
estesissima da cui piovesse una fiamma di fuoco. Si riconosceva però che vi 
erano due centri di emissione diversi, perchè i fili dei due gruppi non erano 
rigorosamente paralleli tra di loro, e una certa confusione regnava al luogo ove 
i due sistemi si congiungevano, perchè eravi un poco di nebulosità. I due si- 
stemi liberi da nubi erano perfettamente staccati nella regione gialla D3. Ogni 
filamento salito alFaltezza di circa i' si attorcigliava in una nube globulare, 
dove faceva una massa estremamente brillante. L'altezza totale era i' 30''. Alle 
ii^ e 30*° il tutto era cambiato, e il Sig. Lais fece il disegno che pubblico. 
Le nubi del 2.'' sistema de'getti erano svanite^ restando quelle del primo, e 
una massa nuvolosa frapposta. A 1^ 30"' le nubi si alzarono a 2 minuti, e 
divennero sfumate sul i? sistema de'getti, la condensazione però alla loro cima 
sussisteva ancora, e formava una luce brillantissima. Intanto il 2? sistema era 
svanito affatto. Alle 3^ | non restava più nulla , scalvo due nubi isolate 
alte 1' circa. 

Questa bella protuberanza stava accanto ad una macchia (la 48) che entrava, 
ivi era un gruppo di facole vivissimo, e il di appresso 8 si vide la maccliia 
ingrandita assai e tutta contornata di facole purè lucidissime : probabilmente 
la macchia del di precedente erasi sciolta e dato luogo alla nuova. 

Il giorno 8 un'altra bella macchia (la 43) che stava vicina all'orlo, era pre- 
ceduta da una bella protuberanza : quando il giorno 9 fu all'orlo preciso , 
la protuberanza non si vide, ma tutta la cromosfera era conformata in pic- 
coli monticelli e gettarelli svariatissimi^ e lo strato unito -di essa si trovò più 
alto nella regione delle facole. 

La fig. 3* è soltanto un avanzo, ossia un terzo stadio che presentò una su- 
perba protuberanza osservata ai o di marzo. Ebbe questa tali cambiamenti 
che credo interessante riferirli. Alle ii^ 30"" trovai nel Sole una furiosa eru- 
zione alPorlo N. E. La cromosfera era in un disordine indescrivibile, per 5? 
eliocentrici. Nel mezzo di questo spazio si elevava un gruppo di getti irre- 
golari dispersi per tutti i lati. Arrivati all'altezza di 3o'' si*continuavano in 
una nube obliqua che pareva trasportata da uu forte vento, e ivi all'altezza 
di 1' 15'' si estingueva per riapparire un poco più alta. Strascichi di nubi 
leggere più bassi^ diretti nello stesso senso^ facevano seguito al getto centrale. 

Vedendo la vivacità de'getti, restrinsi la fessura^ e trovai che la linea C 



— 96 — 

si nioslrava ondulata I, il che indicava una violenta traslazione della massa. 
Alla base dc'gelti si | vedevano molle altre righe, e specialmente la rossa 
a 0^ 45 di distanza da | C verso B. Nel giallo D3 si aveano dei getti 9 ma 
molto più bassi, e mancava la parte nebulosa. La nube era più viva, e più 
alta nel bleu, dove eguagliava almeno il rosso. La linea viva F restava tutta 
intera dal lato meno refrangibile della nera corrispondente. Diventava lucido 
l'intervallo fra le due vicine del magnesio, restando nere le due proprie di 
questo metallo, e lucida la lontana 3* del magnesio (i). Lo spettro in alcuni 
momenti si rovesciala quasi tulio. A (ti'' io") si vedevano due altre lucide in 
mezzo fra F e 6. 11 sodio era vivissimo , e finalmente per pochi istanti si 
vide lo spettro tutto rovesciato, cioè un filo lucido longitudinale tanto largo 
quanto la protuberanza, brillò su quasi tutte le righe nere. I A mezzo dì 
il rosso C era dilatato enormemente come in questa figura^ w e anche la D) 
si vide della stessa forma. * 

* La massa de*getti prese allora una certa regolarità : si dispose tutta a 
modo di parabola, lanciando dalla sua parte più elevata una nube decisa, 
mentre la parte discendente della curva ricascava nel sole. Il moto delle 
fiamme era visibile all' occhio e non era cosa dell' aria nostra. Il rica- 
sco era chiarissimo , ma la sua massa era indescrivibile tanti erano i fori , 
le correnti e l'intreccio, che era impossibile disegnare. A 12** 15" l'altezza di 
questa nube giunse almeno a 2 minuti, e lanciò fuori (cosa molto notabile) 
dalla sommità della parabola come un immenso corno , che era diretto in 
senso opposto ai getti stessi indicando una corrente contraria a quella di 
.sotto. Questo corno diventò tutto nuvoloso come la nube di solto. A mez- 
zodì sparirono le nubi in gran parte, alle 12'' 25'" non restava che il pezzo 
di nebbia disegnato nella fìgura 3. Il resto era fatto di filamenti riuniti a 
fasci , che cadevano in pioggia. Esaminata la località della protuberanza 
al Cauchoix si rinvenne sul luogo una vivissima facola (parole del Sig. Lais). 
A i^ 35"* i getti essendosi fatti più netti, ci fece la fig. 3 qui riprodotta. A 
12** 50"* era lutto finito, e non restava che una nuvoletta di forme ordinarie. 
Ad 1^* 20"' si ravvivò, e formò un bell'arco o ponte alto 1'. is'. Ad 1*" so"* 
tutto era mutato, e parecchi getti in senso opposto sormontati da un arco lumi- 
noso furono sostituiti alla parabola arcuata, ma i getti più vivi erano diretti in 
senso opposto di prima. Alle 3** { non restarono sul posto che piccole fiammelle. 

(1) Ho avvertito altrove che questa riga e doppia e ih parlo è del ferro in parte del magnesio 
la parte che diviene più comunemente lucida è quella del ferro , come pure appartiene a questo 
metallo una fina che sta neirintervallo delle due più vicine del magnesio che si rovescia. 



— 97 — 

Questa protuberanza era all' orlo N. E dove il di appresso comparve una 
macchia. 

La fig. 4 rappresenta una protuheranza incombènte sopra una bella fa* 
cola all'orlo SO. Essa era larga, is* sul sole, e alta l'so". La complicazione 
di questa nube intralciata da fili luminosi era indescrivibile. Il Sig. Lais 
ne fece due disegni, uno alle 12^^ l'altro alle 12^ |. Qui si da solo una meta 
del campo come vedevasi alle 12^ 45*" per date una idea di queste nubi la- 
vorate, e reticolate come forme assai frequenti e di difficilissima riproduzione, 
ma che trovansi spessissimo, specialmente al limite de'getti evanescenti. 

La fig. 5 mostra una parte della cromosfera sopra una facola vicina a 
una macchia , come si suole vedere abitualmente. La nube è una delle 
forme più comuni in tali casi. La data non è segnata perchè è cosa quasi 
abituale nelle zone delle macchie. 

Finalmente per non essere infinito presento un nuovo disegno di una pro- 
tuberanza asservata il 17 aprile, la quale consta di due getti che hanno un 
evidente moto vorticoso. 11 getto principale comincia andando obliquamente 
verso destra poi sì raddrizza in curva, e si rovescia a sinistra giunto ad un 
altezza di i' 20''. Tutta la protuberanza è circa 2' 3o'^ Il getto secondano si 
mostra girare anch'esso. La curvatura è quella di un elica veduta di profilo. 

Le osservazioni qui riferite, sono estratte da molte altre fatte continua- 
mente in questi due anni, che salgono a qualche migliaio. L*esamc dell'orlo è 
stato fatto quasi in tutti i giorni di tempo sereno, ma non ho fatto il di- 
segno intero sapendo che se ne occupava il eh. sig. prof. Respighi, e solo 
ho tenuto contò delle cose* più notabili , e forse potrò in parte riprodurle 
in altra circostanza. 

Fino dalle mie prime osservazioni del i869 notai che le regioni delle fa- 
cole erano quelle in cui erano più copiose e vive le protuberanze, ma dalla 
serie posteriore delle ricerche e specialmente dalle ultim'e> fu tirata la mia 
attenzione sul fatto che i getti più vivi erano legati alle facole , e sopra- 
tutto essi brillavano nelle facole che precedevano le macchie. In tutte le parti 
del disco, non esclusi i poli si trovano protuberanze, come si trovano facole, 
ma le più belle e quelle aventi getti assai vivi solo s'incontrano sulle facole, 
le altre sono nubi derivate da getti comparativamente assai più fiacchi. 

Cotali risultati erano il frutto di una induzione spontanea, per dir così^ 
non essendovi stata fatta sopra ricerca diretta. Ma vedendo la sua importanza 
mi sono deciso a farvi uno studio più preciso e seguito. Finora gli astrono- 
mi ci hanno dato o Tinterno del disco solare colle sue macchie^ poco curan- 
do le facole, su cui pure si fece tanta attenzione nei primordii dal P. Schei- 
ner; ovvero ci hanno dato le protuberanze esterne senza il confronto de'punti 



— 98 — 

interni a cui comspondevano* Io mi sono proposto di supplire a questa la- 
cuna, mettendo in confronto le facole , le macchie, e le protuberanze. Le 
(acole non sono di facile osservazione: esse coi cannocchiali vedonsi assai di 
rado, onde si esige qualche speciale artificio. 11 mio è seguente. 

Sono già ormai 12 anni che noi facciamo all'osservatorio il disegno delle 
macchie del disco solare, e da vari! anni anche delle facole » le quali ci 
riescono visibili anche in mezzo al disco, dopoché la cupola girevole dove sta 
r equatoriale fu fornita di un' ampia tenda nera all' apertura , e la cupola 
stessa fu tinta in nero. Così l'osservatore non ha altra luce che quella pro- 
veniente dairimagine solare sulla carta. Profitto pertanto di questo commodo 
per fare insieme colle macchie il disegno delle facole. Nei giorni chiari per- 
tanto si comincia col fare al cannocchiale di Cauchoix un disegno esatto per 
proiezione di tutte le macchie visibili del diametro di 243"**° , in un modo 
assai sbrigativo per ciò che spetta i dettagli , ma il più preciso possibile 
per la posizione. Essendo ora il detto equatoriale munito di macchina rota- 
toria, è facile eseguire questo lavoro in poco più di un quarto d'ora. Oltre 
le macchie si notano le principali facole tracciandovi attorno una linea che 
ne rappresenti l'andamento. 

Fatto così il disegno delle macchie e delle facole, si va all'equatoriale di 
Merz, e si fa quello delle protuberanze. Per facilitare questo disegno è stato 
ripetuto al cercatore di Merz l'apparato del Cauchoix, cioè un'asta di legno 
attaccata al tubo regge una carta bianca su cui si proietta Timagine solare 
in. meta della grandezza di quella ottenuta all' Equatoriale di Cauchoix. Si 
determina il punto preciso su cui e diretto lo spettroscopie e la coinci- 
denza dei due strumenti, mettendo una macchia sulla fessura dello spettro- 
scopio disponendola sulla riga G ^ e visto a che punto della carta bianca 
essa coincida, vi si fa un segno che serve di repère. Si comincia quindi a 

percorrere il lembo solare colla fessura, il che si fa assai comodamente met- 
tendo il punto voluto del lembo sul repère suindicato e guardando a occhio 

nudo la imagine del sole formata dal refrattore grande proiettata sulla fes- 
sura attraverso un vetro offuscante che lascia Timagine quasi bianca, e non 
e di alcun incommodo all'occhio. La disposizione del nostro spettroscopio è 
perciò assai vantaggiosa , percbè essendo fatto di 3 prismi che rinviano il 
raggio verso l'obiettivo parallelamente all'asse del refrattore, attesa la lun- 
ghezza del collimatore e del cannocchialino accade che 1' oculare resta all' 
altezza stessa della fessura , onde V osservatore senza scomporsi , ne mutar 
di posto vede all'oculare lo spettro , e con un semplice girar d'occhio può 



— 99 — 

vedere fuori come si trovi la fessura rapporto al disco, e di più sulla carta 
bianca del cercatore vede rimagine diretta del sole ingrandita, simile a quella 
su cui devonsi disegnare le protuberanze. Così con un poco di pratica si 
riesce a collocar la fessura tangente all'orlo con grande facilita e a sapere 
con precisione il luogo dove si guarda. 

Ottenuto questo, cola dove si scorge una qualche cosa notabile della cro-^ 
mosfera , si legge il circolo di posizione , e si riporta ciò che si h veduto 
sulla figura. Il riportare quelle posizioni, si potrebbe fare col valore letto 
del circolo stesso, ma trovo più sicuro il modo seguente. 

Ho detto che la imagine del cercatore è la meta di quella del Gauchoix^ 
che si h presa per base. Perciò veduto che io abbia all' orlo una protube- 
ranza, per mezzo dell'orologio motore essa si tiene fissa sulla fessura, e no- 
tasi il punto del lembo che coincide col re^ère segnato prima, e con un com- 
passo di proporzione disposto nel rapporto di 1:2, prendo colla parte stretta la 
distanza della protuberanza a una macchia ben precisa, e quindi riporto que- 
sta distanza colla parte larga del compasso sull'orlo dell'immagine del Cau- 
choix. Perchè l'operazione sia esatta scelgo sempre una tal macchia che stando 
presso l'orlo dia posizioni ed intersezioni precise, e se la protuberanza è im-*- 
portante per la sua posizione, la prendo con due o più macchie. 

Quando la macchia h vicina all'orlo, verifico questa posizione e i contomi 
presi con il sistema da me inventato di mettere un altro prisma avanti alla 
fessura^ il quale mi da nettissima la macchia , e colle sezioni lineari della 
protuberanza mi porge con estrema precisione la posizione di questa e il 
contomo della cromosfera circostante. 

Il metodo di proiezione combinato con il metodo spettroscopico da una 
maniera facile e sicura di misurare T altézza delle protuberanze , e la loro 
larghezza. Perchè messa la cima, e la base successivamente ad uno stesso ci- 
glio della fessura, sì può con una scala a millimetri prendere lo spostamento 
del lembo osservato nella carta di proiezione, e cosi si può fare la misura 
con molta esattezza. Avendo la nostra imagine isfi""* di diametro è chiaro 
che un millimetro è circa o'.S6 dì minuto ossia 15".6; quindi i disegni rie- 
scono esatti quanto può desiderarsi in questa materia. 

Finito questo lavoro che porta qualche tempo, segno sulla figura la prò* 
iezione dell'equatore solare, e dell'asse di rotazione del sole, e cosi posso ve- 
dere a elle punti dell'astro corrispondano i fenomeni rilevati. Certamente il 
lavoro è un pò lungo , ma credo che sia indispensabile il farlo cos'i, acciò 
si possano sciogliere le obbiezioni fatte alle precedenti induzioni. 



— iOO — 

Ho l*onorc pertanto di presentare airAccademia un numero discreto di que- 
sti quadri, quanti ho potuto fare in questi giorni. Non pretendo che le forme 
singole siano precise nc*dettagli, il che avrebbe richiesto un tempo assai lungo. 
Ho però fatto attenzione che V assieme avesse il suo carattere distinto con 
ogni diligenza. Così i getti, sono distinti dalle nubi , e queste sono più o 
mono cariche secondo la loro vivacità, e hanno un contorno che rassomiglia 
le loro dimensioni assai proporzionatamente , pel che mi regolo colla gran* 
dezza della fessura, e colia sua lunghezza: ma per le principali si fa la misura 
diretta. La intensità e forma della cromosfera e distinta con una forza più 
o meno nera dal lapis, e resta anche indicata in segni convenzionali il ca- 
rattere del suo orlo se sfumato o a getti ecc. 

Certamente non sono si numerose queste figure da potere da per se sole 
fare una completa dimostrazione, ma trattandosi di confermare un fatto già 
rilevato in altro modo, hanno del valore, poiché le conseguenze sono sempre 
nello stesso senso. Tuttavia io mi propongo di continuare questo studio an- 
che per altro tempo. 

La prima cosa che salta agli occhi è che le protuberanze più vive sono 
abituali nelle zone delle macchie cola ove si trovano facole. Così confermasi 
ciò che fu detto da me fino da principio nel 1869 e. poscia verificato da altri. 
Non trovo finora che rarissime eccezioni", e in queste se mancano i getti , 
o le nubi, almeno sempre vi è vivissima la fotosfera, che colla sua luce sup- 
plisce alla ptotuberanza. 

La seconda cosa è, che se bene spesso si hanno protuberanze fuori di queste 
zone, però esse sono sempre più pallide di queste, e per lo più nascono da 
bassi getti. I getti più vigorosi sono nelle zone delle macchie. 

La terza h che anche presso il polo si hanno delle protuberanze , e qui 
abbiamo l'esempio di un gruppo che dura ìA giorni, ma esse sono di que- 
sto carattere debole; però non mancano di essere in connessione colle facole, 
poiché vi è il fatto assai curioso che merita attenzione. Nei giorni l, 2^ 3» 5, 7 
eravi una specie di demarcazione ben netta tutto intorno al polo australe che 
limitava la zona in cui le facole, o la marmorizzatura del sole era più viva^ 
e dove questa zona si congiungeva all'orlo, o verso esso si protendeva come 
una penisola ivi si trovavano delle protuberanze. 

4? Le facole più vive e visibili presso V orlo o suH' orlo preciso , sono 
quelle che hanno dato nubi più vigorose , e splendide con righe divette , 
benché non fossero le più alte, il che fu notato già da altri. 

5? Stando le macchie craterìformi presso Torlo, distanti ciob 304 secondi. 



— 101 — 

si vede clic a destra e a sinistra di esse la cromosfera h più rilevata che 
sopra essa, come già notai altra volta nel ISÓQ» sopra al centro vi è l'altezza 
almeno della cromosfera ordinaria; ma quando la macchia, dal calcolo fatto 
deve trovarsi sull* orlo , allora il nucleo essendo invisibile si trova rialzata 
la cromosfera anche al suo ciglio. Dal che apparirebbe che l'orlo elevato 
e facolare che cinge queste macchie crateriformi, h formato da protuberanze. 

Questa conclusione si verifica assai bene colla mia nuova combinazione 
spettroscopica che per brevità si può chiamare Elioscopio spettrale , e con 
questo ho trovato comunemente la cromosfera più viva e alta sopra il 
centro della macchia ridotta all'orlo preciso. 

Fiiiora sono troppo poche queste osservazioni per fare una sufficiente de- 
terminazione delle posizioni medie delle protuberanze, ma la sto preparando, 
ed ho già cominciato a fare quella che spetta le facole sulle osservazioni antiche. 

Le numerose osservazioni istituite per verificare queste particolarità delle 
protuberanze mi hanno condotto all'importante conclusione accennata di sopra, 
e che finora trovo appoggiata quasi generalmente, e che se venisse a stabi- 
lirsi in massima rigorosa, ci condurrebbe a formarci una idea delle macchie 
molto più feconda e completa di quella che abbiamo adesso , e ne risulte- 
rebbe che dovremmo considerare le macchie come fatti ben secondarii rap- 
porto a tutto il resto che costituisce il fenomeno a cui esse appartengono. 

Il fatto di cui parlo e questo: Le protuberanze pia alte e più belle si 
trovano generalmente precedere le macchie. Bisogna connettere questo fatto 
con altri per rilevarne l'importanza. Sono parecchi anni che io notai che le 
macchie crateriformi erano cinte da un rilievo di facole^ cosa verificata an- 
che dal Tacchini; è ora un fatto ammesso da tutti che le facole sono più 
numerose nella parte seguente le macchie, che nella precedente , come fino 
dal suo tempo avea rilevato il P. Scheiner: ma non e stato abbastanza no- 
tato che la parte anteriore delle macchie ha facole più vive, benché questo 
fosse pure già avvertito dallo Scheiner stesso. Chacornac ed altri hanno os- 
servalo che i gruppi delle macchie allineandosi secondo i paralleli hanno la 
prima di esse con nucleo più deciso e più regolare delle altre. Di più è 
un fatto più volte notato, essere generalmente le macchie fornite di code 
miste di facole e di macchie minori irregolari. Combinando queste apparenze 
col moto delle macchie, io non esitai a dire che la macchia ci si presentava 
spesso come là scia di un bastimento in mare. La parte anteriore sarebbe 
la proda dell'onda, più stretta, ma più alta, .e il resto lo strascico. La mac- 

14 



— 102 — 
cliia si muove come se incontrasse una resistenza e rigotiflasse la fotosfera 
avanti al suo corso. 

Ma qui si fa innanzi una domanda. È la macchia, o la fotosfera che cam- 
mina ? Noi attribuiamo il moto alla macchia perchè è più isolata e spiccata, 
ma le apparenze sarebbero le stesse se. la macchia stesse feima, e la foto- 
sfera camminasse in senso contrario. L'acqua di un fiume si rialza non meno 
a prora di un bastimento che le va contro, die a monte di ostacolo fisso. 
Qual de'due qui si muove, il mezzo fotosferico, o la macchia ? 

. Il fatto che ho rilevato potrebbe dar luce. Imaginiamo un getto che con 
grande velocita esca dall' interno del sole: la colonna gassosa ascendente di 
questo formerà un vero ostacolo alla corrente vaporosa generale fotosferìca che 

10 affronta, ed essa si troverà rotta, agitata e spezzata come la corrente di un 
fiume che incontra la pila di un ponte. Alla parte posteriore dei getto, ne 
nasceranno rigurgiti e vortici con un movimento rotto e irregolare, che ci si 
manifesterà con cavila e agitazione nella fotosfera, cioè con macchie e fecole. 

11 vedersi che la facola anteriore è quella che presenta i getti più vivi, 
sembra provare che ivi realmente è il centro principale di queste eruzioni , 
il che non toglie che vi possano esser altrove altri getti ripetuti nei con- 
torni e anclie in mezzo alle macchie. Cosi la parte posteriore nera non sa- 
rebbe che un risultato di questa eruzione medesima , e ci parrebbe oscura 
sia per l'espansione e raffreddamento de'gas provenienti dall'interno, sia per 
gli avvallamenti prodotti , ripieni di masse assorbenti ivi raccolte , sia per 
altra cagione. Che la fotosfera abbia un moto generale la cui direzione sia 
in senso opposto della rotazione solare dall'equatore, lo mostrano i feno- 
meni delle macchie stesse che girano più lentamente sui paralleli più lon- 
tani: so che finoi*a non si ha teoria meccanica che giustifichi tal corso, ma esso 
pare non potersi rifiutare. -- La macchia nera sarebbe cosi un semplice effetto 
molto secondario della operazione che ha luogo nella regione della macchia 
solare, e la parte principale del fenomeno sarebbe nelle facole e nelle pro- 
tuberanze. Se avessimo macchie presso ai poli, potrebbe risolversi un poco 
meglio la questione di questa circolazione; le protuberanze possono aiutarci. 

11 sìg. Respìghi ne ha già osservato alcune che soddisfano alla rotazione di 
25 giorni: io pure ne ho notato una che assai si accosta a questo periodo. 
Ma rimane sempre dubbia alquanto la loro identità, e stabilita. Siccome la 
legge empirica della rotazione solare è della forma a —b sen' A, è notabile 
che la variazione di questa quantità, cioè - 2 6 seu X cos X == ò sen 2X darebbe 
un massimo a 45*^ di latitudine , il che corrisponderebbe agli enormi movi- 



— 403 — 

menti osservati da Peteis^ e darebbe presso al polo la stessa rotazione clic 
all'equatore. 

Le protuberanze sono state (inora troppo poco studiate per potersi nulla 
definitivamente pronunziare. Ma è certo un gran fatto che non vi sono mai 
macchie senza facolo. E ora sappiamo che le macchie e le facole sono accom- 
pagnate da dlsli velli nella fotosfera e da getti luminosi. Di questi dislivelli 
ne ho avuto prova nella macchia del 9 aprile, in cui si videro du^ strati di 
quelle correnti che formano le penombre sovrapposti ad angolo retto uno 
sulPaltro. 

Le facole occupano una estensione assai più notabile che le macchio, ben- 
ché costituiscano un solo gruppo; ma combinando questi fatti coli' altro 
che le macchie regolari sono le forme limiti a cui si riducono i numerosi 
squarci che nascono nelle agitazioni fotosferiche, ci persuaderemo che nelle 
macchie abbiamo solo la conseguenza di un altra classe di fatti , ben più 
importante, che era sfuggita all'osservazione materiale finora , ma erasi con- 
getturata, finche ce l'ha rivelala lo spettroscopio : intendo dire le eruzioni 
solari. Soltanto si era- cercata la sede di queste eruzioni nei nuclei delle 
macchie , mentre ora si rileva che essa trovasi nelle facole. Limitiamoci a 
questo pel presente , sperando che future osservazioni ci daranno più com- 
pleta risposta. 

Profittando della bella macchia ora visibile sul sole e che ha un moto 
spirale superbo , e che è quasi copia di quella da me osservata varii anni 
fa e inserita nel Quadro fisico del sistema solare^ ho esaminato spettrosco- 
picamente il suo interno, e vi ho trovato tal massa di vapóri, che è incon- 
cepibile. Lo spettro esaminato sul nucleo coirimmagine ingrandita , vestiva 
le forme più strane. Erano ivi marcatissime le righe o persiane del vapor 
acqueo, e perciò avrei una conferma di quanto osservai in altre circo- 
stanze^ La linea C spariva quasi del tutto , ed era fiancheggiata da altre 
fine aggruppate segnate aer nella^ tavola di KirchhofF. Appresso e oltre 
la D si formavano zone nebulose coincidenti con quelle che si hanno nel 
sole presso l' orizzonte. Talché si ricaverebbe esser nelle macchie del sole 
gli elementi di quelle sostanze. Confesso che questa osservazione ha scosso 
molto la mia fede che il centro delle macchie sia più caldo del resto, per- 
chè se ivi esiste vapor acqueo, ivi la sua temperatura deve essere inferiore 
a quella della dissociazione. Né tali rìghe si potevano credere della nostra 
atmosfera , perché il sole era si alto che uon appariva ancora la C^ che 
pure é la prima a comparire. Erano dunque esse solari, ma non certamente 



— 104 — 

di solo vapore acqueo: bene cercai determinarne alcune , ina la loro massa 
incredìbile, mi scoraggi e accostandosi il Sole all'orizzonte temetti una in- 
fluenza atmosferica terrestre. 

Ora noi siamo in un massimo di macchie, di aurore polari e di perturba- 
zioni magnetiche. Se seguiteremo le osservazioni suddette, avremo un mezzo 
da riconoscere probabilmente quale sia l'origine della connessione fra questi 
tre fenomeni che tanto si h cercata indarno finora. 



105 



>2. "S. ^ 






00 



US 

o 



US 



o 



o 

ffS 



Q 
O 



O 

u 

< 

m 



3 

s 

o 

co 



M 



o 
00 



li 

"oo 

+ 



r^ Q 



iS 

i 



> 

C/3 

O 















CI 

a 

C9 



.a 

C9 



s 

e 
+ 



Cd 

a 

o 



00 

a 



OO 



so 
CO 

+ 



CO 



rt 



+ 



OD 

+ 






IO 



co 



IO 






IO 

ei 



« 



«o 

QO 






o • 



OC 



t4 



I . . 
o • co 



T 



00 





co 






^ 




.Cd I 


. O 




4^ 1 


• 




•r^ \ 


T3 






u 




o 1 


o 




^^ f 


Cm 




^ / 


K 




< 


O 






1 


QO 
QO 

?§ 

s 




u 


4^ 




• 


ra 




< 


^ 




• 


0) 


1 


PQ 


O 



91 





.S ce 


c» 


SS 


« 


JP cb 




P-i ^ 






PO 




IO 


^« 


o» 





s 

a 



S Q 



S 



CO 

"co 
co 

e 



CI 
IO 

co 

IO 



IO 



« 



CI 

i 



o O 

— a 



« 


s 


ce 


• 


• rM 


m 


-s 


CO 


S( 


8 


1 


04 


tf 1 


^ 


^ 1 


M 


•< 


CO 



00 

M 
CO 



eo 



o» 
eo 



IO 

eo 



eo 



00 



00 
00 



CI 



9 

00 



99 
C9 



o 

fi 

o 



IP" 

00 



«^ 



0} 



S 

a 



a 
o 

e; 






o o « 

.a ^ s 

2 -s 



(3 



s^ o 
^ ce S 

o (^ v2 

2 8-^ 

o g> 

Ci? 2 



CO 



CO 



'5 « 

-2 § 

V o 

C8 0) 

a Oi 

^^ a 

Cd 

a: Cd 



o 

co 
co 



4^ 

e 

Cd 

a 
o 

N 

Cd 

c 
a 

2 

Cd 



► 
o 



co 

CU 

Cd 



Cd Od 

S i 

Cd cs 
^ »-^ 
WD 

^ iS 

Cd 4^ 

=^ a 

Cd *^ 

a CB •« 

o piS 

e; S 
o '^ 

li 

Cd ^3 
**^ Cd 

♦" Cd 

a ^ 

Cd 



4^ Q^ 





0) 


co 


a 

o 


Cd 


2 


--4 




0» 


«■■4 


d 


Cd 


o 


o 


*j 


fmaa 


Cd 


o 


> 


fl 


t^ 






o 


o 







'D 


s 





09 CO 



— 106 — 

SU LA ILLUMINAZIONE MONOCROMATICA DEL MICROSCOPIO 
E LA FOTOMICROGRAFIA, E LORO UTIL1TA\ 

NOTA 

DEL SIG. CONTE FRANCESCO AB. C ASTRACAN E 

^^uando mi fu dato leggere le Memorie istorìco-cri delie della nostra Ac- 
cademia e del suo foudatore Federico Cesi, dove si narra del suo caldo zelo 
e studio ])assionato d'ogni ramo di scienza e specialmente della Storia Na- 
turale, appresi essere un non ultimo titolo di gloria della Accademia che il 
Microscopio nei primi momenti della sua invenzione venisse ad essa presen- 
tato ed essa ne cogliesse le primizie. Da questo intesi che ciò che mi valse 
l'onore di essere chiamato a sedere fra di Voi, o Signori, fu l'aver Voi udito 
da alcuno a me parziale come io mi fossi dato alle diverse applicazioni del 
Microscopio , volendo per tal modo obbligarmi a non desistere dalle intra- 
prese ricerche, e dallo spingere sempre più oltre lo studio del Microscopio. 
Quindi e che reputo mio dovere il darvi conto dei risultati fino ad ora ot- 
tenuti da me nella osservazione diretta a mezzo del Microscopio, non meno 
che nella applicazione della Fotomicrografia a scolpire permanentemente e 
nel modo più fedele ed autentico i più fini dettagli che presentano gli og- 
getti microscopici. 

La pratica dell' arte maravigliosa creata dalie scoperte di Daguerre , di 
Niepce e dì Talbot, della quale fin dai suoi primordi io presi diletto , mi 
suscitò il desiderio di tentare V utile applicazione di quella alla riprodu- 
zione degli oggetti diversi , dei quali si occupa la scienza. Lo stupendo 
dettaglio e l' incantevole verità con la quale io costringevo la natura a ri- 
trarsi da se stessa nella Cameia oscura mi persuase che il mezzo migliore 
ad ottenere l'espressione più fedele di quanto può colpire i nostri occhi o 
direttamente o con l'aiuto delle diverse combinazioni ottiche fosse per l'ap- 
punto la Fotografia. E che non male mi apponessi ne ebbi non dnbl)ia prova 
allorché^ dopo essermi provato con buon successo a riprodurre diversi orga- 
nismi ingranditi a mezzo di un ottimo Microscopio di Amici , volli tentare 
di ritrarre le minutissime particelle di alcune Dialomee còme \ Pleurosigma 
BalticHììi^ HippocampuSj angulatunij che venivano riguardati come soggetti 
di prova a riconoscere la forza e il merito relativo di un Microscopio. 11 
felice risultato ottenuto in queste difficili prove mi convinsero della grande 



~ i07 — 

utilità, che seguircbhe dalla applicazione della Fotografia al Microscopio^ men- 
tre per tal mezzo si ottiene di potere in breve tempo produrre un disegno 
di stupenda finezza e presso a poco esente da qualunque errore e special- 
mente da quelli di origine subiettiva. Dissi le riproduzioni della Fotomicro- 
grafia presso a poco esenti da qualunque errore e massimamente da quelli 
di origine subiettiva, in quanto che bisogna pure confessare che se la for* 
ma degli oggetti viene scrupolosamente riprodotta quale si presenta al Mi* 
croscopio e quale perciò si scolpisce nella retina dell'occhio, però, se l'istru- 
mento ottico sia difettoso e nella sua costruzione non esente da aberrazioni, 
o (ciò che più spesso accade) se per difetto di illuminazione viziosa che da 
origine a false lince prodotte da diffrazione o per men retta determinazione 
del punto focale l'immagine sia non interamente corretta o confusa, in tutti 
questi casi la ripx*oduzione fotografica appunto perchè fedele sarà una non 
vera rappresentazione della struttura originale. Ma tale inconveniente non 
diminuisce punto della utilità della applicazione della Fotografia al Micro- 
scopio, mentre quel qualunque errore, che dai sopradetti difetti potesse na- 
scere, può venire controllato dall'occhio critico dello studioso o dal ripetere la 
riproduzione con obiettivi più perfetti, e con cangiate condizioni di illumina- 
zione e di determinazione di punto focale. 

Ma il mezzo più efficace a riconoscere la vera foima dei minimi dettagli 
strutturali, e che senza dubbio costituisce l'estrema risorsa dell' Osservatore 
al Microscopio nello stato attuale di questo , fu escogitato e vennemi con- 
fidato dal più illustre fra i moderni Ottici Italiani il compianto Professore 
G. fi. Amici poco tempo prima della sua morte. Di tale ritrovato io feci ar- 
gomento ad una mia lettera diretta all'illustre nostro Collega P. Secchi, che 
volle leggerla alla Accademia nella Sessione IV del 6 Marzo 1864. Questo 
mezzo ci viene offerto dall'impiego di una luce assolutamente monocromatica 
quale specialmente si ottiene da un raggio -di luce solare decomposto a mezzo 
di un prisma. L'impiego facile e agiato di tal genere di illuminazione sup- 
pone il possesso di un Eliostato a tener fisso il- raggio solare compensando 
il movimento della Terra. Il prezzo che richiedevasi pei tale apparato era 
abbastanza forte e non alla portata di chiunque : però godo potere ora far 
conoscere che attualmente si costruiscono in Liverpool dei piccoli Eliostati 
su i disegni del Professore Smith di Ho1)art College (Stati Uniti) e modifi- 
cati dal D.' Maddox, che sono abbastanza buoni per l'uso quantunque il prezzo 
dicasi di circa due lire sterline. 

Io dunque possedendo da più anni un grande Eliostato sistema Foucault 



— 108 — 

rostiuitomi espressamente dal Sig/ Giulio Dubosci] di Parigi e praticaudo la 
Fotomicrografia y ho cosi un mezzo facile a determinare con osservazioni pa- 
rallele la vera forma dei dettagli ultimi dì quelli organismi, la piccolezza dei 
(juati essendo riconosciuta da tutti i Micrografi quasi limite alla forza del Mi- 
croscopio, la visione più o meno distinta di quelli serve qual termine di confronto 
ad estimare la perfezione deli'isttomento ottico, e conseguentemente viensi a 
riconoscere gli avanzamenti continui, che con nobile gara i migliori costrut- 
tori vanno introducendo nel Microscopio, il quale per tal modo h stato ridotto 
nel lasso di cinque lustri allo stato di uno degli istromcnti ottici più perfetti. 

L'uso della osservazione a luce monocromatica, e la pratica della Foto- 
micrografia vengono adoperate da qualche tem{iO e giustamente inculcate dal 
roicrografo Americano il Colonnello D/ Woodward, il quale presiedendo al 
Museo medico dell' Armata degli Stati-Uniti si valse dei copiosi mezzi che 
gli forniva quell'Istituto per introdurre nelle ricerche microscopiche tutto ciò 
che potesse costituire un miglioramento e un progresso. Però nel mentre 
che ambidue ci incontriamo nell'istessa via io non posso con lui convenire 
nel riguardare come luce monocromatica quella di un raggio che ha attra- 
versato una soluzione di ammonio—zolfato di rame. Per tale via si escludono 
bensì quasi tutti i raggi a meno del raggio turchino , però e conosciuto e 
indubitato che il raggio rosso non ne è interamente eliminato. Nell'uso della 
Fotomicrografia da tale illuminazione si ottiene un'immagine assolutamente 
semplice perchè il raggio rosso non essendo dotato di alcuna azione chimica 
per la Fotografia è come non esista; ma nella osservazione diretta necessa- 
riamente si presentano due immagini una turchina ed una rossa corrispondenti 
ai due raggi , le quali immagini per quanto tendano ad elidersi però non 
completamente sovrapponendosi come quelle che sono prodotte da due raggi 
l'uno di piccola l'altra di estrema rifrazione conseguentemente ne deve risul- 
tare una minor finezza di contorno. 

Quindi è che io credo nessuno sia fin ora riescilo a vedere o almeno a 
vedere così perfettamente le minime divisioni della Surirelln gemma^ come 
io Tho veduta e la descrissi in una Memoria che ebbi V onore di leggere 
nella Sessione IV del 1869 , la quale Surirella è giustamente chiamata dal 
Sig. Mayall la pietra di paragone del Microscopio. Quelli furono veduti dal 
Sig. Hartnack e descritti e figurati come esagoni oblunghi, la ([uale forma 
(come nola.il micrografo Americano Sig. Carlo Slodder in un suo scritto ri- 
ferito nel Monthly Mìcroscopical Journal al fascicolo dello scorso Novembre) 
è piuttosto il diagramma teoretico anzi che la immagine bene accertata della 



— 109 — 

sLiullura della S. Gemma, la quale struttura egli pretende essere stata ve- 
duta solamente dal Sig/ Bicknell e questo con un obiettivo Americano di 
Tolles di tI di pollice. Il che prova quanto difficile venga riconosciuto il 
vedere ed accertare la forma precisa di parti di cosi eccessiva finezza. Ora 
io non solo ho veduto perfettamente le divisioni longitudinali e quindi la 
struttura moniliforme delle strie della Surirella, ma ho potuto determinare 
la forma di ciascuno di quei granuli costituente uno sferoide compresso , 
mentre la visione di quella ^Diatomea sotto Tilluminazione monocromatica mi 
riesce così distinta da non potere esitare nel descriverla non altrimenti che 
se la toccassi con la punta delle dita. 

Questo potrebbe essere sufficiente a provare che il mio Microscopio con 
le diverse combinazioni di lenti di diverse fabbriche, delle quali va fornito^ 
fin ad ora può dirsi per lo meno non superato da alcuno. Aggiungasi ora 
non conoscere io alcuno test o organismo di cosi fina struttura e di così 
difficile risoluzione che io non l'abbia superato; così non vorrassi tacciarmi 
di milanteria nell' asserire di avere io un istromento non secondo ad alcuno. 

In ordine ai risultati ottenuti con la Fotomicrografia, sin dal principio 
che mi ci accinsi mi sentii persuaso che per lo meno quella avrebbe do- 
vuto ritrarre quanto può essere percepito dairocchio applicato alla estremità 
del Microscopio nella osservazione diretta. Ad accettarmene mi provai a ri- 
produrre la più difficile delle Diatomee test di Moller VAmphipleura pellu- 
cida, che ho dì nuovo riprodotto con le sue arciminutissime strie trasversali, 
che ho con tutta sicurezza non valutato ma numerato su la prova in cri- 
stallo che ne ho ottenuto , o meglio su V immagine negativa ingrandita e 
projettata su un piano a mezzo del Microscopio solare. Quelle furono esti- 
mate da 120 a i30 mila al pollice inglese; il Sig. Royston Pigott, che asse- 
risce avere notevolmente perfezionato il Microscopio con il suo aplanatie 
searcher, dice che quelle non sono meno di isoooo al pollice equivalenti a 
GOOO al millimetro ! Tale Diatomea che io ho fotografato dalla preparazione 
Molleriana al balsamo, è stata risoluta dal Sig. Lealand di Londra, dal Professor 
Carpente^ e dal Sig. Wenham e fu ritratta con la fotografia dal Colonnello Wood- 
ward da preparazione a secco (il che è molto meno difficile), e tutti questi 
Signori sono convenuti nelFassegnare il numero di looooo che di quelle lineette 
contarebbonsi in un pollice, cioè 4000 al millimetro; combinando così perfet- 
tamente nel numero prima da me riconosciuto e verificato nella Fotografia 
ottenutane, mentre la valutazione che in altra volta ne avevo fatta con os- 

15 



— 110 — 

servazioDC diretta e che riconobbi erronea, sarebbe slata concorde con quella 
del Sig. Royston Pigott. 

E questo mi autorizzò a rispondere con una mia Memoria» la quale venne 
letta nella Adunanza della Royal Microscopical Society di Londra al 5 Marzo di 
questo anno e venne quindi inserita nelle Transazioni» ad un asserto del Professore 
Huxley nella Adunanza della stessa Società al 12 Ottobre ultimo» che attual- 
mente cun il Microscopio «r one could truUy definc a point not mere than 
j> 5o?oò ^'^ ^^ ^^^'^ ^^ diameter » » e aggiunse : <c Histologists. he feared , 
» were at end of their work^ unless.... they could obtain microscopes, wich 
» would enable them to separate two points the lOOÒOO th of an inch apart ». 
Non risultando dal Conto reso della seduto. che tale giudizio dell'esimio Pro- 
fessore avesse incontrato opposizione da alcuno, io credetti rispondere, che 
il limite attuale della portata del Microscopio non solamente arriva a far 
distinguere due punti tra loro distanti j^ di millimetro » ma anche può 
superare tal limite. Ed aggiungevo che « essendomi assai più caro Tinteresse 
)) della Scienza anziché il vanto di possedere un istrumento non ancora su- 
yy perato» io sono più che persuaso che quando il Sig. Huxley o altri inda- 
)) gatori dei segreti della Natura vorranno adoperare dei Micrascopii dei mi- 
» gliori Ottici Europei o Americani nel modo da me praticato » (cioè illu- 
minando con un raggio di luce solare decomposto a mezzo di un prisma ) 
» non mancheranno di avere eguali risultati ». 

Parmi veramente strano che mentre da più anni io pubblicai tal genere 
di illuminazione per il Microscopio» mentre ne hanno parlato il Chiarissimo 
Professore Harting nella sua completissima Opera sul Microscopio » ed il 
D.' Moitessier nel suo utilissimo libro = La Photographie appliquée aux re- 
cherches micrographiques » e il più volte nominato D.*^ Woodward» i quali 
tutti ne riconobbero giusta la teoria» pure non viene ancora introdotto nella 
pratica usuale, o almeno non ci si ricorre quando sorgono dubbiezze su la 
retta intelligenza dei test come la S. Gemma (va le Diatomee, e le plumule 
o squamme della Podura plumbea^ su le quali ultime vanno tenzonando il 
Sig. Royston Pigott e il Sig. Wenham in Inghilterra. 

Così mi unisco con V illustre Colonnello D/ Woodward a lamentare il 
quasi nessun uso che si fa della Fotomicmgrafìa. E pure questa presenterebbe 
uno dei megliori mezzi a decidere della perfezione relativa e del merito fra 
diversi obiettivi per giudicarne nei concorsi che si istituiscono a promoverne 
l'avanzamento o a verificare Tinportanza di una nuova costruzione, come 



— 111 — 

quella ideata dal Sig. Royston Pigott , che tutti i Mìcrografi atteadoao an- 
siosamente. 

Ambedue queste pratiche furono quelle che mi hanno condotto ai risul- 
tati suaccennati dei quali ho voluto rendervi conto , perchè ciascuno ne 
possa profittare applicandole a qualsivoglia ramo di Scienza di osservazione, 
e per darvi prova dell'impegno che io metto per corrispondere il meno in- 
degnamente alla parziale vostra bonta^ che meco usaste^ adoperandomi con 
tutto lo zelo al progresso della Microscopia, la quale fece la sua prima com- 
parsa nella Accademia istituita da Federico Cesi , die noverò fra i suoi 
Soci! quelli che possono dirsi gli autori del Telescopio e del Microscopio Gio: 
Battista della Porta e il sommo Galileo Galilei. 



Il maggiore ostacolo alla illustrazione fotografica delle Opere che vertono 
su argomenti di Storia Naturale, alla quale prestasi cosi opportunamente la 
Fotomicrografia, viene dal discredito recato a quest'arte maravigliosa per la 
poca persistenza delle prove, la quale devesi specialmente alla negligenza di 
quelli che sono incaricati della impressione delle immagini positive. Avendo 
però appreso, che labilissimo Fotografo signor Michele MaQg aveva riprodotto 
felicemente le immagini fotografiche con l'inchiostro grasso dei Litografi se- 
condo il metodo inventato dal signor Albert di Monaco, ho voluto sperimen- 
tare quanto tal metodo si prestasse a riprodurre le Diatomee ritratte a mezzo 
della Fotomicrografia. A tale scopo fra i tipi riprodotti in quest' anno ho 
scelto tre sogetti ottenuti con ingrandimento di 535 diaraetrì. 11 i? è la 
Cocconeis punctatissima Grev.: questa presenta lanomalia di una spizzatura 
nel margine prodotta evidentemente da un ostacolo incontrato da quella nel 
momento dello sviluppo. Questo prova che la Diatomea era attaccata ad 
altro organismo, e che nata piccola è venuta mano a maQo svolgendosi con- 
tornando r ostacolo. Il s? tipo è T Arachnoidiscus ornatus. Efarbg. e Tho 
scelto come oggetto difiicile a riprodurre per la difierenza di piani che pre- 
senta. Il 3? è un Eupodiscus , che finora non ho trovato nominato e de- 
scritto, del quale mi riservo parlare ad altra occasione. 



1J2 



TRATTATO ELEMENTARE DELLE FUNZIONI IPERBOLICHE 

DEL PROF. MATTIA AZZARELLI. 



PRELIMINARI. 

i. ¥ eruna nuova verilk si contiene in quanto ho Sonore di presentare a 
questa Pontificia Accademia dei Nuovi Lincei, alla quale mi glorio di appar- 
tenere; lo scopo unico è quello di rendere più elementare, e propagare mag- 
giormente la conoscenza della finzioni iperboliche, la cui utilità si riconosce 
ancora neiranalisi finita. 

A questo intento principio col determinare per mezzo della sola conoscen- 
za dei limiti l'area assintotica della iperbole equilatera , che dicesi settore 
iperbolico : definisco quindi le funzioni iperboliche, stabilisco la loro nota* 
zione, i limiti di loro variazione, e segni : presento le relazioni tra le fun- 
zioni iperboliche di un solo settore, e di due per somma e differenza. Es- 
tendo poi a queste funzioni il teorema di Moivre , ed ottengo le serie per 
le principali funzioni iperboliche, e dò le formole per la somma dei seni e 
coseni i settori dei quali procedono per differenza costante : stabilisco le 
leggi per passare dalle funzioni circolari alle iperboliche, e quindi risolvo il 
doppio problema di assegnare il differenziale di una qualunque funzione iper- 
bolica per mezzo di quello del suo settore , e quello del settore per mezzo 
di una qualunque funzione iperbolica. 

Per quegli studiosi poi i quali amassero conoscere una dettagliata , dili- 
gente e dotta istoria dalla loro origine fino ad oggi di queste funzioni, e le 
molteplici loix) applicazioni di per se si raccomanda lo studio della prima 
parte dell'opera in due volumi, in 16"*, che il Sìg. Professore A. Forti nel 
1870 publicava in Torino sotto il titolo « Tavole dei logaritmi dei numeri 
» e funzioni circolari ed iperboliche^ precedute dalla storiale teoria delle 
» funzioni iperboliche^ da applicazioni ed altre tavole di uso frequente. »> 

2. Determinazione dell'area iperbolica. 

È noto essere 



Xjr 



a' 



113 



l'equazione della iperbole equilatera riferita ai suoi assintoti. 
Si ponga (Fig." i') 



CR 



a 



X. 



V2 




ed a partire da questa ascissa, s'im- 
magini che una porzione qualunque 
RT dell'asse delle ascisse venga di- 
visa in un numero grandissimo di 
parti eguali, ognuna delle quali rap- 
presenteremo per a. 

Se dai punti di divisione Q, , Qa > 

Q3 , s'intendono guidate le 

ordinate 

Q.M, , Q,M, , Q3M3 
e quindi le 

M,N. , M3N, , M3N3 , . . . 



parallele all'asse delle ascisse , si avranno tanti rettangoli quante sono 
le parti uguali nelle quali è stata suddivisa l'ascissa. La somma delle aree 
di questi rettangoli tanto più si avvicina a quella iperbolica quanto più pic- 
cola è la quantità a,« onde quest'area iperbolica è il limite cui tende quella 
somma al continuo decrescere di a. Questa somma, che è formata di tutti i 
rettangoli ascritti, lorchè a diminuisce tende al suo limite aumentando con- 
tinuamente di valore: che se sulle medesime ordinate venissero costruiti tutti 
i rettangoli circoscritti, questi fornirebbero una somma che ammetterebbe il 
medesimo limite e ad esso si avvicinerebbe decrescendo col continuo dimi- 
nuire di (X : dunque l'area iperbolica fuori del limite trovasi compresa tra 
due somme, le quali tra loro differiscono di quantità che è infinitesima con a. 
Se dunque si rappresenti per /x l'area compresa fra l'ordinata corrispondente 
al vertice, l'asse delle ascisse, la curva ed una ordinata qualunque, essa verrà 
definita da 

\L - lim(a^o + «Ti + «Ta •+••••• + «;'«-i) 
ove 

yo > y'\ > yi > • • • ^ jfn-^x 

sono le ordinate corrispondenti alle successive parti eguali nelle quali è di- 



— . H4 — 

vìsa Tascissa. Ma 

a^ i a^ 1 a* l 

/ — — . — — • / 1 — ^"^ • ————— j r := — — • j . . • , , 

-^ • 2 OC^ -^ 2 a^o + « 2 JCo + 2« 

a* V i 
e così avremo 

c^oLr i i « i IT 

— 1 -f. + ■ + + . . . . + ; -— I 



per 



che- 



1 i a a* «^ 



^0 


+ a 




1 


Xo-*-2a 




1 • 



1 8« 2*«^ 2*«* 



*» • • ■ ■ 






1 (ti - !)« (m - l)^a* {n - \fo? 

+ _ — • ' ■ ' ■ ■ ■♦",,., 



m 

dalle quali 

«To + «/i + «r, + • • • • •" «r„ 

" t[^ - (^ * + 2 + 3 + . . . + (n - 1) j p + h + 2* + 3* -^ . . . + (» - «)M 



ma 



I 4- 2 + 3 +....+ (ti - i) = 



1 + 2* + 3"* + . . . . + (n - i)* 



1. 2 

Tt(w - l)(2/l + l) 
1. 2.3. 



fi 



tua na(na - a) na{na — a)(2/ia — a) "1 



— 115 — 

onde sarà 

^2 l'w« na(na - «) n«{na — a)(2/ia — a) 

2 Lo-o 

Ma se poniamo essere 

na = h 
avremo ancora 

«j"o + «Ti + • • • + «r«-^i 

h h(h - a) /i(A - a)(2/i - a) 



" " 



rtj j n n(n - a) /l(/i - a}[m -a) -j 

2 LjTo i. 2. xj 1. 2. 3 a*? ' ' J 



.. -. «^ .^0 



e passando al lìmite per a - o sarà 



ovvero 



e fatto qui 



otterremo 



a'/h h' h' h^ \ 

2 V^o 2x'^ 3a:J 4arJ / 



.ro + A = X 



^2 y 

u = — log — (i) 



onde Tarea iperbolica resta cosi definita dai due limiti X, Xq dell'ascissa. 

3. Se ora si vuole l'area w del settore iperbolico CAM, basta che all'area 
/Xy che supporremo essere rappresentata da ARQjMi, si aggiunga l'area trian- 
golare CAR, e si tolga quella delFaltro triangolo CM,Q,, e ciò eseguendo tro- 



viamo 



onde 



Dalla (2) deduciamo 






M s= fX 



X = a:„ e« 



2(k> 
o 



a 



nella quale fatto Xq— -i=^ 9 e sostituito il valore di X nella 



116 - 

2 

2X 



ne risulta 



2u 



Si rappresentino per Xj y le coordinate rettangolari riferite all'asse princi- 
pale, avremo facilmente tra queste, e le coordinate assintoticlie X, Y le re- 
lazioni 

X-^-Y X-Y 

e quindi 

a / 



- !-('"■ *'"") 



(1) 



2<M 26>>. 



^--H^- -»""■) 



nelle quali posto a =i, il che equivale a considerare una iperbole equilatera 
di asse traverso uno, avremo 

x^\ (e"^ -f e***) , 7 = 1 (e"" - e^") (4) 

ove 2w rappresenta il doppio settore iperbolico nella ipotesi di « = i , onde 
posto 20) = potremo scrivere 

x = é (e^ + e-^) , r = é (e-^ - e-^) (5) 

Se nelle (3) poniamo a = y/ 2" trpveremo facilmente 

Dalla (2) risulta die se le aree crescono in progressione aritmetica} le corri- 
spondenti ascisse seguono una progressione geometrica. 



117 



FUNZIONI IPERBOLICHE. 




4. Sia BAD una iperbole 
equilatera riferita ai suoi as- 
sintoti rettangolari CX , CY 
e sìa 



X/' 



« = CAM- ARQM , 

r area o settore iperbolico 
corrispondente all'arco AM : 
quindi se V ascissa divenga 
quella del vertice della iper- 
bole l'area è nulla, cioè ad 

jc=CR, corrisponde w=o. 

Dal punto M calata sull'asse 
principale la perpendicolare 
PM, questa dicesi seno iper- 
bulico del settore ACM. 

Dunque : il seno iperbolico è la lunghezza della perpendicolare calata 
dalV estremità dell'arco iperbolico corrispondente ad un dato settore ^ sul pro- 
lungamento deir asse principale che passa pel vertice della iperbole equilatera. 

La lunghezza CP dicesi coseno iperbolico. Dunque: il coseno iperbolico è quella 
distanza che corre tra il centro della iperbole equilatera ed il piede del seno. 

La retta AT dicesi tangente iperbolica del settore ACM : onde 

La tangente iperbolica è quella porzione della tangente al vertice della 
iperbole equilatera limitata da quella retta che partendo dal centro va al- 
Vestremità dell* arco corrispondente al settore. 

La retta CT dicesi secante iperbolica : onde 

La seconda iperbolica è quella porzione della retta, la quale dal centro 
della iperbole equilatera andando al punto estremo delVarco corrispondente 
al settore, è compresa fra il centro e la tangente. 

Pel centro della iperbole condotta una retta normale a CM, e prolungata 
la tangente fino all'incontro di essa^ la porzione AT la diremo cotangente 
iperbolica, e la CT' cosecante iperbolica. 

16 



— H8 — 

NOTAZIONE DELLE FUNZIONI IPERBOLICHE, VALORI PER I QUALI PASSANO. 

E SEGNI. 

5. Per rappresentare le funzioni iperboliche faremo uso di quelle medesime 

«abbreviazioni che vengono adoperate per le corrispondenti funzioni circolari , 

solo aggiungendo un h per ricordare la linea cui appartengono. Cosi porremo 

PM = sen h.B ; CP = cos h.O ; AT = tang h.O 

CT = sec k.6 ; AT' = cot h.O ; CT' = cosec h.O 

le quali dinoteranno le funzioni iperboliche della meta del settore 6 perchè 
è = 2&) ed &) il settore corrispondente all'arco AM. 

L'arco iperbolico è positivo lorchè trovasi al disopra dell'asse principale, 
avendo il suo principio al vertice. 

Il seno, la tangente, e la cotangente hanno Torigine comune coll'arco, e 
le due prime linee sono positive quando si trovano al disopra dell'asse, e la 
terza (juando è al disotto : sono negative quando si troveranno oppostamente. 
Il coseno, la secante, e cosecante hanno origine al centro della iperbole^ ed 
il coseno è positivo lorchè dal centro procede verso la destra del calcolatore, 
la secante lorchè è al disopra dell'asse principale, e la cosecante quando è 
al disotto, sono negative quando procedono in senso contrario. 

Supponiamo ora che sia 

cioè si consideri che il punto qualunque delle iperbole sia posto al suo ver* 
tice, avremo 

sen h.O - ; cos h.O » a , tang h.O = o 

sec h.O = a , cot h.O = oo , cosec h.o « oo . 

Se supponiamo che il settore vada crescendo, il seno ed il coseno crescono 
anche essi ed oltre ogni limite, perchè sono le coordinate rettangolari di un 
punto qualunque dell'arco iperbolico, ma la tangente non può superare a , 
perchè il suo limite è l'ordinata all'assintoto corrispondente al vertice della 
parabola, e la secante ha per limite a^T, 

Supponiamo ora che il settore iperbolico divenga negativo, cioè sia Tarea 
CAM' : abbiamo evidentemente 

PM' = ~ PM , AT' = - AT , XP = CP ^ 

ovvero 

sen h {-6) = - sen hO ; tang h (- 0) = - tang h.O ; cos h {- 0) - cos h.O . 



— 119 — 

Quindi le seguenti conclusioni : 

a) Il seno iperbolico può acquistare lutti i- possibili valori tanto positivi 
quanto negativi a partire dallo zero fìno airinfinito positivo o negativo , e 
muta di segno colfarea o settore. 

b) Il coseno può acquistare tutti i valori positivi a partire dal semi-asse 
principale della iperbole equilatera fino all'infinito positivo, e non muta se- 
gno cól settore. 

e) La tangente può acquistare tutti i possibili valori che sono compresi 
fra lo zero ed il semi-asse tanto positivo quanto negativo della 'iperbole, e 
muta segno col settore. 

d) La secante può acquistare tutti i possibili valori tanto positivi quanto 

negativi» i quali sono compresi tra a ed a/2~. 

« 

RELAZIONI FRA LE FUNZIONI IPERBOLICE DI UN SOLO SETTORE. 

6. Ritenuto il settore 

ACM = 20) =. e 

ed essendo le coordinate rettangolari del punto M della iperbole equilatera 
riferita all'asse principale tra x, jr abbiamo 

ma 

X = cos h.6 , jr « sen h.9 
dunque 

cos h^.Q - sen h^O « a^ 

e poiché il secondo membro è sempre positivo cosi deve essere ancora 

cosh.6 > sen h.6. 

Da questa relazione apprendiamo che essendo nota una delle due funzioni iper^ 
boliche si conosce ancora l'altra: e che la differenza tra due quadrati eguaglia 
un quadrato. 

Nella iperbole equilatera la distanza focale è 

e =2a ; 
dunque se facciamo 

e* = cos h*.0 
troviamo 

2a* - senVi*.9=» fl* dalla quale sen h.O = a. 

Dai due triangoli simili CPM , CAT deduciamo • 



^ <20 — 

, ^ senhiO 

tane n.Q = a ; — , 

^ cosh.e' 

dalla ^uale, perchè sen A.d<cos A.d , risulta essere sempre la tangente una 
parte di a. Dal triangolo CAT abbiamo 

sec k.B ^ yjc^ + tang A'.0 



ed anche 



e^^ I. /) ^Vsen A*.fl + cos A*.0 

sec /il.Cr eg ■ 



COS A.d 
dalla quale, eliminato il seno, deduciamo 

sec A.e = ^^/2cosA^g-a^ 

cos A.d 
Se qui facciamo 

cos A\e = 2a^ , trovasi sec h,B=^a\l\ . 
11 triangolo TCT' essendo rettangolo in C ci da 

CA' = AT X AT' , 

e di qui 



ove fatto 



risulta 



fatto 



poi 



^ , ^ a cos h,B 

cot A.e = ;— = a r- , 

tanga.0 sen /e.d 



^ « , overo sen A.0 = o 



cot A.O = 00 ; 

cos h.% = fly/T , sen A.S - a 



ne viene 



cioè eguale al coseno. 

I due triangoli simili ACT' , ACT ci danno 

CA : Cr - AT : CT 

onde 

sec A.0 



cosec hS = a 



tang/e.d ' 
Dal triangolo rettangolo CAT' risulta 

cosec A*.fl -3 a^ -♦- coi h^.B 



— 121 — 

e perciò 

cosec h,0 « \/a^ + col h^.B . 

Nota la tangente iperbolica può aversi il seno ed il coseno. 
Abbiamo di fatti 

lane n*.e = =-»— 

^ €os A\e 

ma 

sen h^O = cos h^6 - a* ; 

dunque sostituendo ed isolando il coseno avremo 

a 



cos A.e = 



v/a^ - tang h^.e 

e perchè la tangente è sempre minore del semi-asse principale, cosi il coseno 
per qualunque valore finito del settore h sempre reale. 
Il valore poi del seno è 

, tang hnO 

sen h.O - ^ . 

Va* - tang h^.e 

Per mezzo delle relazioni che abbiamo determinate tra le funzioni iperboliche 
di un solo settore è chiaro che data una di esse possono dedursi i valori di 
tutte le altre. Le funzioni iperboliche ci danno immediatamente una formola 
semplice pel calcolo del raggio vettore della iporbole, quando parta dal cen- 
tro. Detto p questo raggio abbiamo 

p « ^cos h^.6 + sen h:.B 

la quale coesistendo con 

cos h^.O - sen h^.O « a^ 
risulta 

p = ^2 cos h^.O - a* 
ove fatto cos h,B =00 risulta p^oo, e posto cos/i.0 = /i^T sì ottiene 

p = a^3" 

RELAZIONI TRA LE FUNZIONI IPERBOLICHE DI PlC SETTORI. 

7. Date le funzioni iperboliche di due settori assegnare quelle della loro 
somma e differenza. Siano 

9 = 201) , 9' = 2w' 



— 122 — 

i due fattori valutati nella iperbole di semi-asse principale «, se diciamo 



OC,J^ X' yy' 



le corrispondenti coordinate ortogonali avremo per le ( 3 ) 

e Ov , e e 



X 



= Ji^e«^ . r ««) , ^=-l(e«'-e^««) 



-■--ri»"*»'"). y-K»--» ••) 



dalle quali 



e e' , , 

e^ ; e^ = — 

a a 



a a 






perchè 



a: = cos k.6 ; x » cos h.O' 
y - sea h,6 ; ^ « sen A. 6' 



avremo 



6 fìf 

-5^ cos h.O + sen A.(? -r cos A. 6' +senA.0^ 

e» = , e® 

a a 

— -r- COS h.O -sen h.O --r cos h.O' - sen h.O' 

e « = , e «' = 

le quali combinate per moltiplicazione ci danno 
-5 {6+0') cos h.O cos h.O' 4- cos h.O' sen A. 9 4- sen h.O* cos A. 9 + sen h.O sen A.0' 



6* 



a' 



^ (0—6') cos A.fl cos h.O' - cosÀ.d' sen A»9 - sen h.O' cos A.e -*■ sen h.O sen A.©' 



2 

£1 



Se queste si sommano e si sottraggono troveremo 



— 123 — 

\{9+$i) --^(6+6') ì{eos h.O cos h.9' + sen h.6 sen h.9') 

a 

-j(6+e') - ^{0+6') ^(sen h.9 cos h.Ql + sen A. e' cos A. 5) 



€ — «-- — a 

a 



Ora essendo 



-5^ --J 2COS A.e -7 -rj «senA.e 



se in queste poniamo 0+9' in luogo di 9 otterremo 
^(«+6') - ^(HO') 2C0S h(e -f e^) ^ (6+00 ^ -^(e+e') ^ 2sen A(9 + 9^) 

a ^ 

dunque 

, cos h,9 cos A. 9' ■♦• sen A.9 sen A. 9' 

cos A(9 -H 9 ) - 



sen h{B -f 9) - 



a 
seu A. 9 cos A.9' + sen A.9' cos A.9 



a 



Se ora ritorneremo alle equazioni medesime e combiniamo per moltiplicazione 
quelle i cui esponenti o settori sono differenti per valore e sógno troveremo: 

4(e-~e') cos A.9 cos A.9' + sen A.9 cos A.9' - .^en A.9' cos A.9 - sen A.9 sen A.9' 

a 
- 1 (0^.6) cos A.e cos A.9' + sen h.B' cos h.B - sen A.9 cos A.9' - sen A.9 sen A. 9' 

e « « 5 

die sommate e sottratte danno 

\ (6-6') - 4 (®-®') *(cos A.9 cos A.9' - sen A. 9 sen A.9') 
pO -¥ e ^ = — 1 ~" 



^ 2 



-i (o_e') - 4 /e— SM 2(sen A.9 cos A.9' - sen A.9' cos A.9) 



e** -e - . 



ma se nelle formole antecedenti , e pariformi di un solo settore poniamo 
B -B^ in luogo di 9 otteniamo 

^ (©-e') - 4 ((0-0' 2C0S A(9 - 9') ;^ (6-0') - 4 (0-00 2sen A(9 - 9') 



a 



dunque 



124 



, , ,, cos h.O cos A.©'- sen h.6 sen h.9' \ 

cosA(e-0)=« ' 



seii h(e - e) = 



a 
sen A. e cos hO' - sen A.O' cos h.d 



a 
Di qui 

// seno della somma o differenza di due settori è uguale al seno del pri- 
mo nel coseno del secondo più o meno il seno del secondo nel coseno del 
primo settore^ tutto diviso pel semiasse. 

Il coseno iperbolico della somma o differenza di due settori è uguale al 
prodotto dei coseni più o meno il prodotto dei seniy tutto diviso pel semi-asse. 

Per avere le tangenti iperboliche della somma e differenza di due settori, 
osserveremo essere 

A/ 4. 'V ^ ^®" ^^^ — ^') ^ (^^^ '^'^ ^^® ^•^' ^ ^^" '^•®' ^^^ ^'^^ 
^ cos h(B ± 9') ° cos A.e cos h.B' + sen A.e sen h.O' 

ma essendo 

- ^ tane A.d cos A.d , . tang/t.e' cos/i.e' 

sen h.B = — 2 , sen h.B = — 

a a 

otterremo, sostituendo e riducendo : 

,/. . ^r. a*(tang A.e + tang/i.0') 

lane h(B ± 6) = , , ^ = 2_^ 

^ a* ± tang A.9 tang /*.(? 

come per le funzioni circolari. 

Con eguale facilita si dedurrebbero le cotangenti iperboliche. 

Se nelle formole trovate poniamo a » i esse si rendono più semplici , 
e dai seni, coseni, tangenti e cotangenti iperboliche di semi-assi principale 
uno, si passa a quelle per un semi-asse qualunque moltiplicando la prima 
per questo semi-asse qualunque. 

Dalle formole stabilite ne possiamo dedurre delle altre nelle quali per sem- 
plicità maggiore supporremo a»i. 

Sommando e sottraendo i seni di somma e di differenza troviamo 

sen h(Q + 6') + sen h[Q - e') = 2 sen h.6 cos hM 
sen h(B + 6') - sen h{B - 0') = 2 sen hM cos h.Q 



dalle quali 



sen h(B ■*■ 9') + sen h{B - 6') tang h.(? 
sen h(B + G') - sen h(B - e') * tang hM ' 






— 125 — 

SommaDdo e sottraendo i corrispondenti coseni troveremo 

cos h(B + e') + cos h(B - O') « 2 cos A.O cos h.B* 

cos h[B 4- B') - cos h(B - ©') = 2 sen h.O sen A. 6' 
e quindi 

cos A(e + 9') + cos h(6 -e') ^ ^ 

Se nelle formoie medesime dei seni e coseni di somma poniamo la condizione 
9 = ©' risulterà 

sen A. 20 = 2 sen h.O cos h.O , cos h.29 = cos h^.O + sen h^,0 , 

2 tane h.B 

tang 29 « ^— ri7 > 

^ 1 + tang A*9 

e dì qui 

cos A.29 + sen A.29=«(cos A.9 + sen A.9)% cos A.29~sen A. 29 = (cos A.9-sen A.9)* 

dalle quali si hanno facilmente le funzioni iperboliche di un settore in fun- 
zione di quelle del settore .doppio. 

FORMOLE PEL CALCOLO DELLE FUNZIONI IPERBOLICHE. 

8. Essendo § (7.) 

sen h.B = , cos A. 9 « 

2 2 

ed 

. B^ 6^ 6^ 
e*' = 1 + — -4- — + + -i- . . . . 

i 1.2 i. 2. 3 1. 2. 3. 4 

9 9* 93 9^ 



• • • • 



1 1.2 1. 2. 3 1. 2. 3. 4 

se ne deducono 
sen h.B'^ B •\' + 4- . . . + ; r + ; ; — , + .... 

1.2.3 1.2.3.4.5 1.2...(2n-l) • 1. 2... (2^1 - l)2n(2n -H l) 

cos h.B = i -t- 4- h . . . + + ; ^^ ■ + .... 

1. 2 1. 2. 3. 4 1. 2... 2n 1. 2... 2/1 (2n + i) (2^ 4- 2) 

le quali sono convergenti per tutti i valori finiti del settore iperbolico. 
Dalla formola del seno abbiamo 



sen h.B 9* 9* 

— - — - 1 -t- 4- 4- . . . . 

1. 2. 3 2. 2. 3. 4 



17 



da cui per 9 = 0^ abbiamo 



126 



,. senh.O 
Iim — - — = 1 . 



9 



E perchè 



, ^ sea h,9 

lane A.0= 5—: , 

^ cos h.9 ' 



così 



tangA.d sen/i.O i 



9 



9 cos h,9 



e passando al limite per &ao, si ha 



Ijm — 2 = lina — . hm 



1 



= I. 



9 9 cos h.9 

Onde il limite del rapporto tra il seno iperbolico, o la tangente iperbolica 
ed il corrispondente settore h l'uaita. 

Si può giungere direttamente a questa medesima conseguenza ragionando 
come siegue. -^ 

Sia la iperbole AM di centro C e se- 
miasse principale GA = i : rappresentato 
per 9 il doppio del settore ACM abbiamo 
evidentemente 

CAT < CAM < CPM 



ma 




^^^ ^ £X_tangA^ 



2 



CAM = 



9 



CPM = 



A P 

sen h.9 cos h.9 



dunque 



Di qui risulta 



tang h.9 < < sen h.9 cos h.9 



sen h.9 sen h.9 



sen h.9 



ovvero 



tang h.9 9 sen h.9 cos h.9 



j ^ sen h.9 
cos n.9 > -^ — > 



9 " cos h.9 ' 

Ora le quantità comprendenti hanno per limite Tuailk , quando = o, dunque 
anche la compresa ha il medesimo limite. 

11 teorema di Moirre che ha luogo per le funzioni circolari si trasporta 
facilmente anche alle funzioni iperboliche. 

Se difatti riprendiamo le formole seno e coseno della somma di due set- 
tori, troveremo 



— 127 ~ 

cos h{0 + e') + sen h{6 -h e) = (cos h.6 •♦• sen h.B){cosk.&' + sen h.S). 

Partendo da questa forinola come tipo se moltiplichiamo primo e secondo mem- 
bro per un altro binomio pariforme^ avremo 

(cos h.6 -H sen A.fi)(cos h.9' + sen h.Q'){cos h.6" + sen h.O") 
= cos h(e + 0' + e") + sen A(e + ^ + 6") 

così continuando avremo per qualunque numero di settori 

(cos h.Q + sen A.e)(eos h.e' + sen h.O) .... (cos /i.O^'""""' + senh.B^'"^'^) 

= cos A(e -h d' + e" + . . . + e<"-*>) + sen A(e + e' -h 0" + . . . 4- fi<'"-»>). 

Se qui poniamo la condizione 

= 0' =©"«.. . =©<'«-'> 
avremo 

(cos h,0 + sen A.©)*" =» cos A./nO + sen h.m9. 

Nel medesimo modo si prova essere 

(cos h,6 - sen A.©)*" = cos A.mfl - sen h.m9 

Onde un binomio della forma 

cos h.6 + sen h.9 

s'inalza a potenza moltiplicando il settore pel grado. 

Resta cosi dimostrato il teorema pel solo caso delFesponente intero e po- 
sitivo. 

Però se riprendiamo l'equazione 

e=^^ s cos A.0 + sen h.9 

ed eleviamo Tuno e l'altro membro alla potenza di grado qualunque fj. avremo 

e^^^ « (cos h.9 ± sen A.fl)^ : 

ma se nella medesima equazione si pone ijJ9 iu luogo di 9 avremo 

e=^^* ss cos h.fj.6 + sen A.fx9 
e perciò 

(cos h.9 + sen h.9y = cos h.fjiB + sen A.fA0 . 

Dalle trovate formole deduciamo facilmente 

cos h.m6 = I (e*"^ -f e"^^) , sen A.to9 = l (e'"^ - e""*^). 

Dal teorema di Moivre abbiamo ancora 



— 128 — 
cosA.mfi = 5 [ (cos hS + sen h.Bf -i- (cos h.B - sen h.By] 

sen A.mfl = | [ (cos h,B + sen A-e)*" - (cos h.9 - sea /i.O)"'] 
dalle quali 

cos A'^S 

cos h.mB = [ (1 + tang h.Bf -f (i - taog A.^)*"] 

z 

sen /i.mO» [ (i + tang h.Q^ - (l - tang h.&f] . 

Da queste formole possiamo ricavare con tutta facilità le serie del seno e co 
seno iperbolico. Di fatti svolgendo colle leggi Newtoniane troviamo 

, r mim-i) , a m(m-i)(/»-2)(m-3) , , -i 

cos h.mB = cos h'^QX i + -^ ^tang h^Q + -^ '- ^^ ' tang A^0 ■*-... h 

L !• 2 la 8* 3« 4 _J 

supponendo ora B infinitesima, ed m infinitamente grande, onde sìa 

mB=^x 
essendo x una quantità finita divisa in'm parti eguali, avremo allora 



cos X ^ cos 



1 T r oc{X''Q) tang h'^B x{x-B)(x-%B)(x-zB) tang h^B t 

L 1.2 B^ 1. 2. 3. 4 B^ J 



della quale dobbiamo prendere il limite per d « o. Ora 

lim(cos h.B) — 1 : 

difatti essendo . 

cos /i.0 = (i + sen h^B) 



avremo 

X X i 



X sen h'B x{x - B) sen h^^B 



(cos /i.0)"- 1 (i+senA^e)® j =1 i + -^ — -' — -j— + . . . I 

e questa considerata nel limite ci dà Tunità. 

Dopo ciò abbiamo, come al principio di questo paragrafo 



cos h.X =14- — + 



JC* x^ x*" 



• • . . "t* — — — ^— — — ^ "!"«..• 



i.2 1. 2. 3. 4 1. 2 ... 272 

Con la medesima facilità si trova 

, x^ x^'"^' 

sen h.X = x -^ 4. ... 4. + . . . 

i. 2. 3 1. 2 . . . (2^l + 1) 



— 129 — 

• 

Queste forinole danno le funzioni iperboliche per mezzo del settore, ora pos- 
siamo inversamente ottenere il settore per mezzo di una funzione iperbolica. 
Riprese 

e^ = cos h,9 + sen A. 9 , e""* = cos A.9 — sen h.B 
di qui 

^^ cos h.B +sen h.B i +'tang h.B 

cos h.B — sen h,B i - tang h.B 
della quale presi i logaritmi Neperiani otteniamo 

2d » log(i + tang h.B) - log(i - tang h.B) 
e pel noto sviluppo del logaritmo troviamo 

B = tang h.B + — tang hH + — tang h^B •¥ .. . + tang A*'*-"'9 

V 

+ tane A^'*-^'e + . . . . 

la quale è convergente peluche il rapporto fra due termini consecutivi essendo 

tane hB 

esso è sempre minore dell'unita perchè tale è la tangente iperbolica. 

FORMOLE PER LA SOMMA DI UNA SERIE DI COSENI E SENI IPERBOLICI 
I CUI SETTORI CRESCONO IN PROGRESSIONE ARITMETICA. 

9. Abbiamo 

e*"^ = cos h.mB + sin h.mB , e""*"^ == cos h.mB - sen h.mB 

e da queste deduciamo 

cos h.mB e= \ (e"^ + e^'^^) , sen h.mB =5 (e*"® - e""*"^). 
Se in queste facciamo successivamente 

/w«=i, =2| =3, = .. ..=m 
avremo 



m 



I 
la quale può essere posta sotto la seguente forma 



— 130 — 
die dopo semplici trasformazioni si riduce a 

2ycos A.me = , fl ",, — 

T 2 - (e® + e"^) 

nella quale sostituiti i valori degli esponenziali dati per le corrispondenti 
funzioni iperboliche se ne deduce 

^ , 2COS h.9 -I- 2C0S h.mO - 2cos film +1)0-2 
2XC0S h.mO^ = ' 

T 2-2COS/i.9 

ovvero 

J5 - ' cos hlm -h i)Q - cos m.O - (cos A. 9 - i) 

2ycos n.mO = = ^ ^ 

T cos A. 6 - I 

Ma pel § (7?) abbiamo 

cos A.© - i «= 2sen A* — , cos film + i)0 - cos fi.mO = 2sen Al m0 + — Isen fi 

2 V 2 / 

dunque sostituendo e riducendo si avrà 

e 



e 



sen fiimO -h — 1 — sen fi 

^ t « ^ ^ f 2 

2ycos fi.mO « -— 



(me + |-) - 

iVcos A.m0 -^ i ^-- 

"^ I. ^ 

sen fi — 

2 

e per le medesime formole di riduzione sarà in fine 

6 ù 

cos film 4-1) — sen firn — 

m 2 2 

V)cos fi.mO = 



, 9 
sen A — 

2 



Operando nello stesso modo si ha per la somma dei seni 



ut 



22sen fi.mO^e^ + e** 4- e^' + . . . + e""^ - e""* - e** - e""^* - . . . - e" 
I 

la quale si muta facilmente in 

2]Ksen fi. me = -5 r; 1 ^ 

ove sostituendo le funzioni* iperboliche avremo 

sen fi{m 4- ì)6 - sen fi.mO - sen A.0 



m0 



22sen fi.mO 



cos A.0 - 1 



— 131 — 

e per le note forinole di riduzione travasi ancora 

^os hlmO -h — I - cos h — 

w V 2 / 2 

2]V)sen h.mO^ ^ 



, 
sen A — 

2 



e finalmente 



B Q 

sen hlm + i) — sen h.m — 

m ^2 2 

?sen h.mO =5» . 

sen h — 
2 

RELAZIONI TRA LE FUNZIONI IPERBOLICHE B CIRCOLARI. 

10. Le funzioni, circolari sono definite dalle seguenti* espressioni composte di 
esponcnzil^i immaginar] 

(i) cos 6 = , sen = == 

^ ' 2 2/--Ì 

ove rappresenta Tarco di raggio uno , o il doppio settore corrispondente 
a (|ueirarco. Le funzioni iperboliche sono date da 

(2) cos h.O = , sen h,0 = . 

^ ' 2 2 

Se nella (1) poniamo 0^^ in luogo di 9 avremo 

e~^ +e^ e® - c"^ 

(3) cos 6^^ ^ ^ « cos h.O , sen O^—ì = ^—i = ^/^ sen.A^ 

35 ss 

Di qui risulla che dal coseno circolare si passa all' iperbolico facendo nel 
primo Tarco od il settore immaginario, e se nel seno circolare si fa l'arco od 
il settore immaginario si passa airiperbolico moltijllicato pel fattore immagi- 
nario ^f^ . Quindi è facile il passaggio dell'une all'altre. 

. DIFFERENZIALI DELLE FUNZIONI IPERBOLICHE. 

1 1 . Data una qualunque funzione iperbolica se ne dimanda il suo diti'eren- 
ziale in funzione del respettìvo settore. 

Sia 



— 132 — 

y = sen hS 
avremo per la nota teorica dei limiti 

A^ sen A(9 + A9) - sen A. 6 

Ae""' aì 

ove sciolto il seno della somma si ha 

t^y sen A.0(cos A.Ae - i) ■+- sen /i.A0 cos A.0 

_=, _ 

e perchè § (7) 

sen /j.Ae = 2sen A — cos A — , cos A.A0 -1 = 2 sen A — 

22 2 

avremo sostituendo e riduccndo 

sen h — 

-^ =s cos Al e + — I , 

Ae A9 \ 2 / ' 

2 

e passando al limite per Ad » risulta 

dr d. sen A ,9 1 , , , , 

TT " i7 =* cos A.0 : d.sen A. 9 - d6 cos A.5 . 

de de * 

Il diflferenziale del seno iperbolico è uguale al differenziale del settore nel 

coseno del settore medesimo. 

Sia 

jr « cos A. e 
otteniamo facilmente 

A/ cos A.e(cos A.A6 - i) + sen A.A9 sen h^ 

Àe"' Aè 

e quindi 

sen A — , 

Ar 2 - / A9 

TT "^ — r;; — sen A IO -f- 

A9 Ad 

2 
e nel limite si ha 



(-t) 



-^«asenA.fl ; d^» de sen A. 6. 

II diflferenziale del coseno iperbolico è uguale al differenziale del settore nel 
seno del settore medesimo. 



— 133 — 
Si giunge ai medesimi resultati quando si faccia uso delle relazioni 

cos h.B = ! sen n = 

2 2 

perchè differenziando è 

d. cos h.B = de -= de sen h.O , d. sen h.O = d0 = de cos h.B . 

2 2 

Posto 

j^ « tang A. e 
abbiamo 

A/ tang h{B + Ae) - tang h.B 

Àe" " AÒ 

dalla quale, sviluppata la tangente di somma e dato luogo a semplici ridu- 
zioni, si ottiene 

Ajr ^ tang Ae / i - tang A*e \ 

Ae "" Ae \i 4- tang h.B tang h.àB/ 

che trasportata nel limite è 

-jf =» I - tang h^B = -3- , dr - de(i - tang h^B rj- . 

de ^ cos A e */ V 5 ^^g ^2 g 

11 differenziale della tangente iperbolica è uguale al differenziale del settore 
nell'unita meno il quadrato della tangente, ovvero al differenziale del settore 
diviso quel quadrato del coseno. 
Sia 

r = coi h.B ^ ; — 

tang A. e 

dalla quale deducesi 

Aj ^ 1 r i * 1 

Aè" ~ AeLtaiig h{B + A"ej "" tang ^e J 
ovvero 

4^ ^ tang h.AB r 1 - tang h'^B -1 

Ae "" "" Ae L(l + tang h.B tang h.AB) tang h.B tang h(B + Ae) J 

che considerata nel limite otteniamo 

dr 1 de 

-jf = -(cot A'e - i):^- rsr, dr = - de(cot A'e - 1) = T^. 

de sen A e sen h^B 

Il differenziale delia cotangente è uguale a meno il differenziale del settore 

18 



— 134 — 

moltiplicato pel quadrato della cotangente meno Tunitk » o diviso pel seno 
quadrato. 

Con eguale facilita si troverebbero i differenziali delle secanti e cosecanti 
che tralasciamo per passare a determinare i differenziali del settore iperbo- 
lico in funzione di una linea qualunque iperbolica. Sia primieramente 

d=iSet. sen h{^jr) 

di qui 

A0 Set.sen hj^jr 4- Ajr) - Set.sen hj^j) 

Ar" ■ ' Ar ' 

Se poniamo 

Set.sen h{^f + Aj) « w , Set- sen A(= /) = n 

ne deduciamo 

senA.m = j-«- ^j , cosA./w= ^ì^ijr -^ Ajrf 

senh.n^j' , cos h.n ^ ^i + j^ \ 

Preso ora il seno della differenza m-n troviamo 

sen h{m - n) = (j + Ajr)\/il^ -y^\ +(/ + Aj)* = H 
ove H è infinitesimo insieme a A^- : di qui deduciamo 

m-n «Set.sen hi ^{j •¥ Ax)^i + J^ - jr V^i + (/ + A^)* W Set.sen A(=« H) , 

e perciò 

A^ Set.sen A( = H) H 

A^ H A^ 

onde nel limite 

de ,. H 
-=- = hm — , 

Ripresa la espressione di H si ponga sotto la seguente forma, 
dalla quale quadrando e riducendo 

che considerata nel limite abbiamo 

H i 



lim-— = / 

Aj Vi ^ r 



2 



— 135 — 

e così 

^ L_ de =-JZ_ 

Il differenziale del settore definito pel seno iperbolico è uguale al differen- 
ziale del seno diviso per la radice seconda dell'unità più il quadrato del seno. 

Noteremo che la differenziazione di questa funzione iperbolica può eseguirsi 
ancora come siegue : 

Posto 

• — Set. sen h( - j") 
ne deduciamo 

sen h.6 ^y , cos A. 6- \Ji->r y* . 

Ora differenziando risulta 



dalla quale 



d^ = de cos A. e = dev^i + j' 



do^ ^^ 



v/i ^f 



Data la funzione 



9 =Set. cos/i(=^) 

questa potrebbe essere differenziata direttamente come il seno, ma adopcre- 
mo piuttosto il secondo metodo, onde porremo 

cos A. e =j y sen h.O = ^j^ - i , 
e quindi colla differenziazione avremo 

dj « de sen.Ae = dev^r' - * 

dalla quale 

^' ' ' - de- ^-^ 



11 differenziale del settore dato pel coseno iperbolico è ugnale al differen- 
ziale del coseno diviso per la radice seconda del quadrato del coseno meno 
l'unita. 
Sia ora 

e -Set. tang h (=^) 
avremo 

Ae Set. tang A{=/ + Ay) - Set. tang A{-^) 



136 



e fatto 



ne sieguc essere 



j' + A^ = tang h.m , j - lang h.n 

A0 m — n 

Ar Ar 

ma presa la tangente della differenza avremo 

tang hjn - tang h.n 



tang h{m - 7i) = 



1 -tang/i./7itangÀ.n 



ovvero 



tang h{m — n) = 



Ar 



essendo H uà infinitesimo con ^jr. 
Ora 

m -n = Set. tang h{- H) 
dunque 

Ad Set. tang h(= H) 

À^ ; H ■ 

e quindi nel limite 

— = lim — 
dj " A/ 

ma dalla fonnola che definisce H deduciamo 

H 1 



=^H 



onde 



A?' * - /(r + Ar) 



lim 



H 



Ar » -J 



e perciò 



de 



i 



X » 



do 



ilr 



d^ 1 -J' 1 -X 

Il diflfereuziaie del settore iperbolico in funzione della tangente è uguale al 
differenziale della tangente diviso per l'unita meno il quadrato della tangente. 

Al medesimo risultato si giunge ancora come siegue. 

Essendo 

= Set. tang h{-jr) 
si ha 



— 137 — 

jr = tang A.e 
da cui 

dj = de(l " tang h^B) = de(i -f) 

onde 

d. = -^. 
«-7 
Se si fosse data 

0= Set.cot A(=j^) 

di qui ne seguirebbe 

j = cot A. 9 

e differenziando si ha 

d^ = - de(cot A*e - = - d^Cr' - i) 

e quindi 

Il differenziale del settore iperbolico dato per la sua cotangente è uguale a 
meno il diflferenziale della cotangente diviso pel quadrato della cotangente 
meno l'unitk. Se questo differenziale si voglia assegnare direttamente si porrà 

0= Set. cot hi^y) 
e quindi 

A© Set. cot A(=7" + A^*) - Set. cot h{=j) 

Ar ~ Ar 

Ed usando il solito arteficio troveremo 



e quindi 



onde 



I t f * 

tang h.m - — , tang h.n = — 

Ar 
tangA. (m-n) = -^ — -—- = 11, , 

Ad Set. tang ^(»H,) H, 



kj H, Aj 

e passando al limite si ottiene nuovamente 

Colla medesima facilita si troverebbero i diflferenziali del settore quando ve- 
nisse definito per la secante o cosecante. 



— 138 — 

AZIONE DELLA LUCE SULLE SOLUZIONI DI IODIO 

NEL BISOLFURO DI CARBONIO 
E NUOVO FOTOMETRO A INDICAZIONE CONTINUA 

NOTA 

DEL P. F. S. PROVENZALI 



s 



OQO già parecehì anni che nelle mie lezioni sperimentali faccio uso di ter- 
mometri aventi a liquido termometrico una soluzione satura di iodio nel bi- 
solfuro di carbonio. Il motivo che m' indusse a prescegliere questo liquido 
fu il suo grande coefficiente di rarefazione, che lo rende idoneo a mostrare 
a numeroso uditorio le variazioni anche piccole di temperatura. Avendo poi 
paragonato il coefficiente di rarefazione della soluzione predetta con quello 
del bisolfuro di carbonio, ho trovato che sotto Fazione della luce il primo 
supera il secondo di o, 20 e talvolta anche 0, 25; ma che all' oscuro questi 
due coefficienti sono prossimamente uguali ; di maniera che un termometro 
a soluzione di iodio nel bisolfuro di carbonio , quando passa dall' oscurità 
alla luce o per converso , sale o scende nella sua scala , anche quando un 
termometro a mercurio rimane sensibilmente stazionario. 

Questo fenomeno non è tSinto strano quanto a prima vista può sembra- 
re. La soluzione satura di iodio nel bisolfuro di carbonio h un corpo dotato 
di debolissimo potere riflettente, perfettamente opaco e che non soffre muta- 
zione chimica per l'azione della luce; quindi h che le radiazioni luminose ri- 
flesse dal mercurio sono invece dalla soluzione di iodio assorbite ossia tras- 
formate in calorico che aumenta la temperatura e il volunrc della soluzione 
medesima. I termometri a soluzione di iodio nel bisolfuro di carbonio pos- 
sono dunque riuscire utili nella fotometria. Un fotometro molto semplice da 
me costruito ed adoperato con successo in alcune sperienzc h il seguente. 
Une termometri uno a mercurio, l'altro a soluzione satura di iodio nel bi- 
solfuro di carbonio sono collocati uno vicino all'altro sulla medesima tavo- 
letta. La graduazione del termometro a mercurio e al modo consueto, salvo 
che la scala e divisa in quinti di grado; ma la graduazione del termometro 
a soluzione di iodio h stata fatta paragonandolo all'oscuro con quello a mer- 
curio. Questi due termometri nell'oscurità vanno d'accordo; ma sotto l'azione 
della luce il termometro a soluzione di iodio sta tanto sopra quello a mer- 
curio quanto e maggiore l'intensità della luce. 

Dopo le belle spcrienze di Tyndall sulla separazione del calorico oscuro 



— 139 — 

dalla luce mediante le soluzioni opache di iodio nel bisolfuro di carbonio 
non y'è motivo di credere che le radiazioni oscure possano nolabilraente in- 
fluire sulle indicazioni relative dei due termometri che costituiscono il foto- 
metro. Ciononostante a meglio conoscere fin dove si estende la diatermasia 
delle soluzioni opache di iodio^ ho chiuso due buoni termometri a mercurio 
in due uguali tubi di vetro per modo che il bulbo di un termometro rima- 
nesse scoperto e quello dell^ altro fosse immerso in una soluzione satura di 
iodio nel bisolfuro di carbonio. Finche i due termometri sono stati alloscuro 
e sottoposti alle radiazioni di sorgenti oscure, hanno dato costantemente la 
medesima indicazione -, ma trasportati ad una luce un poco viva^ quello col 
bulbo immerso nella soluzione è sempre rimasto un pò più alto dell' allro^ 
giungendo la differenza lino ad un grado, quando il Sole illuminava diret- 
tamente la camera in cui faceva V esperienza. Possiamo dunque ammettere 
che la diatermasia delle soluzioni sature di iodio nel bisolfuro di carbonio 
si estende a tutte le radiazioni oscure, e per conseguenza che le radiazioni 
oscure non possono notabilmente alterare le indicazioni del mìo fotometro. 
Per ciò che spetta i raggi uitraviolacei o chimici oscuri, dalle sperienze 
del Sig. E. Becquerel abbiamo che questi raggi vengono in parte assorbiti 
dal bisolfuro di carbonio; ma Tazione calorifica di tali raggi essendo debo- 
lissima relativamente a quella de* luminosi il loro effetto sul coefficiente di 
rarefazione della soluzione di iodio, credo si possa senza incomodo trascurare. 
Se ciò non piaccia basterà collocare fra la sorgente luminosa e il termome- 
tro a soluzione di iodio un diaframma diafano e insieme impermeabile ai raggi 
chimici oscuri come p. e. una limpidissima soluzione di bisolfato di chinina 
chiusa fra due sottili lastre di vetro. Del resto spero di potere fra breve 
comunicare all'Accademia alcuni risultati da me ottenuti con questo fotome- 
tro, che almeno quanto alla sensibilità non la cede agli ordinari termomolti- 
plicatori i quali hanno Tincon veniente di non separare le radiazioni luminose 
dalle calorifiche oscure. 



— 140 — 

STRANI FENOMENI 
OSSERVATI NELL'UOVO DELLA GALLINA DOMESTICA 

MEMORIA 

DEL PROF. VINCENZO DIORIO. 

Ho Tonore di richiamare Tattenzione dell* Accademia su due strani fenomeni 
accaduti, per quanto se ne disse a me, spontaneamente nelle uova della Gal- 
lina domestica (Phasianus gallus , Foem. Liu.). Questi per verità costitui- 
rebbero, l'uno un fatto, e l'altro un problema che, a mio credere, attenderà 
ancor lungamente prima di essere risoluto dalla scienza. Consiste il primo in 
un uovo che presenta dipinta sulla superficie del guscio IWea i^a^co/are xa/i- 
guigna^ la quale cinge Varca germinativa dentro delle uova ingalkte , alla 
fine del secondo giorno d*incubazione (i). Si riduce il secondo ad un uovicino 
tutto completo, cioè a dire munito financo del guscio suo calcareo, che mi 
si volle persuadere da persona autorevole, rinvenuto cosi dentro di un uovo 
ordinario, rotto a caso per gli usi della economia domestica , sullo scorcio 
dell'Aprile passato. Intorno all'uno ed all'altro preteso fenomeno, dirò succin- 
tamente il mio opinamento. 

Per quanto io mi sappia, nessun fisiologo ha fissato la sua attenzione in- 
torno al primo fatto annunziato. Ne è già eh' io lo creda difficile ad ac- 
cadere ne'nostri climi, e con le costumante de'nostrì proventieri, sopratutto 
in certe stagioni dell'anno; ma si lo ritengo fra quei molti che passano inav- 
vertiti e forse ignoti ai cultori delle scienze naturali , che avvezzi a ri- 
cercare fra più sublimi sfere i temi de'loro studj, si dispensano talora dallo 
esaminare la natura negli argomenti, ì quali non perciò che sieno più umili 
riescono sempre meno interessanti. Ed a non dipartirmi dall' esempio avan- 
zato, chi mai potrà non meravigliarsi scorgendo disegnate dalla natura su di 
un guscio calcareo le traccie sensibili di quelle operazioni organico*vitaÌi, che 
compiendosi ove lo sguardo umano non può giungere , ci rivelano agli oc- 
chi la vita operante con misterioso artifizio nell'uovo incubato, dentro del 
quale si va nascostamente organizzando un essere novello ? 1 fisiologi costretti 
a strappare dalle vittime sacrificate alla scienza, il verdetto di una vita che 

(1) Debbo alla gentilezza del collega Prof. Socrate Gadet il possesso dì questa anomalìa. 



— U1 — 

fogge loro sott' occhio , non isgradiranno adunque di vedere per tal modo, 
confermato dalla natura stessa , uno dei fatti più interessanti della embri- 
ologia, lo sviluppo cioè del sangue e dei vasi che lo canalizzano, e quindi 
lo stabilimento di una circolazione primordiale nel pulcino; laddove né vasi, ' 
ne sangue si rinvenivano fra le membrane o negli umori entro de* quali il 
corpiccìuolo suo si manifesta: ne è a dire che in tal caso dal di fuori quel 
umore gli possa essere trasfuso. Lo che se non rivela la esistenza di una forza 
propria , passata ereditariamente al novello essere dalla materia organizzata 
che per mandato del Fattore supremo ne è la posseditrìce esclusiva » forza 
sola capace di avvivare i corpi nei quali alberga; non saprei io da che mai 
trarre argomenti più efficaci a costatarne la indubitabile esistenza. Ma non 
volendo adesso occuparmi fuori di luogo di argomenti di filosofia zoologica, 
vado senza altro alla considerazione del fenomeno indicato. 

Il genio immortale del bolognese Marcello Malpighi nella lettera che di- 
resse neirottobre dell' anno 1672 alla Reale Società di Londra dando notizia 
delle interessantissime sue osservazioni sulla formazione del pulcino nell'uovo^ 
descrivendo la cicatricetta di un novo dopo il secondo giorno d'incubazione, si 
esprimeva cosi: « In medio umbilicalis area C. locabatur (fig. 24), quae limbi 
i) D, loco zonam albam habebat, et convexa ibidem reddebatur. Haec reticu- 
» lari vasorum opere E. contegebatur, in quibus rubiginosus humor turge- 
» bat. Carina, solitis praedita vesiculis et corde, innatabat in coltiquamento. 
» Spatium quod inter circulos A. et umbilicalem aream C. extendebatur, in- 
i> signibus ' rivulis F. alluebatur; in dextro enim latere veluti a tot distin- 
» ctis fontibus deducebantur alveoli G. qui ampliores redditi sub area um- 
)) bilicali ultimum sortiebantur terminum: contentus ichor rubiginosus erat 
» et ejusdem pene naturae ac in corde et vasis observabatur; unde pulcher- 
» rimum occurrebat spectaculum )» (i). Nel caso nostro si stavano evidentemente 
sviluppando nell' uovo da oltre a due di, gli eflfetti di una di quelle incu- 
bazioni spontanee delle quali paga lo sconto l'economia domestica sempre e 
talora eziandio Fumana salute , per l'industie opera dei procaccini che re- 
cano sul mercato nei mesi estivi, per la publica consumazione ^ taluni ge- 
neri di cui non si conosce uh la data , nh il luogo di provenienza , ne le 
condizioni in cui spesso da una stagione all' altra si tennero conservati con 
Io scopo di mantenerne più elevato il prezzo. 

Il guscio deiruovo del quale mi vado occupando rivela; s'io mal non mi 

(i) Marcelli Malpighi. Op. omn. Lngduni Batar. 1687. Tom. If, pag. 79. 

19 



— «42 — 

appongo, r opera inoltrata della putrefazione dopo che le circostanze ebbero 
interrotto dentro del medesimo il già incominciato sviluppo del germe. Que- 
sto per la sospesa spontanea incubazione essendo morto sul nascere , subì 
le conseguenze necessarie dell' intercettamento della vita , prima di giun- 
gere a fruirne alcuno dei compensi. I gas sviluppati nell'uovo così alterato 
avendo accresciuta Tesosmosi, che a traverso delle membrane dell' uovo na- 
turalmente avea luogo, spinse forse le correnti del fluido sanguigno novello a 
traverso delle trame vascolari delicatissime. Laonde trasmesso quel fluido, co- 
lorato per la prima volta , ed imbrunito probabilmente di più dalla reazione 
spiegata sul medesimo dal gas idrogeno-solforato, alle membrane del guscio 
dalle correnti esosmotiche; si fece strada fra le porosità esistenti nello strato 
calcareo che costituisce il guscio dell'uovo, e die luogo così a quella (ignita 
anatomica che si vede dipinta sopra il medesimo. Attribuisco alla stessa cagione, 
ossia ai gas della putrefazione, l'impronta dell'area circolare che si vede trac- 
ciata sul polo maggiore dell'uovo (i). Corrisponde la medesima alla camera dia- 
ria, nella quale la raccolta gassosa essendo ristretta entro limiti più angusti, fece 
maggior violenza contro la parte comspondeote del guscio ; e risultato di 
quella pressione si fu che la crosta calcarea incominciasse già a cedere, di- 
staccandosi parzialmente dal rimanente , siccome si vede suU* esemplare che 
abbiam sott' occhio e nella annessa tavola viene rappresentato. 

Ritornando ora alla faccia principale del nostro uovo dipinto dalla na- 
tura (2), se ne scorge il centro occupato da un area ellittica scura, in mezzo 
a cui ed alquanto lateggiata , apparisce una listerella biancastra , la quale 
fa si che la prima prenda V aspetto di un corpicciuolo piegato ad arco , 
con una estremità rigonfia, con l'altra acuminata, e con il seno aperto. Tre 
cerchi eccentrici la circondano. Si staccano dal più interno di questi, a modo 
di raggi asimmetrici is tronchi vascolari, dei quali alcuni camminano come 
appaiati, ed altri solitarii. Fra gli uni e gli altri decorrono vasi anastomo- 
tici che li fanno comunicare scambievolmente fra loro non solo , ma ezian- 
dio con i cerchi vascolari esterni , coi quali si vanno quei canali serpeg- 
gianti intersecando. Vi si scorge un picciol tronco che mette in comuni- 
cazione il secondo dei tre cerchi vascolari suddetti con il terzo od esterno; 
come pure un altro ve ne ha, che da quest'ultimo si spicca a dirittura per 
perdersi nellombra insieme con gli altri « I vasi usciti dalla cinta vascolare 

(i) Vedi la tavola annessa, fig. G. 
(2) Vedi la tavola stessa fig- A. 



— 143 — 

esterna , vanao irraggiando ed irretiscono così tutta la superficie che chia- 
meremo anteriore dell' uovo , mentre due dei medesimi veggonsi in penom- 
bra, superato il polo più ristretto, disperdersi nella superficie opposta. Que- 
sta (i) apparisce come marmorizzata per chiazze oscure non ben definite , 
che qua traspariscono discrete, e la confluenti. Se noi non andiamo errati, lo 
sviluppo della rete vascolare richiama la figura venosa^ e la prima cinta an- 
nulare che circonda Tarea ellittica suddetta, ricorda la pena terminalis del- 
l' Ocken. 

Gli artifizi adoperati dagli istiologi onde giungere a scuoprire i passi che 
d*ora in ora V incubazione va tracciando con gli organici sviluppi dentro 
r uovo fecondato della gallina , ed i frutti ubertosi che si raccolsero dalle 
loro ricerche, appartengono già alla scienza. Il fenomeno che noi presentiamo 
non serve dunque che a confermare quello di' era già conosciuto. Ma una 
prova di tal genere, mentre giova ad aggiunger fede a quanto venne già di- 
scoperto da abilissimi naturalisti, rivela forse una nuova sorgente di osser- 
vazioni ; che quanto più facili ad eseguirsi , altrettanto più utili forse ad- 
diverrebbero per la scienza , e probabilmento non infruttuose per le appli- 
cazioni che ne potrebbero fare le scienze economiche e salutari. 

11 celebre delle Chiaje scrivea nel 1S36, che lo studio dello sviluppo del 
pulcino è nato e cresciuto in Italia {%). Non fu però tra noi che giunse que- 
sto alla sua maturità. L'istologia che s'innalzò in quest' ultimi tempi mode- 
ratrice prepotente di presso che tutte le scienze naturali e biotiche, non ha 
percorso ancora tutto il campo che gli è destinato ; e forse taluni di quei 
fatti che riteniamo come stranissimi e fenomenali, potrà succedere che sieno 
meglio compresi, e forse anco scientificamente interpretati, in un prossimo 
avvenire. Ciò non pertanto alcuni se ne annoverano cui si vorrebbe pure 
trovar posto nella scienza ma sembrano destinati a rimanerne perpetuamente 
esclusi, almeno infino che le nozioni che abbiamo sulla vita operante negli 
organismi ed intorno alle funzioni degli organi che la servano, non subiscano 
un totale sconvolgimento ed un rinnovamento quale non può prevedersi ancora. 

Un esempio di questa ultima verità crediamo noi lo si trovi neli'uovicino 
che presento, il quale costituisce il secondo dei fenomeni de'quali ho inteso 
parlare. 

Un domestico del chino sig. Avvocato G. B. S. rompendo degli uovi di 

(!) Vedi la tavola, fig. B. 

(2) Istituzioni di anatomia comparata. Napoli 1836. Tomo II, pag. 184. 



— 144 — 

gallina per uso culinario, dicesi che rinvenisse racchiuso in uno di essi un 
corpicciuolo , che disceso con la massa liquida che Tinyolgeva in un sotto- 
posto recipiente, venne riconosciuto per un uovicino tutto formato, il quale 
presentato al padrone di casa, fu dal medesimo rimesso gentilmente al mio 
studio siccome fenomeno curioso e strano. L'uovicino speditomi è quello stesso 
che presento. Misura 15 mill. nel maggior diametro ossia nel bipolare, 12 
ne ha nel trasverso maggiore e io in quello che tagliando quest'ultimo ad 
angolo retto, ne lo spartisse in porzioni eguali. L'uovicino è fesso verso il mag- 
gior polo irregolarmente ; sicché questa estremità deìV uovo apparisce con 
una boccuccia sbadigliante circoscritta da labruccle irregolarmente frasta- 
gliate. Da questa fenditura è facile il riconoscere che vi fu racchiuso un torlo 
ed uno albume, e che la membranea testacea non vi facea difetto. Il guscio 
calcareo e candido ed immacolato , e lo insieme dell* uovicino ricorda le 
uova dei Canarii {Fringilla canaria L.) chiare o non ingallate, facili ad os- 
servarsi nelle cove di questi uccellini addomesticati. Una femmina di questi 
fino dal 12 di aprile p? p? emise le prime uova in mia casa. Ora senza le 
assertive contrarie del domestico del sig. Avvocato suddetto^ si direbbe che uno 
di questi uovicini passato per scamottaggio dentro quello di una gallina, men- 
tre si rompeva per farne frittata , fosse addivenuto il soggetto di un pre- 
teso fenomeno naturale inesplicabile. Non volendo però noi fondarci sopra 
supposti di tal genere, toglieremo invece a considerare la questione dal lato 
scientifico ; e memori della storia del dente (T oro che in altra epoca non 
lontana tenne lungamente sospesi gli animi degli scienziati, vedremo se sia 
possibile il dare del supposto fatto una scientifica spiegazione: e cosi il ricordare 
le scoperte della scienza intorno ad argomenti interessantissimi, ci compen- 
serà del tempo che vi spendiam sopra, che altrimenti avrebbe da ritenersi 
per inutilmente sprecato. 

Delle uova chiuse in altre uova, vi sono moltissimr esempi registrati nella 
scienza, e non ne mancano dei più strani e più curiosi di feti rinvenuti den- 
tro di altri feti^ come si hanno pure storie di feti o germi sviluppati entro 
corpi adulti, in individui nei quali la ragion del sesso si opponeva a qualsiasi 
altra naturale interpretazione (1). Nelle uova di gallina che adoperiamo nella 
economia domestica non è raro di rinvenire due torli chiusi in un guscio 
slesso , e qualche scrittore ricorda di averne rinvenuti fino tre insieme. In 

(1) Isidore GeofTroy Saint-Hilaire. Histoìre generale et particulière des anomaliesde l'organi- 
salion. Paris 1836. Tome Troisième pag. 582. 



— 145 — 

quanto a ciò adunque nulla vi avrebbe di strano nel caso nostro astratta- 
mente considerato. Rinvenire peraltro chiuso e sepolto nello albume di un 
uovo di gallina normale e perfetto un altr uovo, fornito egli pure del $uo 
albume, e quello che h più , del suo guscio calcareo indurito , h tale un 
fenomeno cli€ ripugna decisamente colle leggi anatomiche e fisiologiche finora 
conosciute, e somiglierebbe quindi ad un prodigio. 

Ed invero ammettendo pure che nel caso nostro fosse avvenuto come ne- 
gli altri casi accennati, il distacco simultaneo di due torli dall* ovajo della 
gallina; sempre rimarrebbe a spiegare il come ciò avesse potuto fisiologica- 
mente avvenire , in torli fra loro distantissimi per la diflferenza d^llo svi- 
luppo. Da poiché la notevolissima disproporzione che vi ha fra i diametri 
del uovo continente e quelli del contenuto, mette in evidenza che già la ca- 
duta simultanea di entrambi nell'ovidotto costituirebbe un primo paradosso. 
Infatti oggi è positivamente conosciuto che il distacco delle uova dalPovajo, 
avviene nella gallina secondo una legge prestabilita, per la quale nessun uovo 
può lacerare i vincoli che lo rattengono sullo stroma ovarico, se prima non 
ò giunto a quel grado di pienezza che non consentendo più agli invogli 
esterni di contenerlo, se ne spriggiona ed è raccolto cosi dal piccolo padi- 
glione delPovidotto, che automaticamente si gitta su lui per riceverlo ed as- 
sorbirlo nella sua via. Riesce quindi troppo astruso il comprendere, come un 
uo vicino, ad un grado relativamente minimo di sviluppo , abbia mai potuto 
concepire tale energia di movimento iniziale, da precipitare la sua parabola 
vincendone tutte le contrarie naturali resistenze. Ricorderemo a tale pro- 
posito una sentenza dal Lejrdig espressa cosi : « Gomme dans les autres 
classes des s^ert^rès^ les oiseaux^ les amphibies et les poissons^ les oeufs 
à maturité surpassent en grosseur ceux des mammifères', Vovaire^ abstra- 
ction faite des ses autres dimensions , présente toujours un aspect ad- 
ìieuxj et les follicules se détachent de la masse du stroma en restant sus- 
pendus par un simple pédicule » (i). 

Ma seguiamo il nostro esame. Gli autori hanno scritto che Tuovo della gal- 
lina scendendo nell'ovidotto vi camina a rilento, ed ivi riceve lo albume che 
lo completa, e le membrane che lo ricuoprono; sulla più- esterna delle quali 
si aggiunge poi verso l'estremità inferiore dell' ovidotto , per sopraposizione 
sotto forma di laminette cristalline esagonali, il carbonato calcareo che in- 

(1) Franz Leydig. Traile d' histologie traduit de T allemande par R. Labillonne. Paris 1866, 
pag. 570. 



— 146 — 

durilo ne coslituisce il guscio esterno. Ora il nostro uovicino come mai avrebbe 
potuto pervenire a cingersi deatro Io albume dell'uovo continente, di pro- 
prie membrane? come sulla esterna di queste, si sarebbe mai raccolto il car- 
bonato calcareo più o meu puro, senxa del quale il guscio delle ova non si 
costituisce ? Se il contatto immediato delle pareti secernenti di questi sali 
solidificabili con Tuovicino che deve rimanerue incrostato, è condizione indi- 
spensabile perchè l* uovo si completi secondo l'ordine di natura; chi potrà 
mai immaginare il modo , nel quale questo incrostamento si sarebbe verifi- 
cato, ove realmente il picciuol uovo fosse rimasto cliiuso in mezzo al liquido 
albuminoso di quello maggiore , e quindi per mezzo di tutte le membrane 
proprie di questo, separato e disgiunto dalle pareti dell* ovidotto alle quali 
l'escrezione di quei sali calcarei, è dimostrato che esclusivamente si appar- 
tiene ? Dunque o il fatto a noi riferito è falso; o tutte le teorie e dimostra- 
zioni della scienza, fino qui ritenute per vere sono manchevoli ed erronee. 
Impertanto se non vogliamo ammettere la prima parte del dilemma, conviene 
che necessariamente ne accettiamo la seconda. Prima però di così fare, ci sia 
lecito di riassumere quello che la scienza positiva ce ne ha tramandato. 

L'unico ovajo di cui va munita la femmina degli uccelli, ritrovasi sotto 
i reni aderente alla colonna vertebrale e ricoperto dal peritoneo, il quale 
serve insieme al medesimo di copertura , di legamento e di conduttore |>ci 
vasi arteriosi e per i nervi che vanno ad investirlo, e per le vene, e per i 
limfatici elle ne risortono. Sotto alla tunica peritoneale, ridotta al solo epi- 
telio, se ne rinviene suirovajo una seconda costituita da una membrana pro- 
pria, la quale vien chiamata dagli anatomici Valbuginea delVwajo. L'aspetto 
generale dell' organo in attività funzionale , rassomiglia ad un grappolo di 
uva ad acini disegualmente sviluppati, sicché sempre se ne scorga fra tutti 
uno o più maggiori, mentre si sta verificando la ovulazione. Ciò che in talune 
specie ^nou addomesticate succede ad epoche fisse dell'anno, in altre si rinnova 
a periodi ricorrenti e più o meno ravvicinati; ed in altre finalmente^ quali 
sono le galline, accade quasi senz'ordine apparente; dipendendo il fenomeno 
più dalle influenze del clima, della stagione , e dalle condizioni nelle quali 
sono t^st chiamate a vivere, di quello che da una legge governata sempli- 
cemente dalla natura. Accade cosi che nel pollame la fecondità può dentm 
certi lìmiti essere messa a profitto e sviluppata^ più o meno per il concorso 
della industria umana. 

Ciascheduno di quelli acini, che dicemmo costituire con il loro insieme il 



— U7 — 

racemo ovarìcoy si trova adunque ricoperto dalle due membrane che rivestono 
esternamente lo stroma sopra del quale si sollevarono, e giunti questi a ma- 
turanza vi sono rattenuti e legati, come indicammo con il Leydig, da un sem- 
plice peduncolo sottilissimo, quantunque ancora tenace. A quest'epoca i va- 
sellini sanguigni che prima vedeansi percorrere ed irretire delicatissimamente 
gì* invogli apparenti delle sfere ovariche sono già scomparsi e , secondo al- 
cuni autori, una striscia biancastra equatoriale spartisce quelle in due emi- 
sferi. Noi di questa striscia biancastra nìslle uova che ancora non avevano ab- 
bandonato r ovajo non abbiamo potuto riconoscere Tevìdenza; siccome pure 
dei pretesi calicetti ciascheduno dei quali servirebbe , come da taluni si è 
detto, di base e di difesa all'uovo, troviamo che il nostro delle Chiaje trovò 
soltanto nelle femmine degli struzzi l'esempio (i). 

Queste sfere ^ che si chiamano nel linguaggio volgare uova non nate^ si 
svolgono e crescono sotto degli involucri membranosi suddetti , in mezzo a 
quella massa di tessuto connetivo e di cellule fusiformi che costituisce 
la porzione corticale dello stroma ovarìco , distinta dalla midollare per 
gli anzidetti corpicciuoli vescicolari che vi si annidano, per il difetto di fi- 
bre muscolari liscie e per il meno di vascolarizzazione. Le vescichette ova- 
riche sono conosciute dagli anatomici con il nome del Graaf che ne illustrò 
la storia negli animali mammiferi e nella sfpecie umana fino dall'anno 1672 (2). Esse 
peraltro non costituiscono l'uovo propriamente detto, ma solamente il nicchio od 
incunabolo naturale dentro del quale quello si sviluppa, e dal quale sempre 
spontaneamente e talora periodicamente (siccome avviene nella specie umana) si 
sprìggiona per la lacerazione della capsula membranósa che lo contiene: la- 
cerazione che tiene il luogo della deiscenza dei frutti capsulari di certi vegeta- 
bili, la quale concorre in essi alla dispersione dei semi entro i confini prescritti 
dalla natura. L uovicino chiuso nella veschichetta di Graaf degli animali mam- 
miferi fu scoperto dal De Baèr nell'anno i827. Esso è involuto da un pic- 
colo ammasso di cellole, distinto dagli anatomici con il nome di cumulo pro- 
ligero {cumulus proligerus) ed immerso in un liquido proprio, il quale di- 
stende tutta la vescichetta, limitato dal di dentro al di fuòri prima da un 
invoglio epiteliale che è chiamato della membrana granulosa^ poi in alcuni 
casi da una seconda capsula che viene chiamata membrana amorfa o mem- 



(i) Stefano Delle Cbìaje. Istìtuiioni dì Anatomia comparata. Seconda editione. Napoli 1836, 
Tomo II, pag. 185. 

(2) Vedi Regneri de Graaf. Opera omnia. Liigduni 1678. 



— 148 — 

braìia propria del foUicolo dagli anatomici, e finalraeiile dairiirvoglio di tulli 
il più esterno che costituisce la ììiembrcuia esterna del follicolo di Graaf. 
Questa ultima membrana fe fibrosa^ vascolarizzala e messa a contatto imme- 
diato con la sostanza dello stroma ovarico dentro del quale si sviluppa. 

Ove però si raffrontino insieme lo sviluppo delle cellole ovaricbe dei mam- 
miferi e quello che si verifica negli uccelli^ ne appariscono a prima giunta 
notevolissime le diflPerenze. Queste studiate comparativamente rilevano forse 
la sorgente di qualche equivoco sfuggito a quei scrittori di altra epoca, che 
ritennero per uova vere o propriamente dette gli acini, i quali cambiati in 
vesciche ripiene di un umore giallo caratteristico fanno di sé bella mostra 
sulle ovaja delle galline vendute sii i mercati per uso della domestica eco- 
nomia, e che con proprietà di linguaggio anatomico, rappresentano le uova 
insieme con le capsule che le contengono. 

E per verità la vescichetta di Graaf sviluppandosi nelle ovaja doppie de- 
gli animali mammiferi, incomincia dallo approfondirsi nello stroma in che na- 
cque e si addentra sempre più nel medesimo , infino che la elasticità e la 
contrattilità dell' organo produttore e lo iniziato sviluppo delle altre cripte 
omonime vicine non lo risospingano in alto, sicché debba finalmente traspa- 
rire sotto gl'invogli comuni delle ovaja, in un punto qualsiasi della. loro su- 
perficie. Negli uccelli invece la vescichetta stessa cresce e si svolge tutta 
exogena^ lo che facendo concorre a dare all' ovajo unico di questi animali 
queir aspetto racemoso che. di sopra abbiamo indicato; e quindi ognuno di 
(]uegli acini , ognuna di quelle vesciche che su di tali organi fanno spor- 
genza, non rappresenta altrimenti un uovo^ ma il ricettacolo dentro del quale 
uno di quelli si annida. L'umore proprio della cripta GraafHana, cambiando 
di natura , diviene V umore vitellino e da con il suo colore caratteristico 
l'aspetto giallongolo speciale a quelle cisti , destinate a portare al di fuori 
insieme con le uova racchiuse , un sacco di nutrimento copioso abbastanza 
per sopperire allo sviluppo del germe , il quale nascosto in queste ultime 
senza ricorsi esterni potrà divenir pulcino, ove le circostanze ne favoriscano 
sviluppo dopo pregressa la fecondazione. 

L'umor giallo che riempie la vescicola di Graaf nelle galline non è un umore 
omogeneo, ma fino dai primordii del suo apparire lascia intravedere, studiato 
al microscopio, alcune granulazioni gialle che diremo vitelline. Queste cre- 
scendo danno a tutta la massa il loro colorito. Insieme coi granuli vitellini 
vi si riscontrano delle bollicine di diverso diametro^ che non sono poi altro 



— 149 — 

che particelle oleose (olio di rosso d*uovo), e finalmente vi si trovano pure 
delle cellole sieno semplici, siano nucleate. Di queste cellole però^ a sviluppo 
completo dell'uovo, dobbiam dichiarare di non averne fino ad ora vedute. 
La deiscenza irregolare o la lacerazione delle cisti Graaffianc che segue 
Tepoca del caldo nelle Temmine degli animali mammiferi e marca le ricor- 
renze lunari nella femmina umana, accadono pure, come indicammo, negli uc* 
celli. In questi però tutta la vescichetta Graaffiana lasciando 1' organo nel 
quale si produsse , scende insieme con il suo contenuto nell' ovidotto , che 
per organico eretismo si gitta ad abbraciarla. Invece negli animali mammiferi, 
la cripta aperta per scissione spontanea all' epoca della ovulazione , resta 
suir organo ovarico nel quale nacque ; e la successiva trasformazione di 
quello che fu già cumulo proligero in una sostanza gialla, ed il ritrarsi ed 
il i*agrinsarsi dei bordi della vescicola lacerata, lasciano sulla superficie del- 
l' organo produttore quella impronta caratteristica, a cui dalla sporgenza e 
dal colorito venne accordato il nome di corpo giallo corpus luteum dagli 
embriologisti. Nel caso degli uccelli accade secondo noi , quello che si ve- 
rifica nelle piante fanerogame a frutti indeisccnti, nelle quali ritenuti quelli 
fino alla maturità aderenti per i pedicciuoli alla pianta produttrice ; inari- 
diti questi per il cessato passaggio degli umori, i frutti se ne distaccano al 
più piccolo urto , per portare i semi che già maturi chiudono nel seno a 
fertilizzare il seno della gran madre comune, onde riprodurre, se le circo* 
stanze non lo impediscono, le piante che prima diedero loro la vita. Nel fatto 
degli animali mammiferi invece Tanalogo del seme delle piante, ossia l'uovo 
propriamente detto, innalzato già a maggiore potenza di sviluppo e prepa- 
rato quindi a stringere rapporti diretti con il seno materno , al quale più 
tardi si abbarbicherà se la fecondazione non faccia difetto , abbandona 
spontaneamente la cisti nella quale si produsse, che per deiscenza ne lo la- 
scia uscire ; e quindi lascia suU' ovajo la cripta che gli die cuna , ap- 
punto così come veggiamo accadere in taluni vegetabili , a frutti deiscenti; 
che slanciano lungi da se , e talora con molta vigoria, i semi prodotti, ri- 
manendo essi stessi aperti ed inariditi sulle piante delle quali ebbero già rap- 
presentata la fruttificazione. Per conseguenza negli animali mammiferi inco- 
minciano fino dai primordii vitali a stabilirsi fra il generante ed il generato 
quei vincoli di famiglia , che rimanendo sempre di breve durata nei bruti, 
si prolungano nell' uomo siffattamente da costituire per naturale necessitu- 

20 



— 150 — 

dine la base della dipendenza e della soggezione 9 e quindi il fondamento 
primitivo della società umana. 

Se non che il confronto fatto or ora da noi del frutto dei vegetabili con 
le COSI dette uova degli uccelli , patisce una assai valida eccezione per ciò 
che la maggior parte dei naturalisti sembra insegnare, non essere già il la- 
ceramento del pedunculo , il quale collega la vescicola Graaffiana all'ovnìo 
degli uccelli, quello che ne opera il distacco e la caduta nell'ovidotto; ma si 
bene una lacerazione a modo di deiscenza irregolare della capsula esterna; la 
quale lascerebbe aderenti suU* organo produttore V invogli peritoneale e fi- 
broso; mentre la vescichetta di Graaf propriamente detta libera da questi 
accessorìi velamenti, verrebbe presa dalPapertura slabrata (ma non sfrangiata 
in questi animali) dell'ovidotto. Intorno a che domando io venia di proporre 
liberamente un qualche dubbio. Questo saprà forse a taluno di stravaganza 
ma nelle scienze naturali non essendo vietato di dubitare, soprattutto quando 
non si ha in vista altro che il verace avanzamento della scienza, non me ne 
terrei per menomamente offeso. Or bene volli già accennato fino dal principio, 
che quella cinta cosi detta equatoriale , la quale, per sentenza di parecchi 
autori, si scorge attorno alle uova della gallina preste ad abbandonare To- 
vajo^ non è sempre facile di osservarla fino che le medesime stanno allo stato 
di uova non nate, appese cioè allo stroma produttore. Ora ciò non potrebbe nui- 
lamente avvenire, se quella cinta indicasse con precisione il posto ove la 
natura ha destinato che inevitabilmente accada l' apertura degli invòlucri 
più superficiali dell* uovo. Avvertirò in secondo luogo, che più volte mi è 
avvenuto di trovare sulle ovaja della gallina dei torli, che non tenevano a 
quelle altro che per un sottile peduncolo, senza dimostrare intanto nessuna 
traccia d'imminente lacerazione sulla loro periferia. Ricorderò in terzo luogo, 
che sulle ovaja slesse ho ricercato indarno i brani dì quelle membrane esterne, 
ossia le abbandonate spoglie della capsula Graffiana caduta prossimamente nel- 
l'ovidotto; mentre non mi fu difiìcile di rinvenire i pedicciuoli i quali, ere- 
d'io, recentemente avevano perduto il frutto corrispondente. In quarto luogo 
accennerò che il preteso limite di vascolarizzazione su quella zona equatoriale 
già detta , non h a carico delle membrane esterne ovariche che ricuoprono 
le vescichette sporgenti, ma solo a spese della membrana esterna della vesci- 
chetta di Graaf, la quale è lealmente percorsa da vasi abbondevolissimi, in- 
sino che il contenuto suo non h cangiato totalmente in massa vitellina; ma 
operato questo cangiamento, tutti quei vasi spariscono. Quindi siccome, per 



— lòl- 
le cose dette, tutt'esaa (la vescicketla Graaffiana) negli uccelli si distacca dal- 
lovajo per cadere neirovidotto, tutto porta ad argomentare, che i tralci va- 
scolari che la ritenevano unita allo stroma ovarico, si debbono senza grandi 
sforzi lacerare, e si lacerino di fatto ad ogni ovìcino che se ne disprenda: altri- 
menti nessuno di essi si troverebbe mai impegnato neHovidolto. Ora se i tramiti 
vascolari non valgono ad impedire il distacco di quelle vescichette dall'ovajo, 
vorremo noi ritenere che di tanto sieno capaci quelle brigliuzze membranose 
delicatissime che ricuoprono gli acini del grappolo ovarico y se ad t^t ne 
vasi, ne fibre dimostrate aggiungono tenacità e resistenza ? 1 commentatori 
dell' anatomia comparata del Barone Giorgio Cuvier ^ nelle giunte agli 
scritti di quel sommo, mentre fanno cenno della lacerazione degli involucri 
ovarìci degli uccelli in corrispondenza della cinta equatoriale anzidetta, ag- 
giungono in quanto alle membrane delle quali dovrebbero rimanere pendenti 
i brani dalFovajo, che può essere peut-étre che queste sieno riassorbite (i). 
Ora fondare sopra di un può essere una teoria, ritenere per riassorbibili de- 
gli elementi anatomici senza indicare le vie per le quali questo riassorbi- 
mento di solidi per quantunque minutissimi si possa operare, mentre se ne 
dovrebbe ripetere ogni giorno per intiere stagioni nelle galline domestiche 
r occasione ; e ciò senza che nessun fisiologo sia mai riuscito a verificarlo: 
vale per noi quanto il dritto d'immaginare e di esporre sotto la garanzia del 
pub essere ogni altra teorìa, ancorché discordante da quella infmo a qui ab- 
bracciata nello scolastico insegnamento. Che se questa regga meglio dellal- 
tra al controllo dei fatti dei quali la prima non da spiegazione soddisfacente^ 
potremo domandare che venga Y una all' altra sostituita nelle scientifiche 
disquisizioni. 

Notomizzando io le uova appese ancora all'ovajo delle galline^ le rinvenni 
costantemente ricoperte dagli invogli ovarici sopraindicati, e staccandone ta- 
lora con lieve sforzo quelle più mature dai pedicciuoli che le rattenevano , 
le rinvenni mai sempre con l'involucrì stessi. Or se ritrovo l'uovo maturo dentro 
dell' ovidotto , non , lo posso più riconoscere per quel di prima y né per la 
sua ibrma, uh per la sua apparenza, né finalmente per la sua' anatomica com- 
posizione. Come mai in poche ore (e all' incirca) tanti e cosi sorprendenti 
cangiamenti potè in quello operare la natura ? quali congegni artificiosi vi 



(1) V. Cuvier. Legons d'anatoBiìe comparée. Troisième édìtion revue^ corrigée et considera- 
blement augmentée. Bruxelles 184Q. Tome Troisième. Pag. 884. 11 passo al quale coi ci riferiamo, 
crediamo che appartenga al Laurillard. 



— 152 — 

concorsero ? quale potente cliimisrao vi cooperò ? quale forza diresse in così 
breve tempo ed in spazio casi angusto, tanto svariate ed ammirabili operazioni ? 

Se bastassero solo circa 6 ore di peimanenza dell'uovo nell'ovidotto (t) per 
rifornirlo di una doppia membrana nuova , ossia di quella dello albume e 
dell' altra testacea^ per munirlo ed incingerlo di tutta la massa albuminosa 
che per tanta parte lo riempie , per svolgere verso i poli del medesimo le 
briglie o calaze 9 per rivestirlo finalmente di un guscio calcareo il quale 
consolida la forma che nel canale stesso gli è data, senza che intanto si rin- 
venga lo stampo nel quale quest* ultima si formò ; non saprei io da vero 
quale altro organo rinvenire in tutta quanta la struttura animale , che per 
l'attività o per le meravigliose sue produzioni potesse reggere al confronto 
dell'ovidotto. Ma se questo canale tanto potea negli uccelli^ perchè mai la natura 
nella organizzazione degli animali mammiferi provide che gl'invogli o mem- 
brane dell'uovo scendessero con il medesimo dalle vescichette Graffiane, men- 
tre di poteri produttivi cosi singolari ebbe arricchito negli uccelli l'organo 
analogo per struttura a quello per il quale dovea pure l'ovicino dei mammiferi 
compiere naturalmente il suo tragitto ? Foi^e che non vi era in questi an- 
cora un utero, ove quel complemento avrebbe potuto verificarsi ? 

Ma andiamo ai fatti. È assioma provato nella scienza, che la Natura ha 
semplicizzato, sempre che è stato possibile, i mezzi che si proponeva perii con- 
seguimento di un determinato fine. Or bene solo ammettendo che il distacco 
delle uova dallovajo che le produce, si faccia negli uccelli per la semplice 
lacerazione del peduncolo che le ritiene, più tosto che per la scissione e per Io 
spogliamento degli involucri ovarici che le ricuoprono; troveremmo noi una 
maniera facilissima di spiegare il completamento delle uova aelV ovidotto 
per endosmosi , senza bisogno di ricorrere ad una portentosa produzione 
di membrane accessorie dentro di questo canale: membrane che se appariscono 
semplici nella loro stioittura , non per questo sono men complicate per i 
loro rapporti, o meno necessarie per il fine al quale furono coordinate. 

Incominceremo pertanto dal rammentare , che i pochi autori che si sono 
occupati di discuoprire il luogo e la maniera con la quale si aggiungono al 
torlo dell' uovo della gallina le membrane accessorie anzidette e lo albume, 
non sembra sieno stati sempre d' accordo fra loro. Il Dugès (2) parla della 

U) Beclard. Traile élémentaire de Physiologie humaine. Cinquième editlon. Paris 1866. Pag. 1204. 
(2) "Antonio Dugès. Trattato di Osiologia comparata tradotto dal Dottor F. GHStinelli. Napoli 
1841. Voi. III. Pag. 227—228. 



— 153 — . 

pellicola sottoposta al guscio come di una membrana formata nella parte 
superiore delVovidotto^ ed aggiunge che in seguito viene il bianco o albume. 
A seconda delle osservazioni di Purkinje e f^alentin riportate dal Bour- 
dach (i), sarebbe solo nella parte mezzana e più stretta, ossia nell'istmo dell'ovi- 
dotto, che si formerebbe la membrana testacea alla superficie dell* embriotro fio 
secondaria: ivi cioè il liquido albuminoso segregato produrrebbe prima dei fila- 
menti isolati, e poi uno strato di granulazioni che si riuniscono in una membra- 
na. Ci facciamo intanto lecito di osservare, che siccome i liquidi assumono per 
legge fisica costantemente la forma del recipiente nel quale si raccolgono (giacché 
è vieto assioma che quidquid recipitur per formxim continentis recipitur)^ 
se il liquido albuminoso precedesse la formazione della membrana che sopra 
del medesimo rinveniamo nelle ova compiute, converrebbe trovare ripro- 
dotta su di queste la forma dell'ovidotto, e non già una forma propria e 
costante, e per quella dovrebbero le uova apparire sotto l'aspetto di altret- 
tanti fusi, a pancia rotondata e ad estremità assottigliate e forse anco cana- 
licolate longitudinalmente. Lo che non avvenendo, siamo obbligati a supporre 
che le membrane dello albume preesistano o precedano la raccolta di que- 
sto liquido attorno alla sfera del giallo, più tosto che seguirla; méntre ciò 
sarebbe di impossibile spiegazione, per la difficoltà accennata da noi e tratta 
dalle leggi invariabili della idrostatica. Quanto perciò non rimarrebbe più 
facile il concepire che il liquido albuminoso segregato abbondevolmente nel- 
r ovidotto , passando per forza di corrente endosmotica a traverso delle 
delicatissime membranuccie che sono destinate a contenerlo, si accumulasse in 
questa maniera dentro del sacco a lui preparato dalla natura ; ed appunto 
perciò che tale, di pareti definite e di forma e proporzioni invariabili ? 

Io pertanto restringerei il mio ragionare cosi. il liquido albuminaso 
che costituisce il cosi detto bianco dell' uovo della gallina si raccoglie 
attorno al giallo che ne stabilisce il centro , prima che le membrane le 
quali lo ricuoprono sieno formate; o sono queste ultime membrane quelle 
che precedono la raccolta di quel liquido. Se si ammette il primo, non si 
spiegherà mai, per le cose dette, la causa determinante della forma propria - 
delle uova: se si ricorre al secondo, converrà supporre che il giallo d'uovo 
fino dalla prima sua discesa nell'ovidotto abbia addossate quelle membrane, 
che appariscono più tardi su del medesimo, perchè solo allora rimangono se- 

(I) C. F. Burdach. Traile de Physìologie. Tradait par A. J. L. Jourdan. Paris 1838. Tome 
deaxième pag. 405. S 341. I, 1? 



' — 154 ~ 

parate e distese dallo albume del quale ultimamente s' imbeverarono. E se 
la cosa non andasse cosi, come mai le fibrille ed i fìocchetti destinati a for* 
mare quest'ultime, potrebbero riuscire a riunirsi con tanto di tenacità e di 
consistenza da reggere alle spinte centrifughe del liquido che le distende ? 
Oltre a ciò rimarrebbe quasi impossibile il concepire come giungerebbero le 
membrane dello albume a rassodarsi in mezzo ad un liquido, che tenderebbe 
sempre a disgregarne per la slessa fluidità sua gli elementi. 

Ne si supponga ch'io mi abbandoni qui alle larve di una immaginazione 
riscaldata, supponendo negli ovidotti una forza contrattile capace di reagire 
validamente contro dei liquidi che insieme con l'uovo vi si trovino di pas- 
saggio. Mentre tanto la struttura anatomica , quanto T azione fisiologica di 
questi organi cospirano a sostegno della presente tesi. L'ovidotto unico negli 
uccelli, siccome unico in questi è l'ovajoy si estende da esso infino alla cloaca. 
È costituito in principio da un canale assai stretto che si allarga a propor- 
zione che si accosta alla cloaca. In principio V ovidutto è di pareti assai sottili 
ma divengono in seguito assai resistenti. In esso ci si possono notare 
quattro tuniche , una esterna peritoneale j che tien fisso questo condotto 
alla colonna vertebrale^ una seconda muscolare^ una terza cellulosa sot- 
tilcy ed una quarta muccosa che ne tappezza lanterna superficie^ ed in 
questa ci si osservano molti ripieghi y la più parte dei quali sono longi- 
tudinali^ onde questo canale si può prestare alla necessaria dilatazione (i). 
La membrana muscolare è costituita da filire liscie, e quindi sottratta all'im- 
pero della volontà dell'animale e governata invece dalla innervazione gan~ 
glionare, che la rende ligia ed obbediente alle operazioni automatiche dell'or- 
ganismo. V ovidotto è organo di movimento e di formazione (2). Incomincia 
esso a dimostrarsi tale , portandosi con la sua estremità aperta o libera o 
superiore^ alla ricerca dell'ovajo ed applicandovisi sopra per assorbire l'uovo 
al momento del suo distacco. Chez . . . les oiseaux . . . e est . . , t extre- 
mite owvert, ou le pavillon de foviducte qui va chercher Vovaire^ et qui 
s*jr applique pour absorber Voeuf au moment oà il en sort (a). Siegue l'ovi- 
dotto a spiegare la sua azione muscolare coUa spinta graduata con la quale 
va guidando l'uovo verso l'uscita della cloaca. Finisce finalmente di dimo- 
strarla con 1' esito che detennina dell' uovo già compiuto a traverso della 

(1) Uccelli. Compendio di anatomia— flsiologico comparata. Voi. VI., pag. 327. 

(2) Burdacb. Op. cit. Tome I. P&f?. i70. $. 102. 

(3) Burdach. Op. cit. Tom. II. Pag. 353. S 328. 2. 



— 155 — 

apertura inferiore dellovidotto stesso» la quale offre uua specie di picciolo 
^ sfintere per le briglie muscolari die lo circondano. Che l'organo poi testé 
menzionato sia pure laboratorio di formazione, è messo fuori di dubbio dallo 
sviluppo e dalla forma propria che in esso prendono le uova, dalla massa 
albuminosa che vi si separa^ dalle calazze che dentro di esso si dispiegano 
nell'uoTo, e per ultimo dal guscio calcareo che dentro del suo perimetro lo in- 
crosta; e ciò per nulla ripetere di quelle membrane^ le quali dierono suffi- 
ciente argomento al ragionar nostro. 

Che se mi fosse lecito di azzardare una ipotesi, vorrei io proporre mo- 
destamente il supposto seguente. L'uovo della gallina, o più propriamente 
la cisti vitellina che lo racchiude , giunta a maturi tk , per il concorso 
delle trazioni che sopra della medesima dispiega l'estremità aperta e su di 
lei addossata dall' ovidotto , si distacca dal pedicciuolo che la manteneva 
aderente allo stroma ovarico che la produsse. Distaccata cosi penetra nèl- 
r ovidotto e vi rinviene il fluido albuminoso, del quale accresce con lo 
stimolo della sua presenza la secrezione. Questo fluido separato dalle ghiandole 
mucipore dell'ovidotto stesso, prima è denso vischioso, diviene poscia più fluido 
e meno tenace. La cisti vitellina essendo ripiena anch'essa di un umore di 
densità e di natura diversa da quello che si raccoglie nell'ovidotto, ne avviene 
che si produce per la legge discoperta dal Dutrochet^ fra i due liquidi se- 
parati da membrane organiche , una potente corrente endosmotica , per 
la quale il fluido albuminoso penetrando sotto alle prime membrane che ricuo* 
prono la cisti vitellina^ ne le discosta dalle pareti sottostanti ; e per con- 
seguenza lo albume si raccoglie dentro di esse. Si stabilisce così una sfera 
esterna albuminosa attorno alla sfera interoa vitellina, la quale occupa il centro. 
Crescendo però sempre più, dentro certi limiti , 1' albume fluido al disotto 
delle suddette membrane esterne , e dovendo questo liquido vincere la 
resistenza , che in corrispondenza dell'asse trasversale della sfera vitellina 
presenta al suo sempre crescente aumento lo strato delle fibre circolari del- 
l'ovidotto; ne consiegue necessariamente che lo stesso liquido albuminoso, in 
ragione della resistenza incontrata, si porta in direzioni opposte, ossia verso 
l'asse che diverrà verticale o bipolare nell'uovo perfetto; ossia quando que- 
sto avrà raggiunto il suo completo sviluppo. In altri termini il liquido 
che costituisce il bianco dell'uovo, va ad accumularsi nella direzione del ca- 
nale lineare dell'ovidotto: e poiché questo canale è ristretto verso il suo prin- 
cipio , e dilatato verso la sua fine; ne verrà per conseguenza che la sfera 



/ 



— 156 -- 

itivolgcule dello albume distesa davantaggio in queste direzioni , costitairà 
due poli l'uno dei quali più angusto^ corrisponderà alla parte più ristretta 
dell'ovidotto; e l'alt io più grosso, ridiiamerk alla mente la parte più amplia 
delio stesso canale. Ora ove questi dati teoretici si applichino allo studio prat- 
tico deiFuovo della gallina, ognuno si accorgerà che la proposta ipotesi non 
sembra andare troppo lungi dal vero. Per noi cioè potrebbe supporsi che le 
due esterne tuniche dell' ovajo, le quali negli uccelli si distendono per ab- 
bracciare da ogni parte l'uovicino prodotto, semplicizzate nella loro tessitura 
sotto l'azione della dìstenzione continua e crescente^ non lo abbandonino al- 
lorquando esso lasciando la sua cuna discende nell'ovidotto; ma ivi stesso ac- 
compagnandolo, addivengano , distese dallo albume, le tuniclie esterne del- 
l'uovo. L'interna limiterebbe al di dentro quel fluido; l'esterna, ricevendo so- 
pra di se il deposito dei cristallini calcarei, rappresenterebbe la membrana 
testacea ossia del guscio. La distinzione delle due tuniche si ' vede tracciata 
in natura verso l'estremità grossa dell'uovo, per lo sviluppo della cosi detta 
camera d'aria; la quale però nelle uova recenti appena è percettibile. Il primo 
albume penetrato attorno alla sfera vitellina essendo, come si è detto di so- 
pra^ assai più denso di quello che sarà fornito dall'ovidotto in appresso, si 
addensa attorno a quella e la circonda co 'suoi strati. Ma per lo scostamento 
delle tuniche esterne nella direzione dei poli dell' uovo, quell'albume denso 
si spiega in due briglie, le quali prendono l'aspetto di calazze o spire al- 
buminose, per lo avvolgersi che fa su stessa la sfera vitellina nella direzione 
dell'asse bipolare suddetto. Basta rompere un uovo recente, versandone il con- 
tenuto dentro di un bicchiere di acqua fredda , per vedere la tessitura e 
la direzione delle calazze. Ne voglio qui omettere che il cosi detto calice 
vascolare esistente^ secondo alcuni autori, al disotto di ciascun uovo e visibile 
suU'ovajo dopo la caduta dell'ovicino, e che al dire dei medesimi ivi lo rite- 
neva accoglieva, fu solo per equivoco che potè ritenersi fatto dalle membrane 
che rivestono Tovajo stesso; mentre né la sierosa, ridotta al semplice strato 
epiteliale^ né la fibrosa sottostante cangiata in sottilissimo velamento diafano, 
divengono mai membrane vascolari. Questo attributo compete invece alla mem- 
brana esterna della vescichetta di Graaf, la quale facendo parte sostanziale 
del follicolo dello stesso nome , ne seguita lo sviluppo e ne accompagna 
con le altre vicende eziandio la caduta nell' ovidotto. Ora stando cosi le 
cose, come potrebbe conciliarsi la teorìa antica , la quale volea che proprio 
la deiscenza della membrana vascolare determinasse la caduta delle uova , 



— 157 — 

* 

con quella proposta or ora da noi, e con il fatto che prova mancare assolu- 
tamente negli uccelli quel flusso che caratterizza il caldo nelle femmine degli 
animali mammiferi^ e con esso la deiscenza per lacerazione dei follicoli Graaffiani? 
Se non vi avea differenza per i fatti anatomici fra ciò che accade nei mammiferi e 
quello che si osserva negli uccelli, come h che tale differenza negli atti fisiologici 
appare manifestissima ? Àrroge che nella ipotesi da noi proposta, si darebbe 
pure facile spiegazione della cicatricetta, la quale corrisponderebbe al punto 
d'inserzione del tralcio vascolare, che insieme con il pedunculo rimane divelto 
dallo stroma ovarico al momento della caduta dell'uovo nell'ovidotto. 

Ma e tempo oramai che ritorniamo all'assunto primitivo di questa me- 
moria, raffrontando con l'uovo che si pretese rinvenuto dentro dell'altro, 
le teorie finora esposte. La spiegazione da noi immaginata per rinvenire 
suir ovajo r origine delle membrane esterne della cisti, vitellina , sarebbe 
senza dubbio la meno favorevole ad ammettere le probabilità di quel fe- 
nomeno. Ed in fatti se ogni e singolo uovo di gallina, fino dal distaccarsi che 
fa dall'organo produttore, porta seco tutti gli involucri che mostrerà spiegati 
giunto al completo suo sviluppo; come mai potrebbe immaginarsi che Tuno 
di essi riuscisse a penetrare a traverso di tutte le membrane di un suo 
vicino, per finirvi annidato nella massa liquida cbe in tanta parte lo costi- 
tuisce? Ma se invece queste membrane si plasmano sullo albume addensato 
attorno alle sfere vitelline , riescirebbe meno difficile il supporre che in- 
volute due di queste cisti nello stesso umore , potessero comparire più 
tardi, la maggiore come involgente della minore, sotto di velamenti comuni. 
Ma anche in tale ipotesi, rimarrebbe ancora inesplicabile il modo col quale 
la sfera vitellina più piccola , appropriandosi una porzione dello albume 
separato nell'ovidotto, perverrebbe a circondarsi di membrane sue proprie, 
in mezzo al liquido spettante all'uovo maggiore. Ma supponiamo pure che 
un azione coagulativa speciale , irraggiando forse dalla piccola cisti vitel- 
lina, avesse potenza di ciò fare, cosa che io non credo. Resterebbe tuttavia 
a risolversi l'ultima parte del problema proposto, la quale non ne è certa- 
mente la più facile, mentre è da ritenersi come la più decisiva per la prima 
questione proposta. Il carbonato calcareo cio^ , come mai avrebbe potuto 
foggiarsi a guscio solido e resistente dentro dell' ovicino inchiuso, se fra 
questo e r organo escretore di quel principio terroso non vi ebbe alcun 
possibile contatto ? Stimeremo noi forse che pure per endosmosi i sali . calca- 
rei siensi precipitati sulla membrana esterna dell'ovicino, attraversando im- 
punemente il liquido circumambiente dell'uovo maggiore e senza depositarsi al 

21 



— 158 — 

tempo stesso sulla sfera vitellina di questo , con la quale quel corpicciuolo 
incbiuso sarqJjLe stato in necessario contatto* Certamente nessun fisiologo vorrà 
ammetterlo facilmente. Ed anzi affine di addimostrarlo più chiaramente , mi 
sia lecito il trarne da un autore non sospetto un qualche altro positivo ar- 
gomento che faccia acconciamente al nostro proposito. 

Fu opinione del Jacopi (i)» accettata poi e ripetuta da altri autori» che 
/' uovo percorrendo V ovidotto si veste delF albume , ed in cloaca riceve 
quella vernice calcarea y che poi indurita ne forma il guscio. Questa opi- 
nione però non fu ammessa da fisiologi posteriori; e già il Ranzani Profes- 
sore a Bologna scriveva fino dal I82i. Discendendo poi Vovo per fovidotto, 
gli si aggiunge il bianco , o sia f albume , in un colle membrane , ond^è 
questo avvolto indi il guscio (2). Il Burdach più tardi illustrò questa tesi 
descrivendo più accuratamente 1* anatomica struttura della membrana muc- 
cosa che riveste il lume interno dell'ovidotto degli uccelli, ed analizzandone 
le diverse funzioni. Scrisse egli della inferiore porzione di questo canale 
w plus loin , on trouve une cavité ovale , plus courte, bornee à ses deux 
extrémités par un renfiement , ajrant des parois épaisses , pourvue des 
muscles longitudinaux et annulaires {uterus), dans la quelle Voeuf sejourne 
et acquiert sa coquille » (3). Il Le Maout ricordò ancora una membrana epi- 
dermoidea che si aggiungerebbe esternamente al guscio calcareo, della quale 
a dir vero non ritroviamo fatta da altri menzione speciale. Sono queste le 
sue parole <c Voeuf , parvenu vers Vextremité de f oviducte^ y reqoit un 
depót calcaire qui se solidifie promptement^ et de plus une conche épider- 
moide qui contient la substance colorante homogène ou mouchetée^ quon 
observe sur les oeufs de certains oiseaux » (4). Aggiunse finalmente pre- 
cisione di dettagli il Béclard nei suoi elementi di fisiologia ripetendo : 
«... lorsque Voeuf est arrivé au tiers inf^rieur de Vwiducte (p est-à- 
dire environ sioù heures après sa sortie de Vovaire chez la poule), la con- 
che albumineuse s*enveloppe d^une membrane^ d* abord transparente , qui 
se dédouble bientót en deux feuillets. Le feuillet adherent à t albumine 
resterà à Vétat de membrane) le feuillet le plus externe s' incrustera de 

(i) Giuseppe lacopi. Elementi di Fisiologia e Notoioia comparativa. Napoli 1810. Parte terza 
pag. 133 in fine. 

(2) Camillo Ranzani. Elementi di zoologia. Tomo Terzo. Parte Prima pag. 38. 

(3) Burdach. Op. e Trad. citata (1837). Voi. I, pag. 178» e 104 in fine. 

(4) Emm. Le Maout. Histoire naturclle des oiseaux. Paris 1853, pag. XVI. 



— 159 — 

cristaux calcaires et formerà la coque » (\). VHoUardj confermaDdo pure 
ciò stesso, dichiarò di non riconoscere nell'ovidotto degli uccelli v nessuna 
dilatazione che potesse essere paragonata ad una saccoccia di deposito , 
quindi Je uova non vi si trattengono che per rivestirsi delle loro membrane 
accessorie (adventives), delle quali la più esterna è costantemente un guscio 
duro calcareo (2). Dallo insieme delle autorità qui riportatei deve dunque ra- 
gionevolmente conchiudeFsenc, che sulla membrana esterna delfuovo si preci- 
cipitano nell'ultima porzione dell'ovidotto, quei sali calcarei che servono ad 
incrostarla; quantunque forse il definitivo indurimento del guscio, in alcuni 
casi almeno, non si operi solo che nella cloaca. Da questa infatti, eccezional- 
mente, sortono talora delle uova molli e sprovvedute di quella pretesa costante 
guarentìgia del guscio indurito e resistente: al quale fenomeno concorre forse 
(]ualche argomento ancora non ben compreso di chimismo vitale. E per ve- 
rità sapendosi che il carbonato calcareo non h per se stesso solubile nei li- 
quidi, ognuno è portato a facilmente sospettare, che quello escreto sotto fqrma 
liquida dai vaselliui che arrichiscono la porzione ultima della membrana muc- 
cosa dell'ovidotto, non possa uscirne a quello stato insolubile che assume poscia 
precipitando sulla membrana esterna dell'uovo. E senza dubbio la perdita di 
un atomo di acido carbonico, quella che lo ritorna allo stato sulidificabilc; ed 
ove questa perdita sia ritardata per la insufficienza delle reazioni vitali, può so- 
spettarsi ne avvenga allora, per il più lento rapprendersi dell'inorganico concre- 
mento , che si stampino , per così dire , le impronte delle sinuosità e delle 
pieghe che fanno sporgenza nel lume interno della cloaca suU* uovo della 
gallina^ fenomeno che già più volte fu dato a noi di osservare. 

Ora dopo tanti fatti e ragioni chi vorrà sostenere che possa accettarsi per 
\ero senza esitanze , il preteso fenomeno di un uovo rinvenuto con il suo 
guscio calcareo ben rassodato e perfetto, chiuso dentro di un'allr'uovo, che 
avea come il primo i suoi involucri e la sua coccia regolarmente costituita ? 
E vero che il Lejdig ha scritto che « il petit arriver aussi que dejàs , 
dans le follicule ovarique il se forme autour d^elles (ossia dell'inviluppo 
primitivo) d'autres enveloppes ou coques souvent très coffìplexesj dont la 
genèse est encore peu connue » (3) Ma ciò non ostante, non esitiamo a con- 



4t) Bcclard. Trnité élcmcntairc de Physiologic humaine. Cinquième édition. Paris 18C6, pag. 1204. 
(2) Hollarii. Précis d'anatomie comparée. Bruxelles 1836, pag. 161. 
(:)) Loydig. Op. e luogo cit. 



— 160 — 

fessare, che noi ci sentiamo poco disposti ad annoverare Tesempio che ce ne 
venne porto, fra le ammissibili eccezioni. 

Ho esaurito un debito di convenienza e di rispetto, facendo intorno al pre- 
teso fenomeno la parte dello storico: soddisfeci a quello della scienza, espo- 
nendo le riflessioni critiche che la stranezza del fatto mi ebbe suggerite, la- 
sciandone se non altro al tempo la decisione, (c Conciossiacosaché (cofichiu- 
derò con il f^allisnieri)^ siccome è temerità insoffribile^ negar subito le cose 
nuove ^ così non è maschia prudenza abbracciarle ^ prima di non asterie più 
e pia volte disaminate^ ed osservato^ se in tutto j o in parte corrispondono 
al vero 9 se vi sono stati equivoci ^ se hanno i primi scoperto abbastanza ^ se 
analmente sono uniformi a tutte le leggi della natura^ che suole sovente 
mostrare aperta una cosa y e un altra tener celata , per lasciare a più 
d'uno il merito di faticare, a molti la gloria di scoprire, e a tutti il con- 
tento di godere una volta svelati gli arcani suoi (i). 

(1) Vallisnieri. Opere fisico-mediche. In Venezia 1733. Tomo secondo, pag 147. 



161 



ACCADEMIA PONTIFICIA DE' NUOVI LINCEI 



PROCESSO VERBALE DELLA SESSIONE IH." 7 MAGGIO 1871. 



Corrispondenze . 



Viene letto un dispaccio dell'Emo Cardinal Antonelli Pro-Camerlengo di S. 
R. C. col quale l'Accademia Pontificia de'Nuovi Lincei è fatta partecipe della 
approvazione accordata dal Santo Padre alla elezione dei Cliiarissimi Signori 
Revndo P. Francesco Provenzali della C. di G., Prof. Tito Armellini, e Prof. 
Comm. Fortunato Rudcl a membri ordinarli della medesima ; non che della 
nomina data dalla Santità Sua ai Chiarissimi Monsignor Francesco Regnani 
e Prof. Càv. Michele Stefano De Rossi parimenti a membri ordinari! della 
Accademia stessa, secondo il desiderio già espresso nella sessione passata, con 

la seguita votazione, dal Corpo accademico deliberante. 

« - 

S. E. il Principe D. Baldassarre Boncompagni Archivista e Bibliotecario del- 
l'Accademia^ essendo stato incaricato dall'Accademia d'inviare i fascicoli degli 
Atti deirAccademia stessa a varie società scientifiche ed ai socj corrispondenti, 
presenta le ricevute del primo fascicolo del presente anno accademico delle 
seguenti società e persone: R. Accademia delle scienze di Torino, R. Istituto 
Lombardo di scienze e lettere, R. Isti tuta Veneto di scienze, lettere ed arti, 
R. Accademia delle scienze di Berlino, R. Accademia delle scienze di Monaco, 
Società Reale di Londra, Società delle scienze fisiche e naturali di Bordeaux, 
Sigg. Prof. Cav. Gaspare Mainardi, e Prof. Ab.. Cav. Francesco Zantedeschi. 

Comitato segreto . 

L'Accademia raccoltasi in Comitato segreto, intese il rapporto del Comitato 
Accademico, il quale nella sua seduta del 4 maggio corrente, vista la necessità 
di assegnare un numero progressivo ai nuovi eletti e nominati accademici di nu- 
mero dell'Accademia Pontificia de'Nuovi Lincei che per la quantità dei voti 
favorevoli riportati nella loro elezione, o proposta, si rinvenivano a parità 
di circostanze; stabili di lasciarne arbitra la sorte. Rimanendo quindi primo 
fra gli altri il Revndo P. Provenzali per avere riportato la piena votazione ac- 
cademica , ossìa n.^ li voti favorevoli in li votanti ; vennero sorteggiati i 
nomi dei Chiarissimi Signori Prof. Tito Armellini e Prof. Comm. Fortunato 



— 162 — 

Rudel, eletti entrambi con n."" 9 voti favorevoli in terne distinte. La sorte 
favori il Prof. Comm. F. Rudel. Vennero poscia messi a ballottaggio i nomi 
dei Chiarissimi Signori Monsignor Francesco Regnani e Prof. Cav. Michele 
Stefano De Rossi che entrambi per n.^ 8 voti favorevoli avevano riportato 
r inclusiva accademica : ne usci eletto Mons. F. Regnani. Risultava da ciò 
lordine progressivo dei nuovi accademici costituito nei modo seguente: 

1. Prof. P. F. S. Provenzali 

2. Prof. Comm. F. Rudel 

3. Prof. T. Armellini 

4. Mons. F. Regnani 

5. Prof. Cav. M. S. De Rossi 

Il Corpo accademico deliberante avendo approvato ad unanimità quanto erasi 
praticato dal Comitato accademico, la successione dei nuovi candidati rimase 
stabilita nell'ordine suesposto. 



L'adunanza aperta legalmente alle ore 5 poro., venne chiusa alle ore 7. 

SOCJ PRESENTI A QUESTA SESSIONE 

Comm. B. Viale-Prela Presidente - Can? Conte Castracane degli Autelmi- 
nelli - P. A. Secchi - Contessa E. Fiorini-Mazzanti - Monsignor B. Torto- 
lini - Ab. 0. Astolfi - Prof. M. Azzarelli - Prof. F. S. Provenzali - Prof. 
T. Armellini - Mons. F. Regnani - Prof. M. S. De Rossi - Prof. F. Ru- 
del - B. Boncompagni - A. Cialdi - V. Diorio. 

OPERE VENUTE IN DONO 

9 

M. wS. De Rossi — Memoria sulla scoperta cf una nuova tomba della Ne- 
cropoli Arcaica Albana coperta dalle eruzioni del peperino (Estratto dal 
BuUettino delPlstituto di Corrispondenza Archeologica, n? HI, Marzo i87i. 

F. Rudel - Corso di Anatomia descrittiva. Voi. 3. Roma 1866-68. 

» >^ Esposizione delle malattie mediche curate nel 1843 nello spedale mi- 
litare del S. M. O. G. Roma 1844. 

» » Nella solenne inaugurazione del nuovo Teatro anatomico fatto eri- 
^gere dalla Munificenza di Sua Santità Papa Pio IX neir Archiginna- 
sio liomano. Discorso. Roma 1870. 



ATT[ 

DELL'ACCADEMIA PONTIFICIA 

DE'NUOVI LINCEI 



SESSIONE IV DELL' ti mm (871 

PRESIDENZA DEL SIG. COMM." PROF. BENEDETTO VIALE PRELA' 



MEMORIE E COMUNie AZIONI 

DEI SOCI ORDINARI E DEI CORRISPONDEÌNTI. 



SULLA DISTRIBUZIONE DELLE PROTUBERANZE 
INTORNO AL DISCO SOLARE 

MEMORIA 

DEL P. A. SECCHI. 



u, 



no degli sludì che si erano prefissi gli astronomi nell'ultima ecclisse era 
(juello di farsi una idea esatta della natura, e struttura della corona. Il tempo 
cattivo ha impedito in gran parte tale studio, ma non è stato del tutto senza 
frutto come in altra lettura ho fatto vedere. Le conclusioni principali che 
risultano dall'esame delle osservazioni, sono queste: 

Che la corona è costituita da un inviluppo gassoso emittente in parte luce 
propria, e in parte luce riflessa. Che questo inviluppo non ha dappertutto la 
stessa altezza, ma che ai polì h molto più basso, e trovasi rilevato notabil- 
mente da tu'" a 60° di latitudine, dove è più alto che all'equatore. Le regioni 
polari poi sono profondamente separate dalle altre per una discontinuità sen- 
sìbile nel perimetro deNa aureola. 

Queste conclusioni sono tirate da tre osservazioni distinte di ccclissi foto- 
grafate: cioè nel i860, nel 1869 e nel 1870. Le osservazioni sono sicure e basta get- 
tare un occhiata sulle figure ben note per riconoscerne la precisione; la tavola 
annessa a questa memoria mostra quattro fotografie riprodotte in litografia, quan- 
to più fedelmente si è potuto. La linea bianca che le attraversa indica l'asse 

22 



— 164 — 

polare del sole. Le due inteniizioni poste sulla stessa linea orizzontale della (ig. 
fatta al Desierto sono l'ombra di un filo messo per indicare il parallelo celeste. 

Stante tal conclusione, era pregio delfopera lo studiare se noi potessimo 
riuscire a riconoscere le origini di tali ineguaglianze, ovvero almeno a de- 
terminare se queste apparenze erano in relazione qualunque con fenomeni so- 
lari conosciuti di altra specie. 

Avendo io intrapreso ad altro scopo una serie di ricerche sulle protube- 
ranze solari , mi «odo accorto che il fatto della corona è strettamente con- 
nesso con le protuberanze e le facole. 

È di questi studi che intendo di render conto in questa memoria laonde 
comincierò dal descrivere i fatti osservali. 

Nella seduta precedente presentai alcuni disegni del contorno solare e ac- 
cennai al lavoro da me intrapreso di studiare la posizione relativa delle fa- 
cole e delle protuberanze. In questa materia però vi sono molte difficolta. 
Primieramente non basta raccogliere le osservazioni: è anche mestieri trovare 
una maniera facile da confrontare i fenomeni e mostrare i loro rapporti. Se si 
volesse procedere in questa materia con esattezza geometrica si richiedereb- 
be un tempo immenso e non basterebbero molti astronomi, e forse la materia 
stessa non si presterebbe. 

Ho pertanto ideato il seguente mezxo in vìa provvisoria, aspettando di po- 
terlo migliorare. 

Le figure delle protuberanze sono fatte in grande scala sul contorno del di- 
sca solare avente 143*"™ di diametro ; cosi un millimetro equivale a circa { 
di minuto, ossia 7'\9. Tracciata che sia sulla figura la projezione delTequatore e 
dell'asse di rotazione, rilevo tutte le posizioni segnate come dissi nella precer 
dente comunicazione con un rapportatore dentro il grado più vicino. Ho cosi 
una tavola diurna di tutte queste posizioni. La tavola contiene tre colonne: la 
1* le posizioni contate da Nord per l'Est: la 2* le altezze osservate delle protube- 
ranze in millimetri: la 3' la loro larghezza, in gradi del perimetro del disco : la 4"* 
il carattere loro, se di nube, o di getto, ecc. ; noto anche le regioni di cromosfera 
viva che arrivi a 30" valore ordinario di una fessura a cielo sereno. Ben inteso che 
a cielo nebbioso questa deve restringersi di più; ma di qfaesto pure si tien conto. 
Di questa tavola N? 1. trovasi in fine un saggio che sarà continuato appresso. 

C(A\o stesso l'apportatore si rilevano anche le regioni delle facole, e i li- 
miti delle zone polari delle medesime, che circoscrivono la regione granulata o 
marmorizzata del sole. 

Questi risultati non sono ancora atti a darci una idea precisa del feno- 



— 165 — 

meno e della sua disiribuzìone sulla superficie solare, ina sono un preparativo 
indispensabile^ fatto il quale il resto torna agevole. 

I numeri cosi trovati servono a fare tre altre tavole per le quali h bene 
usare della carta rigata a centimetri. Benché questa non sia indispensabile: 
ma supporrò che di essa si faccia uso come fo io, per esser più chiaro. 

Preso un tal foglio di carta si scrivono in testa alle righe de' centimetri 
i numeri dei gradi di io in lO^ talché si hanno 36 colonne. Presa allora la 
lista N? I delle protuberanze di cui ho parlato, noto in ciascuna colonna una 
cifra che esprime l'altezza della protuberanza che si trova corrispondere a qual* 
siasi delle decine di gradi. Per es. a di 23 aprile trovo a 65"" una protube- 
ranza alta 4*"", segno la cifra 4 nella colonna del 60.; e via discorrendo. A 
questo modo è fatta la tavola li*, de'cui risultati c'intratterremo fra poco. 

Una simile costruzione in un altro foglio di carta si fa per le larghezze 
delle protuberanze: e diviso il foglio in 36 colonne si segna nella rispettiva 
colonna l'ampiezza in gradi della protuberanza tit)vata; se non che, siccome 
non è raro che queste masse superino i io gradi , cosi in tal caso si dà a 
ciascuna decina la parte proporzionale delia larghezza. Finalmente in una 
tei'za tavola si riporta l'estensione e posizione delle facole. (Non possiamo que- 
sta volta dare tutte queste tavole, ma le daremo in seguito). Qui a dir yero 
siamo in un terreno diverso, perchè in ciascun giorno le facole non sono quelle 
che appartengono alle protuberanze che si osservano, ma al lembo occiden- 
tale si vedono quelle che saranno all' orlo due o tre e anche 4 giorni ap- 
presso^ e all'orientale si vedono quelle che vi furono altrettanti giorni prima. 

La distanza massima delle facole all'orlo varia da ^ a ~ del semidiametro sola- 
re, ossia da 40 in 50 gradi di rotazione, mji col tempo tutte queste facole ar- 
rivano all'orlo^ e la media finale h quale si avrebbe dalle osservazioni fatte 
air orlo. Nelle facole non potetnlosi dare il grado preciso perdiè occupano 
spesso delle aree sterminate, si segna il loro limite, p. es. se sono indicate da 
oo"* a i^\ si riporterà io nella colonna de*gradi del 60^ e 5 in quella del 70. 
Così si ha un quadro in cui ad occhio è visibile la frequenza di queste facole 
nelle varie latitudini. E vero che vi sarebbe una- correzione da fare per le 
facole più viciqe al centro, poiché l'angolo di posizione è alterato ed esagerato 
più che se fossero al lembo. Ma più presso al centro di oltre up terzo del raggio 
sono rare assai, e le più vicine non le notiamo. Del resto il voler tener conto di 
tutto ciò^ sarebbe un impegnarsi in un lavoro troppo grande, e perciò dif- 
ficilmente possibile a continuarsi, onde per ora mi contento di questo, aspet- 
tando a fare di più se la cosa lo meriterà. 



_ 166 _ 

Tra le cose che lio scoperto in questo studio vi e l'esistenza- del sole di 
vere zone polari in cui la luce è molto meno viva che nel resto nel disco» 
e sopratutto la sua granulazione o marmorizzatura e affatto nulla. 

Nelle giornate serene il limite di queste zone è così netto e deciso che 
può segnarsi entro uno o due gradi, perchè ivi ti*ovasi sovente una ben netta 
corona di facolette più vive. Devo la scoperta di queste zone al metodo già 
descritto delle osservazioni che si fanno per projezione sotto una cupola o 
cielo mobile tutto annerito, e la cui fenditura come dissi e guarnita di mia 
tenda di fitto drappo di lana nera. 

Nel disegno pertanto, noto con un segno convenzionale i limiti di questa 
zona polare al Nord e al Sud, e anche meglio ajutandomi di un vetro verde 
posto avanti alfoculare, e di qualche altra industria per vederle meglio nei 
tempi meno chiari. 

Veniamo adesso ai risultati che ci da la Tav. II."* 

Raccogliendo tutte le caselle in cui è notato un numero in questa tavola, 
si ottiene la linea orizzontate, segnata Numero e questa ci da subito un bel 
risultato; essa ci mostra delle manifeste alternative di massimi e minimi, i 
numeri posti sotto ciascuna colonna sono stati raccolti nel quadro (A) e dis- 
posti secondo le rispettive latitudini de*due emisferi. Da questo quadro risulta: 

QUADRO A. 







RIASSUNTO DEL NUMERO DELLE PROTUBERANZE 




1 

1 
1 






PER LATITUDINE ELIOGRAFICA 

• 










da 














90 


80 70 60 50 40 30 20 10 


10 20 30 40 50 60 


70 


80 






a 


aaaaaaaa 


a a a a a a a 


a 


a 






80 


70 60 50 40 30 20 10 

Em.« Nord 


10 20 30 40 50 00 70 

Em.** Sud 


so 


90 


Lemb. 


Rot. 1.' 


3 


4 5 11 6 12 17 10 


17 19 15 13 11 5 8 


11 


4 


Or. 




7 


8 6 11 7 8 14 11 8 


19 17 13 10 11 2 9 


9 


8 


Occ. j 


Rpt. 2.' 


2 


18 11 4 7 13 14 14 13 


13 19 12 13 14 5 16 


7 


1 


Or. 1 


Somma 


4 


14 7 7 7 15 13 12 13 


15 16 18 8 11 4 8 


11 


s 


Occ. 1 


16 


44 29 33 27 48 58 47 43 


64 71 58 44 47 16 41 


38 


21 




Hip 


M^m^ M, m. 


M, Wa Ma 




m^ 





— 167 — 

I? Che l'emisfero australe è più ricco di protuberanze del boreale noHV 
poca attuale. Nelfaustrale si contano 400 protuberanze^ e nel boreale solo 345. 

2? Che presso I* equatore tra o** e io* Nord è un minimo secondario nu- 
merato 43. 

3? Che alta latitudine Sud tra to'" e 20"* e il massimo principale di tutti 
quotato 71. 

4? Che neir emisfero Nord pure è un altro massimo principale fra so"" e 
e 40^ di latitudine con numero 58. 

5? Dopo questi massimi segue un minimo secondario sensibile tra i 60"" e to'* 
nell'emisfero Nord, e tra i 50° e i eo® i cui valori sono 29 e io. 

6? Oltre questo minimo a iO gradi più su si ha un altro massimo secon- 
dario ben deciso, che sta tra 70 e so"* nelF Emisfero N. ; e tra 60 e 70? nel 
Sud ed è quotato 44 al N.^ e 41 al Sud. 

7? Ai poli si ha un minimo assoluto. Questo minimo è meno appai*ente del vero 
nelle cifre, perchè quivi una stessa protuberanza rimane molto tempo visi- 
bile onde figura come se fossero molte: ogni protuberanza un pò alta h vi- 
sibile per tutta la sua durata, onde viene notata censecutivamente per nuova, 
mentre all'equatore essa non può vedetesi per più di tre giorni; ora la du- 
rata al |)olo essendo spesso superiore a 6 giorni, bisognerìi dividere almeno per 
meta questi numeri; per cui il minimo polare risulterà assai minoie, e in- 
vece di 16 e 2t potrà fissarsi a 8 e iO. 

8? Le altezze medie delle protuberanze presentano dei massimi e minimi 
analoghi ai precedenti del numero. 

Le stesse vicende di massimi e minimi con poca diversità risultano dal qua- 
dro 2^ della larghezza delle protuberanze, ove sono apparenti i massimi se- 
condarli e primari agli stessi posti con poca diversità. Tav. III. 

Abbiamo creduto di dover tenere separate le due rotazioni perchè meglio 
apparisse la costanza del fenomeno^ il quale è nelle successive rotazioni al- 
quanto mascherato dallo spostamento che accade col tempo nelle facole e 
nelle regioni di attività; e anche perchè sembra che i loro limiti non siano 
simmetrici col polo, come vedremo appresso. 

Veniamo alle facole. Tav. IV. 

Queste hanno un andamento diverso. Esse non presentano che due massimi 
fra i 20 e 30 di latitudine. Le piccole differenze svaniranno certo in avvenire 
col numero maggiore delle osservazioni, perchè apparisce manifesto che le fa- 
cole vanno per gruppi come le macchie. 

Il minimo equatoriale è ben pronunziato. Qui manca il massimo seconda- 



— 168 — 

rio delle protuheranze, ma invece vi è un allra cosa di molto maggiore im- 
portanza. Avendo riconosciuto che vi è una zona polare più scura, questa 
è stata segnata sempre in que*giorni in cui era ben distinta, e ciò prima di 
segnare il luogo del polo. Il limite di queste zone polari nel quadro fu indi* 
cato con un punto. Ora congiungendo con una linea continua questi punti 
si vide che essi descrivevano una sinusoide, di circa 50^ di larghezza cioè quanta 
è la distanza de'due massimi secoodarii. Dall'esame poi de'singoli giorni h mani- 
festo che i due massimi secondarii sono coincidenti con il limite di queste zone, 
e che ivi sono sempre notate delle protuberanze estese, ma generalmente as- 
sai deboli, o non mai certamente si vive come quelle delle zone equatoriali. 
Queste protuberanze però si sono vedute spesso a forma di corno incurvato 
verso l'equatore, come appunto sono le radiazioni della corona in questo sito. 
L' oscillazione evidente di queste zone fa vedere più cose : t? che il va- 
lore assoluto di questi massimi è grandemente diminuito da questa pertur- 
bazione e che il residuo apparente non è che una piccola parte del vero suo 
valore. 2^ che la callotta h evidentemente eccentrica all'asse di rotazione come 
nel pianeta Marte. 3^ che questa rotazione sinodica ai polo si compie in 27 ov- 
vero 28 giorni. 

Confesso che da una osservazione cosi vaga di sua natura come è questa 
non mi sarei aspettato tanta regolarità nell'andamento. Ben s'intende che qui 
la regolarità è relativa, poiché il lìmite di questa callotta può fissarsi appena 
a 2 o 3^ di esattezza, e mi sono accorto che varia talora assai il suo limite, 
a cagione di certi promontorii o lingue che essa caccia dentro, il cui moto 
non è meno apparente. 

I fatti finora esposti sono cosi aperti che ci spianano la via alla spie- 
gazione di un fenomeno ben più importante , dico la forma della corona 
nelle Ecclissi che qui è luogo di analizzare un poco. 

E noto che dal isso in poi tutte le fotografie della corona hanno dato il 
contorno di questa aureola come formalo di fasci luminosi molto più brevi 
presso ipoli, e più lunghi a posizioni intermedie di circa 45^, talché for- 
mano una specie di figura quadrata. Quella del 1860 fatta sotto la mia dire- 
zione al Desierto de las palmasj fig. i*, mostra bene questa diversila e feci 
notare ciò fino dall'anno slesso in cui fu fatta; quella di Slieiby ville, fig. 2% 
nel 1869 e maravigliosa per la sua nettezza e vivacità, e in ossa a colpo d'oc- 
chio risaltano quelle forme. Esse trovansi anche in quella del I86S di Aden^ 
e finalmente nell'ultima ottenuta dagli americani a Xeres di Spagna , fig. a\ 
confermano questa forma. Me vi sono contrarie le figure di Lord Lindsay e 



— 169 — 

quella di Brothers fatta a Siiacusa^ fig. 3^, teoendo a calcolo renorme eccen- 
tricità mostrata questa volta, la cui cagione probabilmente è un moto della 
macchina come appare da certi punti più lucenti, e in parte h reale dovuta 
a diversa intensità o al non essere stata colta nel mezzo dell'ecclisse. 

Queste figure, mostrano de' massimi e minimi decisi che coincidono alle 
stesse regioni, onde basterà analizzare la migliore di esse, cioè quella fatta 
a Shelbyville. Essa ha un minimo a 17^ E e 23 Ov. dal p. N. e a i3 Est e 
30 Ov. dal polo Sud. Da questi punti cominciano masse vive una $1 NE che 
si estende da ao^ a 67^, Taltra al S.E che va da iO" a 50^ $.- contando dal- 
l'Equatore, e dal lato occidentale vi h una massa quasi continua ma con una 
sensìbile depressione presso l'Equatore. la fotografia di Xeres dal polo Sud 
a 30** Est e da esso a 35 Ovest ha la slessa depressione con un grande av- 
vallamento a 35 dal polo S. Indi presso 1' Equatore si Urova una sensibile 
diminuzione di luce sui due lati Est e Ovest e presso al polo N. da 35"" E. 
a 35'' Ov. si ha un' altra depressione. Queste depressioni sono chiaramente 
visibili benché la corona non entri tutta nel campo dello strumento, perchè 
(|uesta si riconosce esser tagliata dal diaframma solo nelle regioni tropicali , 
ed è intera ai poli ove non raggiunge il diaframma. L'intensità poi è enorme- 
mente diversa qelle regioni polari ed equatoriali. L'altra fotografia di Bi*o- 
ihers è complicata con una forte eccentricità, ma lascia vedere agli stessi posti 
le depressioni fortissime dette rifts dagli inglesi. Anzi queste forme risultano 
meglio in esse che nella americana. 

Ciò posto è manifesto che questi massimi luminosi coincidono perfettamente 
eoi massimi delle protuberanze, e che il massimo secondario di protuberanze 
h precisamente quello che limita le zone polari. Anzi 1' andamento eviden- 
temente curvilineo de' gètti luminosi di queste masse sembra indicare un 
(jualche giro della corrente atmosferica, tanto bruscamente ivi si voltano 
i contorni in curva decisa. 11 minimo equatoriale h ancora ben marcato , 
ma si vede che esso non è in coincidenza proprio coli' equatore, come an- 
che vediamo nelle nostre protuberanze, e finalmente ne anche gli archi po- 
lari hanno il mezzo esatto nel polo come appunto si vede nelle nostre zone 
polari. Si potrebbe spingere anche più avanti l'analogia, ma sarebbe illuso- 
ria perchè in mezzo a tanta, variabilità tale coincidenza potrebbe essere acci* 
dentale in alcuni dettagli. Ma nella massa generale ciò non è ammi.ssibile , 
perciò credo che^i fatti da me rilevati ci diano una conferma che il globo 
solare non è cinto da una atmosfera egualmente alta e luminosa tutta all'in- 
torno. Che essa per un arco di circa 50^ è depressa ai poli , che per altri 



— 170 — 

ùif sopra e sotto l'equatore e notabilmente rilevata, e questi massimi sono se- 
parati all'equatore da un minimo ben deciso. I massimi principali coincidono col- 
la zona di attività che ci manifestano le macchie. Colla differenza però che men- 
tre le manifestazioni oscure, cioè le macchie si limitano a circa 30° dall'equato- 
re, le luminose, ossia le facole si estendono (ino a 60". Di più non è impossibile che 
la forza actinica e l'estensione di questa atmosfera sia diversa nelle varie parti 
in longitudine, rilevandosi tanto dalie protuberanze quanto dalle macchie che 
le regioni di attività occupano solo degli spazi limitati sulla superficie dell'a- 
stro, e perciò l'eccentricità della corona può esser reale, come le zone polari 
sono realmente eccentriche ai poli. 

Un altro fatto importante si rileva dalle nostre osservazioni relativo alla 
rotazione solare. 11 sig. Respighì avea già notato che alcune protuberanze mo- 
stravano una rotazione ai poli, pari a quella dell' equatore. Gravi come di- 
cemmo sono le difficoltà che si incontrano in questa determinazione , ma il 
tracciato delle nostre figure, ci fa vedere che siamo stati fortunati abbastanza 
per incontrarne un caso assai favorevole al polo Sud. Ivi abbiamo una pro- 
tuberanza che è stata visibile dal 23 aprile al 16 maggio, e forse può trac- 
ciarsi anche fino ai 22, ove si tenga conto che essendo essa allora nella parte 
posteriore del suo circolo, ci appariva appena per un piccolo segmento del suo 
vertice. Ma costruendo graficamente la parte del periodo più sicuro, si tmva 
che essa compie il suo giro sinodico in giorni 27.2, ossia in 25.3 il giro siderale. 
Valore identico con quello proprio dell'equatore. 

Varie altre protuberanze sono state visibili per più giorni tanto al polo 
S. che al polo Ni ma finora non si può nulla concludere da esse di preciso 
per la loro poca durata. È da sperare che altre durevoli se ne manifesteranno. 

Mi si permetta di accennare di volo ad altre particolarità delle protube- 
ranze. Si è cercato da distinti astronomi se le eruzioni solari potessero lan- 
ciare delle masse fuori del disco solare, talmente che giungesse la materia fino 
alla terra. Il sospetto non è tanto fuor di proposito quanto pare a prima vista. 
Infatti gli osservatori ci parlano di velocita osservate in questi getti di 400 
a 500 chilometri , e fino a 800 chilometri per secondo : ora si può calcolare 
che per lanciare un corpo dalla massa solare in modo che se ne allontani 
per sempre basta una velocità di 6lo chilometri per secondo, e se queste ve- 
locità fossero vere, non sarebbe impossìbile che de'getti solari potessero rag- 
giungere la terra e dare origine alle aurore boreali. 11 problema è dunque de- 
gno di serio studio. Su di che dirò quello che sento. 

i? Tali velocità non sono concluse che da fenomeni molto difficili a mi- 



— 171 ^ 

surare, cioè dall'aumento di una protuberanza, o dall'inflessione di una riga 
spettrale. Occorrerebbero pertanto degli elementi più precisi. 

2? Non è ancora ben deciso se tutti i mutamenti luminosi siano vere pro- 
iezioni di materia o semplici mutamenti di stato come sarebbero combustioni 
o scariche elettriche. Argomenti di gran peso sembrano stabilirli veri tras- 
porti, ma in molti casi resta dubbio il loro valore. 

3? Data però anche tale velocita iniziale, devesi tener conto della resistenza del 
mezzo circostante. E infatti i getti che noi abbiamo osservati, li abbiamo sem- 
pre trovati ricadere sul sole^ o conformarsi in nube all'altezza di 4 in 5 dia- 
metri terrestri. I veri getti e filamenti vivi arrivano poco più su. Ma attesa 
la fugacità di tali getti non può asserirsi che sia impossibile una maggiore 
celerità e forza di projezione. 

4."^ Arrivati i getti a conformarsi in nube cessa ogni trasporto notabile e 
restano sul posto quasi stazionarii, tutto al più diffondendosi, spandendosi 
e illanguidendosi fino a svanire. Il 26 p. Maggio alle iO^ vidi una nube sovra- 
stante a 4 o 5 getti che era alta u""", ossia 112", alle 11^ | essa era alzata fino 
a 24"'"', ossia 192", ed era affatto staccata dal disco e i getti cessati del tutto. 
All'i j non vi era più nulla. 

Il vedere una tale diflfusione in nube non è argomento che i getti straordi- 
narii non possano uscire da quell'atmosfera, poiché chi potrà farsi garante che 
maggiori esplosioni non possano aver luogo? I fatti bene accertati ci danno già 
un fondamento per dire che ivi abbiano in attività delle forze dell'ordine 
necessario per tali emanazioni, e che non è impossibile che nei parosismi più 
energici si riesca dal sole a lanciare materie ad assai grande lontananza, le 
quali senza uscire dalla sua propria sfera arrivino però a delle distanze consi- 
derabili, quali sono quelle de*raggi osservati in certe ecclissi. 

MB. Le tavole numeriche si daranno appresso: ora se ne da un solo saggio. 



23 



— 172 — 

TAVOLA I. 

POSIZIONE, ALTEZZA, LARGHEZZA E CAIIATTEAI DELLE PROTUBERANZE E DELLE FACOLE 



POSIZIONE 


ALT. 


LAI. 


23 Aprile 


65*» 


4 


10*» 


93 


10 


2 


iOO 


15 


2 


lil 


4 


il 


135 


3 


10 


165 


9 


2 


189 


6 


8*» 


234 . 242 


5 


8 


257 


5 


8 


279 


4 


S 


290 


5 


10 



CARATTERE E NOTE 



A Oh 50*" fig. incompleta 



nube laoga 

getti 

getto ripiegato 

serie di tiuht 

crom. alta vivi 

getto vivo 

nul>e fiacca 

getti e Dobi 

getti e nulli 

getti e nubi piccole 

getti e nubi 



Facolc di 95 a 113 
230 a 257 
276 a 295 



25 Aprile 




1 


37® 


5 


5° 


69 


6 


8 


91 


15 


1 


115 


3 


8 


126 a 135 


3 


20 


. 163 


5 


5 


186 


6 


9 


201 


5 


10 


218 a 230 


2 


12 


251 


8 


5 


267 


8 


4 


278 


5 


4 


287 


5 


6 


331 


4 


2 



A Oh 42"» 



Facole da 



26 Aprile 






54 a 71 


2 


17 


93 


12 


1 


107 


5 


2 


112 


5 


3 


119 


8 


1 


152 


1 5 


3 


170 


5 


6 


188 


8 


6 


219 


4 


10 


252 a 266 


3 


16 


273 


1 4 


1 


280 


4 


1 



selli 

nubi e getti 

getto vivo alto curvo 

etteoMonc di picc. elevai, e nubi 

estcuaione id. 

nube conica 

nube fiacca 

nube fiacca 

crom. a grtti 

nulw e getti alti 

getti vi\i 

getti e nubi 

nubi e getti vivi 

nube 

57 a 74 
97 a 115 

201 a 232 
248 a 260 
279 a 296 

Da lOh 15"» a llb 20"» aiif. 

crom. viva 

nube getto fiacco atto curvato 

getto vivo 

getto e nube vive 

piccolo getto 

nul)e debole = al limite delle facolc polari 

nube fiacca 

nube viva al polo 

tre piccolo nubi all'altro limite polari*. 

crom. viva 

nube getto 

getto 



Facole da 49 a 70 
97 a 106 
154 limile polare 
215 a 228 altro limite 
255 a 266 
290 a 306 



POSISIOHE 



27 Aprile 

6 

30 

48 a 68 

90 

98 

103 

118 a 130 

157 

164 

192 

221 

238 a 250 

263 

285 

293 

323 



28 Aprile 

93 

94 a 107 

194 



29 Aprile 
18 

60 
90 
105 
138 
190 
224 
238 
251 
271 
295 
328 



ALT. 


LAS. 


6 


5 




10 




20 




2 


Saio 


6 


6a8 


5 




12 




10 




1 




8 




6 




12 




10 


A 


3 


10 


2 


6 


5 



CARATTERE E NOTE 



Dalle 8b 40"» alle 9b 55™ 

nube viva 

crom. alta viva 

crom. a getti 

crom. a getti e nube 

getti V. alti che con un arco si cong. al teg. 

getti e no hi, precede Jt macchia 

crum. a getti vivi 

crom. a getti vivi, limite Cu. ' 

piccoli getti d. 

nube viva al polo 

nube V. preced. da getlarelli al lim. d. f^- p 

3 prutubcranae e<{uidislanti 

getti e nubi vìvi ma bassi 

nube 

getto allo, vivo assai 

nube leggera 



Facolc 



da 30 
100 
160 
212 
257 
290 
322 



55 
120 
165 
222 
267 
297 
827 



6 


2 


10 


11 


8 


8 



Dalle 9h 35"» alle lOh 40"» fig. incomplrt» 

getti, e nube congiunta alla seguente 
getto vìvo alto accanto alla macchri cr^m parsa 
nube a cumuli 

Facole da 56 a 66 
93 a 109 
183 a 190 polo 
217 a 220 
254 a 268 
290 a 308 

Dalle 8b 35"» ant. alle 9h 30"» 

crom. alta presso facole 

nube e getti aeguttano bassi fino alla ««"g. 

nubi leggere poco prima della macchia 

bel getto e nubi dopo la macchia 

nube liei la lunga 

nube al polo 

nubi n getti 

nubi e getti 

nubi e getti prima della macchia 

nubi e getti rlopn la macchia; la m.' r d«[Tes 

nubi e getti 

nube debole 



3 


10 


5 


12 


5 


6 


10 


4 


5 


10 


8 


9 


5 


4 


6 


10 


10 


8 


7 


10 


5 


8 


4 


12 



«a 



Facole da 



12 

53 



23 
71 



88 a 107 
134 a 147 

a 
a 
a 
a 



167 
190 
207 
239 
285 



173 
193 
217 
266 
a 311 

(Sarà continuata) 



o 

O 



I 2 






ce 



o 

cu 



H ^ 



N 

» 



I 



35o| 


1 


1 


1 


I 


li 


1 


1 


1 


o 




1 


1 


1 


"«** 


^r% 


1 


1 


1 


Q 






X 


co 


co 


X 


t* 


3 


1 


1 


1 


1 


II 


1 


1 


1 


o 


IO 


co 


1 


X 


1 


1 


o 


t*« 


O 








1 


co 


I 


1 

1 


X 




1 


^ 


i 


l 


II 


1 


1 


1 






co 


ao 


1 


1 


1 


1 


I 


X 








1 


1 


co 


r» 


1 - 




1 


1 


1 


co 


II 


-r 


co 


1 




ìO 


co 


I 


1 


•«t 


t* 


1 


1 


1 








o 


^ 


ao 


2 


«4 


o 


1 


1 


I 


1 


(1 


1 


1 


1 






91 


1 


C9 


»* 


1 


I 


I 


co 






:: 


1 


co 


ao 


ì 


1 - 


1 


1 


1 


I 


« 


li 


1 


1 

• 


1 




»* 


co 


ao 


co 


1 


co 


1 


1 


1 




ao 




09 


ao 


I 


} 


|« 


i 


1 - 


I 


1 


o 


II 


W5 


co 

• 


«* 






X 


co 


co 


1 


1 


1 


-r 


ao 


1> 


- o 

•1^ 




1 


1 


1 


co 


CO 


3 

91 


1 > 


K» 


«* 


■* 


II 


1 


1 


1 


■* 




I 


co 


( 


1 


1 


*t 


«* 


I 


ao 


ao 


ao 


1 


1 


co 


1 


1 = 


C4 


1 - 


1A 


1 


1 


II 


r- 


1 


1 


1 




1 


co 


1 


1 


ao 


1 


ao 


1 




1 




ao 


1 


1 


ao 


1 - 


O 


1 


CO 


•^ 


•^ 


II 


1 


t' 


t^ 


o 


« 


•^ 


00 


ao 


1 


^ 


co 


o 


co 




co 




•<t 


"o" 


-S" 


ao 


1 2 




^ 


OC 


CO 


Iti 


II 


o 


9« 


co 


» 




o 


1 


1 


i 


co 


•^ 


ao 


o 


^ 


co 




I 


co 


1 


CO 


r* 




ift 


1 


I 


iti 


II 


1 


1 


1 


co 




^ 


1 


co 


91 


^ 


1 


1 


o 




o 




S 


1 


2 


ao 


91 


o 

C4 


)fì 


M 


I 


\ 


11 


ce 


1 


co 


co 




1 


o 

<p4 


1 


1 


1 


co 


1 


1 




co 




1 


■♦ 


e 




o 


9Ì 


1 


01 


1 


ìO 


II 


ìli 


[ 


co 


co 




co 


1 


1 


1 


1 


1 


t* 


co 


co 


1 




O 

«4 


o 




• 1 


1 = 


O 
91 


I 


1 


^ 


1 


II 


1 


1 


1 


1 




1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 






1 


ao 


1 


II 






09 


e 


1 


Irt 


I 


1 


1 


1 


IO 


1 


^ 


«o 


1 


1 


1 


^ 


1 


1 


ao 






X 




o 


n 




CO 


1 » 


o 
a» 


I 


1 


1 


a> 


co 


00 


1 


IO 


O) 




1 


1 


•^ 


1 


1 


t* 


o 


s 




1 




I 


11 






1 - 


i 


09 


co 


OD 


1 


11 


1 


1 


1 


00 


co 


IO 


co 


1 


1 


1 


r 


1 






I 




1 


II 


^ 




1 « 


l> 


1 • 


I 


t* 


1 


11 


1 


91 


co 


1 




I 


1 


ao 


1 


1 


1 


1 






1 




1 


u 






1 - 


o 


Oi 


>rt 


1 


QO 


II 


! 


1 


1 


1 




»o 


1 


1 


ao 


•V4 


91 


^N 




l^ 


ao 


^ 


1 


11 






1 = 


o 

IO 


1 1 


1 


Iti 


CO 


11 


1 


CO 


1 


I 




1 


ao 


•* 


1 


ao 


1 


1 


ao 




ao 




1 


II 






1 " 


o 


I 


I 


1 


1 


II 


1 


iti 


I 


f 


IO 


1 


I 


1 


1 

« 


1 


ao 


1 






1 


CO 


1 


11 


^ 




I « 


rt 


« 


C9 


1 


CO 


II 


IO 


IO 


1 


•^ 




1 


00 


1 


co 


o 


> 

1 


f 






o 




co 


u 








o 

«9 


1 


CO 


co 


co 


n 


1 


1 


1 


•* 




IO 


04 


3 


•^ 


ao 


I 


1 




ao 


1 


09 


09 


II 




co 


CO 


2 


•^ 


CO 


JO 


CO 


II 


1 


co 


ao 


co 




ao 


ao 


( 


co 


1 


ao 


t- 


o 


1 


09 




1 


II 


ao 


1 


ao 


o 


tf» 


1 


M» 


t^ 


o 


o 


co 


co 


1 


00 


^ 


1 


co 


co 


co 


^ 


1 




ao 


CO 


CO 


e 





CO 


t* 


1 2 


a» 


e 


iC 


ei 


X 


o 


IO 


CO 


1 


1 




•^ 


l^ 


co 


co 


co 


1 


1 




ao 


co 


co 


co 


u 


1 


X 


l = 


s 






1 


1 


1 


1 


1 


l' 


I 






I 


1 


co 


1 


co 


1 




co 


X 


91 


X 


il 


aO 


ao 


o> 


e 






f 


1 


II 


i 


1 


IO 


•^ 






1 


2 


o 


o 


X 


1 




I 


1 


X 


X 


11 


co 


ao 


1 s 


o 


•t 


co 


94 


co 


1 


iti 


91 


•* 


IO 


IO 


o 


I 


1 


o 


o 


o 


1 




1 


e 


co 


e» 


11 


co 


1 


1 - 


)0 






»l 


co 


II 


1 


I 


co 


1 






o 


X 


1 


1 


I 


ao 


co 


X 


ao 


co 


1 


11 


co 


•* 


1 

09 


o 






I 


co 


II 


1 


CO 




1 






1 


ao 


1 


1 


1 


ao 




1 


1 


1 


I 


1 


co 


s 


1 » 


o 
co 




>n 


I 


^ 


u 


1 


co 




1 






1 


ao 


•^ 


^ 


X 


1 


co 


1 


1 


co 


ao 


1 


o 


I 


1 

1 = 


s 






I 


1 


II 


co 


co 




1 






co 


1 


1 


1 


1 


1 




1 


1 


1 


1 


■♦ 


1 


X 


ao 

m 


o 






I 


to 


II 


1 


co 




1 






co 


ao 


1 


I 


1 


1 




1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 




- 






1 


1 


n" 


1 


.1 




I 






co 


1 


1 


1 


1 


1 




1 


O 


1 


f 


1 


! 


■« 


CO 


1 Data 


• 


1 ^ 

1 M 


s 


09 


s 


o 

91 


co CB 

a 


- 


91 


co 


•* 


ao 


«e 


l* 


I « 


o 


= 


09 


co 


1 2 


«3 


1 s 


o» 


s 


S 


• 

a 



d 
B 



00 ^ o» cn 



Cd 



n :: 



o o oo 



o> Ol 



M 10^ 






Cd Cd 



W M M 

O OD »4 



IO IO bB 

O» Ol >i 



IO IO 
Cd IO 



ci 

e: 



I ^ 



• 1 
IO 


1 


1 


1 


1 


I 


1 


1 




oc 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1- 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


f 


00 


1 


■ 


o 


s 


1 


1 


00 


01 


oc 


-• 


oc 


i^ 


OD 


•J 


00 


oo 


IO 


s 


1 


\ 


1 


oc 


IO 


1 


1 


CA 


o 


o 


oc 


1 




o 


z 


1 


r 


1 


1 


1 


1 


^ 




1 


1 


I 




I 


1 


k*i 


M 


oc 


1 


1 


IO 


IO 


^ 


oo 


o 


M» 

o 


oc 




IO 

o 


^ 


1 


I 


J 


oo 


1 


1 


1 


4te 


1 


I 


I 




1 


IO 

o 


I 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


l 


o 




Cd 


•4 


OK 


f 


1 


1 


*» 


oc 


1 




1 


1 


I 




1 


I 


1 


oc 


1 


"Cd 


1 


1 


1 


1 


oc 


i 


o 


\ 




o 




1 


1 


-1 


1 


\ 


1 


OD 




o> 


o 


o 


o 


1 


1 


IO 
IO 


oo 


•>a 


Cd 


1 


Cd 


1 


1 


1 


IO 


1 


■4 




1 
ex 

o 1 


s 


o 


cn 


1 


•a 


1 


1 


oc 




•a 


1 


*• 


w 


oo 


^ 


o 


1 


1 


^ 


Cd 


Cd 


1 


^ 


1 


oo 


I 


I 




o 
o 


s 


1 


1 


Ot 


<i 


oc 


1 


I 


IO 
IO 


o 


I 


00 


* 


a> 


I 


1 


1 


o» 


I 


1 


Cd 


Oi 


00 


00 


1 


e» 


1 




o 


e* 


oc 


-1 


0» 


OD 


o» 


O) 


o 




4te 


1 


1 




1 


1 


1 


1 


1 


1 


o 


1 


o 


1 


1 


a 


a 


IO 




OD 

o 


Cd 


1 


o 


OD 


1 


1 


1 


• 

f 


o 


oc 


o> 


o» 




IO 


oc 


Cd 


1 


I 


o» 


*• 


oc 


1 


1 


I 


1 


4«« 


1 




CD 


co 


o» 


l 


1 


OC 


oc 


OD 


1 




I 


oc 


00 


oc 


1 


co 


Cd 


o 


o 


OD 


^ 


oc 


00 


o 


a 


IO 


f 


o 




o 
o 


IO 


00 


1 


IO 


Oi 


1 


1 


o> 




o 


1 


1 




Cd 


1 


MB 

Cd 


1 


1 


1 


4ta 


1 


1 


00 


1 


OD 


^ 


00 




s 


Mi- 
ca 


eie 


o 


oc 


o» 


oc. 


.oc 


{ 




1 


o» 


I 




Cd 


oc 


s 


OD 


1 


oc 


1 


1 


1 


^ 


1 


1 


I 


l 




^ 1 

o 


s 


1 


00 


00 


o> 


1 


I 


1 


OD 


oc 


I 


oc 




■4 


1 




1 


1 


1 


co 


o 


*• 


l 


■4 


o 


oc 


Cd 




Mk 

Cd 

o 


oc 


1 


oc 


4ta 


1 


1 


1 


- 1 




I 


1 


IO 




1 


1 




I 


4^ 


I 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


*• 


l 




•^ 1 

o 


s 


^ 


:2 


1 


s 


1 


1 


o> 




•a 


OD 


O) 


o> 


•^ 


O) 


o> 


1 


1 


1 


1 


OD 


oc 


1 


IO 


o 


^ 


1 




S ! 

« 1 


•a 


1 


1 


O) 


1 


1 


a 


I 


OD 


o» 


I 


1 




1 


1 




1 


! 


1 


1 


1 


ì 


s 


1 


^ 


1 


Cd 




o 


^ 


1 


1 


1 


1 


00 


1 


1 




1 


l 


! 




1 


1 




I 


1 


1 


1 


1 


I 


1 


I 


1 


.1 


I 




•a 

o 


00 


1 


1 


1 


1 


1 


oc 


1 




I 


o» 


1 


oc 


1 


1 




o» 


1 


•^ 


1 


I 


I 


~ 


1 


1 


CK 


OD 




oc 

o 


(■fc 


o 


[ 


oo 


1 


1 


1 


<l 




<l 


1 


-a 




o 


OD 


00 


o> 


1 


I 


o 


! 


e» 


1 


1 


1 


1 


1 




co 
o . 


OD 


' \ 


«D 


1 


00 


•»! 


oc 


I 


■^ 


1 


Ci 


1 




1 


1 




1 


IO 


.1 


1 


^ 


1 

I 


i 


1 


1 


I 


I 




IO 

o 
o 


*• 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 




1 


1 


1 




1 


1 




1 


I 


o> 


I 


1 


1 


Ci 


*. 


1 


2 


1 


1 

1 


0| 


j;^ 


1 


00 


1 


1 


1 


oc 


o> 




1 


I 


1 




1 


1 


O) 


1 


oc 


I 


OD 


1 


9i 


^ 


oc 


oc 


1 


oc 




10 

t^ 1 

e 


OD 


1 


1 


o 


1 


oo 


o 


1 




1 


1 


1 




1 


oo 


00 


oo 


I 


1 


1 


1 


1 


1 


o 


a 


1 


1 




10 ! 

Ci 


oo 


c;i 


1 


o> 


o 


^ 


0& 


oc 


4ta 


oc 


M 


1 


o 


i*? 


1 


Gì 


oc 


*• 


1 


Cd 


1 


o 


I 


* 


1 


1 


00 


1 


e ; 


o> 


1 


O) 


OD 


J 


o 


o 


o 




o 


1 


O) 


IO 


I 


1 


o 


1 


1 


oc 


Cd 


oc 


r 


o 


a 


oc 


^ 


1 


1 


IO 

o , 


ut 


i 


oc 


O 


1 


o 


oc 


1 




1 


OD 


1 


Oi 


oc 


1 


1 


Cd 


1 


O) 


Cd 


o> 


o> 


oo 


^ 


oc 


1 


I 




10 


M 


o 


1 


1 


o 


oc 


o» 


1 




1 


1 


00 


OD 


1 


oc 


co 


1 


oc 


A 


o 


1 


1 


1 


1 


oc 


1 


Cd 


I 


le 

•a 

o 


to 


O) 


^ 


1 


1 


1 


1 


1 


o 


o 


1 


o> 


o> 


1 


1 


co 


1 


1 


oc 


e» 


1 


1 


1 


o 


Q 


I 


Cd 


1 


o 


ca 


4ta 


» 


I 


o> 


co 


co 


1 




o 


oc 


Ni» 
IO 


1 


1 


J 


1 


1 


l 


oc 


1 


oc 


oo 


1 


1 


1 


o 


'^ 




IO 

CD 

o 


Si 


OC 


M 


CO 


oo 


IO 


M 


i 




Oi 


1 


1 


1 


oc 


Cd 


o 


o 


ot 


1 


1 


1 


1 


oc 


o 


1 


I 


c& 




Cd 

o 
o 


<i 


1 


1 


I 


1 


1 


^ 


1 




I 


oc 


Cd 


I 


4a. 


I 


1 


1 


1 


oc 


-1 


1 


1 


1 


1 


1 


IO 


1 


l 


CJ 

o 


•a 


1 


I 


1 


1 


oc 


1 


1 




1 


1 


1 


e 


o 


1 


1 


I 


1 


oc 


1 


^ 


1 


1 


o 


I 


1 


Cd 


1 


Cd 

o 


*i 


1 


1 


1 


1 


1 


oc 


1 




o» 


1 


I 


1 


1 


1 


1 


4ta 


1 


1 


1 


1 


4te 


1 


1 


oc 


K0 

4M 


a 


1 


Cd 

Ci 

o 


H»> 


o 


O 


o 


oc 


•<I 


1 


oc 


oc 


l 


^ 


1 


•»? 


1 


00 


00 


1 


1 


1 


1 


oc 


o 


I" 


OD 


1 


1 


1 




Cd 

o 


^ 


*. 


1 


I 


1 


1 


I 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


I 


1 


1 


1 


1 


1 


00 


i 


o> 


1 


oc 




Cd 

o 



< 



I 
> 

H 

N 
N 
X 

w 

B 
R 



C 
H 

C 
99 
S 

> 

z 

N 



> 

N 



2 



175 



SUI TERRENI AURIFERI JDI CALIFORNIA ED AUSTRALIA. 



NOTA 



DI MONSIGNOR FRANCESCO NARDI 



PARTE I. — CALIFORNIA. 



A 



due punti distantissimi del globo, quasi alle due rive opposte del Pacifico, 
ma nei due diversi emisferi, si scopri, or sono 23 anni gran copia di quel 
metallo^ che più desiderano gli uomini. Le scoperte progredirono cosi rapide 
e copiose , che il celebre economista francese Chevalier , abbandonandosi ai 
voli della sua potente fantasia, già vedeva l'oro scadere, e farsi più vile, a 
segno da mutarsi affatto il rapporto del suo valore con quello dell'argento; 
vedea elevarsi fuor di misura i prezzi delle cose di cui V uomo abbisogna; 
vedea i debitori privati, anzi quei gran debitori insolventi che sono gli Stati, 
pagar presto e facilmente le favolose somme dei loro debiti; vedea infine mutarsi 
il mondo, e quasi compiangea la sorte di chi avea oro in serbo. 11 buon Chevalier 
sbagliava i suoi calcoli , e i fatti lo mostrarono; le due grandi scoperte ri- 
masero sinora senza notevole effi^tto sull'economia generale e privata. Però non è 
da questo lato , che noi ce ne occuperemo , ma solo dal lato geografico e 
geologico. Lontani pei*sonalmente dal temere lo scadimento dell'oro, lontani 
ancor più dallo sperare che gli Stati vogliano mai pagare i loro debiti per 
quante Californie ed Australie si scoprano', noi lasciamo il campo economico 
e politico per occuparsi solo del f\^ìco, e oggi soltanto rispetto alla California. 

California, Stato dell'Unione americana, si stende per io gradi di lat., io 
felicissimi gradi dal 32"" a 42"^, e altrettanti di long, dal 37*^ al 47^ 0. da Washin- 
gton (i24°— i34** 0. da Greenwich), e comprende un area di -150,000 m. ingl. j |. 
La sua popolazione, che nel 1850 era non più di 92,000, nel 1S60 fu di 380,000, 
e nei 1870 passava i 600,000, cioè in 20 anni si h più che sestuplicata. 

Principale sede dell'oro in California è la Sierra Nevada, che contermina 
quello Stato all'Est, dividendolo da quelli di Nevada, e dell'Oregon. Questa 
Sierra s'aggruppa più fitta e più alta a Nord tra il 38"" e 40'', salendo sino 
a l4,ooo^ Da lei si dirama a N. 0. una Sierra secondaria, la Coast-range, che 
rasenta il Pacifico. Minori alture e poggi scendono dovunque dalla gran Sierra; 



— 176 — 

nei poggi dominano sopratutto gU schisti, sopra i quali stanno i quarzi auri- 
feri , talora sotto forma di bianchi graniti quarziferi. [ ricchi quarzi giac- 
ciono più spesso, negli strati del Trias e del Jura. Tutta la regione aurifera 
si stende da 500 m. di lungo, da 30 a 40 di largo, salendo sino alle massime al- 
ture, ma mostrandosi più copiosa nei poggi secondarii, che non s'alzano oltre 
4000' o 5000. Poderosi fiumi scendono dai fianchi della Sierra e dei poggi, o 
piuttosto gli squarciano. Massimi tra i fiumi sono il Sacramento, e il S. Joa- 
quim, poi il Klamath. Larga rete di tributarii mettono sopratutto ai due primi 
Nelle viscere dei monti, nelle sabbie di quei fiumi, e più ancora dei tributarii, 
come del Jos^, del Carson, e dello Stanislaus s'incontra l'oro; ne'monti in vene, 
lungo i fiumi, in sabbie. Dalle vene si trae coi soliti scavi e forature; dalle 
arene colla lavatura e crivellatura. Opere idrauliche s'associano ai primi e ai 
secondi lavori, e le rapide e scoscese falde della Sierra, e dei monti minori, 
danno un prezioso ajuto all'industria aurifera colle frequenti cadute delle acque. 
La loro forza motrice anima molini, pistoni, stantuffi, ruote ed altri ingegni; 
la forza segregatrice opera la lavatura. 11 mercurio, del quale abbonda egual- 
mente quella terra fortunata e ricca di quasi tutti i metalli, compie la sepa- 
razione dell'oro, e il fuoco dei forni, sublimando e separando i sulfuri, da 
per altra via lo stesso risultato. 

Ecco le ragioni che diedero a California si ricco prodotto. 
La prima scoperta dell'oro in California avvenne il 19 gennaro 1848. Cinque 
mesi dopo, la repubblica del Messico cedevaja California agli Stati Uniti, 
e quel che è più singolare, nell'atto di cessione non v'era cenno della grande 
scoperta. Solo più tardi, nel corso di quell'anno triste e famoso, in cui Ita- 
lia ed Europa tutta erano agitate da terribili moti, la novella della scoperta 
si diffuse in tutta Europa, nella China, in Australia, nelle Isole Sandwich, 
e nell'America centrale. Legni carichi di passeggieri da ogni parte del mondo 
dirizzarono le prore verso S. Francisco, e un anno dopo, nel mese di giu- 
gno 1849, 200 bastimenti di grande portata ancoravano in quella vasta e bel- 
lissima baja. Appena calata l'ancora, tutti, officiali, marinari, e passeggieri, 
correano alle miniere, lasciando i loro legni in custodia della Provvidenza. 
A bordo non rimaneva anima viva. Vauri sacra fames, che allora fu detta 
scherzosamente febbre gialla^ fervea nelle vene degli abitanti dei due con- 
tinenti. Le miniere di Coloma furono le prime, ma poi le vallate dei fiumi, 
Sacramento, S. Joaquin, José, Klamath, Salmon, infine tutte le falde N. 0. 
della Sierra nevada aprirono sempre nuovi letti auriferi. 



— . 177 — . 

Il prodoUo crebbe rapidamente; nel i848 fu di 5^ mìllionì di francbi , nel 
1349 di 200, nel i850 di 2^0, nel 185i di 275, nel 1852 di 300» nel 1853 di 325, 

poi decrebbe aUjuaDto, e nel 1867 non fu più che di 125. Tutto insieme ne'20 
anni dal 1848 a tutto il 1867 diede circa 4 milliardi e mezzo di franchi, che 
e a dire circa 4500 millioni, somma che una volta ci parea favolosa, ma colla 
(|uale ora ci siamo familiarizzati. 

Sono questi i numeri officiali datici nella bell'opera del sig. Cronise: Na- 
turai wealth of California, ossia Ricchezza naturale di California ^ stam- 
pata a S. Francisco sulla Gne del I868. 

Già dall'enorme prodotto è facile intendere, che il ritrovamento del me- 
tallo non dovea esser diificile. Se si fossero sempre dovuti frangere duri massi 
del quarzo aurifero, svelti dalla miniera a colpi di piccone, mai si sarebbero 
raggiunte quelle somme in cosi breve tempo. Invero Toro californese si tro- 
vava allora più spesso nelle sabbie dei fiumi, che scendono dalla Sierra Ne- 
vada, e sulla spiaggia dell' oceano. Gli annui inondamenti dei fiumi , quasi 
tutti disarginati, e fazione della marea sulle sabbie del lido, rinnovava quei 
letti auriferi^ rimutando direi quasi le sabbie, poiché col trasportare o ri- 
coprire quelle che già erano state spogliate del metallo, ne scopria o ne por- 
tava di recenti , tra le quali già brillava di nuovo 1* ambito giallore. Così, 
a scegliere alcun esempio , accadde lunghesso il fiume Klamath. Nasce que- 
sto da una serie di laghi sui confini dell'Oregon colla California; serpeggia 
nelle Contee (distretti) di Siskiyon, del Norte, e di quella a cui dib nome, 
poi mette neirOceano con una foce impedita da un gran banco. Questo banco 
torna ancli'esso proQttevole ai raccoglitori delforo, poiché trattiene e ritarda 
lo scolo delle piene, le quali ributtate dal banco, e dalla marea salirono talora, 
come p. e. nel 1862, sino a 120' sul livello ordinario, deponendo di nuovo al- 
tri letti auriferi strappati alle coste della Sierra Nevada col lento lavoro della 
corrosione , o raccolti , smossi , e trasportati per via. A 15 sole miglia Sud 
della foce del Klamath abbiamo il Gold Ciuffi italianamente scoglio o capo 
d^oro. È una specie di promontorio, o collina di sabbia, che s'avanza in mare 
della quale l'onde del Pacifico vanno battendo e sfranando i fianchi, apren- 
doli quasi successivamente alle avide ceste dei minatori, che s'empiono su- 
bito di quella rena entro la quale già luccicano grani di finissimo oro. Si- 
mili a quelle della Contea di Klamath, sono le miniere, o a dir meglio, le 
sabbie aurifere della vicina Contea del Norie. Qui però talvolta le arene au- 
rifere sono coperte da un letto di sabbia nerastra, o di terreno vegetale. Ri- 
mosso questo^ i minatori si mettono air opera assai facile e lucrosa. Invece 



— 178 — 

assai più dura h quella che vogliono gli strati profondi nelle regioni più alte 
della Sierra Nevada. Ivi non facili arene, ma lungo e penoso lavoro di scavo, 
però anch'esso profittevole, e spesso più durevolmente. Poicliè il raccoglitore 
delle sabbie aurifere lunghesso le rive dei fiumi , o le spiagge del mare, o 
al piede delle colline, od anche nei burroni che interrompono e dividono le 
alture ondeggianti j ha un lavoro spedito , ed anche lucroso» ma raramente 
duraturo, poiché presto le sabbie isteriliscono, e spogliansi del metallo. Invece 
le vene dei quarzi sono di solito continue e perenni. Queste vene, e i massi 
che le chiudono, stendonsi largamente nella Sierra Nevada, e si mostrano più 
copiosi nelle Contee (distretti) di Calaveras, Àmador, El Dorado, Piacer, Ne- 
vada, Sierra, e Plumas. La massima vena di quarzo aurifero che abbia Ca- 
lifornia traversa la parte centrale di Calaveras, e spicca sopra tutto a Carson- 
Hill, Albany-Hill , e Angeles. Il solo Carson-Hill die sei millioni di dollari 
(31 di franchi) in oro. 11 metallo però è distribuito cosi irregolarmente da 
rendere il lavoro e il profitto afiatto incerto, spesso prodigiosamente ricco, 
talora povero o niuno, come del resto sono generalmente le condizioni delle 
vene californesi. Sopra le ampie miniere sia sotterranee e di scavo, sia su- 
perficiali e idrauliche .di Calaveras si diffondono largamente a N. E. depo- 
siti vulcanici, e roccie calcari, profondamente corrose verso Est , cioè verso 
le falde della Sierra. 

Presso il fiume Stanislaus tributario del gran fiume Joaquim, non lungi da 
Murphy, questi letti vulcanici, e calcari hanno sino a 500 piedi di spessore, 
e si seguono in quest'ordine; sotto v*hanno lave basaltiche, sopra, strati di 
sabbia, creta e ceneri vulcaniche, che contengono massi di quarzo aurìfero. 
La stessa zona aurifera passa per la Contea di Amador, che sta a Nord, 
ma in Amador la zona è assai più angusta che in Calaveras, nh si stende ol- 
tre 12 miglia di largo. La foiiuazione geologica e poco diversa , cioè creta 
traversata da quarzi auriferi. 

Progredendo sempre verso Nord, e sempre costeggiando la falda califor- 
nese di Sierra Nevada , entrasi nella Contea Eldorado , che veramente non 
demerita il suo nome. Qui le roccie vulcaniche, prive di metallo^ sono più 
anguste^ mentre la zona di roccie aurifere occupa un gran tratto^ e si stende 
per oltre 30 miglia di largo, tagliando ad angoli retti ampli tratti di schisti, 
simili alle nostre lavagne. Alcuni di questi appartengono all'età triassica, tro- 
vandovisi traccie degli stessi fossili, che indubbiamente sono di quell'età, e che 
si mostrano affatto evidenti e spessi nel vicino Stato di Nevada all'opposta 
falda della medesima Sierra. 



— 179 ~ 

Nel dislretio Piacer che segue a Nord , troviamo maggior ampiezza e spes- 
sore di depositi vulcanici^ che coprono i quarzi e scliisti auriferi^ onde qui 
è tutto lavoro penoso, e costoso di scavi, e di gallerie. Assai più ricco in- 
vece h il seguente distretto Nevada, dove Grass-Valley h giustamente cele- 
bra td, come la principale miniera di quarzo aurifero di tutta California. Le 
vene, benché noìi. larghe, ^no generalmente ricche,. e la copia compensa l'am- 
piezza. Anzi precisamente le più iricclie. vene sogliono essere le più. strette, 
e quelle di un solo piede, o is pollici di largo diedero 'stupendi prodotti. 
Sono in generale estremamente mineralizzate , e portano traccie non dubbie 
di essersi formate per V azione delle acque. Abbondano di solfuri di ferro , 
di rame, di piombo^ e talora di zinco, con piriti arsenicali. L'oro quando e 
associato con questi sulfuri , quando s' incontra in belli massi cristallini di 
puro quarzo, distribuita anche qui affatto irregolarmente nelle vene, quando 
ricchissimo, quando scarso e manchevole. Là vena più produttiva fu quella 
dei colli detti di Massachussett, e Goldhill dove 70,000 tonnellate di materiale 
diedero so dollari per tonnellata, e quindi 5,600,000 dollari d'oro. Dai sulfuri 
si trae sino il IK) per "|^. 

Il distretto di Sierra , che segue a Nord, sta sulle più alte falde della ca- 
tena di Sierra Nevada , da cui ha nome. Anche questo h paese ricchissimo 
d'oro. Gli schisti auriferi stanno quando scoperti, quando sotto conglomerati 
di breccie vulcaniche. Anche sui punti più alti, come quello di Sierra -Buttcs, 
800o' sul livello del mare, s'incontrano vene che hanno da e' a 30' di largo. 
Tutto il distretto h quasi intieramente coperto di roccie vulcaniche, e tra- 
vet sato da fiumi e torrenti, che scendendo impetuosi dalle alture, corrodono 
i quarzi, e portano con sé il metallo. 

E ciò vale generalmente anche del distretto più settentrionale di Plumas, 
dove i quarzi e schisti auriferi stanno ampiamente scoperti sopra tutto nella 
parte centrale. I fossili triassici e jurassici anche qui come altrove, dominano 
tanto largamente, da indurre i geologi califomesi ^hitney e Blake, autorità 
ben competenti, a credere che la massima parte delle roccie aurifere di Ca- 
lifornia, trovisi in istrati metamorfi dell'età del Trias e del Jura. Questa teo- 
ria venne accolta dall'accademia delle scienze di California nel 1864, e se si 
conferma, rovesciera l'ipotesi prima universalmente, ammessa, doversi le roccie 
aurifere californesi attribuire tutte all'epoche silurìane e paleozoiche. E crediamo 
si confermi, perchè anche le più recenti ricerche fatte in questa regione, e in 
quella di Mariposa, le sono favorevoli, cos\ che ora prevale, anche pratica- 
mente in California il principio, che i quarzi auriferi non s'incontrino in quan- 

24 



^ 180 — 

tita tale da compeasare le enormi spese, se il terreno non appartenga all'età 
del Trias o del Jura. 

Il prodotto complessivo, come notammo, diminuì negli ultimi anni, e ora 
cede di molto a quello d'Australia, di cui avrò l'onore di trattenervi pros- 
simamente, ma continua sempre notevole, e si scoprono sovente nuovi letti 
o vene , tanto che vi fu chi disse tutto il terreno californese essere più o 
meno aurifero. Poi non h solo il terreno, e Toro che fanno ricca la California. 

Forse in nessun paese della terra è più operoso l'ingegno e la mano del- 
l'uomo, più feconda l'industria, più fervido e fiorente il commercio. Qui mette 
capo la grande strada ferrata tra i due Oceani, e un immenso e ottimo porto, 
ch'è il principale di America sul Pacifico, già accoglie centinaia di navi de'tre 
continenti. Questa è la via diretta al Giappone e alla Cina, ed ora anche la 
più corta da quei paesi ad Europa. Le viscere del terreno rincliiudono non 
solo in gran copia l'oro, ma quasi ogni altro metallo , e sulla sua superfi- 
cie si stende largamente un suolo fertilissimo coperto da una vegetazione lus- 
sureggiante, innaffiato da gi^an corsi d'acque, e posto sotto le latitudini 
d'Italia. Ben può aspettarsi il fortunato paese ogni più lieto avvenire , che 
di cuore gli desideriamo. 



— 181 — 

RICERCHE ANALITICHE SULL'INTERSEZIONE DI UN ELLISSOIDE 

CON UN CILINDRO ELLITICO (*) 

DEL PROF. BARNABA TORTOLINI 



i?bi 



'iano a^bjC i semiassi principali di un'ellissoide : la sua equazione con 
Forìgine al centro sarà 






Trasportiamo Torigine al vertice dell'asse 2Cy il che ci farà sostituire e -^ z 
in luogo di Zy e si avrk egualmente 

X* jr* 2CZ- z^ 



a o e 



Immaginiamo ora un cilindro ellittico di semiassi A, B, e che abbia il me- 
desimo asse delle z, la sua equazione si ridurra all'equazione della> base el- 
littica, vale a dire 



a 



A^ B» 



La coesistenza di queste due equazioni rappresentano l'intersezione delle due 
superficie , che si ridurra evidentemente ad una curva a doppia curvatura 
chiusa, e delineata tanto nella superfìcie dell'ellissoide, quanto nella superficie 
del cilindro ellittico. Risolviamo la prima delle equazioni rapporto alla z, si ha 

11 doppio segno indica, che dupla è l'intersezione, e ciascuna si trova ad egual 
distanza dal centro computata sull'asse 2C. Volendo adoprare per l'ellisse base 
del cilindro la consueta sostituzione circolare 

•r = A cos 6 , 7" = B sen 
sì otterrebbe per la terza coordinata 

(*) Questo scritto compilato da lungo tempo , é relativo ad altra Memoria pubblicata nel tomo 
V* degli Annali di fnatemaiiea pura ed applicata. Roma 1863, che ha per titolo: Sopra la cur- 
vatura di alcune di alcune linee prodotte dalVintenezione di due superficie del second* ordine. 



— 182 — 

ab ^ 

In questa guisa sì hanno i valori delle tre coordinate x^j, z per un puuto 
qualunque della nuova curva. 

2.* Un'arco s della stessa curva a partir da un punto fisso , e corrispon- 
dente al punto (Xy y-y z) verrà dato dalla consueta espressione differenziale 

às - v/(dx* 4- dj* -^ àz\ 

Differenziando rispetto alla variabile angolare 9 i valori di x^j^ 3, si avrà 

d j: = - A sen e de , d^ = B cos 6 dfl 

e (A'6^ - BV) sen 9 cos 6 dO 
-^ yj(a^y ~ A*6^ co5^e - B'fl*sen*e) 

d'onde per il valore di d^, si ottiene 

de v^(L 4- M sen^g. ^ N sen*e) 

'^ V^[a^6* - A^è^ + (A ^6* - BV)sen'e] 

ed ove per L, M, N, si ha 
L - a^Vk\a^b^ - k^V) 
M = a»6* [ (A* - ì?)(a^V - A*6*) + A*(AV - BV) ] + c^(A V - B^^y- 

N = (A^6' - BV) [a^b^(h? -. B') -c'(A»fc* - BV) ]. 

L'integrale del secondo membro porge il valore dell'arco s di questa curva, 
e non ^ riducibile ai trascendenti ellittici. Questa riduzione potrebbe ese- 
guirsi solamente in qualche caso particolare: cosi supponendo N *= 0, ed an- 
nullando dei due fattori il secondo, si avrebbe la condizione fra i semiassi 
a, b, e, ed A, B 

a^b^k^ - B») - c^k^b* - ffa^) = o 

per cui supposto A > B, ed Ai > Ba , o viceversa si otterrebbe un valore 
reale pel semiasse e. 

3? Intraprendiamo delle indagini sulla quadratura di questa curva^ il che 
si ridurra a cercare quella porzione di superficie ellissoidica compresa fra il 
vertice del semiasse e, ed il perimetro della curva. Per la quadratura di una 
superficie curva si ha la formola generale 



^'jhWHmm 



Ripreso il valore di z espresso per x^jr^ per le derivate pai*ziali si trae 



— <83 — 



= + ^ — ... . — ^^ . :ì-= +. 



dx ~ ahyl{ab^ -h*x* - t^f) ' dj - ab^(aV - b*x* - aY) 
d'onde si ottiene per l'integrale 

"°^J/"^ ^ \/{a'b'-b'x'-aY) • 

Per poter eseguire una prima integrazione ai valori di :c, j^ dati pel cilindro 
ellittico 

jtr = A cos e , ^ = B sen 

converrà associare una nuova variabile p compresa fra i limiti = 0, ,0 - 1, 
in guisa da prendere 

X - p A cos , ^ =5 p B sen 9 

allora indicando con x', y le derivate rispetto a p , e con jc, , jr^ le deri- 
vate rispetto a 9j ed alPelcmento djc djr si sostituirà il nuovo elemento 

(xjr, - jcj) dp do. 
Ora abbiamo 

ar' = A cos , 7", = p B cos , jc, = - p A sen e , y = B sen 
d'onde 

e si avrà il nuovo integrale 

AB rr j^ \/[a^b'^[ 6^(c^ ~ a^)A^cos'fl ->• aV >y)B" sen'gjp "] 
ab Jf ""P "^ \/{a'b' - 6y A^ cos^e - ayh' sen'e) . 

Una prima integrazione rispetto a 6 si potrà sempre eseguire o per logaritmi, 
o per archi di circolo : e ponendo p^ ^ Uj esso prende la forma 

AB 



S- 



JJ V^(M, + N,«] 



2 ab JJ ^(M, + N,m) 

ed ove per brevità 

M - a*6* , N = 6*(c* - a*)A*cos»e + a<(c* - 6»)B»sen*e 

» 

M,« rt V , N, = -(6^A^ cos'è 4- a*B^sen*e). 

L'integrazione rispetto a py od.u si dovrà fare fra i limiti u^o^ u = ij ed 
in appresso per 9 fra i limiti 6 = 0, 9 « | tt per la quarta parte della su- 
perficie. 

4? Per Tintegrazione rispetto ad u poniamo adunque 



184 



J v(M, + N,«) 
esso si decomporrà negli integrali 

y ^ f da r uàu 

Jv/[(M + N«)(M. + N.u)]'' Jv/[(M4.N«){M. + N.,*)]- 

Di più se per il prodotto dei due fattori pongasi 

si ha dalla riduzione degli integrali 

Judu ^(a + pM 4- yii^) j3 r du 

^(a + (3w + yw*) y fy J ^{a + (3w ■♦- y«t*) 

Di qui posto per brevità U = a + ^w + yw* , si ha 



ovvero 



Jv/U N, sN. Jv/U 

V^ (MN, - M,N) rd« 



Ora per l'integrale del secondo membro si ha 



Còu _ 

Jv/u" 



ì . - 2ytt- S 

Arc.tang 



V/U v^-y *'2v/-y. v^U 
od anche 

Jde^ * A , / 2ya -^ j3 \ 

Avremo adunque 

^ _ v/(« -^ P« ^ yu') _ (MN. - M.N) .^^ / 2y« ^ P \ 

N, 2N.v/(-NN,) •' n2v/(-NN,)s/(«+(3«^7«V" 

Facciamo successivamente a = l , m = o , e si chiamino V, , Vo i respettivi 
valori di V, si avrà 

v/(«-^P^y) (MN.-M.N) j_/__iLl^___\ 

N, 2N. v'I-NN,) ^VV(-NN,)v/(« + (3 + y)/ 

v/« (MN.-M.N» ,„„, / P \ 

" N. 2N. v/(- NN,) ^ Wi- NN.) v/«/ 

Sostituiamo nuovamente i valori di a, /3, y con avvertire che 



— 185 — 

«+j3 + y = (M + N)(M, +N,), 

« si faccia la differenza dei valori di V, , e V^ otterremoL l'integrale definito 
V compreso fra i limiti r^^o, i^ = i, vale a dire 

v/[ (M f N)(M.->. N.)] ^(MM.) 
N, N. 

(MN. - M.N) / M.NfMN. \ 

2N,v^(- NN.) ^" V2v/(MM,)V(- NN,)/ 

(MN,-M,N) , / M,N+MN, + 2NN, 



sN. v^(- NN 



La / M.N + MN, + 2NN, \ 

.) ^'•*^- '*'"S V2v/[(M+N)(M. -. N,)]. v/(-NN.)|- 



Per la sostituzione poi dei valori di M, N, M, , N, si riduce la V ad una 
funzione dell'angolo d, per cui il valore della superficie S viene riportato ad 
un integrale definito semplice» cioè 

e per Tintera superficie 



ab 



I: 



ìì nuovo integrale definito si ridurra a calcolare quattro altri integrali defi- 
niti, come si scorge dal valore di V, e tre solamente dipenderanno dai tra- 
scendenti ellittici. 

5? Prepariamo nelle differenti loro composizioni i valori dì M, N, M, , N, , 
•si avrà primieramente 

M + N = 6* [ «* + (e' - a')A'] cos»fl + a* [ i»* + [c' - 6*)B"] sen'9 

M, + N, = 6* (a - A*)cos'0 + a{b* - B»)sen"e 

MN, - M,N - - a'b' [6* (rt* + c')A'cos»0 + a^b' + c")B'sen'e] 

MN, + M,N = ab" [6* (e* - 2a')A»cos'0 + a*(c' -2Ò')B*sen»e]. 

In essi pongasi per brevità 

oc' = 6* [a* + (e' - a')k'] , (3» = a* [6* + (e» - b*)B'] 

«* = b'{a' - A») , (3 J = d'ib' - B') 

p' = b^{a + c»)A» , 7* = a^(b' + c»)B* 

p] = b^(c' - 2a')A' , ql - a*(c» - 26«)B' 
avremo per i medesimi 



— 186 — 

M + N = a*cos*fi + (3'sen*fi , M, •*■ N, = «J cos'O + |3; seu'O 
MN. - M.N = - aV(p»cos*9 + qhen'0) 
MN, + M,N = a'b'{p\ cos'fl + ql sen*e). 
Di più per il valore di N potremo ancora fare 

al = aV - ^') . *I - ^Hc'- a') 

onde sia ■* 

N = 6J A » cos'è + fl J B' .sen*9 , N. = - (6*A' cos*e + «* B* sen^O) 

e quindi 

NN, = - (b\ A* cos'è + a\ B* sen*e)(6*A* cos'è + rt*B* seD*e). 

Ciò posto se facciasi 

^" n; ' " — NT" 

MN, - M,N / M,N •)• MN, \ 

2N. v^(- NN.) **'"SVV(MM.) v/(- NN.)j 



N, -M,N / M,N + MN. -h aNN. \ 

, v/(- NN,) ^'''=' **"^VVC (M + N)(M, - N.)] V(- NN,)j 



., MN, - M,N 



per integrare Vdd , avremo da fare la somma degli integrali 

/V d9 =/G de ^ / H de +/L de -/K de 

ed ora ciascuna integrazione si dovrà eseguire fra i limiti e = u, 6 — ^ k. II 
secondo degli integrali h assai facile : infatti avvertendo essere MM' = a^b^j 
avremo 



J Jb'h* cos'è -t a 



'B' sen'e 
e presi i limiti ir =i o , tt a ^ porge 



i 



H de = - crlr --3 = • — 

rt& AB 2 AB 2 



ed è il solo degli integrali esprimibile in termini algebrici. 
6? Venendo all'Integrazione deT primo termine, cioè 

1g de = - p^ v/(«"cos'e ^ p^sen'e). v/(«^ cos^e 4- i^\ sen^e) 
J " J fr'A* cos'è ^. rt=»B' sen*e 

pongasi 

tang.e = m tang.(j> 



— 187 — 
ed ove m è un'indeterminata, si avrà 

. md© , cos^cp 2 w^sen^o 



cos 9 + m^sen <p cos 9 + m^sen^^ cos*(j> -*• m^sen^cp 

d'onde per la sostituzione 



h'-^ 



Disponiamo dell'indeterminata m in modo da essere ^\ m^ =^ a^ , ovvero 



«»2 



»\ y(a» - A') 
si avrà per Tiategrale 



'J 



.2 /a» 



:J sen*<p) 



che dipenderà' dalle funzioni ellittiche di terza specie , come si vedrà dopo 
la decomposizione della frazione composta in frazioni semplici^ e con portare 
il radicale nel denominatore. Sostituiamo a quest*oggetto i-sen^f invece di 
cos*(p, e pongasi per brevità sen'(p = ì; , è chiaro che il coefficiente razionale 
di d^ sarà la frazion composta 

ed avremo per la decomposizione 

[K + («1 - P> ] [*• A' pj + («* B» «» - 6' A' p>] 

P 

~ (3J + («» - (3J)«; " 6* A* p* + (a* B» a\ - 6» A* pj)f 
d'onde dal confronto 

ò' A* p* P + Pi Q = «• Pi , (a' B* «i - b' A» BJ) P + K - PJ)Q= «J P* -«*P1 • 
Eliminando Q con la moltiplicazione dei coefficienti^ e con la sottrazione si ba 

[i'A'PlK-PÌ)-Pt(a*B*ai-6»A'PÌ)]P = «*Pi(«J-|3J)-Pi(«Jp»-«»(3|) 
d'onde 

P. -*-P^ . 

Nella stessa guisa, elimando P, sarà 

25 



— 188 — 

Di qui si trae 

6' p' A» - a' «' B' 

Avremo adunque per l'integrale in questione 
J è» A' - a» B^ J(pJ cos*(p + ce^sen*(p) v/^[ («'(3J cos*<p + a\ /3" sen'9) J 

6» A* - «^ B' J (6^ A'pJ cos'9+a^ B^ «J sen» v/[ («'l^J cos> + «J |3^sen» ] 

Ciascuno degli integrali del secondo membro tanto indefinito, quanto definito 
appartiene alla funzione ellittica di tei^za specie dello stesso modulo , e di 
difierente parametro : le differenti relazioni, che nei diversi casi particolari 
potranno aver luogo fra le costanti a, 6, e, A^ B, ci potranno far conoscere 
le speciali forme del modulo, e dei parametri, per cui tralasciamo d'indicarlo 
nella formola generale. 

7? Per le riduzioni, che riguardano l'integrale / L dO sostituisco per ora 
solamente 

M,N + MN, « a^b^ {p\ cos^e + q\ sen^e) 

^MM' = a*b^ , e pongo di più —j-- in 

si avrà 

|L de°l T,, ' ' r Are. tang ( —i^ — ,, ^,1\ ide . 

Qui pure possiamo fare una sostituzione 

tang 6 =11 tang &) 

il che potrk far scomparire uno dei fattori di secondo grado contenuti nel 
radicale quadrato, ed avremo similmente 

j^ f* d« cos^w - u^ sen^&i 

«^ = — l 3 — 5" » c«s*e = — ' 5 — ;- , sen e = — f ; — 5- 

cos 0) 4- |Li sen w cos w f fx sen^w cos w + /uirscu « 

e perciò 

m, - M.N = - a'b^ ^^' ^°^;" ^Py T"'^ , 

cos 0) + fx' sen w 



-NN.= 



— <89 — 

9 2 ,^ p! cos'w + ql w* sen'w 

u! cos e + a. sen e = ^ 3 \ » » 

'^' ^ cos u + ft sen w 

(6» A" cos'w + a* B» fx* sea"«) 
COS tó 4- yr sen w 

(6J A' cos^o) + aj B" f** sen<^){b^ A* cos'« + a' B* fx' sen'co) 



(cos^o) + fx sen^w) 
Disponiamo dell'indetermÌData fx in modo da essere 

si avrà primieramente 

__ -6" A' ^^ 6*AV&JA»cos^) + aJBV"s€nM 

cos 6) + n* sen^w (cos o) + /ut sen'6)) 

d'onde 

r al?' r {p^ cosmea ■»• y^ fx* sen*a))(cos'a) + fx* sen^(a)da) 

J " 26^J 6 A v/[ {b\ A* cos*J + a J B* fx^ sen*a>) ] (cos^w + fx» sen'to) 

/ m(/p* cosato + y ^ fx' sen^co) \ 

X Are. i^n^y ^^ ^j.^, ^, ^^^,^ ^ ^, g, ^, ^^^,^-| J. 

In quest'ultima formola derivando rapporto alla costante m^ si potranno ese* 
guire le integrazioni rapporto ad cuy e qiiindi reintegrando rapporto ad m en- 
tro i limiti m » , m «= —r 9 se ne farà la riduzione alle funzioni ellittiche: 

ab 

ma tutte queste operazioni forse si eseguiianno con più facilità nel medesi- 
mo integrale JLdO -, il che ci basterà di avere indicato. 



f90 



NOTA CRITICA SULL'ANORMALITÀ* DI UN'ORGANISMO 

CRITTOGAMICO. 

DELLA SIG*' CONTESSA fe. FIORINI-M AZZANTI. 



I 



1 Colosseo infra tutte le stupende rovine di Roma s'innalza maestoso qual 
gigante, e la severa nudità dì sue vetuste mura veniva ricoperta dall'incanto 
di lussureggiante vegetazione, e di vario pinti fìori ; così in esso non solo 
lo storico, l'archeologo, l'artista trovavan pascolo alle loro investigazioni, ma 
eziandio vel trovava il naturalista, e più spezialmente il botanico; onde già 
una florula del Sebastiani, ed altra più recente dell'inglese Deakon, fatta però 
più per allettare l'occhio volgare con figure di esagerati colori, anziché per 
amor del vero. Taccio della vaghezza degli esteri visitatori a prenderne, e 
recarne seco un qualche frustolo a grata ricordanza. Ma il culto di Flora in 
quelle venerande mura era limitato al regno delle Fanerogame, e punto pe- 
netrava ne'misteriosi e minutissimi organismi della crittogamia. Soltanto nelle 
parti settentrionali , inaccessibili ai raggi del sole , veniva talora avvertita 
una crosta biancastra, o cinerognognola distesa sui muri, o ascosa nelle sue 
cavita: ovvero sparsa ìnsulle boraccine. Essa richiamò l'attenzione del celebre 
chimico Davy che ne tenne discorso con V illustre Dott. De Matthoeis. Ma 
ninno, per quanto mi sappia ne formò oggetto di studiosa osservazione. Fa- 
cendo io quivi raccolta di piante non tralasciava rivolgermi ai microscopici 
esseri che si piaccion vivere spezialmente allorché la natura sembra sospen- 
dere le funzioni di vita. Prendeva a considerare il tallo della menzionata cro- 
sta , e la vedeva costituita da un agglomeramento di granuli di un verde 
allegro producenti brevi filamenti biforcati; e ben mi avvedeva non essere spe- 
cie autonoma, bensì atipica; e cercandone la storia, trovava aver subito va- 
rie fasi di collocamento, e di nome, imperocché giudicata da uomini insigni 
ora fungoide, ora lichenoide, e perfino algoide. 

Tra i micetologi verrò primieramente innanzi con l'illustre Link, il quale 
nella sua opera micologica, nell'ordine degli Ifomicetij ne chiamò il genere 
Sporothricunij dicendo « in his difficillime dicitur an sii fungus propriuSy 
» an initium alias fungi. K dopo la frase specifica di Sporothrìcum latebra- 
:u rum ne segue tal diagnosi » longe lateque serpit : caespites i— 2 lineas 



— 491 — 

crassos constituens pnhere farinaceo instratos. Magis persistit , ac reli- 
quae speciesj hinc ad lichenes relatum. 

Questo chiarissimo autore adunque stabilisce essere un fungo; e il suo dub- 
bio cade soltanto sull'essere o un primordio, o un fungo proprio; ed accenna 
per la sua durata essere stato riportato ad un lichene. 
L'Agardh a seconda del Dilwin, e di altri la considerò un'Alga nel suo si- 
stema Algaruniy e la disse Confer\^a puheria. 

Tra i lichenologi il celebre Acharius la produsse nelle varie sue opere; e 
nella Sinossi metodica dei Licheni ne chiamò il genere Lepraria: definendolo: 
receptaculum universale crustaceo-puheraceum expansum^ adnatum^ uni- 
forme , partiate nullum , vel ignotum. Indi Lepraria latebrarum : crusta 
crassa j puhinata^ grisea^ e pulvisculis in glohulos puhera,ceos conglome- 
ratis composita. Nella Lichenografia univei*sale la disse Lepraria incana ^ 
latebrarum. Pulveraria incana Meth. Lich: e Lichen latebrarum altrove. 
E nelle sue osservazioni dice: « vix a Lecidea incana (Lepraria incana Lich, 
» Univ. originem ducit, et tantum aetatis fUia est. » 

Ed ecco che ora ci andiamo avvicinando alla natura del vero, e con, qual- 
che grado ancora giungeremo a sua meta, merc^ la scorta principalmente del 
chiarissimo Fries che nella sua Lichenografia Europea la riporta alla varietà 
|3 sterilis della sua Parmelia lanuginosa-^ ivi notando che altri autori pon- 
gono la specie tra le certe, affini alle più perfette, ma di altra serie. E nella 
citata sua varietà ne riporta i diversi sinonimi. Ed avverte che niun circo- 
spetto abbia a riportarla a specie- definita, non avendo nulla di determinato, 
ma solo sottostante alla moltitudine dei diversi Licheni liberi. Loda l' illu- 
stre Wallroth nell'aver detto che dal tallo fogliaceo delle Cladonie sien de- 
rivati i citati sinonimi ; ma però aver errato nel riporlarlo alla sua Par^ 
melia lanuginosa. 

Di poi il chiarissimo Schaerer nell'enumerazione critica dei Licheni Euro- 
pei forma appendice con sezione dei Licheni crostacei ad ignoti apotecì; e nota 
ch'essi similmente offrono o i primordi di altri, o lo stato anormale di essi; 
e il nostro chiama Lepra aeruginosa |3 latebrarum Acharius; e dubita esser 
tallo deliquescente delle Cladonie. 

Mi taccio sopra altre autorità anche più recenti intorno la sua natura li- 
chenoide; e in mezzo alle sentenze di si preclari autori oserò, portare l'umile 
contingente di mie opinioni ed osservazioni. Tallo deliquescente, o in disfa- 
cimento non potrà dirsi, siccome quello che non ha subito alcuna influenza 



— 192 — 

fìsico-chimica che ne abbia iatimamente alterato l*organismo^ ma che per se 
stesso anormale di suo principio o restasi tale, o trapassi ad altri stadi bio- 
logici nella serie cui h destinato. Allorché nelfanno scorso presi a conside- 
rare siffatta produzione, tra i molti saggi che ne trovai: una mi presentava 
il tallo incipiente della Cladonia pyxidata ; ed altro della Lecidea Saba- 
letorum 8 campestris^ la quale avea primordi di apoteci. Questi due esempi, 
quantunque isolati, con l'appoggio validissimo dei già menzionati autori m^ìo- 
ducono alla certezza che debba tale organismo considerarsi anormale, e co- 
stante in tale stato ne'luoghi inaccessibili al sole, ma che posto in miglior 
condizioni trapassi a specie perfetta , ma non determinatamente , beasi 
airuna, o alFaltra dei si numerosi e svariati Licheni, quasiché la natura vi 
piacesse scherzarvi; però ogni meraviglia cesserà allorché si rifletta che negli 
inferiori organismi essa non è mai fissa a certo tipo , ma che diversissima 
trascorre nelle forme esterne. 

E tornando all'anormalità delF oi*ganismo in discorso, mostrandosi questo 
costantemente tale sotto sfavorevoli condizioni di svolgimento, stimerei ap- 
plicargli un nome che lo distinguesse, e proporrei quello di Idcken atjrpi- 
cum latebrarum : Thallo plus minus expanso , leproso-flocculoso : granulis 
coacervatis sphaericis viridibus, brevia filamenta apice biforcata emittentibus. 

Hab. In amphiteatro Flavio, nec non in cryptis, et in locis soli imperviis. 

Non ho potuto in quest'anno rinnovare le mie osservazioni, poiché impe- 
ditemi dall'oltraggio di chi per falsa idea di conservazione stimò denudare 
le venerande Mura; e con questo togliere al meraviglioso monumento la poe- 
sia del suo vegetale ornamento non solo nellappariscenza delle Fanerogame, 
ma eziandio nelle umili produzioni della Crittogamia, che inavvertite o ne- 
glette dai volgari, rivelano al micrografo botanico nuovi misteri , e nuove 
meraviglie della* creazione. 






— 193 — 

SULL'INTENSITÀ* DELLA LUCE SOLARE E DI ALTRE 

SORGENTI LUMINOSE. 

NOTA 

DEL P. F. S. PROVENZALI 



P 



rima di esporre le osservazioni da me fatte col nuovo fotometro sulla luce 
del sole e di altre sorgenti luminose, credo cosa necessaria di notare che i 
due termometri dei quali sì compone il fotometro debbono essere costruiti 
colla medesima qualità di vetro; perchè l'esperienza mi ha mostrato che la 
diversa qualità del vetro altera talora notabilmente le indicazioni relative dei 
termometri. Avendo io esposto ad una medesima sorgente di calore oscuro 
tre termometri a soluzione satura di iodio con bulbi dello stesso diametit) , 
ma fatti con tre diverse qualità di vetro, le variazioni apparenti de* volumi 
liquidi furono come i numeri \ ; 1,3 ; 1,5. Tali differenze credo si debbano 
principalmente attribuire alla diversa diatermasia de' vetri. Già il Melloni nella 
sua termocrosi aveva fatto osservare che le varie specie di vetro anche ugual- 
mente trasparente hanno spesso diversa facoltà di assorbire e trasmettere il 
calorico oscuit). Più recentemente Tyndall , dopo avere arroventato una la- 
mina di platino per mezzo di un fascetto di raggi oscuri fortemente concen- 
trato da una lente , vide che una lastra di vetro da finestre interposta fra 
la sorgente di calorico ed il platino ne indeboliva di molto l'incandescenza, 
mentre da una lastra di altra qualità di vetro l'incandescenza del platino non 
era sensibilmente indebolita e da una terza lastra di vetro nero affatto opaco 
io era meno che dalia lastra di vetro da finestre. L'effetto della diversa dia- 
termasia del vetit) sulle indicazioni de*termometri a me pare che non dovrebbe 
essere trascurato anche nelle osservazioni che si fanno in mete reologia coi 
termometri a mercurio. Supponiamo p. e. che il vetro di un termometro a 
mercurio assorba 60 e il vetro di un altro termometro parimenti a mercurio 
assorba 35 per loo del calorico incidente, ed ammettiamo che il vetro di am- 
bidue i termometri ne rifletta is ed il mercurio 77. Sopra 100 di calorico in- 
cidente il mercurio del primo termometro ne assorbirà 5,06 e quello del se- 
condo 10,81. La maggiore quantità di calorico assorbito dal mercurio del se- 
condo termometro non potendo in generale ricevere un adequato compenso 



— 194 — 

dalla minore quantità di calorico assorbito dal vetro e comunicato al mer- 
curio per via di conducibilità, ne segue che i due termometri esposti nelle 
medesime circostanze ad una stessa sorgente di calorico raggiante non daranno 
la medesima indicazione. 

Vengo ora alle osservazioni da me fatte col nuovo fotometro nel passalo 
mese di maggio sulla luce solare diffusa e diretta. La mattina fino verso la 
levata del sole i due termometri hanno segnato a un dipresso lo stesso grado; 
il medesimo e avvenuto la sera cominciando da mezza ora circa dopo il tra- 
monto del sole. Alle ore 8 della mattina in una sala del gabinetto di Fisica 
a finestre chiuse la differenza media dei due termometri e stata 0"*; 2; la mas- 
sima o'',4 a cielo quasi perfettamente sereno e la minima o'',i a cielo tutto 
coperto da nubi. Alle ore li la differenza media dei due termometri è stata 
0°, 3; la massima 0^,5 a cielo parzialmente annuvolato e la minima o%i men- 
tre pioveva dirottamente. AH aria aperta tali differenze, come era da aspet- 
tarsi, le ho trovate maggiori e più variabili : cioè alle ore 8 hanno variato 
da o'^jS a o%7 ed alle h da 0^,5 ad 1? Nel tempo della massima differenza il 
cielo era sparso di cumuli fortemente illuminati, ed in quello della minima 
era offuscato da nebbia mólto folta. La media delle ore 8 all'aria aperta è 
stata o%s e o'',? quella delle il. Nel trasportare il fotometro all'aria aperta 
ho più volte osservato un fenomeno al primo aspetto assai curioso, cioè che 
i due liquidi termometrici caminavano in vei*so contrario^ il mercurio scen- 
deva e la soluzione di iodio saliva. Ciò accadeva perchè all' aria aperta la 
temperatura era un poco minore e l'intensità della luce molto maggiore che 
all'aria chiusa. Nelle ore pomeridiane quando la sala del gabinetto era illu- 
minata dai raggi diretti del sole trasmessi per i vetri delle finestre» la diffe- 
renza dei due termometri è stata sempre di poco minore che all'aperto, seb- 
bene fosse assai diversa la temperatura all'aria chiusa ed all'aperto. Arrivati 
poi i raggi solari a percuotere direttamente il fotometro la diffeienza è giunta 
fino a ^°; quantunque il sole fosse allora parzialmente coperto da nuvole. 

Quanto alle radiazioni dirette del sole all'aria lihera, alle ore 8 la diffe- 
renza media dei due termometri esposti al sole nelle giornate serene è stata 
di 5**,i ed alle li di t",?. Paragonando fra loro queste differenze abbiamo il 
rapporto di i: 1,5. 11 medesimo rapporto prossimamente si ottiene anche dal 
paragone delle diff*erenze 0,5 e 0,7 nelle medesime ore ottenute alla luce dif- 
fusa dell'aria aperta, e dalle altre 0^2 e 0,3 avute alla luce diffusa della sala. 
D'onde consegue che l'intensità della luce indicata dal focometro è cresciuta 



] 



— 195 — 

dalle ore 8 alle li nello stesso rappuilo di i:i,d lauto allaria chiui»a che al- 
l'aperto e al sole. Se non m'inganno abbiamo in ciò una prova che il nuovo 
fotometro h veramente idoneo a indicare l'intensità della luce indipendente- 
mente dalla temperatura assoluta delle radiazioni; poiché il rapporto fra le 
temperature medie delle ore 8 e delle li nei medesimi giorni è stato di i : 4,17 
al sole, di i : 1,10 all'aria aperta e di i : 1,03 all'aria chiusa. In una giornata 
nella quale alle ore il il cielo era quasi perfettamente sereno , V intensità 
della luce indicata dal fotometro all' aria aperta h cresciuta dalle 8 alle li 
nel rapporto di i : 3; e la temperatura nelle stesse ore non ha variato che 
in quello di i : 1,3. 

A fine poi di dare un valore concreto alle indicazioni del fotometro e con- 
frontarne i risultati con quelli avuti da altri con altri metodi, ho scdto per 
unita di misura dell'intensità luminosa la luce di una lucerna a Carcel col 
lucignolo di 20 mill. e che consuma 40 grammi di olio all'ora. Collocato il 
fotometro a 3 metri di distanza dalla lucerna (ho preso questa distanza per- 
chè e la, massima a cui con tale lucerna io posso leggere senza troppa dif- 
ficolta un libro impresso a caratteri di mediocre grandezza) la differenza me- 
dia dei due termometri ottenuta da molte sperienze h stata o*',05. Adottata 
questa unita e tenuto conto dei o,23 di luce assorbita dal mercurio, la dif- 
ferenza di un grado nei due termometri indicherà l'intensità luminosa di 24,6 
ossia dì quasi 25 lucerne a Carcel collocate a distanza di 3 metri. Riportando 
a questa unità le differenze 6%i e 3^,8 avute dal fotometro esposto al sole 
alle ore 8 nei giorni 24 e 25 maggio^ nei quali il cielo mi pareva allora ugual- 
mente sereno, si hanno i numeri 150 e 93 dai quali si vede che il giorno 25, 
sebbene la declinazione del sole fosse alquanto cresciuta e la temperatura delle 
radiazioni dirette non avesse variato che di soli 2^,5, 1' intensità della luce 
era diminuita di 57 unita. E questa una prova di più delle grandi variazioni 
a cui va soggetta la trasparenza dell'aria, anche allora che all'occhio imme- 
diatamente non apparisce. Non possiamo però lusingarci di giungere col solo 
fotometro a valutare con certezza la trasparenza dell'atmosfera, pcrchb la di- 
versa intensità della luce solare nelle medesime circostanze di declinazione 
e altezza suirorìzzontc può anche in parte dipendere dalla diversa quantità 
di calorico luminoso emanato dal sole. 

Ho fatto anche delle spericnz^ sulla luce fosforica su quella delle scariche 
elettriche sotto forma di pennacchio e di bagliore non visibìli che nell'oscu- 
rità e sulle radiazioni lunari: a tutte queste luci si e mostrato sensibile il 

• 2G 



— 496 — 

fotometro. Quanto alle radiazioni lunari fino dal giorno 17 della luna d^aprile 
air osservatorio del Collegio Romano col rifrattore dì Merlz si eraoo avuti 
nel fotometro dei segni probabili di riscaldamento. Ma essendo in quella sera 
l'aria molto agitata non fu possibile prendere delle misure precise , ne cal- 
colare l'influsso che sulle indicazioni dell'apparato potevano esercitare le cause 
perturbatrici. Ho perciò ripetuta l' esperienza in una camera affatto chiusa 
ed espressamente fabbricata alcuni anni or sono per l'esperienze di ottica (i). 
Dietro i vetri della finestra che guarda mezzo giorno ho collocato una lente 
biconvessa del diametro di 247 mill. e nel foco della lente il bulbo di un 
termometro a soluzione di iodio colle divisioni della scala grandi a segno da 
poter discernere con facilita i centesimi di grado. Era il giorno 16 della luna 
di maggio fra le io e le 12 della sera e molte nubi alcune anche assai dense 
ingombravano il cielo. Ad ogni nube che passava innanzi alla luna il liquido 
termometrico si abbassava e tornava a sollevarsi quando la luna si scopriva 
La variazione della colonna liquida allo scoprirsi e coprirsi della luna giunse 
fino ad > di millimetro che in quel termometro corrisponde ad j^ di grado 
centigrado. Questo numero è un poco maggiore di quelli ottenuti da altri spe- 
rimentatori , ed ora siamo appunto nella stagione in coi la luna meno si sol- 
leva sull'orizzonte; ma in cosiffatte sperienze non possiamo sperare una per- 
fetta identità di risultati. Lintensitk luminosa corrispondente ad j^ di grado 
nd mio fotometro equivale a circa | della luce presa per unita di misura. 
Stando all'impressione che fa la luce sui mici occhi un tale valore non mi 
sembra troppo grande. 



(1) Questa camera fu fatta erigere nel 1863 dal P. Alessandro Ponza a cui andiamo anche de 
l)itori della maggior parto delle macchine che possiede il Gabinetto Fisico. 



— <97 — 

J)1M0STRAZ10NE RAZIONALE 
DELL* ISOCRONISMO DEL PENDOLO 

PROPOSTA 

DA FRAIVCESCO REGNAPil 

PROFESSOME DI FISICA NEL LICEO DEL PONTIFICIO SEMINARIO ROMANO 
E NEL COLLEGIO URRARO DELLA PROPAGANDA 



È 



notlssinio a tutti i Matematici quanto sia prolissa e faticosa pei prin- 
cipiaDti la dimostrazione razionale^ che suol recarsi nelle Istituzioni di Fisico- 
matematica a provare i' isocronismo del pendolo. 11 perchè a liberarne gli 
esaminandi spesso vuoisi esigere da essi o la sola asserzione della verità della 

formola T = tt v/ — ' dalla quale l'isocronismo è reso manifesto; o semplice- 

V g 
mente la prova sperimentale. E questa sola infatti e richiesta dal regio De- 
creto 10 Ottobre 1867, nel quale vengono prescritti i programmi per V inse- 
gnamento nei Licei d*ltalia. Ora trattandosi da una parte di tal verità, che 
h il fondamento di assai rilevanti applicazioni^ vuoi tecniche, vuoi scienti- 
fiche ; e dair altra essendo tanto poco soddisfacente l'argomento puramente 
sperimentale , e meno istruttiva V invocazione memorativa della pronunziata 
formola ; dee certamente venire opportuna una prova che sia ad un tempo 
ragionale, facile, e matematicamente giusta. 

Per quel die io mi sappia non vi anno che due dimostrazioni , le quali 
prescindano dalla ricordata formola , e perciò riescano chiare e brevi. Esse 
jirincipiano dallo stabilire la proporzionalità, che in archi circolari piccolis- 
simi deve pur ritrovarsi fra i singoli archetti elementari e la relativa forza 
aoceleratrice della gravita. Poscia. imaginano divisi nel medesimo numero di 
archetti uguali i due (sempre per altro piccoli) archi circolari, l'uno duplice 
dell'altro, percorsi da due pendoli della stessa lunghezza. E finiscono col di- 
mostrare l'uguaglianza dei tcmpetti impiegati da ambidue i pendoli nel per- 
correre gli archetti omologhi. La principale difl'erenza fra le due dimostra- 
zioni sta in ciò che l'una (i) suppone unifonne , V altra (2) uniformemente 
vario il moto in ciascun archetto elementare. Ma ciò che a me sembra nota- 
bile si è che Tuna e l'altra si limita a valutare il solo primo tempetto; sup- 

(1) Vedi Daguin, Traile élémentaire de physique. Tome premier S» 112. 

(2) Vedi Venturoli, Elementi di Meccanica, % 287. 



— 198 — 

potieiido così, seaza provarlo, che nei successivi nulla debbano influire sulla 
legge dei moto le velocità preconcepite negli antecedenti. Io, pensando che 
possa giovare Tabituare alfesattezza gli studenti di una scienza, che esatta 
si appella per antonomasia, introduco nel calcolo le velocita iniziali; senza 
rendere ne molto più lunga, nh più difficile la dimostrazione. Ma per rioscirvi 
non cerco più, come gli altri fanno, i valori dei tempetti elementari, ricerco 
invece i valori degli archetti percorsi in uguali tempetti, e propongo di con- 
durre la prova così: 

Chiameremo a , a' i due archetti percorsi nel primo tempetto r dai due 
pendoli di ugual lunghezza, Tuno dei quali venne elevato dalla verticale dei- 
Parco a, e l'altro dell'arco n . a, rappresentando n un numero qualunque in- 
tero o fratto , sotto condizione per altro che ne a , ne n . a superi li due 
gradi. Posto ciò è certamente permesso di considerare come uniformemente 
accelerato il molo dei pendoli in ciascuna unita t di tempo. E però gli spazii 
ne verranno dati dalla formola 

ove g rappresenta la gravita relativa all'estremo dell'arco di elevazione del 
pendolo. Ora la forza acceleratrice g h uguale al prodotto g . sen • a, essendo 
g la gravita assoluta; come si mostra con una semplice avvertenza trigono- 
metrica (i) del tutto analoga a quella notissima usata per la discesa dei gravi 
nei piani inclinati. Di più, trattandosi di archi piccolissimi, nei quali i seni 
si confondono fisicamente coi rispettivi archi, potremo ritenere 

formola^ che evidentemente esprìme la proporzionalità fra la forza accelera* 
trice g e l'arco x da percorrersi. Sara dunque 

ed anche 

a : 9 :: ^ g • a , r^ : j g . n a , 'c^ 

Ma siccome r rappresenta l'unita elementare di tempo, avremo 

9 : 9 :: ^ g . a : \ g . n a :: i :n 

Dunque i primi archetti 9, 9 percorsi nella prima unita di tempo t sono come 
gli archi interi oe, n oe, uno ennuplo dell' altro. E perciò saranno parimenti 



(!) Vedi Regnani Elementi dCFi$ica univer$aU^ Tomo IV, $. 34. 



-i ^ 



• ••. 

- • u 



~ 199 — 

uno eunuplo (Jell' altro i residui archetti a^ , che restano a percorrersi fino 
alla verticale. 

Passando ora alla seconda unita r di tempo, e volendo tener conto delle 
velocita iniziali t^, dovremo invocare la formola 

e;- Ora le velocita finali dopo il primo tempetto di moto uniformemente acce- 

lerato debbono avere fra loro la stessa ragione, che anno gli spazii percorsi 
nella stessa unita di tempo; e nel caso nostro come i : n. Per lo che po- 
tremo affermare 



■«.-.e, i' 






f.' 



*' -^ 



. 2 



h 



11. •• 






l 7^ 
1 



0", : 0-/ :: p T + I g . a, T* : /i 1/ T + -| g . /i a, T* 



E poiché i due pendoli impiegano il medesimo tempetto r a percorrere i 
loro rispettivi archetti a, , a\ ; sarà 

<T, : or/ :: (i' + i g . «,) : (i' + i g «,) n :: ì :n 

Al modo medesimo i due pendoli entrano a percorrere il terzo archetto a^ , 
o a/ <^<>lld prima velocita preconcepita i^j o nv^ e piiì con una seconda ve- 
locita iniziale v^ concepita durante il secondo tempuscolo; e questa pure deve 
trovarsi nei due pendoli nella ragione ^essa t : n delle due velocità dei se- 
tróii condi uguali tempetti. Perciò da capo 

E finalmente 



Per la qual cosa la proporzione medesima vigera per tutte le successive unità 
di tempo, e le oscillazioni intere debbono riuscire isocrone. 

Dalla quale dimostrazione si può trarre come corollario la legge dell'iso- 
cronismo per tutti quei moti, fossero pur rettilinei, o uniformemente, o solo 
regolarmente varii, nei quali la forza acceleratrìce continua trovasi in ogni 
punto proporzionevole agli spazii. Concetto, ehe non solo esprime la legge 
in tutta la sua generalità; ma ne manifesta eziandio la ragione intrinseca e 
filosofica. 



— 200 — 
CENNI BIOGRAFICI 

DEL PROF. AB. D. SALVATORE PROJA 

SCRITTI DAL PROF. V. DIORIO. 

Jol giorno 20 maggio p. p. rAccademia Pontificia de'Nuovi Lincei ha per- 
duto uno de' suoi più antichi .socii Ordinarli , il chmo Prof. D. Salvatore 
Proju. Nato in Pescina (distretto di Avezzano, uelKAbbruzzo Ulteriore 2*) nel 
giorno 9 di novembre del 1800, fece in patria gli studi elementari fino al i^ anno 
di filosofia. Recatosi quindi in Roma nel novembre del 1819 attese nella Univer- 
sità Romana agli studi teologici, e nel tempo stesso a quei delle matematiche, il 
(he si poteva fare prima della Bolla Leonina a Quod Dhina Sapientia », che 
prescrisse più savio ordinamento di studi. Frequentò le scuole della Univei*sitk 
medesima dal novembre 18I9 a tutto il novembre 1825, nel qual tempo ebbe nelle 
dette facoltà i gradi o magisteri, e concorse ai premi o medaglie^ ed ebbe 
quella d'oro in fisica sacra, e laltra che allora davasi nei concorsi accademici. 

Nel luglio del 1824> avendo compiuto il corso teologico, fu in questa facoltà 
laureato ad honorem a pieni voti, ed ottenne la pensione di scudi 30 annui, 
solita a conferirsi a quei che maggiormente eransi distinti ne'sacri studi. 

Nel 1822 prese la tonsura e gli ordini minori, e tra il 1823 e 1824 fu assunto 
al suddiaconato e diaconato. Nel Sabato Santo (i7 di Aprile) del 1824 si ordinò 
sacerdote nella Basilica Lateranense; quindi cominciò il corso di legge, che in* 
terruppe^ perchè chiamato a Rieti da Monsig. Timoteo Ascensi, già suo maestro 
di morale , che nominollo Professore di filosofia nel Seminario di quella citta. 

Nel 1829 lasciando Rieti passò ad insegnare filosofia nel Seminario di Pe- 
scina sua patria, invitatovi dal Vescovo e pressalo da amici e parenti. Con- 
tinuò in tale insegnamento fino a tutto il 1833; tornato quindi nel dicembre 
dell'anno stesso stabilmente in Roma, fu nel 1833 nominalo ripetitore di filo- 
sofia e teologia nel Collegio Pamphily. Neil' aprile dell'anno medesimo ebbe 
anche la nomina di cappellano dall'Eccma Casa Doria Pamphily^ patrona e 
sostenitrice di quel Collegio in S. Agnese a Piazza Navona. 

Nel 1834 fu nominato sostituto alla cattedra di fisica sacra nella Univemlà 
della Sapienza, allora occupata dal Professore D. Feliciano Scarpellini, cattedra 
per altro che mai non ascese, essendo stata soppressa colla morte di questo 
Professore, avvenuta nel giorno 29 di novembre del 1840 (i). 

(1) INTORNO II ALLA \ITa F ALLE OPERE || DEL PROFESSORE !| CAVALIERE || D. FELICI ANO SCAR- 



— 20t — 

Nel gennaio del 1836 concorse ed ottenne Timpiego di registratore in S. Pe- 
nitenzierìa» e quindi quello di scrittore. Per malattia agli occhi sopravvenu- 
tagli fu collocato in riposo con intera giubilazione nel i844. 

Con rescritto dei 7 di settembre del 1838 il Pontefice Gregorio XVf di S. M., 
lo nominò professore di algebra e geometria nella Romana Università. 

DairEmo Arcicancelliere della Sapienza fu incaricato di fare una relazione 
intorno alla libreria Capri-Galanti, di cui V Università trattava T acquisto, 
che poi fu fatto a consiglio di lui. 

Nel i844, essendo egli stato condotto in Sinigaglia dal Cardinale Antonio 
Cagiano de Azevedo, allora vescovo di quella citta, a fine di riordinarne il 
Seminario, egli se ne occupò tanto nel materiale quanto ncirinscgnamcnto, e 
compilò a tale oggetto un programma per gli studi che fu inserito nella cir- 
colare pubblicata in occasione della riapertura del Seminario stesso. 

Nel giorno 26 agosto del i852 fu nominalo dalla Commissione degli Ospedali 
airufìcio di bibliotecario della Lancisiaua, da lui tenuto fino alla sua morte. 

Per le produzioni del suo ingegno sali in fama ed onoranza d'uomo somma- 
mente erudito e sapiente, e perciò stesso venne desiderato socio dalle piii distin- 
te Accademie. Nel 1850 fu ascrìtto all'Accademia Pontaniana di Napoli. Fu anche 
corrispondente della Pontificia Tiberina, della Reale dì scienze e lettere di Pa- 
lermo, ecc. Finalniente pei divulgati meriti suoi, riuscì eletto nel giorno 22 
luglio dell'anno 1849 fra i 30 membri ordinarli dell'Accademia nostra (1). 

Colla soavità de'modi , e con la dolcezza ed integrità de' suoi costumi, si 
guadagnò la stima ed il rispetto di quanti il conobbero. Per la limpidezza 
della mente, per la profondita della dottrina e per la forbitezza dello stile, 
riportò lo spontaneo encomio dei giudici competenti ed imparziali, die gli 
addivennero per ciò stesso colleghi ed amici. 

Vari suoi lavori furono dati in luce negli Atti della nostra Accademia, ed 
in altre raccolte scientifiche. Un catalogo di questi lavori fa seguito ai pre- 
senti Cenni (2). 

L'aflfetto nutrito dal Proja vivente a questa nostra scientifica associazione, 

PELLINI II DI FUUGNO || CENNI || del CaV. |1 DOTT. BENEDETTO TROMPÈO || EDIZIONE SECONDA COH- 
REDATA DI NOTE |] CON UN CANTO || DI |1 ROSA TADDEI || ROMA || DALLA TIPOGRAFIA SALVIUCCI [[ 1S4I, 

pag. 3% fin. 2—11. 

(1) ATTI II dell'accademia PONTIFICIA || DE'nUOVI LINCEI || PUBBLICATI H CONFORME ALLA DE- 
CISIONE ACCADEMICA II de/ 22 dicembre 1850 jj e compilati dal 8egretarto||tomo il— anno ii.|I 
(184d) Il roma II 1867||tipografia delle belle arti HPiazza Poli n. 91, pag. 18, Un. 11—20; pag. 

1% lill. 1—3. sessione V* DEL 22 LUGLIO 1849. 

(2) Vedi più oltre, pag. 204—208.— Nella compilazione di questo catalogo ho profittato di 
notizie gentilmente comunicatemi da varii amici e parenti del defunto. 



I 



— 202 — 

ed al Sommo Pontefice che suscitolla a gloriosa esisleuza, venne da lui ad- 
dimostrato chiaramente allorquando nella Sessione del 5 marzo 1865 propose 
che fosse ad ogni Accademico distribuita la medaglia in bronzo propria della 
Accademia (i)^ siccome dietro unanime approvazione del corpo Accademico de- 
liberante venne nell'anno stesso eseguito (2). Fu mente del Proja il ricordare ad 
ogni Accademico, con quella medaglia coniata già fino dall' anno 1847, perla 
effigie venerata del Sommo Pontefice Pio IX che portava nel suo dritto, la 
gratitudine dovuta da tutti al munillcentissimo Fondatore; e per la Lince ebe 
avea nel suo rovescio, richiamare alla mente di ciascheduno il programma della 
istituzione antica, della quale il Sommo Pontefice volle rinnovato lo spirito 
insieme col nome. 

Chi mai avrebbe detto, che scorsi appena sei anni sarebbe da taluno messa 
in non cale quella memoria gloriosa, della quale si tennero prima tutti per 

sommamente onorati ? 

Il principe D. Baldassarre Odescalchi nella sua ben nota opera intitolata 
« Memorie istorico-critiche delV Accademia de' Lincei, e del Principe Federici) 

» Cesi », scrive (3) : - 

(( L'insegna dell'Accademia fu 
)} una Lince (0 sia Lupo cerviero, come hanno detto e il Fabri 
» nelle note al Becchi, e lo Stelluli in quelle al suo Persio) in 
)) atto di lacerare coi pirdi il cerbero infernale cogli occbj ri- 
» volti e colla testa al ciclo , col motto sagacius ista • la quale 
» insegna indicava che mentre sUidiavansi quelli Accademici di 
» penetrare più addentro che per lor si potesse nei secreti^ della 
» natura , intendevano di opprimere e quasi lacerare i vizj tutti 
» ed i malvagi costumi, ma che dal cielo soltanto e da Dio ogni 
» lume ed ogni scienza attendevano , la quale insegna è quella 
» appunto che incisa si scorge nel frontespizio di queste memo- 
» ne. Così quei filosofi diversi asinai da quelli dc'giorni nostri, 
)) la religione consideravano non solo come la prima di tutte le 
» scienze , ma di più come 1* unico fondamento sicuro , il prin- 
» cipio e la vera fonte di ogni dottrina ». 

A queste immutabili dottrine, a questi principìi professati dagli antichi Lincei^ 

il Proja uniformò tutta la sua vita privata e pubblica, e le opere dal medesimo 

date alla luce ne costituiscono una prova evidentissima. Che se vi abbisognasse 

(i) ATTI 11 dell'accademia PONTIFICIA H De\\' UOVI LINCEI. CCC. TqMO XVH. — ANNO XVlI. H 

(1864— 6o>, ecc, pag. 276, lin. 17—18. 

(2) ATTI 11 dell'accademia PONTIFICIA il DE'kUOVI LINCEI 1) PUBBLICATI ll CONFORME ALLA DE- 
CISIONE ACCADEMICA il del 22 dicembre 1850 1| e compilati dal segretario 11 tomo xvii. — an>o 

XVII. II (1864—65) Il ROMA II 1865 fl tipografia delle belle arti || Piazza Poli n. 9i , pag. 2T6. 

lin. 16—17. SESSIONE IV.* DEL 5 MARZO 1865. 

(3) MEMORIE ll ISTORICO CRITICHE || DELL*ACCADEMIA jj DE'lINCEI H E DEL jj PRINCIPE FEPFRICO 
CESI II SECONDO DUCA d'aCQUASANTA {| FONDATORE E PRINCIPE DELLA MEDES1MA|jracCo/<€ eSCViUeì 

DA n. BALDASSARRE ODESCALCHI 1) DUCA DI CESI. ll ROMA MDCccvi l| Nclla Stamperia di Luigi Pert- 
go Saivioni H con facoltà', pag. 14, lin. 3—17. 



— 203 — 

mia rodferina, la troveremmo noi neiratto di adesione prestato dairillustre estin- 
to all'Accademia nostra, in occasione delle ultime disgraziate vicende politiche, 
per le quali, all'insaputa del corpo accademico deliberante essa si trovò 
minacciata nella propria esistenza. 11 Proja non separandosi da quella parto 
cospicua dell'Accademia Pontificia de'Nuovi Lincei, che volle conservato col 
nome impostole dairiramortale suo Fondatore lo spirito ancora della istituzione 
antica, intervenne volenteroso alle nostre sedute. 

Se non che la tornata del 16 aprile dovea essere l'ultima di quelle in die 
lo avemmo collega e testimonio della non smentita fede. 

La lenta tabe che lo andava già da qualche tQpipo sordamente consumando^ 
effetto forse della innervazione logorata pe' prolungati studii, gli apri quasi 
senza avvertita sofferenza il sepolcro, ove pure scendendo coi conforti della re- 
ligione, si ricordò dell'Accademia Pontificia de'Nuovi Lincei alla quale si pregiava 
di appartenere, legando alla medesima per testamento due pregevoli opere della 
privata sua libreria. L'una di queste, in francese, è La Geologia e la Mine-, 
ralogia nelle loro relazioni colla Teologia Naturale^ di Guglielmo Buckland 
(Due volumi ben legati, in 8^, adorni di molle tavole) (i): l'altra, in inglese, ha 
per titolo: Esempi de metodi di calcolo differenziale ed integrale di D, F. Gre- 
gorjr (Un volume, in 8?, ben legato) (2). Il dono lasciato all'Accademia dal defonto 
collega conferma sempre più quanto intorno alla predilezione de'suoi studii ed 
alla perseverante rettitudine delle intenzioni sue venne da noi accennato. Nu- 
triamo fiducia che il suo nome sarà ricordato sempre con lode dai cultori dello 

s 

severe discipline e della letteratura. A noi intanto non resta che innalzare per 
lui una fervida preghiera al Padre Supremo delle misericordie, onde accoltolo nel 
porto della per{>etua luce ^li faccia godere in eterno quella pace che inutil- 
mente sospirò di veder regnare sulla terra, mentre diciamo alTamico e collega 
l'ultimo Kmle. 



(1) LA II GEOLOGIE ET LA >nNÉRALOGlE H DANS LEt'RS RA PPORTS i| AVEC LA TIIKOLOGIE NATU- 
RELLE, Il PAR || LE RÉVÉREND 0OGTF.UR WILLIAM BUGKXAND, i] CHANOINE DE l' EgLISE DU CHRIST , 
ET PROFE8SECR DE GEOLOGIE ET DE MIN (^BALOGIE {| A L* UNIVEBSITÉ d'OXFORD 1| tfaduit de Vzn- 
Klais PAR M. L. DOVÉRE Jl LICENCIÉ ES-SCIENCES, PROFESSEUR 9DPPLÉANT d'HTSTOIRE NATUREL- 
l,E II AL' COLLÈGE ROYaL DE HENR1-QUATRE. || PARIS , Il CROCHARD ET c'*"' , LIBRAIRE8, \\ PLACE »K 

L*AcoLE-DE-M^.DEG[NE, i3 U 1838. Duc ioinì, in-8! 

(2) EXAMPLES||0F THE PROCFSSES|| OF THE DIFFERENTI AL ANO INTE0RAL||CALCULU8 U COLLEC- 
TED IT II D. F. GREGORY, II. A.*. Il FELLOW OF TRINITT COLLEGE, il CAMBRIDGE Q PRIffTED AT THE 
UNIVERSITY PRESS; || PUBLIfBED IT J. fc J. J.>DEI«HTON; H AND R lOH.N W. PARHER , LONDON, i M. 
•ecc. TilA. In 8? 

27 



— 204 — 

CATALOGO DEGLI SCRITTI 
DELl/AB. SALVATORE PROJA 

1. 

SCRITTI STAMPATI SEPAUATAMENTt 

•1 . TRATTATO || STORICO-TEORICO-PRATICO [| di || CALENDARIO CATTOLICO || SCRITTO 

APPOSITAMENTE || DA SALVATORI^ pROiA j i>ROPEssoRE DI FILOSOFIA (1 Nel ^en. Se- 
minario de'Mai-si || per uso Mf ^dfì aìlievi |] roma || puesso A!fTONto boul- 
ZALER II ISSI. Ili 8? di 64 pagine, deHe quali 1« i'^*, 62''-64' non sono natte- 
rate, e le 7"-^i" sono nijmerat^ coi numeri 7-61. 

2. DELLA 11 DIVISIONE DEI TEWO |] IN GIORNI ED ORE || E DCGLI.OROtOGI {] €0SÌ DETTljJ 
ITALIANO E FRANCESE || COMMENTARIO || DI SALVATORE PROIA || ROMA || Tipografia 

(ielle Belle *Jrti |1 1847. In 8? di 18 pagine delle quali le i'— 3" non sono 
numerate, e le 4*-i8' sono numerate coi numeri 4-18. 

II. 

SCROTI INSERITI NELI.A RACCOLTA INTITOLATA (c GIORNALE U ARCADICO {] Df il 
» SCIENZE. LETTERE ED ARTI. ROMA 1818-1871. 211 volumi in 8.^ M) 

J}. Ricerche storico fisicìie siti lago Fucino. 

Questo scritto^ inserito nel volume intitolato « giornale [| arcaì)ico j| di || scienze^ 

» LETTERE ED ARTI || TOITO LXXU. |[ GENÌfAJO B FBMlRAJO Jj 18S4 e 1835. |{ ROMA [| KfeLU 
» STAMPERIA BEL GIORNALE ARCADICO || MIB5S0 ANTONIO OCMJLK ALE R. » (pa;g. 274, Iin. S^S7; 

pae. 275-296), ha nel volume stesso (pag. 274, Un. 1-4) il titolo seguente: 
« Ricerche storico fisiche sul lago Fucino. Memoria (j letta in Roma tieW accademia 
» dei Uncei il di ìS || agosto 1934, da SalvcUore Proja già professore di || filosofia e 
» matematica nel ven. Seminario di Rieti, » 

Lo scritto medesimo fu stampato separatamente in un opuscolo intitolato: «Ai' 

n CERCHE STORICO-TISICHE || SUL LAGO FUCINO [j MEMORIA || LETtA IN ROMA || MBLL^ACCADEMlA 
» DEI LINCEI IL Df 18 AGOSTO 1834 jj DA jj S«lLVATORB PROiA || GIÀ* PROFESSiMlB DI FILO- 
» SOFIA E MATEMATICA II NBL VEN. SEMINARIO Bl RIETI. || ROMA || TIPOGRAFIA «OULZALEE || 

» 1835. » Quest^opuscolo è composto dì 26 pagine delle quali le 1*, 2*, 26* non 
sono numerate, e le 3'-25" sono numerate coi numeri 3-25. NelFultima di tali pa- 
gine si legge: « auticolo || estratto dal giornale aucadico || nel toh. lxii. » 

4. Ceimi intorno ìa cattedra di fisica sacra neW archiginnasio romano. 



I DI II SCIBWS 
MOMA II tlPO- 



Quesio scrino, ifiserito nel volume intitolato: « «iownalb || arcadico 

» LETTBAE ed arti II tomo LXnV [j «BNN^IO , FBHiaiAIO E HAHftO {j 1838. 

» GRAFIA dbllbuell'b auti || 1838. » (pag. 106, Iin. 13*^27; pag. 1^7-109; pag. ^^^-^ 
Iin. 1-18), ha nel medesimo volume (pag. iO«, Iin. 11--I2) il titolò «egueWc : 
« Cenni intorno la cattedra di fièkkn ìiatra j) nèlt archiginnasio romano », ed è 
Ormato nel volume 'stesso '({Mig. ll«, liii. 19) « S. f^òjii ». 

Il medesitno scritto fu siatnpato s^paratdfmertle in un opuscolo intitolato « c<^r 



» ni II intorno la cattedra II DI 
» dall'abbate II salvatore PROiA 



FISICA sacra II NELl' ARCHIGINNASIO ROMANO || SCRITTI 
GIÀ* SOSTITUTO A DBTTA CATTEDRA || ROMA || TIPOC»*' 



(I) Vcggansi i nameri 13 e 14 del presente Catalogo. 



I 



I 






» LBTTERB BD AATI 
» DBLLB HBLLB ARTI 



— 205 — 

» FU DBLLB BftLLB ARTI {{ Ì&3B. » Qtte$t*opns€olo è comyofil^ di 8 pagine^ ddlo quali 
le 1*^ S*, 8* non sobo numeFa|e,e le 3*^7' sono niunerat» coi numfrì a-7. Nella ot- 
tava di queste otto pagine, qob nmnerata^ si legge: « Estratto d«d Giornale Are<i- 
» dico Tom. 74 ». 

). Sopra io statOf in die al presente si trainano in Roma le matematiche. 
Questo scritto, inserito nel vohiine intitolato: « giornale || arcadico || di || scienze^ 

TOIO X€¥. Il APRILB, MAGGIO B GIUGKO || i843. |{ ROMA || TIPOGRAFIA 

1843 » (pag. ^61, lin. 5*26; pag. l68-«f 88), ha nel volume 
stesso (pag. 16 i , lin. l-"4) il titolo seguente: « Sopra lo stato ^ in che al 
» presente si trovano in \\ Ronha le maiematiehe. Letteì*a del professore \\ don Sai- 
» vatore Proia al nobil lurmo sig. Giur\\seppe Devincenzi da Teramo, » 

Lo scritto medesimo fu stampato separatamente in un opuscolo intitolato « sopra 

» LO STATO II IN CBB AL PRBSBNTB 91 TROVANO IN ROMA |{ LC MATEMATICBB || LETTERA \\ Di 
» SALVATORE PROJAJfal QObil UOmO II SIC. OIUSBPPE DB VINCERSI || DA TERAMO |ÌRONa|1 TIPO- 

» GRAFIA DELLE BBLLB .iRTi || i843 M, e composta di 28 pagine, delle quali le l"-:)"* 
non sono numerate^ e (e 4'*-28" sono numerate coi numeri 4-26. 
fi. Sopra la s^ita e le opere del P. Andrea Caraffa della C. di G. 

Questo scritto, inserito nel volume intitolato: «giornale || arcadico || di || scienze^ 

» LETTERE BD ARTI |{ TOMO CVill || LUGLIO, AGOSTO E SETTEMBRE jj i846 || ROMA || TipO- 

» grafia delle Belle Arti \\ 1846. » (pag- 06, lin. 3-27; pag. 66-78), lia nel \(>- 
lume stesso (pag. 65, Un. 1-2) il titolo seguente : « Sopra la t'ita e le opevf 
» del P. Andrea Caraffa || della C. di G. È^corso di Salvatore Proja ». 
Lo scritto medesimo fu stampato separatamente in un opuscolo intitolato « su- 

» PRA LA VITA E LE OPERE || DEL || P. ANDREA CARAFFA || DELLA COMPAGNIA DI GF.bi:^ '! DI- 
» SCORSO II D||'SALVAT0RE PROiA j| ROMA || TÌPOGIUFI4 DELLE BELLE 4RTI \\ 1846 ». QlU^ 

st^opuscolo è composto di 16 pagine^ delle quali le l*-3^ non sono numerate, 
e le 4*-16* sono numerate coi numeri 4-16. Nelle lince 22-23 delFiiltima di tali 
pagine, numerata 16, si legge: ^Estratto dal Giornale Arcadico ^Tom.CYHI^ I84r».n 
7. Urbano l'Hill e gli accademici Lincei. 

Questo scritto , inserito nel volume intitolato : « giornale || arcadico j{ di {! 

» scienze, LETTERE BD ARTI || TOMO CLIII || DELLA NtOVA SERIE {| VII || GENNAIO E FEBBRAIO'; 

» 1858 II ROMA II TIPOGRAFIA M TITO A/ANI [j 1858 » ( pag. 103 , lin. 6-26 ; pag. 
104*144), ha nel volume stesso { pag. 103 , lin. 1-5) il titolo seguente : 
tf Urbano Vili e gli accademici Lincei. \\ lettera || al eh. cav. Gaetaìto Moroni^ per 
» Salvatore Proja \\ socio ordinario della pontificia accademia de" 
Lo scritto medesimo fu stampato separatamente in un opusco 

» BaNO VIII !| E GLI ACCADEMICI LINCEI j| LETTERA || AL CH. CAV. GAETANO MORONI |{ PER || 

» SALVATORE AB. PROJA || Socio ordinaHo della pontificia Accademia desinovi Liv- 
)> cct, j| professore ìiominato di Elementi di Matematica nella ,| Università Romana.^ 
» ripetitore diScienze nel Collegio IPamphilj'iSQcio corrispondente della pontificia Ac- 
f> cademìa |l Tiberina^ deW Accademia Pontaniana di Napoìi^ della \\ reale Accade- 
» mia di scienze e lettere di Palermo ec. ec II roma || tipografia di tito aja 
Quest'opuscolo è composto di 46 pagine, delle quali le l'-3*, 45", 46" noi 
raerate, e le 4"-44* sono numerate coi numeri 4-44. Nella 45' di queste 46 pagiiìf» 
si legge: « Estratto dal t. Vii della nuova sane ^ del Giornale arcadico. » 

IH. 

SCRirri INSERITI NELLA RACCOLTA INTITOLATA e l/ALBUM j] GIORNALE LETTE- 
)» RARIOIIB DI BELLE ARTI » ROMA 1833—18 61. 2H u.huni in 4." 

S. Biografia del prof. Domenico yuartaroni. 



[nuovi Lin cei ec . » 
o iu titolato «Tr- 



Nl!ll858». 
non sono nu- 



— 206 — 

Questo scritto^ inserito nel volume intitolato: « l\lbuh j| giornale letterari* ì 
» E DI BELLE ARTI || 7"o ANNO || ROVA. || Direzione deirAlbum ^ corso <73 |j tipog. 
» DELLE BELLE ARTI » (pac. 58, col. 1, Iin. 34-61, coL 2; pag. 59; pag. 60, col. i^ 
Un. l'5;col. 2, Iin. 1-5), ha nel medesimo volume (pag. 58, col. 1, Iin. 32-33), il 
titolo seguente: « biografia || del prof. Domenico quartarono », ed è fiiinato nel \^o- 
liime stesso (pag. 60, col. 2, lìn. 5) « Salvatore ab, Proja. » 

Di questo scrìtto fu eseguita una tiratura a parte intitolata: « notizie biograficbs •, 

>» DEL PROFESSORE || DOMENICO QUARTARONI || BIBLIOTECARIO DELLA PAMPHILIANA || ROMA <! 

» (Elstratte dskìVAlbum distrib. 8 anno VII). |j mdcccxl. », e composta di 8 pagine, 
in 8.°, delle quali le l*-3* non sono numerate, e le 4*-8* sono numerale coi 
numeri 4-8. 

J>. Necrologia^ del prof. Don Felici ano Scarpellini. 

Questo scritto, inserito nel detto volume intitolato: « l\4lbum || gior>ale, ecc. 
» 7»o ANNO » ecc. (pag. 3Ì7-339; pag. 340, col. 1, Un. 1-16), ha nel medesimo 
volume (pag. 337, Iin. 1) il titolo seguente: « don feliciano scarpellini », ed è 
firmato nel volume stesso (pag. 340, col. i, Iin. 17) « Salvatore Proja linceo. » 

Lo scritto medesimo fu stampato separatamente in un opuscolo intitolato « >e- 

» CROLOGIA II DEL PROFESSORE || D. FELICIANO SCARPELLINI || DI || SALVATORE PROJA || l\H- 
» CEO \\ EST RJTTjÌ Z>^££*^AiBeAir II roma II TIPOGRAFIA delle belle ARTIJI 1840 ». Quest'o- 

puscolo e composto di 14 pagine, delle quali le l*-3% 12", 14*, non sono nume- 
rate, e le 4*-ll% 13' sono numerate coi numeri 4-11, 13. 
10. Storia dei nitosfi pianeti dal 1801 al 1815. 

Questo scritto inserito nel volume intitolato « l^lbum || giornale letterario { 
» e di belle arti II XIX® ANNO || ROMA. || Direzione delPAlbum, corso 433 || tipoc. 
» DELLE BELLE ARTI » (pag. 5, col. 1, lin. 27-56, col. 2, pag. 6-8; pag. 13, col. i^ 
Iin. 3-57; pag. 14, col. 1, col. 2, lin. 1-48, 50-54), ha nel medesimo volume (pag. 
3, col. 1, lin. 26; pag. 13, col. 2, lin. 1) il titolo seguente: « storia dei nuovi pm'^éti 
» DAL 1801 AL 1851 », ed è firmato nel volume stesso (pag. 8, col. 2, lin. 8; pag. i^i 
«•ol. 2, lin. 49) « Salvatore Proja. » 

• Lo scritto medesimo fu stampato separatamente in un opuscolo intitolato: «sto- 
» ria |I dei II nuovi pianeti II DAL II 1801 AL 1851 || PER || SALVATORE PROJA Estratto 
» dall Album di Roma, anno xix. || roma || tipografia delle belle arti 1852 >•• 
Quest'opuscolo è composto di 16 pagine, delle quali le l*-3* non sono numera- 
te, e le 4*-16*sono numerate coi numeri 4-16. 

IV. 

Scritti inseriti nella raccolta intitolata ATTI il DELI/ ACCADEMIA PONTIFICIA n !>*' 
NUOVI LINCEI, ecc. ROMA 1850-1870. *9 volumi in 4.'> 

•I 1 . Elogio funebre del Prof D. Feliciano Scarpellini* 

Questo scritto e inserito nel volume intitolato: « atti || dell'accademia po.mificu,| 

» DE*NUOVI LINCEI || PUBBLICATI || CONFORME ALLA DECISIONE ACCADEMICA || del 22 dlCCndìre 
N 1850 II E COMPILATI DAL SEGRETARIO || TOMO V.-ANNO V. |J (l851-'52) || ROMA || 18SS|| 

» TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI |j PIAZZA POLI N. 01 «(pag. 264, lin. 5-35; pag. 285-306; 
pag. 307, lin. 1-10. sessione in* del 13 aprile 1852). In questo volume (pag- ^^^^ 
lin. 1-4) lo scritto stesso ha il titolo seguente: * Elogio funebre del prof - D- ^^', 
» LiciANO Scarpellini restauratore detVcuu^ademia dei || Lincei^ detto nella chiesa di 
» S. Maria in ArorCoeli^ il giorno 24 marzo || 1852, nelle $olenni esequie dei Lincei 
» (iefonti^ dot sacerdote Salvatore Proia, || %mo dei xxx $ocj ordinari. » 



^ 207 

Il medesimo scritto fu stampato separatamente in un opuscolo intitolato ^ Al- 
» Conorata merìwHa \\ del professore || d. fbliciano scarpellini \\. Restauratore dei- 
» V Accademia de'* Lincei \\ elogio funebre || detto nella chiesa di s. maria in ara- 

» CABLI II NELLE SOLENNI ESEQUIE DE* LINCEI DEFUNTI || IL GIORNO 24 MARZO. 1852 || DAL 

N SACERDOTE SALVATORE PROJA j| Uno dei XXX Hncei ordinar) || E socio di altre 
» accademie scientifiche e letterarie di Roma e di fuori || roma || tipografia delle 
» BELLE ARTI || 1853 || PIAZZA POLI N.® 91. » Quest^opuscolo è composto ^ì 2S pa- 
gine^ delle quali le l*-3', 27*-28* non sono numerate, e le 4*-26" sono nu- 
merate coi numeri 4-26. Nella. 27* di queste 28 pagine si legge « Dagli Atti 
» della Accademia Pontificia de* Nuovi Lincei || Anno Y. Sessione III del 13 
» aprile 1852. » 

12. Sopra alcune delle più rare opere degli antichi Lincei y le quali si 
trovano nella Biblioteca Lancisiana di S. Spirito. 

Questo scritto è inserito nel volume intitolato: « atti [j dell'accademia pontificia || 
n de'nlovi lincei || pubblicati Ij conforme alla decisione accademica II del 22 dicembre 
» 1850 II e compilati dal segretario II tomo XII. -anno xu. Il (1858-59) Il ROMA II 1850|| 
» TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI || Piazza Poli u. 91 », (pag. 100, liil. 24-35; pag. 
101-103; pag. 104, liii. 1-12. sessione ii* del 2 Gennaro 1859). In questo volume 
^^pag. 100, fin. 22-23) lo scritto stesso ha il titolo seguente: « Sopra alcune 
» delle piii rare opere degli atitichi Lincei^ le giudi si trovano nella \\ Biblioteca Lan- 
>» cisiana di S. Spirito, Communicazione del prof. D. Salva-|[tore Proja. » 

11 medesimo scritto fu stampato separatamente in un opuscolo intitolato « atti 
j» DELL* accademia PONTIFICIA DEI NUOVI LINCEI || Estratta dagli Atti delV Accademia 
» Pontificia dei Nuovi Lincei || Sessione II, del 2 gennaro 1859. ]| Sopra alcur- 
» fia delle più rare opere degli antichi Lincei^ le qtuUi \\ si trovano nella Biblio- 
N teca Lancisiana di S. Spirito. \\ Comunicazione Del Prof. D. Salvatore Proìa. || 
» bibliotecario lancisiano. » Quest'opuscolo è composto di 8 pagine , la prima 
delle quali non ù numerata, e le 2*-4" sono numerate coi numeri 2—4. 

id. Ricerche critico-bibliografiche intorno alla Storia naturale del Messico 
di Fr. Fenuindez esposta in dieci libri da N. A. Becchi^ ed illu- 
strata dagli accademici Lincei* 

Questo scritto è inserito nel volume intitolato: « atti || dell'accademia pontificia || 
» db'nuovi lincei II pubblicati II conforme alla decisione accademica II del 22 dicembre 



1850 
1860 



E compilati dal segretario 
tipografia delle belle arti 



tomo XIII. - ANNO XIII. || (1859-60) Il ROMA 

Piazza Poli n. 91 » (pag. 441, lin. 1.7-31; 
pag. 442-477. sessione vii* del 10 giugno 1860). In questo volume (pag. 441, lin. 
8-10) lo stesso scritto ha il titolo seguente: « Ricerche critico^ibliograficì^ in- 
» tomo alla Storia naturale del Messico di Fr. \\'Hemandez esposta in dieci libri 
» da N. A. Recchi ed illustrata dagli A€ca-\\demici Lincei. - Memoria del prof. 
» D. &iLyATOBB Proja. » (l) 

(1) Questo scritto trovasi ristampato nel volume intitolato « giornale 11 arcadico fl di ii scien- 

>» ZE, lettere ed arti 11 TO>fO CLXVII |i DELLA NUOVA 8ERTE il XXI || MAGGIO E GIUGNO 1) 1860 » 

(pag. 121. lin. 11—28, pag. 122— 180), nel qual volume lo scritto medesimo (pag. 12i,lìn. 1—10) 
ba il titolo seguente c< Ricerche criticfhbiografiehe intorno alla itoria naturale il del Meuieo di 
» Fr. Hemandex, esposta in dieci libri \] da Nardo Antonio Recchi , illuiiraia da Gio. Fabri | 
n e Fabio Colonna, e corredato delle tavole filoiofiche 11 di Federico Cai. JHemoria preienta$a al-^ 
» C accademia || ponti fida de' nuovi Lincei nella eenione del IjO 11 giugno 1860 , dal eocio ordina- 
» rio e membro del li comitato accademico Salvatore ab. Proja ÌÌbUote-\\carìo lanei$iano e pro- 
ni fesiore titolare di algebra e ti geometria nel r unigenita romana. » 



~ 208 — 

Il medesimo scritto fu stampato separatamente in un opuscolo intitolato « ai- 

» Ctwn CBlTIC<^BlBLIOCaAPICBB || INTOINO || AJ*LA STOAIA IfATCRìALB DEH VBSSICO BI FR. 

» HBRNANDBZ || BSVOSTA IS DIBCI LIHII DA NARDO ANTONIO RICCHI, || libOSTIIATA DA GIO. 

» TBRRRRIIO, 610. rABRl, B FABIO COLONNA |j E CQRRBDATA DBLLB TAVOLB FITOBOFICHE DI 

» FEDERICO CESI. || MBHORIA || NtESBNTATA ALL*ACCADBVIA PO^IWÌCÌK DB^NUOVI LINCEf || NELLA 

M SESSIONI DEB it GIIGNO 186(1 |f DAL SOCIO ORDINARIO E MEMBRO DEL COMITATO ACCA- 

» DEMICO II SAI.VATORI AB. (BOIA [| BIBLIOTECARIO LANCISIANO B PROFESSORE TITOLARE DI 

» ALGEBBA B GEOMETRIA || NBLL*UNIVBRS»TA* ROMANA. || ROMA \\ TIPOGRAFIA DELLE DELLE ARTl|j 

n Ì&60. » Queat* opuscolo è composto di 40 pagine, defle quali le 1*-^*, 94*, 40' 
non sono numerate, e le 4*-aa% :i5*-r39* sono numerate coi nitiiiei*i 4—33, 35-39. 
Nella 40* di queste 40 pagine si legge: «Estratta dagli Atti deirAccadinnia pon- 
» tificift de^Nuovi Lincei || Anno XIII, Sessione VII del la giugno 1860. » 

14. Sopra la proposta dclV imperiale consigliere di stato dott. Maedler 

per la riforma del caleìidario russo. 

Questo scritto è inserito nel volume intitolato: « atti || dell*accadenia pontificia'! 

» DE^NCOVI LINCEI || PUBBLICATI || CONFORME ALLA DECISIONE ACCADEMICA || del 22 dicembre 
» 1850 II E COMPILATI DAL SEGRETARIO || TOMO XX. -ANNO XX. || (1866-67) || ROMA || 1867l| 
» TIPOGRAFIA DELLE BELLE ARTI || PlRZZa PolÌ U. 91, » (pag. 59 , lin. 10-26; pag. 

60-66; pag. 67, lin. 1-ii. SBSsfONE ii* del 13 gennaio 1867). In questo volumr 
(pag. 59, lin. 8-9) Io scritto medesimo ha il titolo seguente: « Sopra la proposta 
» delVimpericde consigliere di stato dott, Maedler per la rt-j'/bariMa del calendario 
» russo. Nota del prof. S^irjéTottE ab. ProJjì, 4> (l) 

15. Sopra una medaglia onoraria del principe Federico Cesi. 

Questo scritto è inserito nel volume intitolato: « atti || dbll^accademia pontificia'' 

» DE*NU0VI LINCEI || PURBLICATI || CONFORMI ALLA DECISKNIE ACCADEMICA || del 22 dicetnbre 
» 1850 E COMPILATI DAL SEGRETABIO jj TOMO XXII.- ANNO XXil. || (1868-1869) || BOXA '' 

n 1869 TIPOGRAFIA DELLE BBLLE ARTI || Piazza Poli u. 91 » (pag. 17, lin. 10-20; 
pag. 18-23. SESSIONE II* DEL 3 GENNARO 1869). lu questo voIume (pag. 17, lin. 8-^9) 
lo scritto Stesso ha il titolo seguente: « Sopra una medaglia onoraria del prin- 
» dpe Federico Cesi. Parole del socio || ordinalo Salvatore ab. Proja. » 

Il medesimo scritto fu stampato separa tamenle in un opuscolo intitolato « at- 

» TI II DELL\cCADEMIA PONTIFICIA || DB*NU0VI LINCEI || SESSIONE II.* DEL 3 GBNNARO 1869 || 
» PRESIDENZA DEL SIG. CAV. BENEDETTO VULE PRELA* || MEMORIE E COMUNICAZIONI || DEI 

» SOCI ORDINARI E DEI CORRISPONDENTI || Sopra wfux medaglia onoraria del principe 
)» Federico Cesi. •— Parole del socio jl ordinario Salvatore ab. Proja. » Que.st\>- 
puscolo è composto di 8 pagine, delle quali le 1% 8"^ non sono numerate^ r 
le 2'-7* sono numerate coi numeri 2-7. 



(1) Questo scritto trovasi ristampato nel volume intitolato oc giornale || arcadico R di It scifn 

» ZE, 11 LETTERE ED ARTI || TOMO CXCVI |I DELLA NUOVA SERIE || LI || LUGLIO E ACOSTO 11 1865 tt RO- 

M MA 11 TIPOGRAFIA DiELLE BELLE ARTI H 1867 » (pag. 179, Hii. 6—27; pag. 180—192) , nel qual 
volume (pag. 179, lin. 1—5) lo scritto medesimo ha il titolo segueole: et Sopra la proposta del- 
)) Vimperiale consigliere di stato il dott. Maedler per la riforwìa del calendario ruuo. Il Nota letta 
» nelfaccademia pontificia dei Nuovi \\ Lincei il dì ì:ì gennaio 1867 dal socio ordìna-Wrio Salca- 
» tore ab. Proja. » 



309 



SCRÌTTI PftÉSONTATl 

' Il P. Angelo Secchi presenta una memoria del P. Carlo Braun d. C. d. G., 
Professore Supplente di astronomia nel Collegio Germanico-Ungarico, intitolato 
(( Stùdi sopra gli strumenti magnetici ». 

L'Accademia nomina una Commissione composta dello stesso P. Secchi, e 
dei Prof/ P. F. S. Provenzali e Mattia Azzarelli^ incaricandola di fare un rap- 
porto intorno a^quesla memoria. 

COMITATO SEGRETO 

• 

Viene letta nna lettera del Ch. Professore Ignazio Cugnonì socio aggiunto 
all'Accademia Pontificia de^Nuovi Lincei, cliretta al Sig. Comm. Prof. Bene- 
detto Viale-Prela Presidente della medesima nella quale dichiara eh' egli 
« intende seguire quella parte più eletta e più saggia la quale se per prin- 
yì cipii di gratitudine e di giustizia ha dovuto abbaudonare l'antica sede del 
» Campidoglio, è sempi^ fregiala di un titolo che altamente la onora ». 

CORRISPONDENZA 

Col giorno 6 Giugno corrente essendo compiuto il biennio che gli Statuti 
assegnano alla durata della Presidenza, il Ch. Sig. Prof. Comm. Benedetto 
Vialc-Prela raccolta l'Accademia in Comitato segreto la pregò, lasciando il seg- 
gio presidenziale^ a procedere alla elezione di quei che dovesse succedergli. 
L'Accademia peraltro aderendo all'articolo Vili Tìtolo IH degli Statuti so- 
pra accennati, per il quale viene fatta autorizazione alla medesima di con- 
fermare in carica per quanto voglia colui che ebbe chiamato a presiedere 
alle sessioni del biennio spirante, elesse nuovamente per acclamazione a quel- 
l'onore il Ch. Comm. Viale-Prela, salva sempre l'approvazione del Sommo 
Pontefice. 



L'adunanza aperta legalmente alle ore cinque pom;, fu chiusa alle sette. 



2id 



SOCI PRESENTI A Ali ESTÀ SESSIONE 

Comm. B. Viale-Prela Presidenle - Monsignor F. Nardi — Can? Conte Ca- 
slracane degli Antelminelli - P. A. Secchi- Con lessa E. Fiorini-Mazzanli - 
Monsignor B. Tortolini - Ab. 0- Astolfi - Prof. M. Azzarelli - B. Boncom- 
pagni - Prof. F. S. Provenzali - Prof. T. Armellini — Mons. F. Regnani - 
Prof. M. S. De Rossi - Prof. F. Rudel - Prof. V. Dioria. 

m 

OPERE VENUTE IN DONO 



r,A !l <;foi.ogie et l\ mineralogie i| dans i.kurs rapports \\ avec la tiuologie naturellf,! 

PAR II LE RÉVÉRE^D DOCTEUR WILLIAM BUCKLiND, eCC ffaduìt dC l'aDglaiS || PAR X. !.. DO- 
VÉRE, ecc. PARIS, Il CRQCHARD ET ciE, ecc 1S38. Doe tomi, in s! 

KXAMPLESlJOF THE PROCESSES OF THE |] DIFFERENTIAL AND INTEGR AL |! CALCULUS. Ij COLLECTED 
BY 11 D. f. GREGORY, CCC CAMBRIDGE li ^iT/A^rEP ^T TUR VNIFERStTT PltESS ^ €CC. IL. 
DCCC. XLI. fn 8! 

BULLETTI.NO II DI il BIBLIOGRAFIA E DI STORIA li DELLE j] SCIENZE MATEMATICHE E FISICHE jj Pl'I- 
RLICATO il DA B. BONCOMPAGNl , eCC. ROMA H TIPOGRAFIA DELLE SCIENZE MATEMATICHE E 
FISICHE, ecc. 1870. (TOMO III. NOVEMBRE 6 DICEMBRE 1870). 

NOTICE BIOGRAPHIQUE II SUR || BERNARD RIEMANN II PAR M. ERNEST SCHEBIM;, CCC. TRABUITE DE 
L'aLLEMAND PAR LE DR. PAUL MANSION 1| ET SUIVIE D'uN CATALOGUE DES TRaVACX || DE '• 
RIEMANN li EXTRAIT DU BULLETTINO DI BIBLIOGRAFIA E DI STORI A *\ DELLE SCIESZ^ 
MATEXiATICflE E FISIC II E \^ JOìlE, lU. — NOVEMBRE ISVO || ROME, l?CC. 1870. In 4* 



ATTI 

DELL'ACCADEMIA PONTIFICIA 

DE'NUOVI LINCEI 



SESSIONE f ■ DEL 9 LDIiLlO 4874 

PRESIDENZA DEL REV. P. ANGELO SECCHI 



MEMORIE E COMUNICAZIONI 

DEI SOCI ORDINARI E DEI CORRISPONDENTI. 



SULLA DISTRIBUZIONE DELLE PROTUBERANZE 

NEL DISCO SOLARE 

SECONDA COMUNICAZIONE 
DEL P. A. SECCHI. 

il ella comunicazioae precedente diedi parie all*Accadeniia della scoperta fatta 
intorno alla distribuzione delle protuberanze^ e coU'esempio di due rotazioni 
mostrai esistere un secondo massimo nella regione vicina ai poli, a distanza 
di 20* in 30^ da essi. Mostrai ancora che questa zona combina con quella che 
nella corona è si bene decisa per li pennacchi più distinti. 

11 soggetto era troppo importante per non fidarsi di due sole rotazioni , 
e lo stabilire più fondatamente questa legge dovrà esser lavoro di qualche 
anno. Ho quindi deciso di continuare finche potrò questo faticoso lavoro, e 
oggi stesso presento le osservazioni di una terza rotazione. In essa si verifica 
a puntino quanto fu trovato nelle altre, e perciò credo non esser presunzione 
il dire che questa è una vera legge, come si vede dal relativo quadro. Ma uno 
studio adequato di questo problema include molti elementi : i^ è il numero 
delle protuberanze;, t"" la loro altezza; 3^ la loro larghezza o estensione. 

Bisogna premettere che noi non potendo vedere che quelle protuberanze che 
sono sull'orlo^ le cose .ci si presentano sotto un aspetto che è tutto diverso dal 
vero. Primieramente la projezione di una parte sull'altra» in quelle che sono 

28 



._ 212 — 

un pò vaste, produce una indicibile confusione. Quindi il numero h incerto, 
perchè quella che ci si presentano in gruppi sullo stesso piano visuale, possono 
essere collocate a divèrse distanze che per noi riescono impossibili a ricono- 
scere. Si contano talora in una sola protuberanza 6 a 7 centri di eruzione 
o getti , ma chi ci dice che sono tutti situati nel piano del meridiano che 
termina il disco solare? Tutt'altro dobbiamo credere. Di là quegli iucrocia- 
menti indescrivibili di correnti e di getti, su la cui costituzione gli osserva- 
tori più distinti non sono ancora d'accordo. 

In 2° luogo lallezza loro è non meno incerta per le sfumature, per lo stalo 
del cielo, per le incrociature che subiscono. Secondo Tallargamento maggiore o 
minore della fessura varia Taltezza. Col cielo più o meno chiaro e con un velo 
talora impercettibile si trova tutto sparire: una luce chiara illumina il campo e 
tutto svanisce. È del sole o dell'aria nostra? credo di ambedue. E le misure per 
ciò diventano estremamente dubbie. In 3^ luogo l'estensione è arbitraria, perchè 
chi conterà per una protuberanza un gruppo di più getti, chi vorrà che siano 
tante protuberanze quanti i getti. Chi formerà una protuberanza di ogni piccola 
eminenza della cromosfera e chi tiò. Accadrà qui come nelle macchie, che all'in- 
grosso si potrà fissare un più e meno, ma in particolare ^i si saranno tanti com- 
puti quanti osservatori. E mentre uno misura a fessura stretta e l'altro a fessura 
larga, non potranno mai convenire. Io per me, non ho notato come protuberanza 
se non quelle che erano alte da 25^ in 3o", salvo il caso di vivacità straordina- 
ria. La lunghezza poi è anche incerta, perchè le masse non sono sempre ben 
tei^minate al basso ove si confondono colla cromosfera, e in alto hanno pen- 
nacchi, sfumature, e filamenti che lasciano enormi incertezze. 

Ho voluto toccare queste difficoltà^ perchè se ora che questo studio da più 
d'uno è coltivato, dopo che se ne è fatta vedere l'importanza, non si cre- 
dano le divergenze numeriche o descrittive difetto di osservazione e dell'os- 
servatore; ciò è difficoltà intrinseca del lavoro. 

Credo pertanto di dovere qui riportare il riassunto de' quadri finali, per 
ciò che riguarda il periodo delle 3 rotazioni passate, e appresso far seguire 
il risultato da alcune considerazioni sulla natura delle protuberanze e vedere 
di toccare quei punti su cui i diversi osservatori ^ono discordanti per vedere 
se possono conciliarsi. 

La tav. t.*dà la descrizione generale delle protuberanze, e di questa non sarà 
inutile dare un riassunto giornaliero numerico. Il confronto di alcuni giorni 
comunicati a me dal sig. Tacchini fa vedere che nella numerazione de'gruppi 
egli usa un frazionamento maggiore, e calcola il doppio all'incirca. 



— 2^3 — 

RIASSUNTO DEL NUMERO DELLE PROTUBERANZE OSSERVATE IN CIASCUN GIORNO 

DAL 23 APRILE AL 16 LUGLIO. 

N. B, — Nei primi due o tre giorni forse qualcuna fu ommessa: nei giorni molto cattivi e di 
nubi sparse qualcuna pure può essere s/uggita. " significa incompleta. 



Aprile 


Prot. 


Maggio 


"TroT 


Maggio 


Prot. 


Giugno 


"f^ 


iji^no 


froT 


Luglio 


Kot. 


23 


12 


7 


15 


22 


«7 


5 


13 


20 


10 


4 


13 


— 


-^ 


--• 


— 


23 


«7 


6 


15 


21 


14 


5 


12 


25 


16 


9 


16 


24 


18 


— 


-^ 


22 


14 


6 


14 


26 


13 . 


10 


14 


25 


17 


S 


13 


23 


18 


7 


13 


27 


20 


11 


«3 


26 


15 


9 


18 


24 


IO 


8 


12 


28 


4* 


12 


13 


27 


13 


10 


10 


23 


16 


9 


14 


29 


12 


13 


13* 


28 


14 


11 


12 


26 


12 


10 


16 


30 


17 


— 


— 


29 


14 


— 


— . 


— 


— 


11 


16 


Maggio 




15 


18 


30 


16 


13 


18 


28 


18 


42 


17 


1 


13 


16 


13 


31 


10 


14 


16 


29 


20 


13 


17 


2 


16 


— 


— 


Giugno 




15 


16 


30 


16 


14 


13 


3 


9 


18 


17 


1 


12 


16 


17 


Luglio 




15 


17 


4 


17 


19 


9* 


2 


17 


17 


15 


1 


17 






5 


17 


20 


18 


3 


12 


18 


15 


2 


17 






6 


17 


21 


18 


4 


14 


19 


16 


3 


15 







iV. B. Profittando del ritardo della stampa si <è protratto il quadro fino al complemento delle 
tre rotaiioni anche alcuni giorni dopo la seduta accademica. 

TAVOLA A. 



RIASSUNTO DELLE ALTEZZE PER LE TRE ROTAZIONI (a) || 


1 

1 


Em.^ Nord 




Em."* Sud 




da 90^ 80 70 60 50 40 30 20 10 


da 


0^ 10 20 30 40 50 60 70 80 


j 


a 80"" 70 60 50 40 30 20 10 


a 


10 20 30 40 50 60 70 SO 90-- 


1 

Rot. 1.» 

i 


3 4 5 11 6 12 17 10 9 
7 8 6 11 7 8 14 11 8 


17 
19 


19 15 13 11 5 8 11 4 
17 13 10 11 2 9 9 8 


! 1 

Rot. 2/ 


2 18 11 4 7 13 14 14 13 
4 14 7 7 7 15 13 2 13 


13 
15 


19 12 13 14 5 16 7 1 
16 16 8 11 4 8 11 S 


Rot. 3.* 


6 13 11 5 10 14 12 13 13 
10 IO 2 3 il 12 15 11 16 


14 

10 


16 12 13 10 3 9 16 5 
14 14 13 9 9 6 19 7 


Somme 


32 67 42 41 48 74 85 71 72 


88 


101 85 70 66 28 56 63 33 


Altez. med. in secondi 


53" 54 53 60 52 43 55 53 54 


56 


55 63 54 50 43 51 54 44 


Numero delle facole 


2 7 12 34 69 110 129 109 54 


lOS 


> 144 135 92 47 26 24 9 4 



(a) L'unità di altezza è 1*"" sulla figura, che equivale a 8'^ 



— 2U — 
TAVOLA B. 





RIASSUNTO DELLE TRE ROTAZIONI PER LE LARGHEZZE 








Em.^ Nord 


• 


Em? Sud 








da 90"" 80 70 60 50 40 30 20 10 


da 0° 


10 20 30 40 50 60 


70 80 






a so"" 70 60 50 40 30 20 10 


a 10° 


20 30 40 50 60 70 


80 90 


Rot. 


'•' 1 


3 4 3 13 5 15 19 10 10 
987986 13 12 9 


19 19 
16 16 


14 12 12 3 9 
13 10 10 6 7 


11 4 

10 8 


Rot. 


2. 


2 18 12 4 7 15 15 17 13 

3 15 7 8 8 17 12 12 13 


16 18 
15 15 


9 15 13 6 16 
17 11 9 3 10 


8 1 
12 7 


Rot. 


3.* 


8 14 11 5 11 12 14 13 14 
11 10 1 4 11 19 15 11 16 


15 16 
11 14 


15 16 11 4 8 

16 13 10 8 5 


17 6 

20 8 


Somma 


36 69 41 43 50 85 88 85 75 


92 98 


84 77 65 30 55 


78 34 




Em? N =^ 572 Em? S = 6i3 




Totale 1185 


1 



Sulla distinzione delle protuberanze. 

Fino dal princìpio abbiamo distinto le protuberanze in due classi; in quelle 
a getto e in quelle a nebulosità. Ma procedendo in questo studio è pecessa- 
rio schiarire meglio questi due caratteri. 

Dei getti vi sono due specie. Gli uni piccoli e bassi, ma vivacissimi dì 
una intehsita luminosa straordinaria. Sono per lo più simili a fiamme vìve, 
ma talora trovansi terminati a filamenti duri, netti, diritti e precisi come 
tante punte di spada. Questi sono per lo più visibili nelle vicinanze imme- 
diate delle macchie^ e contengono altre sostanze oltre l'idrogeno. La seconda 
specie è di que'getti composti di filamenti finissimi e talora leggermente in- 
curvati con graziosa curvatura; talvolta isolati, e talvolta uniti a 2 e 3 e fino 
a 4 e 5 insieme, che formano le protuberanze usuali. Quando sono forti e 
violenti, si alzano normalmente all' orlo del sóle lasciando in basso tra loro 
degli intervalli oscuri^ mentre le loro chiome si intrecciano in mille guise, 
formano un reticolato dilEcìle a decifrare , perchè un getto incontrandosi e 
proiettandosi sull'altro ne nasce una confusione indescrivibile. 

L'aspetto di questi getti secondo alcuni è quello di una nube, le loro forme 
secondo altri sono state paragonati agli alberi. Qual è la vera struttura che 



~ 2i5 — 

sta sotto tali apparenze ? La struttura continua della penombra delle macchie, 
che fu poi da noi trovata risolubile, ci avea messo in sospetto che altrettanto 
potesse accadere di queste pretese nubi, e abbiamo avuto finalmente in que- 
sti ultimi giorni la prova dirò così della loro risolubilità. In queste masse 
bisogna distinguere la cima superiore dal tronco e dalle ramificazioni princi- 
pali : quella h realmente nubiforme, ma questi ultimi sono tutti a struttura 
filamentosa. La loro uniforme struttura nubiforme e un effetto della confu- 
sione prodotta dall'aria cattiva. Osservando nel mattino di buon ora in estate 
e innanzi che Taria si guastasse, in giorni calmi e sereni, non è mai man- 
cata la risolubilità filiforme di quelle masse che spuntano come fasci di fila- 
menti leggermente incurvate, e dove 3, 4 e più getti si mostrano uniti alla cima 
da archi. Questi filamenti però sono diversi da quelli che vedonsi ne*getti vivi 
e raggianti. Essi sono di struttura tenuissima e rassomigliano piuttosto que*massi 
di cirri che strascinati da venti violenti si vedono talora nella nostra atmosfera 
elevata. I fili per lo più sorgono stretti e compatti più o meno obliquamente 
fino a certa altezza, giunti alla quale le cime si piegano a quanto pare per forti 
correnti aeree ivi dominanti^ e in questa altezza imitano talora la ramificazione 
arborea. I loro strascichi sono in generale rivolti tutti nello stesso senso, e 
a fili paralleli , o leggermente divergenti. L'obliquità di questi ammassi di 
fili varia assai : essa è assai piccola ai poli ove i fili restano quasi verticali 
all'Equatore e incerta pendendo ora da un lato^ ora dall'altro. Nelle medie 
latitudini la maggior parte h rivolta al polo, tranne presso le macchie, ove i 
fasci sembrano inclinarsi verso i nuclei. Alla cima ove finisce la struttura fi- 
lare, si ha spesso la struttura nebulosa incerta, e che richiama Tidea di deboli 
cumuli. Questa struttura filare si h veduta da noi spesso anche nelle nubi isolate, 
la cui parte inferiore h spesso disposta a fili pendenti senza arrivare a toccare 
la cromosfera^ e rassomigliano allora a una pioggia discendente che non tocca 
il suolo. Questa struttura è pure confermata dalle osservazioni del sìg. Tac- 
chini^ il quale ne trae argomento per negare la natura eruttiva di tali getti. 
Su di ciò aspettando nuove ricerche, mi contenterò qui di accennare che questi 
fatti cominciano a gettar lume sulla controversa struttura delle protuberanze. 
L'influenza dell'aria, se e tanto sensibile, più lo h la qualità degli stru- 
menti. Ho voluto farne un saggio collo studiare al nostro spettroscopio una 
bella massa di tali getti col metodo di Christiansen; ora ho trovato cosi che 
la forma della massa era talmente diversa che diveniva appena riconoscibile. 
Per alcune particolarità strumentali questo metodo non può da me usarsi per- 
manentemente, ma spero che esse presto saranno superate, e che potrò avere* 



— 21G ™ 

una cliiave per comprendere le diversità delle figure che si trovano tra i di- 
versi osservatori. 

Abbiamo adunque tre classi di protuberanze ben distinte, i^ quelle a getti 
vivi, corti e grossi, isolati e bassi e per lo più divergenti. 2? quelle a strut- 
tura filamentosa e meno vivace, enormemente più alte^ ma meno lucide, s'' fi- 
nalmente la struttura n nubi cumuliformi. 

In una prossima seduta darò conto di altri risultati, ed esporrò il progetto 
di una classificazione più particolareggiata divenuta ormai necessaria per in- 
tenderci. 

N. B. - Seguono le tavole. Per le altre veggasi il fascicolo della Sessione 
precedente. 



— 247 — 
TAVOLA I. {(hntìnua) 

POSIZIONE, ALTEZZA, LABGBEZZA E CARATTERI DELLE J>ROTUBERANZE E DELLE FACOLE „ 



posimiom 


ALT. 


LAB. 


SO Aprile 


18 a 45"» 


S 


Vt^ 


67 


19 


17 


90 a 114 


8 


84 


117 


6 


8 


iti 


5 


8 


140 • 150 


8 


16 


174 


8 


10 


808 


6 


10 


350 


12 


7 


259 


7 


8 


290 


8 


20 


Sto 


8 


16 










A Oh 50*" fig. ÌDcomplaa 

piccoli getti 

getto e nttb« ripiegato 

gettarelli liassi 

getti belli 

getto pred. 

getttrelfi 

idem 

Dttbe al polo 

nube viva e getti pretto la macchia 

getto vivo su ttoe Tacola viva della macchia 

crom. viva 

idem 



Facole dii 



1 Maggio 

550 

68 

71 

80 
100 
118 
176 
i95 
881 
281 
255 
864 
897 



850 a 
98 a 
144 a 
220 a 
244 a 
280 a 



8 
108 
156 
282 
867 
808 



8 


16 


4 


8 


5 


4 


7 


5 


8 


20» 


5 


2 


8 


8 


5 


12 


6 


4 


6 


7 


8 


8 


7 


4 


4 


6 



A 0*> 48 



m 



2 Maggio 




68 


5 


74 


4 


118 


6 


117 


4 


126 


4 


ISS 


4 


180 


8 


197 


9 


^ 213 


4 


225 a 240 


8 


252 


8 


263 


10 


280 


4 


341 


10 


348 


10 



geltirelli 

getti bassi 

getti attorno alla macchia preced. 

g^tti dopo la macchia, valle sulla macchia 

crom. viva 

getto 

nabe basta 

nube bassa viva (la polare ha due cime) 

getti e nabi 

nube con. lar. alla bate, al lim. della lona p. 

nubi e getti 

getto bello obliquo vivo 

viva nube sa le facole vicine 



Facole da 87 a 55 
68 a 76 
94 a 119 

162 V* lim. d. Iona poi. 
280 2» idfm 
844 a 861 
290 a 824 



Da lOh 15"> a Uh 20'" ant. 

nube e getto presso la macchia 

nubi baste i^ direiione della macchia 

get. V. su una fac. da 103 a q. tutti gettarelli 

nube batta 

idem 

idem 

n. al polo propr* batsa presso il prora, di f. 

nube ditcr. da polare 

nube ad arco 

crom. viva 

viva tulle fecola prima della macchia 

nube viva tolta fecola delk macchia 

la m. è all'orlo tnlla m>, batta otcìlL import. 

nube debole 

idem 



10 
8 
8 
8 

5 
5 

10 
8 
5 

15 
4 
6 
8 
6 
5 



Fecole da 67 a 82 
102 a 112 

155 limite l<*d.t. polare 
187 promontorio 
816 limite 2' 
887 a 264 
290 a 882 
12 a 25 



8 Maggio 

68 
106 
145 
188 
222 
261 
312 
829 
345 



ALT. 


LAH. 


15 


19*> 


8 


15 


5 


4 


6 


6 


5 


8 


8 


14 


4 


5 


5 


8 


5 


10 



4 Maggio 

62 

96 
106 
115 
180 
165 
180 
224 
242 
254 
262 
290 
800 
818 
885 
840 a 850 



I 



5 Ma^to 

8 a 12 

52 

97 

111 
123 

130 
158 
180 
230 
863 
270 a 290 
296 
330 



Dalle 8h 40*^ alle 9h SS"» 

gr. ammesto di nubi alte reticolate 

idem 

gotti vivi 

nube della polare al limite 

tre nubi med. al promontorio di fecole 

nubi e getti tulle facole 

nubi e getti bassi 

getti e nubi 

nubi 

Facole da 55 a 79 
94 a 117 
134 a 186 
180 limite polare 1? 
2l8 pronaontofio 
235 limite polare 2! 
247 a 861 
285 a 306 

Dalle 9h 35*" alle lOh 40"> 6g. incompleU 

grande ammasso di nubi alte su le facole 

gettarelli tulle facole 

Uttbe viva tulle fecole 

nube viva tulle facole 

nube viva 

nube debole limite tona polare 

nube bella al polo 

gettarelli batsi 

due piccole nubi al limite della tona 

getto rivo alto, obliquo, e nube sulle facole 

nube 

nube alta viva 

nubi e getti obliq. alti 

getti alti attai; durano poco. 

gettarelli 

idem 

Facole da 58 a 70 

98 a 122 vive 
172 1* lim. tona poltre 
214 promontorio 
237 8» lim. 
243 a 277 
287 a 889 
805 a 830 

Dalle 8h 35"> ant. alle 9h 80*" 

gettarelli 

nube alta 

getti accanto a una macchia 

nube larga alla bete e getto obliquo 

nube itoLita 1 quetto è vicino 

g. da cui forse la n. ( alle facole 

getti vivi 

p. getti all'orlo della tona polare 

getto forte con nube ripiegata 

getti e nubi 

gettarelli vivi 

nubi presso le facole 

nubi 

Facole da 46 a 56 
107 a 128 
149 a 158 

183 1** orlo lim. della sona 
217 promontorio 
232 lim. e facoU 6no a 272 
280 a 887 
296 a 315 



10 


17 


4 


8 


4 


10 


5 


8 


5 


8 


5 


6 


5 


7 


8 


8 


4 


3 


10 


5 


4 


5 


8 


6 


6 


5 


18 


5 


8 


8 


8 


10 



8 


9 


10 


6 


7 


8 


15 


7 


12 


4 


8 


5 


5 


8 


8 


8 


10 


4 


8 


8 


8 


20 


5 


5 


5 


10 



— 218 — 
TAVOLA I. (Continua) 

POSIZIONE^ ALTEZZA, LARGHEZZA E CARATTERI DELLE PROTUBERANZE E DELLE FACOLE 



P09ICI0VC 



6 Maggio 

16 
SS 

Al 

51 

76 

98 
107 
123 
150 
17S 
199 
241 
267 
298 a SI 5 
S4S 



AIT. 



LAB. 



CARATTERE E NOTE 



Da Sii 10*» a 9h 4S 



m 






7 Maggio 

S6 

65 

79 
89 a 110 
120 
ISA 
168 
200 
246 
SIO 
826 
S58 



4 


5 


10 


7 


10 


2 




SI 




S 




i 




4 




2 


12 


4 




S 




4 


12 


10 



5 8 nube leggera 

5 4 nube 

5 S piccola nulle 

8 S getto forte vivo incl* 

10 8 getti e nubi tegue crom. V. per 18 

S S nube 

15 S getto forte obliquo 
14 7 getto vivo con alta nube obliqua 

4 6 crom< vivo e piccoli getti 

5 5 nube debole 

4 S nube debole 

16 1 a 5 getto piccolo alla base, Urgo in cima 5" 

5 5 nube e p'ccoli getti 
S 17 croni, vivo nelle facole 
8 12 nube debole, nu lunghissima 

Facole da 100 a ISO 
25S a 268 
295 a Si 4 attorno una macchia 

Da 8»i 50"» a lOh 20«» 

nube bassa 

nube alta con S archi e 3 getti 

getto fino, debole, obliquo 

croni, viva a gettarci li 

nubi e getti 

getti vivi 

nube fiacca al limite della tona polare 

piccola nube al promontorio 

getto vivo e nube obliqua 

nube viva sfumala 

nube debole 

ammasfo allo di nubi deboli 

Facole da 66 a 82 
100 a 121 

172 l! lim. della lona polare 
202 promontorio 
25S 2: lim. 
248 a 261 
286 a 290 
301 » 320 

8. Maggio Da 8h 30*" a lOh 20"' 

SI 4 3 nube pierola 

60 lO 6 nube stacciit4 e getti 50tl*> 

71 10 3 getti vivissimi 

79 4 7 getti bassi vivissimi 

94 a 105 3 11 crom. viva a grttarclli 

125 5 5 nube sfumata 

137 iO 5 nube alla pallida 

152 5 5 nube pallida 

163 lO 6 nube alU pal'idi al limitf V 

241 4 i picrolo getto 

259 6 3 nube e getto sulle facole 

265 4 5 getto e nnbr obliqua 

2Ì2 5 5 getto e nube 

SOO 6 4 massa lucida as^ai 

320 7 5 nubi lucide 

352 12 10 nube alla obliqua 

Faculv da 62 a 73 
93 a 126 
166 lim. 1^ sona polare 
206 promontorio 
220 lim. 2** 
245 a 263 
276 a 283 
293 a 304 
315 a 334 



PO8II10HE 



9 Maggio 

S8 

60 
64 a 70 

80 
107 
116 
148 
167 
195 
236 
253 
263 
283 
342 



ALT. 



8 
10 

8 
6 
4 
5 
S 

12 
7 
6 
4 
4 
4 

10 



LAS. 



11 

3 

6 
8 
5 

10 
10 
4 
9 
5 
5 
3 
2 
12 



CARATTERE £ NOTE 



Da 9h 35™ a ilH 0« 

nube al limite della tona N. ben visibile 

getti obi. io UD grappo di facole 

molti getti tulle facole 

getti mioati 

getti minati 

crom. viva 

crom. viva sfrangiata 

getto ▼. con nabe lunga al lim. d. tona asut. 

nube viva polare 

nube al 2* limite 

viva nu batta 

idem 

nube 

nube con getti tolto verCiali 



10 3Uggio 


nuvoloso 


11 Maggio 




49 


5 


3 


59 


5 


4 


117 


7 


1 


162 


11 


8 


194 


10 


5 


209 


5 


C 


228 


7 


5 


251 


15 


10 


263 


10 


8 


270 


5 


2 


283 


4 


8 


293 


4 


7 


347 


7 


5 



Facole da 55 a 80 
98 a 121 
14S m 157 
168 lim. 1* Sud 
225 lim. 2"* 
246 a 262 
, 292 a 310 

836 lim. 2! 2* tona N. 
82 Hm. 1: tona N. S2* 



Da 8h 30™ a lOh 0™ 



una faeola 



12 Magjjio 








37 


3 


10 




59 


3 


4 




110 


10 


15 




156 


5 


10 




192 


10 


6 




207 


5 


3 




227 


6 


4 




246 


10 


5 




254 


10 


4 




261 


8 


3 




294 


5 


6 




314 


S 


10 




337 


8. 


5 




348 


10 1 5 1 


Facole a 4' 


1 lim. a. poi 


da 58 a 


74 


108 a 


128 


138 a 


147 


lim. 


z. 



nube batta 

nube batta vicino a 

getto vivo 

nube alta atsai al lim. 1.^ Sud 

nube e getto «Ito polare 

nulle 

nube e getto 

grossa massa di getti vicino a una macckia 

altro amm? dairaltra parte d. m.* che è nn 

punto vivo cratere da 242* a MI.* 

getti minuti vivi 

idem 

getti vivi 

Facole da Sa 23 

50 a 83 

104 a 130 

157 lim. i". sona poi. S. 
218 lim. 2? tona poi. S.* 
241 a 266 
285 a 310 

Da 8h 40™ a lOh ftO*» 



nubi basiC al limite 2* poi. 

nubi e getti, crom. tfrang. fino alla teg. 

nubi alte ne) nietao, crom. tfr. fino a 135* 

nube al 1? lim. della tona 

getti alla base aopra nube 

piccoli getti 

getti e nubi batte 

getto grosio e nube obliqua viva 

getto id. var.i tono ai fianchi di una m.* 

due getti vivi 

nubi crom. viva fino al teg. 

p. geltarelli 

getto e nube 

ni*be 






N. fino a 50 



p. S. 



da 215 lim. a. poi. S. 
843 a 270 
283 a 229 
316 a 326 lim. z. p. N. 



— 219 — 

TAVOLA I. {Continua) 

POSIZIONE, ALTEZZA^ LAltGUEZZA E CARATTERI DELLE PROTUBERANZE E DELLE PACOLE 



POSIZIONE 


ALT. 


LAK. 


CARATTERE E NOTE 


13 Maggio 




(Aria cattivii as«ai}. P« 8^ 34 a 5lt 5"* 


54 


8 


10 


nuhi cumuli 


81 


8 


15 


crom. «Iti 


96 


5 


5 


Dal'i 


iOi 


5 


6 


idem 


128 


5 


5 


onbi « getti 


161 




8 


idem 


168 




4 


iJ(*m 


225 




10 


gettarci lì 


256 




15 


nube visibile fra le nubi e perciò deve 


281 




10 


^dein essere molto graade e viva 


296 


7* 


18 


idem 



Facole da 42 limite looa poi. N. a 65 

106 a 140 

187 lim. aouJ poi. S. 

827 2.* lim. aoaa poi. S. a 270 

278 a 292 

808 a 814 

837 lim. aooa poi. N. 

Da 31* >/4 pom. a 5li 



15 Maggio 


r 




al polu 


10 


10 


50 


5 


15 


65 


10 


1 


88 


18 


10 


96 


8 


2 


102 


8 


2 


103 


5 


8 


117 


12 


10 


186 


10 


1 


158 


5 


8 


165 


5 


8 


807 


8 


10 


233 


8 


8 


248 


10 


8 


255 


8 


1 


265 


8 


8 


283 


5 


8 


290 


10 


4 


299 


5 


6 



ni 



nube alta seguita da gttti piccoli di 20? 

gettarelli (sti al prom? della t. p. al lim. 

getto vivo 

grdU missa lucida a ponte da 2 getti vivi 

I iicolo getto vivo sopra la macchia 

i«lero 

massa viva 

m^ssa viva di getti e nubi alte 

getto viro assai 

getti 

gatti piccoli 

nube e getti 

getto vivo 

mass» viviss. con nube orits. forte assai 

getto vivo 

getti e nubi 

nubi, triplice protnberanta nuvolosa, segue 

idem limite la cromosfera fino 

nube viva a 810. 

Facile promontorio N. a 0? 

limite 1*, s. poi. N 48 
da 91 a 117 dove sono le protobcrautu forti 
174 limite sona polare 8. 
promontorio tona poi. 8. 208 
280 lira. Sona poi. 5. 
280 a 265 
290 a 805 
Lim. sona poi. N. 840 



16 Maggio 

32 

57 a 75 
75 
85 
95 a 107 

118 

145 

166 

212 ± 

285 

809 



^ 




8 


10 


3 


18 


8 


2 


12 


8 


3 


12 


12 


5 


8 


15 


4 


8 


5 


10 


5 


5 


11 


10 



Facole 45 lim. tona poi. N. 
da 91 a 104 

147 a 170 lim. pol.S. 
240 a 270 



Da lOb I ant. a 12'> 
(Nubi e poco buona osservaxione} 
crom. alta 
piccoli getti 
getto bello 
bella nnbe alta 
crom. a getti 
nnlie e ;,elti 
crom. sfumata 
nube al lim. lona poi. S. 
nube mal defin. per Taria (si salta) a 285 
nube 
nnbe e getti in basso 

a 288 al;ro lim. i. p. S. 
290 a 315 
340 2"" lim. s. p. V. 





^^ 




PoaisioHf: 


ALT. 


LAS. 


18 Maggio 


88° 


5 


4 


59 a 81 


8 


22 


64 


9 


1? V. 


77 


7 


2? V. 


95 


6 


4 


107 


10 


8 


128 


12 


1 


184 


3 


10 


204 


10 


8 


219 


lU 


2 


245 


11 


8 


262 


4 


2 


271 


5 


8 


307 


12 


12 


822 


10 


6 


356 


8 


7 



Facole da SO 

96 

240 

285 



19 Maggio 

22 

28 
184 
228 
286 
257 
268 
305 
312 
317 
324 
342 
251 



4 


3 


4 


3 


10 


10 


10 


4 


4 


8 


6 


4 


10 


8 


3 


8 


6 


2 


3 


3 


4 


3 


3 


5 


3 


8 



(17 nuvoloso) Da Sh pom. a 6I> 

nubi A cumulo 

gran massa lucida aopra una macchia 

della prec. 

della prec. la macchia è a 70" 

getti e fiamme 

tre belli getti congiunti da nube 

getto vivo con sopra una nub«t di 5* 

piccoli getti vivi 

nube al polo 

getto inclinato 

massa nebulare 

piccolo getto 

piccoli getti e nube 

gran maisa nebulosa alla 

altra vicina più compatta 

nebuloiitii fiacca al polo 

a 78 (Non prese tutte |t'r l'aria 
a 110 torbida) 

a 265 
a 305 

(Incompleta). Da 10^51*» a 12<i 

piccola nube ( manca tutto il lato di le 

idem vante per le nubi) 

nube lolare 

getto e nnbe pbliqua 

nube bassa 

nube leggera 

getto obliifuo vivo (salto per )'art<i) 

piccola nube 

gc(to obliquo 

piccola nube *^ 

idem 

idem al lim. f. poi. N. 

idem ibid. 



20 Maggio 

80 
45 a 72 
'81 
107 
115 
119 
147 
180 
231 
250 
257 
268 
283 
310 
823 
833 
858 

Facole 
da 



Facole — Lim. tona. Poi. N. 50 
da 58 a 74 
98 a 117 

158 a 171 lim. 1* a. p. S. 
250 2' lira. a. p. S. 
234 a 267 
279 a 306 
340 lim. I. poi. >. 

Da 8b 45" a lOh 80"* 

nube al lim. zona poi. ti» 

Crom. viva sulle fecole dietro la macchia 

piccola uuIk* 

getto vivo basso 

idem 

idem 

nube bassa al lim tona poi. S. 

nube bassa al polo 

due getti vicini obliqui 

forte massa lucida, getti v. 

altra vicina 

getto vivo (a 9b 45"* questi 8 getti 

getto sulla m. erano legati da un arco 

nube comune) 

massa di 3 getti e nubi alte con fori 

piccola nube 

nube al polo bassa e debole 

229 2* lim. tona poi. S. 
da 227 a 268 

277 a 802 

822 lim. sona poi. N. 



10 


7 


3 


2/ 


5 


8 


6 


4 


5 


2 


4 


2 


4 


3 


4 


9 


10 


5 


10 


7 


10 


4 


10 


2 


6 


2 


5 


2 


14 


9 


3 


2 


3 


10 



80" lim. tona poi. N. 
88 a 77 
97 a 126 
152 lim. tona poi. S. 






29 



— 220 — 
TAVOLA I. (Continua) 

POSIZIONE, ALTEZZA, LARGHEZZA E CARATTERI DELLE PROTUBERArVZE E DELLE FACOLE 



smamamesas 

POSllIOHB 



^ Maggiu 

6 

26 

Al 

58 

77 

86 

95 
108 
12i 
•206 
245 
254 
262 
269 
297 
S20 
325 
S55 



ALT. 



4 

8 
11 

4 
5 
5 
8 
7 
S 
6 
5 
6 

15 
5 
6 
7 

10 
8 



LAI. 



CARATTERE E NOTE 



2 
5 

11 
3 

8 
8 

10 
5 

10 
9 
5 
S 
6 
S 
5 
S 
5 
7 






Facole tia 85 

60 

97 

248 

272 



Da 3h| a 4hi 

piccola nube 

nube a dna cime 

gran massa di 8 getti coi nahi 

getti piccoli 

no 1)0 

nube viva 

■ulie viva con arco che arriva alla prcced. 

altn con arco 

crom. viva 

nube fiacca polare 

massa viva bassa 

massa vìva assai sa nna facola 

massa viva con nube alta staccala sopr4 

massa viva 

nube crom. viva 

getto vivo npiegato a nuW 

getto vivo con nube aopra e accanto 

nube debuie polare 

45 

82 
118 
268 
818 



fatte da To»i sema i limiti 



22 Maggio 

4 

22 

89 

51 

86 
108 
112 
133 
165 
186 
227 
242 
272 
276 
281 
290 
802 
820 
825 
828 
334 
355 



6 


5 


5 


3 


10 


8 


7 


10 


12 


8 


10 


10 


8 


5 


8 


10 


8 


10 


8 


6 


5 


1 


8 


10 


3 




4 




8 




4 




6 




10 




13 


2 


10 


2 


6 


2 


5 


2 



Aria buona. Da 9^ ani. a lOli i 



Facoli 



23 Maggio 

St 

22 

48 

72 

88 

98 
118 
133 
142 



piccole nulli 

nube bella 

grande ammasso par i|nello di ieri 

piccoli getti al limite, sona poi. Norl 

altra bella masaa di 3 getti con nubit 

massa vivissima sopra la macchia 

altra che fa seguito alla pr<*cedentn 

crom. viva 

crom. sfum^iti diflTuta 

solita nube polare 

piccolo getto 

pesao vivo con 4 getti pice. ti\i 

piccolo getto 

idem 

idem 

getto vivo presso la macchia 

petto vivo con nube orittontale 

massa viva as^ui 

getto alto vivo 

altro getto legato col precedente cuo nube 

altro getto pure legato coi 2 preceile^iti 

getto vivo al polo 

89 lim. (una polare Fford 
da 37 a 52 
68 a 85 
97 a 121 
l66 limite 1." zona polare S. 
227 limite tona poltre Sud 
227 t 260 
.280 a 820 
340 limite Iona polare Nord 

Da 9h 5"» H lOh S"" 

nube al polo 

nulle conn. colla precedente 

nube con getto ripiegata sulla macchia 

nube debole 

idem 

crom. viva 

piccoli getti» crom. viva 

getto vivo 

idem 





, 


5 


4 


10 


5 


10 


6 


6 


5 


6 


8 


4 


10 


4 


10 


5 


8 


4 


4 



POH no HE 



ALT. 



LAI. 



CARATTERE E >OTE 



S^ue 
28 Maggio 

148 4 3 getto vivo 

189 5 5 massa viva 

219 11 12 . getto con nube alta ripiegata rmo l'e^' 
253 4 5 crom. Tìva, alla e getto 
293 lo 8 masaa con getto e nube ìacl. 
312 12 12 getti con huImi ripiegaU 
333 24 4 altissimo doppio getto iociitito 

Fscole limite 1* sona N. 21 
da 37 a 42 
53 a 67 
98 a 115 
121 a 124 
Limite 1.** tona S. l53 
Limite 2.* tona S. 200 
da 207 a 212 
250 a 262 
283 a 815 
Limite 2." tona N. 817 
24 Maggio Da 9h | interrotto e fioito ' 2^ ! 

Aria cattiva 
10 10 7 nassa nuvolosa congiunta alla Mgnesle 

24 10 12 gr. massa Incida ccng. tìU preced. m «« 

54 12 2 getto alto obliquo 

65 8 4 massa lucida 

86 6 6 viva 

«i08 12 3 nube staccata alta, viva 

117 8 5 massa viva, getti 

188 6 1 piccolo getto 

156 6 4 massa viva seguita 

160 a 170 4 10 getti p. vivi 

220 5 5 2 masse vive a cumuli 
238 6 2 getto obliquo piccolo 

253 5 4 massa con sfrangiatura viva 

262 5 6 idem 

273 5 5 idem , , 

289 10 10 massa gr. viva; per l'arta non ù fcdr b'*^ 

330 5 6 crom. viva e getto obliquo 

350 6 4 I massa viva a getti 

Facole limite 1." tona N. = 38 

da 42 a 65 colle macchie 

105 a 181 

189 a 152 
Limite 1.** tona Sud 172 
Limite 2.* 230 

233 a 243 

253 a 265 

282 a 322 

342 limite 2.* tona N. 

Tolte le usscrvalioni sono incerte e diflficili pc ^^ "° ' 



25 Maggio 

13 

20 
44 a 53 
72 
106 
131 
155 
20& 
220 
230 
239 
245 
254 
263 



10 


5 


8 


6 


5 


9 


8 


5 


6 


6 


7 


4 


12 


15 


4 


3 


5 


4 


10 


3 


4 


2 


4 


2 


6 


3 


4 


6 



Da 8h 40"* a lOl» 

nube debole 

idem 

getti piccoli, crom. vivi 

cumulo, viva assai 

vivissima massa croni. 

viva, cumulo . j 

nube alta viva assai al HmiK» toaj jh 

nube viva 

idem 

getto e nul>e atta isolata 

masaa piccola viva 

piccoli getti 

getti cstromameote vivi 

crom. viva alU (pw»lo le ^^''"' 



— 221 — 
TAVOLA I. (Continua) 

POSIZIONE, ALTEZZA, LARGHEZZA fi CARATTEII DELLE PROTUBERANZE E DELLE FACOLE 



P08ISI0VE 



Stfgue 
25 Maggio 

t8S 
301 
825 
346 



ALT. 


LAI. 


iO 

10 

10 

8 


t 

4 

€ 

4 



■B 



CARATTERE E NOTE 






gttto e Qttlie «lU rìpUg'Ui 
nube isolata • sello sotto debol* 
due getti uniti 4a un ponte 
getti p. viti. 



POSI X IO KB 



Facole limitf tona polare Nord ZA 

da 18 a 60 

90 a 100 

105 a 122 

452 a 155 

168 limila tona polare Sud 
224 idem 

258 a 268 fecola cratcriformtf dove poi 
804 a 822 venne una rorfcciiiu 

355 limite tona polare Nord 



26 Maggio 

i2 
22 

65 

73 

99 
118 
125 
161 
182 
215 
227 
249 
265 
I 307 
348 



5 


3 


7 


5 


4 


10 


8 


5 


10 


1 


8 


5 


4 


3 


14 


15 


4 


4 


6 


5 


4 


6 


10 


5 


8 


8 


5 


7 


8 


6 



D« 81» 30*" a 9ik 4$ 



m 



nube debole 

nube inclinata 

piccoli getti 

TÌTÌiiiroa : anche Torlo del sole è vivissimo 

getio alto drillo s«gne crom. viva 

getto con nube a incudine 

getti vivi obliqui 

massa di 5 getti che forma una nube altiss.'* 

nube fiacca alle 3i era enorme di 24"* 

idem ma stacca la al limile della 

nube viva e getti p. tona polare 

getto con nube a 8 piani 

4 getti congiuuli da una nube 

crom. alla viva, &filaeciat4 

nube vira e getti 



Facole limite loua polare Nord SS** 
da 37 
93 
117 



27 Maggio 

20 

71 
83 

102 
133 

156 
190 
224 
246 
268 
297 
330 
340 



12 


• 

8 


6 


10 


10 




8 




4 




5 




6 




6 




10 




6 




8 




4 




10 





a 69 
> 112 

a 126 

l60 limile tona polare Sud 
218 idam 
207 a 218 
223 a 233 
242 a 265 
280 a 328 
342 limite tona polare Nord 

Da 81> 35"" a ioti 

3 getti uniti da un (onte, uube 
massa viva alta di piccoli getti 
nube nata ove erano getti al mattino 
altra, nata similmente 

massa viva 

idem 

piccola e debole nube 

massa tiva 

massa vivissima 

4 nubi isolate 

getto a incudine cou largo cappello di 4** r. 
piccola massa 
nube debole 



28 Maggio 

28 
56 a 72 
, 93 

102 

132 

154 

200 

254 

265 

297 

323 

348 



ALT. 



12 

8 
15 

5 
10 
8 
7 
5 
6 
5 
4 
5 



f.AK. 



9 

16 
3 
2 

6 
4 
5 

4 

1 
3 

8 
1 



CARATTERE E NOTE 



Da 8»» 16" a 9>» 50" 

2 getti grotti e vivi congiunti da un ponte 
.piccoli getti lucido di nube 

nube curva, volante staccata 
piccolo getto afamato 
massa viva reticolata 
nube riva 
nabe fiacca 

crom. alta viva tolle fhcole 
getto con grrfa<ie incudine ibidem 
vari piccoli getti 
crom. viva malgrado le nubi 
getto debole 



29 Maggio 

16 

67 

86 

95 a 118 

135 

198 

226 

245 a 260 

272 

285 

310 



Facole 48 limite tona polare N. 
da 55 a 63 

68 a 79 

93 a 112 
114 a 123 
143 f 152 

160 limite tona polare S. 
210 idem 
223 a 235 
243 a 265 
289 a 325 
337 limite tona polare N. 

Da 9k 10" a lOk 30" 



12 


9 


8 


10. 


10. 


1 


4 


23 


9 


8 


10 




8 




3 


15 


10 




6 




7 





dot getti vivi congiunti da un arco 

crom. viva 

getto alto isolato 

crom. viviss. sfilacciata 

8 getti uniti da una nube 

2 getti uniti da un ponte vivo 

massa a cumulo viva 

crom. viva «nai tfiltcciata 

nube tlta leggera curvata 

getto vivo con viva nabe obliqua 

getto a incudine 



Facole lim. sona poi. N. 30 
da 32 a 48 

71 a 78 sotto una prot. 
95 a il8 
158 a 164 

165 lim. tona poi. 8. 
2lS idem 



da 212 
236 
280 
295 
816 
330 



224 
264 
282 
308 
8^2 
336 



340 lin. tona poi.' N. 



Facole lim. tona poi. N. =s 42 
da 46 a 67 
113 a 120 
128 a 186 
168 lim. sona poi. S. 



222 idem 
248 a 259 
285 a 307 
355 limite soma polare N. 



30 Maggiu 

14 
44 a 54 

64 

68 
. 94 
102 
126 
189 
218 
252 
26 1 
271 
280 
295 
817 
320 

Facole 



15 


6 


3 


10 


4 




4 




6 




8 




5 




7 




6 




5 




6 




6 




5 




5 




5 




5 


2 



Da 8*45" a 9^45" 

3 getti con ponte e nube cornuta viva sopra 

crom. viva 

(iccoli getti 

idem 

nube e getti (nebbioso e si vede male) , 

nube 

nube sfrangiata 

nube a cumulo 

nube e piccoli getti vivi • 

getto con nube a strascico 

idem 

massa di getti e nube 

piccoli getti e nubi 

idem 

(segue e procede molta crum. viva) 
(si vede male per la nebbia) 



idem 
idem 



N. 



21 lim. fona poi. 
da 48 a 72 
93 a 120 
131 a 140 
151 lim. t. poi. S. 



173 promontorio 
198 lim. t. poi. S. 
da 244 a 255 
270 a 803 
343 lim. t. poi. N. 



— 222 — 
TAVOLA I. {Continua) 

POSIZIONE, ALTEZZA, LARGHEZZA E CARATTERI DELLE PROTUBERANZE E DELLE FACOLE 




j 31 Maggio 

25 
52 

71 

98 
140 
201 
226 
246 
270 a 290 
302 



4LT. 



15 
7 

6 

10 

4 

12 
5 
4 
5 
5 



LAS, 



6 
3 
4 
6 

10 
6 

10 
8 

20 
8 



CARATTERE E NOTE 



Da 8»» 30"* a 9^ 45"» 

gr. matsa a corno lucidj a gcUo mista a ouLe 

VIVO carnaio sfilacciato 

Dube viva 

getto roti nuUe ioclia^U 

croni, alla e viva 

oulie «pana, deliole 

piccoli getti globubri 

gettjrelli 

crom. alta viva 

gettar«IH e crom. alta 

246 a 260 

270 a 296 

308 a 320 

335 lim sona polare N. 



Facole 38 limite tona polare Nord 
da 52 a 70 
93 a 128 
160 limite sona polare S. 
214 id«m 
1 Giugno ;a 8l>50"> a 10l> 45"* 

(Arii cattiva ai fa con pena) 
20^ 12 3 getto grande obliquo jr. l'equatore 
45 5 iO getti piccoli e crom. alta 

54 8 2 piccolo gfltto dildt4to assai io alto 

109 lO 9 maasa di nubi e getti vivi 

124 8 8 cornalo basso vivo 
182 6 3 getto e nube leggera 
i89 « 6 4 idem 

238 6 8 cumulo lucido 

246 5 2 getto vivo 

259 8 10 crom. viva 

300 10 8 getti e nube viva, sf^ue crom. viva 

382 4 5 piccoli getti a) Hm. z. p. N. 

Facole limile sona polare N. 38 
da 34 a 42 
81^ 90 
107 a 125 
153 a 159 

160 =s limite 1004 polare S. 
215 = limite tona polare S. 
210 a 218 
244 a 261 
271 a 280 
290 a 313 
316 a 336 

336 limite aona poLre N. 
8 Giugno 

Da I0h40'" a 11»» 85"» 
22 11 5 gran getto vivo a corno incl. all'equatore 

54 12 3 bel getto inclinato a l'equatore vivo 

63 10 3 altro simile più debole 

95 a 112 13 17^ maisa enorme di n. e g. sulla fac che segue 

125 18 4 g- ^astiss! a dopp. rimj spac<«. una ni.' 
157 6 2 piccolo getto con nube 

190 8 8 2 g. aoiti con ponte de1)« («ino quelli di ieri 

224 6 4 getto o nube avMc-inati) 

231 8 5 getti e uubi congiunti col precedente 

244 6 3 piccolo cumulo 

256 10 8 gr. g. e n. I. v., ì- sulla m. all'or, che sparisce 

276 9 4 getto vivo questi due nono uniti di uno 

285 9 8 idem strascico assai lungo 

802 I 10 12 gran maisj di nui'ì e getti 

343 I 8 2 piccolo gt'tlo 

Facole Promontorio alla aona \ olare N. 28 
61 limite incerto sima polare N. 
da S4 a 109 attorno a una maccliia 

ilO a 119 

170 limite aona polare S. 

220 limite con a polare S. 

241 > 261 

292 a 823 

343 limitr Bona poi «tre ^. 



POSIZIONE 



3 Giugno 

17 

37 

64 

99 
109 
123 
155 
196 
239 
279 
307 
344 



ALT. 



18 

20 
4 

15 
9 

15 
6 
8 
8 
5 
3 
8 



LAK. 



CARATTERE E NOTE 



Facole 
da 



Da lOk IO" a 11* 20« 

8 2 euormi getti eoa sopra altissima mib^ 

2 g. ▼. con nube altisa. clie ai stende per IO* 
10 piccoli getti 

7 nube cellulare a sigxag 

4 cumulo vivo 

4 piccolo cumulo e nube loughissifloa 

3 cumulo 
10 cumuli e nubi sparse 
10 piccoli getti vivi 

9 piccoli getti vivi 
10 crom. sfrangiata sulla macchia 

4 I 2 getU deboli 

Limite sona polare N. 43° 



45 
57 
87 
101 
152 
211 
237 
282 
340 



48 
75 
96 
140 
163 
224 
267 
325 
347 



172 ^ lim. e. p. 
217 = lim. B. p. 



S. 



350 lim. a. p. 



Giugno 

12» 

65 

76 

97 
127 
132 
153 
194 
247 
265 
303 
312 
320 



12 


8 


8 


3 


6 


6 


12 


3 


13 


4 


7 


6 


7 


4 


10 


8 


' 7 


10 


1 5 


10 


5 


4 


4 


3 


10 


6 



N. 

Da 11* 4™ 



a Ili» 56 



DI 



due solili getti con gran fumo 

getto grande obliquo 

cumulo di nubi 

getto e sopra nubi isolate 

getto grande con nubi sopra 

getto minore con piccoli appresso 

cumulo 

2 getti e nube sopra alti debole 

cumulo di crom. viva assai alta 

piccoli getti 

▼ivissimo carauletto 

idem 

mussa lucida viva 



Facole 36 lìmite tona polare N. 
da 61 a 76 
98 a 106 
110 a 120 
157 lim. tona polare S. 



204 lim. a. |K>1. S. 

239 a 267 

294 a 315 

lim. s. poi. N. a 337 



5 Giugno 






11° 


18 


8 


52 


10 


6 


78 


4 


10 


107 


5 


3 


152 


6 


5 


183 


5 


6 


246 


10 




254 


12 




263 


15 




267 


10 




272 


8 




282 


6 


5 


322 


IO 


2 


340 


7 


5 



Da 8»» 25™ a 9^ 45™ 

due coni con nube alta sopra 

due cumuli vicini 

crom. viva assai 

cumulo con getti 

gran cumulo vivo 

due cumuli deboli 

getto vivo con nube oriss. cong. 

idem congiunto al precedente 

getto con nube 

idem masse vive assai 

idem 

due getti con nube 

getto con alla nube obliqua 

due getti vivi ind. all'equatore 



al sm;. 



Facole 38 lim. t. poi. N. 



58 

80 a 

95 a 

105 a 



73 

85 

98 

130 



158 lim. a. poi. S. 



204 lim. z. poi. S. 
da 247 a 268 
281 a 284 
295 a 307 
340 lim. a. poi. N. 



-~ 223 — 
TAVOLA I. (Continua) 

POSIZIONE» ALTEZZA, LARGHEZZA E CABATTERI DELLE PROTUBERANZE E DELLE FACOLE 



^osimioMC 


ALT. 


X.AII. 


6 Giugno 


12 


8 


5 


50 


10 


4 


62 


A 


10 


78 


8 


8 


90 


6 


3 


i04 


8 


10 


132 


5 


2 


139 


12 


3 


157 


6 


7 


194 


7 


5 


258 


6 


7 


276 


8 


6 


286 


6 


3 


297 


12 


8 


312 


13 


12 



CARATTERE E NOTE 



8 Giugno! 

^3 i 

57 ' 
92 I 
98 

124 

159 

182 

206 

244 

268 

292 

319 

340 



Da 111» 20"* a 12»» 15"» 
(Aria cattiva e prese a toIo) 
due getti oniti da nna nube 
getto forte con corno verso l'equatore 
crom. alta sfrangiata 
crom. alta asui. sfrangiata ^ 
nube debole 

fila di getti con sopra nube isolata 
cumnletto sotto la nube seguente 
gatto con nube assai lunga verso Tequat. 
cumuli vivi 

cumuli staccati e nubi al polo 
cumuli e getti 
massa viva con getti 
piccoli getti 

getti obi. e n. lunghe e vaghe prima d. m.* 
grand'arco di grossi g* e n«} massa imponente 

Faeole 18 limite aona polare N, 

da 53 a 61 

66 a 73 

79 a 87 

102 a 125 

139 a 154 

166 limite tona polare S. 
212 limite aona polare S. 
2S8 a 246 
252 a 267 
292 a 304 
308 a 312 
332 lìmite tona polare N. 

Da 9h 5"* a |0h 45"' 



7 
10 
6 
5 
6 
8 
6 
6 
7 
8 
5 
5 
7 



6 
8 
2 
2 
3 

10 
5 



nubi staccate 
massa Ttvissiuia 
getto prec. 
nube bassa 



getti vivi 

tre forti getti uniti da nube 

due getti vicini e nube 

7 getti e nube 

5 idem 

9 niaiaa viva di getti e nubi 

3 nube debole ^ 

4 nube 
4 massa viva 

Fecole 26* limite zona polare N. 
da 70 a 79 
92 a 110 
119 a 131 

P 

r 



159 lim a. 
210 lim. a. 
222 a 228 
S31 a 270 
287 a 310 
336 lim. I. 



Giornata nuvolosa, e si è faticato 
assai a fare la figura 



S. 
S. 



p. N. 



9 Giugno 

2 
U 

55 

63 

71 

83 

91 
110 
136 
155 
161 



5 


1 


8 


5 


6 


3 


7 


6 


10 


4 


4 


5 


5 


5 


10 


6 


5 


3 


7 


4 


! 6 


3 



Da 8h SO"* a lOb 45'" 
(Finito a stento tra Ir nubi) 
piccola nube 
massa viva 
nube 

massa di nubi 
cumulo alto 
crora. viva 
nube debole 

massa vivissima sfrangiata su una facilini 
nube viva 
nube 
idem 



POSISIOIIK 



Segue 
9 Giugno 

193 
240 
252 
288 
291 
297 
339 



ALT. 


LAI. 


7 


5 


5 


3 


10 


10 


10 


2 


10 


3 


6 


7 


6 


7 



CARATTERE E NOTE 



BBf 



due getti deboli uniti da nube 

nube sulle faeole 

massa vivissima 

getto vivissimo stretto isolato 

nube isolata su un cumuletto 

masaa lucida unita 

massa lucida 



Fecole 5* 



promontorio i. 
limite a. p. N. 

da 42 a 52 
65 a 77 
103 a 112 
122 a 137 
157 lim. a. 
207 lìm. a. 
232 a 262 
293 a 305 
813 a 335 
332 lim. a. 



p. N. 
32 



P- 
P* 



S. 
8. 



10 Giugno 

12 

38 

70 

98 
137 
168 
202 
237 
282 
342 



7 


5 


4 


10 


2 


5 


IO 


8 


8 


5 


8 


6 


7 


8 


4 


10 


10 


10 


8 


7 



p. N. 

Da Ih 28"* pom. a 2h 30<" 
finito colle nubi sempre f4stidiose 
cumulo ben deciso» ma non vivo 
«crom. sfilacciata 
vivissimo getto stretto alla base largo e 
ammasso di nubi venato in cima, l'aria 
cumulo vivo impedisce l'esatteasa 

cumulo mediocre 
cumulo a d'je cime 
crom. viva alta 
cumulo vivo diflfuso 
cumulo e^ getto obliquo in cima 



Faeole lim. a. p. N. 
da 65 a 76 
94 a 105 • 
170 lim. a. 
220 lim. a. 
236 a 262 
300 a 318 



25' 



P- 
P 



6. 
S. 



Osservasioni incomplete 
per l'instabilitk del cielo; 
passano nubi ad ogni mo- 
mento 



11 Giugno 

16 

25 

51 

56 

66 

89 
110 
156 
198 
222 
239 
256 
348 



5 


4 


4 


3 


8 


6 


5 


8 


5 


8 


10 


10 


6 


20 


6 


5 


7 


10 


6 


8 


5 


10 


6 


2 


5 


3 



Da 8h 35™ a lOh 



Faeole da 



cumulo basso 

piccolo cumnio e getti 

massa vivissima di getti sopra una macchia 

idem piik piccola 

fiamme 

nubi alte 

nubi e fiammelle per tutto 

massa viva 

cumuli e roa^sc vive 

nubi 

sfrangiata la crom. sulle f.icole 

getto e nube 

cumulo 

Limite aona polare N. 23 
Limite aona polare S. 158 
Limite aona polare S. 208 
Limite sona polare N. = 337 

42 a 55 

65 a 82 

98 a 118 
119 a 143 
226 a 253 
258 a 265 
270 a 279 
313 a 335 



— 224 ~ 
TATOLA !• {Continua) 

POSIUONE, ALTEZZA, LARGII8ZZA E CARATTERI DELLE PROTUBERANZE E DELLE FACOLE 



■ 



POSUiOMI 


ALT. 


LAm. 


iS GiagQO 






a 


7 


8 


Ài 


5 


8 


88 


6 


10 


i05 


8 


2 


i22 


5 


8 


168 


6 


5 


i85 


5 


8 


206 


5 


5 


220 


5 


8 


2S0 


tu 


6 


248 


8 


10 


250 


IO 


7 


261 


5 


4 


275 


6 


4 


296 


8 


6 


802 


7 


4 


817 


4 


8 


887 


5 


10 ; 



CARATTERE E NOTE 



(La'fignra delle macchie fa fiitta a 9h, ma 
le protokerante etsendo il delo ▼dato 
coD alone si potè Ture solo da Ih | a 
Rh I , presa fra i cumuli con peua). 

tre pilicrì congnnli da nube in cima 

pioeoio cumulo 

■ub^ e getti pallidi per Tarta rosc4 

getto con nube 

cumoio pallido 

cumulo 

piccolo cumulo 

cumulo 

idem * 

nubi e getti confusi per l'aria 

idem 

idem 

cumulo piramidale 
massa viriAsùna 
idem viva 
nube debole 
nubi basse deboli 



Limite aona polare N. 25" 
Zoha polare 8. 165 
Zona polare S. 210 
Zooa polare N. 887 
Facolc da 4i a 48 
55 a 65 
95 a 122 
228 a 285 
289 a 256 
291 a 804 



14 Giugno 

IR 
45 

78 

76 

87 

105 

123 

170 

208 
282 
247 
255 
265 
270 
29i 
298 
807 
828 
844 



5 


8 


4 


10 


5 


10 


6 


5 


6 


8 


6 


8 


5 


5 


8 


4 


7 


8 


8 


5 


7 


5 


6 


5 


10 


5 


.6 


2 


7 


5 


9 


6 


12 


10 


5 


10 


7 


6 



Facci e ùa 



Da 8h 20"™ 4 9»> 80"™ 

piccolo cumulo 

crom. elevata 

crom. alta sfiljcciata 

nube viva 

idem 

■ubi sfumale 

nube viva 

cumuli alti vivi 

nubi 

getto Tiro con nube inclinala 

cumulo vivo 

piccoli cumuli vfvi 

getto vivo sa una Cicola airorlo 

getto brillante 

massa viva connessa colla seguente 

f. massa di g, e n. celivi, eompltcatisiime 

continua la cnor. massa lue. da 289 a 812? 

crom. alta 

getti e nubi deboli al polo 



Limite aODa polare If. =s 29 
Zona polare S. =s 170 
Zona polare 8. s 2t0 
Zona polare ». s 888 



87 
55 
68 
104 
165 
224 
285 
285 



46 
68 
75 
121 
171 
282 
268 
802 



POSISIOVB 


ALT. 


LAB. 


15 Giugno 


17 


6 


5 


86 


8 


2 


68 


7 


5 


70 


7 


6 


77 


8 


5 


84 


7 


4 


109 


5 


5 


116 


5 


4 


128 


6 


5 


186 


6 


5 


166 


12 


8 


206 


8 


5 


244 


10 


15 


270 


10 


15 


295 


6 


10 


807 


8 


6 


841 


5 


6 



CARATTERE E VOTE 



Da 8h 80" a 91» 50" 



nube debole 
getto allo isolato 
aolii vive 

viva cellulare 



nube 
nube 



mi 

idem 

idem viva assai 

nube bassa 

viva 

viva assai 
nulte leggera 

nubi alte curvate verso il polo 
nassa conica riva 

massa viva di getti obli<|ni iatreec. eosstlii 
nassa di tre getti eong. ad ardii alti iatrccc. 
nubi deboli 
idem intiacciate 
due cumuli vivi 

Limite sona polare If . s= 28 
Limite aona polare 8. :s 155 
Zona polare S. = 208 
Zona polare N. = 828 
Fecole da 47 a 57 
68 a 78 
104 a 121 
284 a 268 
275 a 298 



l6 Giugno 

18° 

56 

74 

84 

98 
118 
120 
182 
144 
168 
195 
284 
243 
252 
257 
268 
809 
349 



8 


5 


7 


6 


5 


8 


6 


8 


8 


5 


12 


4 


5 


8 


8 


5 


4 


5 


6 


5 


8 


7 


10 


10 


6 


7 


6 


5 


8 


5 


10 


9 


9 


8 


9 


7 



Da 8'« 10" a IO»" 
due getti con nubi 
fiamme : tra queste crom. vira 
^crom, sfrangiata alta 
getti vivi 

getti e nubi presso la macchia (tri qarstf 
nube alta a tigaag due mollo piic. 

nube 
idem 



cumulo vivo 

cumuli vivi 

maasa ad archi e getti vivi 

altra simile minore 

fiamme 

nubi inclinate 

getti ed archi lirillaatisiiini < var. 

nubi e cumuli 

nubi deboli 



MMi 



Limite 


sona 


polare 


N. 


^= 


17' 


Limite 


sona 


polare 


8. 


^ 


158 




Zona 


polare 


S. 


ss 


204 




Zona 


polare 


N. 


£S 


808 


Facole da 61 a 


70 










85 a 


87 




• 






103 a 


120 










187 a 


150 










284 a 


254 










• 271 a 


818 











17 Giugno 

61 

84 

90 
121 
i88 
141 
157 
201 



5 


15 


7 


4 


9 


6 


6 


5 


8 


6 


5 


5 


U 


6 


9 


7 



Da 9h 5"^ a lOh A 

piceolisaimi getti e crom. alta 

cumulo sfnugàato 

nube iacl illata 

piccola nube 

nubi a getti alla base 

cumuli Imidi 

getto curvò al lim. a. 

nubi e cumuli al lim> 



Ili 



s. 



8. 



S. 



— 225 — 
TAVOLA I. {Continua) 

POSIZIONE» ALTB2ZA> LARGHEZZA E CARATTERI DELLE PROTUBERANZE E DELLE FACOLE 



POSISIOME 



Segue 
17 Giugno 

224 
250 
263 
284 
291 
S06 
SA7 



ALT. LA«. 



8 
6 



8 

5 



15 17 
7 . 5 



8 

7 

10 



5 

10 

8 



CARATTERE E NOTE 



nubi sUccaUft. archi e getti 

cumulo vivo assai connesso colla seg. 

grande ammaiao di archi, getti e aobi 

geito a due piani 

getto vivo curro 

archi vivi e getti 

nnbi e getti 



Facole da 



Limite aooa polare N. = Si 

159 

soo 

:386 



5i 
86 
102 
124 
145 
288 
871 
284 
380 



Zona polare S. 

Zona polare $• 

Zona polare N. 

6i 

94 

il7 

182 

158 

850 

279 

802 

885 



18 Giugno 

41 

65 

86 
107 
il7 
i22 
157 
197 
247 
273 
279 
284 
295 
308 
348 
359 



5 


10 


iO 


il 


5 


2 


6 


8 


8 


5 


5 


8 


7 


6 


io 


10 


5 


2 


io 


10 


4 


2 


6 


3 


4 


8 


5 


4 


9 


8 


4 


10 



Facule da 



Ù4 8l> i5'« a 9h 15"» 

crom. alta sfrangiata 

massa viva di nubi 

piccoli getti 

idem 

nubi e getti 

idem 

nubi deboli 

due getti con nubi 

piccoli getti in crom. sfrangia U 

due getti uniti con arco 

piccolo cumulo 

cumulo sfrangiato 

idem 

idem 

nubi deboli staccate fra loro 

crom. debole, ma estesa e sfumata 

Limite Bona polare If . sa 24 
Zona polare 8. s= 150 
Zona polare 8. aE= 200 
Zona polare N. = 332 



24 

52 

70 

99 

150 

201 

221 



28 
58 
17 
122 
156 
206 
245 



280 a 298 



19 Giugno 

42 

46 

59 

69 

82 
100 
113 
164 
190 
198 
280 
243 
258 







8 


5 


6 


8 


10 


9 


5 


2 


8 


7 


8 


10 


10 


io 


12 


8 


7 


6 


8 


8 


10 


io' 


12 


14 


8 


5 



Da 8h SO"* a 9h 30'" 



nubi 
idem 

getti e nul>i alte e vivf 
piccoli gatti 
getto con nubi deboli 
getti e nubi diS'use 
nubi vive e getti 

due getti coagiuoti àn arco di nubi 
nubi (Queste due sono la ateaaa mutata 
getti io brave tempo di posto ?) 
nubi belle congiunte colla s^. 
magnìBco gruppo di getti a ventaglio con- 
tinuati da noLc che contenera i getti 



P081BIOHE 



Segue 
19 Gingno 

281 
807 
851 



41.T. 



LAB. 



CARATTERE E NOTE 



5 2 piccoli getti 
8 6 doppio getto inclinato 
8 10 nube polare aparpagHala 
Limite aon polare N. ae 28 
Zona polar* 8. s: 157 
Zona polare 8. a: 207 
Zona polare N. =: 335 
Facole da 54 a 76 
100 a 118 
155 a 158 
222 a 258 
280 a 290 



20 Giugno 

47 

61 

8i 
107 
156 
193 
241 
288 
310 
350 



10 


6 


7 


4 


5 


2 


5 


8 


7 


7 


6 


8 


14 


10 


8 


3 


12 


il 


8 


9 



Da 9h 5'" a lOh 5 



m 



Facole da 



cumulo o unnafso bello di nubi 

massa conica viva, sfrangiata 

piccolo cono 

cumulo vivo 

nubi leggere che seguitano lino al seg. 

idem 

gran massa viva di tre getti obi. legati 

nube isolata deb. da alte nnbi 

massa di tre grossi getti con nube in cima 

catena di nubi deboli al polo 

Limite Bona polare N. = 22 
Zona polare 8« acs 156 
Zona polare S« e= i97 
Zona polare N. s: 839 
a 78 
98 
117 
240 
264 
296 



51 

93 
107 
235 
257 
283 



a 
a 
a 
a 
a 



21 Giugno 






40 


6 




45 


6 




65 


10 


12 


76' 


4 




91 


5 




115 


5 




125 


5 




168 


8 




i94 


8 




218 


5 




265 


10 




289 


5 




310 


i6 


16 


332 


5 


5 


358 


8 


12 



Alle 3 p. con aria cattiva poco sicura 
Osservaatone incompleta 
massa \iva 
altra simile 

gruppo di archi languidi 
nube bassa 
nube diffusa 
nube 
idem 

due nubi legate in alto 
nube leggera 
nube 

getto obliquo 
doppio getto 

gr. massa di g. e n.» 8 sono i principali a 

301, a 309 e a 315? 
frastagliata, legg. al polo 



nube 

nube diflTuaa e 



22 Giugno 


24 

50 



Limite sona polare If. = 27 
Zona polare 8> = ÌS6 
Zona polare 8. cs 207 
Zona polare If . =s 334 
Facole da 50 a 72 
98 a 117 
248 a 267 
284 a 294 
804 a 318 

Da iOb aut. 



7 


16 


8 


3 


6 


5 



Uh 



nubi diffuse • rare 

Jstto obliquo irerso requatere 
ne getti vicini 



~ 226 ~ 
TAVOLA I. {Continua) 

POSIZIONE, ALTEZZA, LARGHEZZA E CARATTERI DELLE PROTURERANZE E DELLE FAGOLE 



POSIIIONB 



Segue 
22 Giugno 

67 

96 
iOS 
115 
163 
177 
i95 
286 
248 
811 
828 



ALT. 



13 
5 

10 
4 
6 
5 
5 
8 
10 
15 
6 



LAI. 



CARATTERE E NOTE 



14 getti e nubi altissime 
8 getto 

8 getto con nube ad arco che arriva al preccd. 

8 crom. alta sfrangiata 

8 due getti a nube 

3 cumulo (iccolo 

4 idem 

10 ammasso di nubi 

8 gr n. ad archi, arrivano al prec, variabiliss. 

15 grande ammasso di nubi alte « cellulari 
2 pigolo getto 

Limiti 28' N. 



Facole da 



48 

92 

127 

248 

294 



157 F. 

207 8. 

885 N. 
a 88 
a 112 
a 188 
a 264 
a 828 



23 Giugno 

8 

30 

52 

76 

86 
108 
137 
155 
198 
234 
240 
244 
250 
265 
272 
296 
802 
815 
828 



7 


10 


8 


8 


- 6 


7 


9 


9 


6 


8 


6 


8 


4 


10 


4 


6 


8 


8 


6 


6 


8 


5 


7 


3 


6 


5 


10 


5 


8 


4 


5 


3 


8 


3 


12 


10 


7 


3 



Da 9h a lOh 5'" 



nubi leggere al solito 

getto vivo verso l'eqii^tore 

getto obliquo verso l'equatore 

getto e massa obliqua verso l'equatore 

getto rivo 

getto obliquo verso l'equatore 

crom. viva alta 

srom. viva alta sfrangiata 

nube e cumuli 

Nubi sfilacciate deboli 
tutte legate insieme 

getti vivi assai aparpagliati 
altri getti 
piccolo sbruÌTo 
getto e nube 
nube debolissima 
piccola nube 

Limiti sone polari 
Sperone 19 
Limite 81 N. 
163 S. 
208 S. 
345 V. 
Facole da 50 a 62 
65 a 73 
75 a 85 
96 a 116 
137 a 150 
238 a 254 
276 a 283 
294 a 324 sparse rare 



24 Giugno 

1 

23 

78 
182 
193 
220 
255 
295 



5 


6 


6 


8 


10 


12 


4 


4 


6 


5 


6 


5 


4 


6 


a 


3 



Da 8h 35" a 9h 40" 

nube polare 

due piccoli getti vicini 

massa di nubi alle con archi 

piccola pron. di cromosfera 

nube debole discontinua 

nube 

crom. alta sfrangiata 

getto alto a fungo 



POSIIIORE 



SegujB 
24 Giugno 

305 
314 
354 



ALT. 



7 
8 

5 



LAI. 



CARATTERE 1 NOTE 



25 Giugno 

14 

52 
109 

114 
122 

146 
170 
200 
216 
224 
249 
260 
276 
298 
308 
358 



2 getto alto a fungo 
iO tre getti separati uniti da nu^ l^l^era 
4 piccola nube poli 

Limiti xone polari 15° ine. 

148 S. 

197 S. 

830 N. 
Facole da 45 a 69 
96 a 118 
201 a 208 
234 a 258 
276 a 286 
293 a 300 
810 a 318 

Da 2h 58" p. a 4h 
(Aria cattiva e osservasione dìfl&cile. 
cumulo vivo inclinato all'equatore 
crom. irr^. viva 
cumulo vivo 

getto vivo congiunto con arco al ^g. 
getto e arco cui precedente 
crom. irregolare alta 
idem 

nube alta irregolare 
getto e cumulo 
cumulo basso 

getto a doppia testa divellente 
nube bassa 
getto vivo con nube 
getti e crom. alta 
getti alti e fini 
nube a cumuli. Polare 

Zone limiti N. 19 

S. 163 

S. 203 

N. 885 



6 


5 


4 


10 


5 


3 


8 


8 


9 


10 


4 


20 


4 


8 


• 7 


6 


6 


5 


5 


8 


10 


6 


6 


8 


6 


6 


7 


10 


10 


10 


7 


8 



Facole da 



54 

96 

107 

240 



80 
101 
116 
257 



280 a 295 



26 Giugno 

1 

14 

66 

91 

118 

189 
161 
208 
239 
275 
309 
816 
356 



5 


6 


6 


4 


9 


12 


5 


4 


12 


10 


5 


8 


8 


10 


7 


8 


10 


8 


7 


3 


6 


8 


6 


4 


7 


8 



Limili 



Facole da 



52 
100 
236 
286 



(Aria pessima). Da 3h 40" a 5b. 
Osserrasioni difficili e incerte per le forme 
nube polare parte della finale 
cumulo forte 

cumuli e ammasso di nubi 
piccoli getti 

getto a fungo sulla macchia 
crom. alta 
nube debolo 
nubi leggere interrote 
due getti congiunti ad arco 
cumulo vivo 
cumulo e nubi 
getto vivo 
nube polare 

26 N. 
165 S. 
203 S. 

67 
i 119 
I 257 
i 297 

(continua) 



227 





iNum. 


CA 


s 


Cd 


M 


- 


s 


co 


00 


-1 


O) 


CA 


^ 


Cd 


IO 


^ e 

• 


Cd 

o 


s 


IO 1 

X 1 


IO 


IO 

CA 


s 


IO 


s 


IO 


lg 


to 0m 

• 


ss 


G% 


o 


1 


1 




\ 


1 


1 




1 


1 


1 


-^ 


1 


I 


1 


0» 


1 


1 


f 


CA 


1 


CA 


•^ 


M 


1 




1 


o 




C9 


1 


ut 


1 • 


1 


© 


1 




00 


*5 


a 


1 


CA 


OD 


OD 


1 


X 


CA 


X 


Gì 


Gì 


1 


1 


1 


1 




1 


o 


S* 


S 


1 


1 


0) 


o» 


1 


1 


Gì 




I 


1 


o» 


CA 


I 


\ 


CA 


^ 


X 


e» 




1 


Gì 


1 


X 


1 




• 

1 


s 


ao 


Ot 


^ 


1 




! 


1 


1 






s 


OD 




l 


IO 


1 


1 


1 


ì 


1 




1 


1 


X 


1 


1 




1 


Cd 

o 


e» 


s 


1 


1 




1 


1 


* 


" 


^ 


1 


1 




^ 


CA 


o> 


X 


1 


1 


1 




1 


1 


1 


1 


Gì 


o 


X 


o 




: 


1 - 


1 


*■ 


^ 


1 


" 






1 


o» 


CIO 


1 


CA 


OD 


1 


o 


1 


IO 




4N 


1 


Gì 


Gì 


\ 




Gì 


CA 

o 


>• 
«>4 


M 


1 


1 




00 


00 


o> 






a 


1 


■\ 


1 


1 


o» 


&t 


1 


CA 


1 


o 


1 


1 


I 


Cd 


o 


•>4 


s 


Gì 






1 ' 


1 




CA 


1 


1 






CA 


^ 


OD 


o 


e» 


CA 


CA 


1 


o 


1 




1 


o 


to 


l 


^ 




CA 


-1 

o 




Cd 


0» 


** 




1 


1 


CA 


CA 


** 


1 


1 




o 


o 


00 


1 


o> 


»0 


1 




1 


I 


Gì 


I 


1 


CA 


X 


X 


*4 


< 


1 - 


1 


^ 


a» 


J 


• 






*• 


1 




1 


00 


ut 


X 


-a 


o 


o 


CA 


1 


1 


1 


CA 


CA 




I 


to 

o 


C9 


o» 


1 ' 


1 




1 


Ol 


o 






1 


o 


-1 


■-1 


00 


•a 


X 


o 


o 


CA 




CA 


I 


0» 


o 


1 


CA 


X 


o 

o 




s 


1 


1 


o 


->1 


a» 


oo 


IO 




1 


1 




1 


) 


e> 


l 


1 


Cd 


1 


IO 


X 


1 


1 


^ 


CA 




o 


o 


Cd 


Cd 


1 1 


Ol 




1 


•>1 


1 






OD 


X 


CA 


o» 


4k> 


1 


112 


s 


o 


CA 




« 


I 


l 


I 


CA 




1 


IO 




o 


Cd 


I 


o» 


1 


1 


1 


O) 


^ 


1 


1 




1 


1 


X 


Oi 


CA 


1 


1 


CA 


1 


1 


^ 


1 


1 




1 


Cd 

e 




Cd 


1 ' 


1 




1 


M 


1 






( 


*- 




I 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


*. 


1. 


1 


1 


1 




1 


o 




«e 


1 


CA 




o 


1 


1 






o 


1 


*a 


1 


e» 


^ 


1 


Oi 


1 


1 




1 


1 


^ 


I 


1 


^ 


1 


i 


•^ 

>• 


s 


•a 


M 


o 


1 


00 


« 


oo 




o 


o» 




co 


1 


1 


X 


o> 


•>4 


1 


X 


1 


1 


1 


Gì 


X 




IO 


Gì 
O 


OB . 


VI 


1 


1 




1 


1 


1 




o 


o 


1 




1 


1 


1 


1 


ut 


1 


1 




*- 


1 


1 


CA 


1 




( 


o 


*1 


M 


o> 


r 






1 


~ 






1 


1 




1 


1 


^ 


• 

1 


1 


CA 


o» 




1 


^ 


1 


I 


1 




I 


X 

o 




fO 


1 ' 


*» 




O) 


0» 


1 




Si 


IO 


00 


o 


s 


o» 


co 


Gì 


1 


e> 


*» 




1 


Gì 


X 


CA 


X 


e» 


*4 


to 

o 


^ 

*• 


o» 


1 


1 


CA 


1 


1 


1 








1 




1 


1 


1 


1 


X 


1 


X 


xa 


■»>1 


1 


1 


1 


1 




X 


o 
o 




fO 


<A 


1 


J 


1 


*- 


I 








*- 




1 


1 


o 


o» 


1 


CA 


1 




0» 


1 


1 


1 


CA 




1 


IO 

e 


00 


«o 


*• 


Cd 


s 


o 


1. 


1 


o» 






CA 




1 


1 


1 


1 


1 


1 


(O 




CA 


Gì 


1 


1 


1 




1 


i 


o 

M 
M 


Cd 


e» 


00 


e> 


00 


I« 


1 


o 






1 


CA 


1 


1 


1 


1 


^ 


1 


>a 


o 


1 


1 


Gì 


X 


1 




o 


IO 

Cd 

o 




z 


1 


1 


M 


CA 


1 


s 


s 


z 




1 




00 


c;i 


1 


1 


1 


c« 


Gì 




o 


1 


X 


o 


1 


2 


IO 


IO 


>• 


z 


1 « 


1 


00 


9> 


CA 


1 


0( 


e» 


*• 


o 


** 


** 


00 


1 


1 


1 


1 


l 




I 


*• 


o 


1 


1 




X 


IO 
CA 

o 


>4 


o 


1 • 


»4 


o 


1 


1 


o» 


1 


o» 




I 




1 


1 


1 


•^ 


I 


z 


Ot 




Gì 


1 


o 


I 


o 




I 


to 


-4 

00 
Cd 




1 s 


oo 

00 

1 

o 


00 

1 
1 

00 


00 

ì 

00 

1 


CA 

o 

IO 

o 


00 


IO 

o 

1 


o» 

1 

oo 

1 


00 


1 

1 

o 

1 


•>4 


00 

I 

1 
1 


a» 

1 
1 
1 


X 

1 

et 

X 


1 
1 ^ 

CA 


1 
1 

CA 


X 

e» 

1 


1 

X 

1 


•-1 


Gì 

1 

o 


T 

1 

X 
X 


X 

1 

CA 
X 


1 
( 
1 

1 


1 

CA 

I 
1 


X 


1 

CA 

I 
X 

1 


IO 

o 

IO 

s 

IO 

to 

o 

Cd 

s 


e 


2 


00 


1 


00 


o 


1 


1 


1 


1 




1 




1 


-1 


1 


1 


\ 


X 


to 


o 


1 


1 


IO 


s. 


Gì 


IO 


1 


Cd 

o 


•a 
o 


Cd 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 




1 




1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 




1 


X 


•»! 


Gì 


1 




I 


Cd 
IO 


0> 

o 


t» 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


-t 


I 




1 




1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 




1 


I 


1 


1 


CA 


« 


1 1 


Cd 
Cd 

o 


<1 

>• 

»1 


o 


1 


00 


00 


-4 


00 


1 


1 


OP 


o 


CA 




^ 


1 


I 


X 


1 


X 


1 




1 


1 


r 


1 


1 




1 




•.1 


s 


to 


1 


1 


1 


I 


00 


1 


I 


1 


1 


M 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


M 


•a 


M 


CA 


1 


1 


X 


X 


X 


Cd 



H 
> 
< 



^ I 

> 

H 
R 
N 

> 

r" 

M 

93 

O 

H 
G 

n 

> 



I 



9 
o 

H 
> 
N 

c 

Pi 



30 



O 
N 

H 
O 



H 



Cs3 

(SS 

Cd 

flQ 

H 

O 

o. 

&2 



oc: 





























228 




- 






















TI 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


I 




1 


in 


© 


1 


1 


1 


© 


© 

4 


91 


1 


1 


1 




l 


1- 


X 


© 


t* 


a 


2 1 
S 1 


I 


1 


I 


1 


f 


I 


I 




1 


© 


CO 


© 


1 


© 




1 


© 


l«- 


IO 


1 




1 


I 


IO 


I 




X 


o 

CI 

co 


! 


91 


\ 


f 


« 


91 


© 




1 


1 


1 


1 


© 


91 




1 


1 


1 


to 


( 




I 


1 


1 


91 




f 


s 


1 


1 


\ 


m 


II 


© 


© 




1 


l 


I 


00 


1 


1 


•^ 


IO 


1 


1 


1 


1 




\ 


1 


co 


© 


X 1 


© 


o 
«0 


1 


1 


\ 


1 


lì 


1 


1 




I 


1 


91 


iO 


1 


1 


co 


I 


1 


1 


© 


1 




© 


91 


so 


91 




X 


s 


1 


1 


1 


I 


II 


1 


1 




1 


I 


! 


IO 


1 


© 




•* 


1 


1 


1 


1 


© 


1 


© 


e» 


1 




© 


s 1 

91 1 


© 


1 


1 


91 





00 


© 




© 


1 


1 


© 


IO 


l>- 




1 


1 


1- 


^ 


91 


, 


1 


1 


1 


1 


v) 1 


co 


S 

04 


1 


O 


- 


co 


II 


1 


© 




1 


co 


1 


1 . 


© 


1 




1 


91 


90 


1 


© 


co 


JO 


I 


1 


91 




VK 


91 


« 


^ 


1 


1 

© 

•** 


11 
II 


© 

1 


CO 

1 




1 


1 


1 


1 


IO 


1 




»o 


1 


91 


\ 


1 


1 


1 


CO 


1 


1 




© 


91 


1 


•♦ 


© 


e 


IO 


00 


JO 




00 


CO 


00 


co 


1 


co 


1 


91 


1 


91 


© 1 


2 


i 


oo 


w 


do 


1 


II 


00 


1- 




co 


^ 


•* 


JO 


1 


1 




1 


1 


© 


•♦ 


00 


^ 


I 


1 


co 


l- 


co 1 


© 




1 


1 


« 


© 


II 


© 


1 




1 


1 


1 


co 


1 


IO 


•* 


^^ 


I 


f 


IO 


00 


QO 


l 


X 


^ 


I 


«9 


co 


o 

co 
91 


00 


1 


1 


91 


n 


1 


• 

1 




w 


© 


1 


1 


•» 


I 




1 


IO 


IO 


1 


1 


C3 


I 


1 


co 


^ 


1 1 


© 


% 1 

91 1 


1 


© 


1 


© 


lì 


•^ 


1 




•*t 


« 


oo 


co 


1 


1 


9 


1 


I 


1 


•* 


•* 


1 


1 


1 


•^ 


1 


1 


© 


O 
91 


1 


o 


^f* 


1 


II 


1 


1 




1 


IO 


1 


1 


I 


1 




1 


1 


© 


1 


1 


1 


© 


91 


1 


1 




© 


O 
9« 


1 


© 


1 


1 


li 


1 


«<rf 




1 


I 


1 


1 


! 


1 


91 


1 


1 


1 


co 


1 


© 


I 


© 


1 


1 


1- 


1- 


1 1 


» 


1 


1 


00 


X 


3) 


1 




91 


« 


1 


I 


1 


co 




I 


o 


IO 


© 


1 


1 


1 


1 


1 


I 




2 


O 
00 


1 


© 


o 


I 


1 


1 


1 




l 


© 


© 


1^ 


00 


I 




1 


I 


1 


1 


1 


1 


1 


I 


© 


© 




X 


170 


I 


I 


© 


1 


1 


1 


© 




00 


1 


1 


1 


1 


»o 




1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


I 


l 


1 


I ^ 


-c 


o 

2 


94 


••-5 


1 


-- 


•1 


1 


\ 




1 


1 


I 


© 


1 


1 


•if 


© 


•^ 


00 


I 


co 


00 


X 


1 


1 


1 




- 


£ 


1 


1 


co 


© 


I 


1 


© 




1 


1 


1 


1 


co 


© 




50 


© 


I 


© 


1 


CO 


1 


1 


11 


1 


i 1 


© 




1 


1 


1 


1 


1 


1 


© 




1 


1 


•^ 


1 


1 


1 




1 


1 


1 


! 


1 


1 


© 


1 


II 


1 




rt 


o 
co 


© 


e 


1 


1 


1 


© 


94 




! 


IO 


1 


! 


iO 


1 


CO 


IO 


1 

1 


1 


1 


\r. 


*r« 


IO 


© 


11 


1 




91 


e 

91 

** 

• 

© 


1 


© 
oc 


91 
CO 


© 

91 


1 
I 


1 
l 


I 




1 

91 


© 


I 
1 


co 


1 


1 


co 

1 


1 


1 

© 


1 


1 

IO 


1 
1 


1 

© 


I 

>o 


1 


n 
II 


94 
91 


2 1 
' 1 


94 


O 


91 


1 


94 


^ 


1" 


••r 


© 




© 


l 


© 


© 


1 


co 


© 


co 


»o 


1 


I 


© 


IO 


© 


X 


11 


^ 


« I 


© 


o 


91 


- 


«F« 


91 


co 


o 


© 





© 


1 


IO 


00 


t-i 


co 


© 


© 


1 


1 


1 


\n 


94 


© 


•* 


II 


I 


© 


© 


o 

9C 


1 




1 


1 


1 


1 


1 


IO 


1 


1 


1 


1 


1 


00 


1:^ 


00 


i 


r 


00 


© 


X 


l- 


u 


CO 


CO 


o 


o 


1 




l" 


f 


li 


1 


1 




•«f 


00 


I 


1 


1 


00 


I 


co 


© 


, 1 


1 


1- 


1 


IO 


© 


lì 


1 


co 


o 


e 


© 


oc 


2 


© 

^4 


II 


© 


© 




© 


© 


2 


© 


1 


1 


l'» 


© 


co 


•^ 


■n 


1 


■«* 


© 


50 


11 


^1* 


[ 


o 


o 


! 




« 


© 


11 


91 


1^ 




© 


I 


© 


r- 


© 


co 


1 


1 


1 


rj 


1 


© 


© 


IO 


1 


n 


© 


•r 


30 


© 


1 






1 


6 


1 


l- 






1 


1 


I 


1 


co 


I 


1 


1 


1 


I 


1 


IO 


1 


1 


II 


t^ 


© 


V3 


© 
co 


1 


>o 




o 


II 


1 


© 






1 


I 


1 




•* 


»o 


co 


^ 


f 


© 


1 

1 


1 


© 


•* 


co 


t- 


- 


« 


s 


( 






I 


II 


1 


o 






I 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


co 


1 


- 1 


CI 


e 


1 






1 


1 


© 


91 






1 


1 


1 


© 


w 


1 


l 


1 


1 


l- 


1 


1 


l 


I 


1 


1 


I 




© 


1 






IO 


11 


1 


1 






1 


I 


1 


1 


1 


1 


1 


I 


1 


1 


1 


•^ 


[ 


1 


l 


1 


" ! 


C9 


co 

cs 


• 


^ 


© 

91 


91 


00 


© 
9) 


to 


tue 


1 


91 


co 


•*r 


so 


© 


t^ 


00 


© 


i :: 


91 


co 


I 2 


© 


1 2 


O 


© 
91 


94 


« 

e 

























— 


J29 


- 


- 


























Nuni. 


So 


M 


o» 


Si 


= 


s 


1 ;r 


s 


(O 


00 


1 o 


CA 


- 


Cd 


IO 


^ s 


Cd 


Cd 

o 


IO 


s 


*1 


» 


IO 
CA 


s 


IO 

Cd 


• 


o 

Sii 


M 


1 


1 


1 


l 


1 


1 


1 


1 


- 


1 


1 


1 


1 


•l 


1 


1 


1 


I 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


CA 


O 


9» 


1 


1 


Ot 


sn 


w 


w 


-^ 


CA 


CA 


e» 


CA 


OD 


00 


00 


1 


1 


1 


o 


(O 


1 


1 


Cd 


CA 


•>a 


*■ 


1 


o 


to 


1 ' 


I 


I 


I 


1 


1 


ti 


1 


1 




I 




1 


IO 


CA 


Cd 


e» 


1 


1 


te 


00 


CA 


O 


o 


CA 


Cd 


8 


*• 


1 ' 


I 


J 


l« 


1 


1 


1 


O 


1 




I 




1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


IO 


l 


oc 


CA 

O 


•4 


o 


1 


1 


1 


o 


C2 


1 


I 


1 




1 




1 


1 


1 


o 


1 


o» 


1 


1 


1 


1 


CO 


1 


O) 


1 


e 


Ul 


1 ' 


Oi 


Cri 


1 


o 


1 


iO 


1 


CS 


00 


^ 


Cd 


1 


1 


Cd 


IO 


Cd 


^ 


1 


*■ 


I 


1 


I 


IO 


» 


o 


Si 


V( 


o 


o 


1 


Ul 


Ot 


1 


00 


1 


e> 




c 




C9 


o 


Cd 


1 


1 


CA 


o 


o 


I 


o 


1 


^ 


1 


1 


s; 


•kI 


-^ 


1 


00 


o 


o 


1 


1 


CA 


*■ 




00 


s 


o 


1 


1 


1 


4» 


^ 


1 


IO 


m 


CA 


o» 


1 


CA 


IO 


1 

O 


Ci» 


M 


^ 


u 


CA 


Cd 


3 


•*• 

o 


1 


CA 




1 




1 


1 


1 


1 


1 


1 


CA 


1 

Cd 


CA 

1 


1 


1 

I 


o 


OO 


o 


s 


Ci 


1 


o 




.1 


1 


1 • 


o 


00 


CA 


* 


Cd 




Cd 


^ 


ut 


1 


o» 


1 


ìm 


1 


s 


ao 


Cd 


l 


1 


ut 


00 


hd 


s 


1 


1 




o 


Cd 


1 


^ 


o 


QO 


1 


CA 


o 


t9 


-1 


1 


Ci 


Cd 


Ci 


3 


i 


o 


CJl 


\ 


^ 


^ 


1 


1 


1 


1 


O 




1 




1 


l 


IO 


1 


1 


1 


M 


1 


1 


CA 


1 


CA 


- 


w 


e 




&> 


«l 


CA 


CA 


Oi 


o 


I 


1 


1 


Cd 


1 




^ 


*» 


^ 


oo 


1 


Cd 


ì 


i 


1 


Cd 


1 


1 


o 


o 


IO 

o 


w 


1 


Ci 


CK 


fin 


1 


I 


1 


CA 


Cd 




Cd 




Oi 


1 


I 


1 


1 


1 


00 


o 


Cd 


1 


'^ 


- 


Cd 


1 


Cd 

o 


Oi 


1 


ìa 


CA 


1 


1 


1 


1 


1 


1 




Cd 




1 


I 


1 


1 


o 


1 


1 


1 


1 


1 


CA 


1 


^ 


1 


o 


0» 


9» 


O) 


1 


1 


1 


1 


Ol 


l 


^ 


M» 


•4 


CA 


Jh 


Cd 


IO 


1 


1 


1 


1 


*• 


^ 


CA 


o 


^ 


Cd 


1 


CA 


» 


1 


1 


cn 


00 


1 


CA 


I 


o» 


c^ 




1 




1 


1 


1 


1 


1 


1 


I 


1 


i 


O 


1 


o 


I 


o 


e» 
o 


- 


1 


1 


1 


1 


*• 


1 


1 


1 


1 




I 




1 


1 


I 


I 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


I 


-a 

o 1 


•a 


1 


i 


1 


1 


I 


M 


I 


1 


1 


CA 


1 


CA 


1 


1 


1 


Cd 


1 


Cd 


1 


i 


1 


- 


1 


1 


1 


O) 


i 


M 


o 


1 


-a 


1 


1 


1 


s 


I 


CA 




et 




X 


d 


oc 


^ 


1 


1 


Ci 


I 


CA 


1 


1 


1 


CA 


1 


1 i 


o 


1 


»4 


1 


CA 


w 


CA 


I 


X 


1 


M 


I 




I 


1 


1 


1 


o 


1 


1 


CA 


1 


J 


Cd 


1 


IO 


I 


i 


u 


I 


1 


1 


1 


1 


I 


I 


I 


1 


• I 


1 




i 


1 


1 


1 


1 


^ 


1 


1 


1 


C^l 


I 


1 


o 


1 


1 ^ 

**• 
1 o 


«o 


I 


oo 


I 


1 


1 


Cd 


OS 


1 


1 




1 




1 


1 


*• 


1 


1 


1 


^ 


1 


^ 


CA 


J» 


CA 


r 


1 


i 


:: 


1 


1 


o 


00 


CA 


o> 


o 


o 


1 




1 




1 


o 


c;( 


Cd 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


Cd 


to 


I 


1 


IO 


^ 


1 « 


1 


-1 


a> 


CA 


o 


1 


I 


&3 


W' 


1 


" 


s 


1 


Cd 


IO 


oo 


1 


CA 


•1 


O) 


CA 


^ 


1 


1 


e 


o 


CA 


f 


o 


s 


ì 


CA 


-1 


t9 


1 


s 




■M 


o» 


I 


1 


w 


1 


1 


^ 


o 


^ 


1 


I 


Cd 


♦• 


ce 


1 




CM 


1 


o 


fO 


CJl 


CU 


*^ 


1 


1 


1 


^ 


1 


e» 


o 


1 


1 


5 


1 

o 


CA 


1 


1 


Cd 

1 


00 

1 


1 


Ci 
CA 


I 
1 


1 


IO 

g 


W 


1 3 

■ 


1 


1 


9 


IO 


^ 


1 


1 


1 




O) 


Cd 


1 


9 


^ 


I 


IO 


IO 

o 


M 


1 «- 


cn 


1 


I 


) 


1 


1 


o 


tu 




Cd 


CA 


1 


l 


Cd 


l 


o 


^ 


•4 


1 


1 


1 


Cd 


1 


1 


- 


o 


»9 


1 


CA 


I 


O 


>j 


a» 


-^ 1 


1 


CJ 


CJ 


00 


I 


1 


i 


1 


1 


1 


1 


1 


Cd 


- 


I 


1 


s 


00 


IO 


IO 

s 


•1 


1 - 

1 


O 


OD 


O) 


o 


4» 


) 


1 


<l 




1 


1 


-- 


o 


o 


00 


00 


^ 


1 


] 


1 


<l 


^ 


1 


IO 


-1 


1 


00 


1 ' 

i 


1 


1 


1 


1 


OD 


1 


1 


1 


^ 


0» 


1 


Cd 


1 


IO 


1 


1 


Cd 


Cd 


1 


1 


1 


I 


1 


5 


1 


Cd 

s 


oe 


1 ' 


1 


1 


i 


9 


1 


1 


1 


I 




O) 


M 


O) 


1 


1 


1 


1 


M 


1 


*■ 


1 


1 


0» 


I 


1 


1 


Cd 


•*! 


1 ' 


1 


1 


1 


1 


s 


1 


1 


^ 




1 


1 


1 


1 


1 


CA 


1 


1 


1 


1 


(0 


1 


1 


OI 


^ 


M 


Cd 


C4 


00 

Li. 


ce 
1 


-a 

1 


« 

I 


1 


1 

1 


c» 

1 


1 


1 
1 


1 


1 
1 


CA 

I 


1 
1 


1 


IO 

1 


1 
1 


t 
1 


1 
1 


1 
1 


CA 

1 


CA 

1 


1 


1 


1 


1 

1 


1 
IO 


1 

Cd 



< 



I 



Ti 

S 

M 

PS 

w 

*^ 

O 

H 



E4 

> 

> 



H 
H 

o 
2 

va 

O 

> 

90 



ì 



O 

PI 



230 



O 

< 

c 
ce 

I 

o 



1 co. 








1 


1 


1 


o 




o 


1 


1 


T" 


T 


T" 


1 


1 


n 




1 


T" 


1 


1 








1 


9« 


o 








r 


1 


1 


1 




co 


1 


1, 


I 


1 


1 


1 


1 


1 




I 


1 


1 


1 








I 


-. 


o 
co 

co 








1 


1 


I 


1 




1 


04 


1 


I 


! 


1 


1 


^ 


1 




1 


1 


1 


I 








1 


ei 


co 








t* 


1 


! 


1 




^ 


o 


1 


o 


1 


1 


1 


o 


1 




co 


I 


1 


1 








1 


« 


o 
co 








I 


I 


^ 


1 




o 


o 


CO 


o 


JO 


^ 


o 


«o 


1 




^ 


•♦ 


I 


)0 








CO 


co 


co 






CO 


I 


QO 


o 


X 




o 


2 


o 


»o 


o 


o 


Gì 


^ 


o 


o 


1 


t<. 


IO 


o 


IO 


<o 


04 


o 


C4 


o 

94 


JO 


o 




t^ 


O 


o 


o 




o 


O 


IO 


1 


^ 


IO 


o 


l' 


X 


o 


2 


04 


o 


o 


o 


^^ 


O 


o 


CO 


C4 


p 


o 




I 


1 


IO 


o 






1 


1 


04 


t^ 


1 


^ 


ìfi 


1 


IO 


!> 


o 


1 


1 


IO 


2 


o 


2 


le 


o 


o 


o 




1 


I 


1 


1 






1 


1 


t* 


1 


1 


1 


co 


1 


1 


I 


X 


I 


1 


1 


-. 


co 


«1 


X 


! O 
91 


1 


o 


o 


•* 


OD 


«o 


t- 






-^ 


-* 


o 


1 


X 


« 


co 


M 


co 


o 


o 


IO 


1 


IO 


t* 


co 


CO 


04 




l^ 


<N 


IO 


co 


<o 


o 


2 






O 


o 


o 


1 


IO 


o 

^4 


o 

*< 


o 


o 


2 


o 


o 


o 


o 


o 


2 


o 


C9 
Od 


1 o 
C4 


o 


1 


1 


1 


1 


o 


o 




1 • 


o 


co 


l^ 


1 


I 


c« 


IO 


•* 


e» 




o 


o 


*o 


o 


2 


2 


t- 


GB 


230 


o 


G*l 


co 


1 


1 


^ 


04 






co 


1 


1 


1 


1 












2 


o 


o 


I 


CD 


O 




r 


91 




s 


o 


91 


1 


1 


o 






j 


1 


1- 


1 


1 












CO 


1 




1 




CO 




co 


1 ^ 
91 




o 


IO 


X 


CO 


t- 


1 






1 


1 




1 


1 








1 


1 


1 


1 




1 






1 t 


10 


200 




Cd 


1 


1 


1 


co 


I 






I 


1 




1 


1 












1 




H 


I 








04 


!| 


] 




1 


1 


1 


co 


1 






! 


1 




1 


I 












l 






1 






' 1 


- 


o 
Vi 






1 


1 


t* 


1 


1 






1 


1 




1 


1 














\ . 




i 








^ 


o 






[ 


1 


1 


co 


1 






1 


1 




1 


1 


















! 


^« 






et 


s 






1 


IO 


1 


co 


1 




g " 


! 


1 




X 


1 














. 1 


o 


1 


o 






10 


o 

«0 






1 


1 


1 


1 


«o 






1 


1 




- 


1 






l^ 










2 


1 


04 






IO 


o 






1 


1 


1 


t^ 


co 






1 


ì 




1 


1 






t^ 




l> 






co 


1 


1 






IO 


! o 
co 






1 


I 


1 


(O 


1 






1 


04 




1 


1 






1 




04 


o 




1 


1 


1 




• 1 


^ 


o 
«4 






1 


o 


1 


1 


I 






1 


1 


CI 


co 


o 




co 


^ 


o 


X 


o 




1 


1 


i 


o 




o 


o 


co 


IO 


1 


o 


1 


1 


1 




o 


04 


l^ 


o 


2 


o 

W4 




o 


o 


o 


o 


o 


t-« 


1 


' l 


l> 


o 


co 


X 


o 
o 


2 


o 


cs 


1 


Ci 


1^ 


X 




o 


X 


o 


o 


co 


o 




o 


o 


co 


04 


•* 


o 


■^ 


o 


O 


o 


o 


co 

et 


o 
e» 


IO 


co 


co 


I 


r^ 


o 


l'» 




CO 


1 


co 


X 


1 






r^ 


X 


1 


I 


1 


o 


o 


^ 


CI 


co 


co 


l'- 


o 




1 


I 


I 


1 


1 


I 




1 


1 


1 


1 


1 






1 


1 


1 


I 


1 




1 


1 


I 


1 


f 


o 






l 


1 


1 


1 


9Ì 


1 




1 


CI 


1 


1 


1 




04 


1 


1 


co 


1 


1 




1 


1 


1 


1 


04 


IO 


o 
o 




•* 


o 


1 


I 


^ 


1 




co 


o 


o 


2 


1 




o 


co 


o 


o 


\* 


1 




1 


X 


•* 


1> 


o 


co 


o 


k 1 


• 


o 


>o 


<o 


2 


1 




l'- 


co 


o 


o 


1 




^ 


.X 


o 


o 


o 


IO 




1 


o 


2 


o 


o 


Si 


o 




co 


o 


o 


•«■ 


l-- 


1 




io 




Vi 


04 


co 








IO 


o 


04 


o 




1 


o 


04 


o 


1 


o 


o 
co 




1 


« 


2 


1 


1 


1 




2 




I 


1 


^ 








1 


1 


X 


X 




1 


1 


f 


2 


IO 


X 


o 

9ì 


• 


1 


1 


1 


I 


1 


1 




co 




1 


I 


I 








1 


1 


1 


I 




1 


1 


1 


04 


»o 


co 


o 




I 


I 


I 


1 


1 


l 




1 




IO 


l 


1 








1 


co 


1 


1 




1 


1 


1 


1 


1 


CI 


1 

o 




1 


1 


1 


l 


I 


X 




\ 




X 


1 


1 . 








1 


o 


1 


1 


V 


1 


1 


1 


I 


1 


co 




• 


IO 

94 


s 




CI 


04 


o 
co 




- 


04 


co 


•* 


30 


co 


t* 


X 


o» 


1 r 


CI 


co 


1 £ 


2 I 


X 


Ci 


o 

04 


04 

























i 


— 


231 


— 






Bsa 
























s 
3 

■ 


s 


•a 


o» 


e»i 


= 


S i 


s 


o 


co 


X 1 


a> 


oc 


- 


Cd 


IO 


- 


5' 

OQ 

• 


Cd 


Cd 

o 


lo 

co 


s 


IO 


s 


IO 

oc 


IO 

4i* 


s 


«1 

crq 

• 


D 


o 


1 




1 


1 


I 


1 


I 


1 


1 










1 




1 




1 


1 


1 




1 


I 


1 


l 


I 


1 


o 


o 


1 




1 


1 


! 


\ 


1 


I 


1 










1 




1 




1 


1 


1 




1 


1 


1 


1 


1 


1 


o 


M 


*• 




1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 










I 




1 




1 


1 


J 




1 


1 


1 


I 


1 


Cd 


« 


•^ 


1 




1 


1 


Cd 


1 


1 


1 


1 




é 


l- 




\ 




o> 




1 


1 


1 




00 


Cd 


IO 


1 


Cd 


o 


Cd 

o 


?. 


1 




l 


Cd 


o> 


-1 


» 


1 


OD 










Cd 




IO 




1 


IO 


J» 




00 


o 


o 


OD 


IO 


IO 


o 


M 


1 - 


o 


o 


<i 


o« 


Ot 


oc 


1 


IO 




•^ 


IO 




Cd 




1 




-» 


s 


o 


oc 


I 


N^ 


o 


o 


*« 


-4 


s 


s 


1 ' 


- 


1 


•^ 


oc 


Ol 


oc 


Ol 


oc 




*« 


o 


co 


5 




I 


' 


o 


-o 


*l 


oc 


1 


co 


1 


oc 


M 


o 


e» 

o 


O) 


*« 


1 


IO 


Cd 


oc 


1 


o 


o» 


^ 


«9 


cs 


Cd 


o» 


oc 




1 




1 


IO 


1 


co 


IO 


1 


1 


1 


1 


oc 


o 


•^ 


1 ' 


*• 


I 


1 


1 


I 


IO 


1 


1 


1 


*« 


oc 


1 


co 




co 




1 


1 


1 


1 


I 


1 


1 


1 


1 


Cd 


OD 

o 


OD 


- 


^ 


1 


I 


1 


Ol 


IO 


a> 


T 


00 


1 


Cd 


IO 


a> 


o» 


1 




^ 


^ 


I 


•a 


oc 


-a 


o 


1 


16 


o 


s 


IO 


o 


00 


^ 


e» 


o» 


o 


o 


oc 


*a 


o 


00 


Ol 


o>' 


co 


co 


Cd 




o 


o 


1 


s 


N^ 


o 


oc 


oc 


o 


o 


o 




o 


^ 


o 


o 


s 


o 


» 


1 


IO 


- 


o 


s 


o 


o 


ce 


o 




o 


o 


•a 


OD 


00 


oc 


o 


s 


oc 




o 


§ 


IO 


O) 


2 


•- 


•- 


IO 


o 


1 


00 


o 


Ol 


o 




g 




oc 




'Cd 


1 


IO 


Cd 


1 


O) 


IO 


- 


Cd 




i 


.- 


1 


IO 


Cd 




1 




o 


1 


■>« 


- 


- 


o 




Nte 










co 


a> 


1 


1 




1 


- 






i 


o» 


f 


CA 


o 




1 




Cd 


1 






o 






1 












1 


*1 


1 




1 


s 






o 


to 


o» 


IO 






1 






( 






^ 






OD 




O) 








1 


IO 


•a 




Cd 


IO 






oc 


u 


1 


1 






Oi 






1 












Cd 












1 




*. 




1 








o» 


- 


1 


1 






- 






1 












1 












1 




I 




1 








o 


o 


1 


1 






1 






1 












1 












1 




1 


'1 


1 










« 


1 


1 






1 






1 












1 












1 




1 




1 








co 
o 


Cd 


ot 


1 






1 






1 












1 












i 




1 


Cd 


1 




Cd 


1 

1 




Cff 


1 


1 






1 

« 






1 










1 


co 












1 




OD 


OD 


1 


1 


s 


Cd 


IO 

o 


5 


co 


1 






o» 


i^ 


4» 


1 




o> 








s 












1 


•^ 


*• 


*l 


1 


1 


IO. 


o 


i 


oe 


o 


IO 


e» 


a> 


>a 


Ol 


o 


*. 


00 


- 


IO 




- 


o 












I 


oc 


•^ 


*» 


1 


M 


1 


o 


IO 
Cd 


M 


€A 


o 


s 


S 


o 


o 


o 


s 


s 


o 


A 


Cd 


o 


s 


co 


o» 




^ 


o» 


IO 


<l 


o 


OD 


1 


o 


1 


o 


IO 

o 


l« 


1 


1 


*• 


o 


o 


co 


Cd 


o 


o 


o 


OD 


o 


s 


o 


o 


s 




s 


oc 


co 


o 


o 


s 


*» 


o 


s 


I 


8 

o 


CO 


1 


1 


1 


Cd 


Cd 


1 


i4 


IO 


IO 


o 


■>« 


00 


•^ 


•? 


^ 


•* 




1 


1 


1 


oc 


_^ 


oc 


00 


Ol 


IO 


1 


IO 

Ok 


o 


1 


00 


co 


cn 


1 


1 


co 


T 

• 


1 


1 


1 


I 


1 


! 


1 


co 




s 


o 


1 


Mk 


! 


I 


I 


00 


1 


5 


IO 

3 


-a 


o 


o» 


s 


s 


Ol 


1 


1 


1 


I 


Cd 


1 


Cd 


1 


00 


1 


1 




s 


s 


oc 


o 


IO 


o 


I 


o 


*1 


s 1 


IO 

s 


tu 
Cd 


OD 


s 


o 


00 


o 


co 


1 


1 


•4 


o 


OD 


oc 


o> 


o 


OD 


o 




» 


o 


o 


o 


oc 


s 


1 


o 


e 


s 1 


IO 

co 


iS 


1 


IO 


o 




IO 


^ 


1 


s 


oc 


o 


OD 


^ 


o 


o 


o 


o 




IO 


Cd 


-4 


s 


Cd 


o 


o» 


o 


o 


s 1 


Cd 

e 
o 


s 


1 


1 


Cd 






1 


M 


00 


*« 




IO 




oc 


o 


o 


•^ 




o 






s 


*- 


o 


o 


o 


oc 




Cd 

o 


;r 


1 


1 


1 






I 


o 


1 


o 




1 


> 


1 


oc 


Cd 


o 




o 






oc 


IO 


IO 


IO 


IO 


1 




Cd 


CK 


1 


Oc 


I 






1 


oc 


1 


oc 




1 




1 


1 


1 


e> 




1 






1 


O) 


1 


I 


1 


1 




Cd 

Cd 


- 


1 ' 


I 


1 






1 


! 


1 


1 




1 




1 


-4 


1 


1 




1 






1 


1 


I 


I 


1 


I 


■ 1 


1 


o 


1 


1 


I 






1 


1 


1 


1 




1 




1 


1 


\ 


1 




1 






1 


f 


1 


1 


I 


1 




ti 












SBS 










KiBBi 




BS 


ìBH 




mtS 




S^E 




BBSm 










^^^ 


■iad 






^mmmmiM 



H 



I 

'ti 

o 
w 



S- I 



9B 

O 
H 

> 

O 

W 



— 232 — 

RAPPORTO DELLA COMMISSIONE PER LA MISURA DEL MERIDIAISO CENTRALE EUROPEO NEGLI 
STATI PONTIFICI PRESENTATO A SUA EM.*^ REV. IL SIC CARDINAL GIUSEPPE BE- 
RARDK RELAZIONE PATTA ALl'aCCADEMIA DAL P. A. SECCHI, PRESIDENTE DELLA 
MEDESIMA COMMISSIONE (*). 



§. 1 . Origine della Commissione. 



N 



el anno J86i coslituivasi in Germania per opera del Sig. Gen. Baeyer una 
associazione geodesica fra i varii stati della Confederazione germanica nello 
scopo di fare una accurata misura deirarco di meridiano che attraversa PEu- 
ropa centrale. 

Le ragioni che determinarono a tale impresa furono le seguenti: 

Primieramente mentre all'occidenie d'Europa, la Francia, la Spagna, Tln- 
ghilterra hanno fatto estese misure di meridiani^ e alfOrientc la Russia^ niana 
se ne avea di conveniente estensione nel centro. 2? le diverse misure degli 
archi di meridiano parziali che sono state eseguite in questa parte centrale 
del continente non trovansi punto d'accordo fra di loro. 3? L'origine di que 
ste discrepanze resta incerta: possono esse attribuirsi, o alle inesattezze de- 
gli antichi lavori, o alle perturbazioni reali che si hanno sulla superficie ter- 
restre in questa parte d'Europa solcata da vasti bacini da una parte, e irta 
di altissime montagne dall'altra. 

Si convenne pertanto nel suddetto anno di instituire una associazione di 
tutti quegli stati che fossero disposti sotto il meridiano Berlinese, i quali si 
obbligavano a prender parte ad una triangolazione di precisione con norme 
sicure e regole da fissarsi di commune consenso degli scienziati deputati da 
tutti gli stati. Altri stati oltre i germanici vennero ancora invitati a pren- 
der parte all'operazione, onde essa venisse estesa tanto dal lato del Nord cbe 
del Sud quanto era possibile. 

Poco dopo il Sig. Gen. Baeyer dava parte di questa istituzione al Governo 
pontificio, invitandolo ad unirvisi. Ma le circostanze di questi tempi non per- 
miseit) di dare una risposta definitiva, e solo fu risposto, che per parte sua 
il Governo Pontificio non avrebbe posto ostacolo alcuno all'impresa, ed anzi 
avrebbe in que'modi che avesse potuto cercato di favorire un opera cosi im- 
portante pél progresso della scienza. 

Cosi stette per noi sospesa ogni decisione intorno a questa associazione tnen- 

(*) V. nota in fine. 



V 



— 233 — 

Ire essa si veniva dilat^do ed estendendo al Nord fino al Mar Glaciale e ai 
Sud fino airestrema Sicilia; poiché in quest'iatervallo di tempo erano entrate 
a parte dell'associazione la Russia, la Svezia, la Norvegia, T Austria, la Sviz- 
zera e r Italia. In una parola tutti gli stati che si estendono dal N. al S. 
sotto il detto meridiano, centrale Europeo. 

Nell'Agosto del prossimo passato anno 1869 perveniva al P. Secchi direttore 
dell'Osserva torio del Collegio Romano un cortese invito dal Sig. Direttore del- 
rOss. di Padova, il Comm. Giovanni Santini, di recarsi a Firenze onde prender 
parte ai lavori della commissione Italiana per l'osservazione dell'ecclisse del 1870 
in Sicilia, e insieme era privatamente invitato ad assistere alle conferenze die 
in quella capitale si' sarebbero tenute dalla Commissione permanente dell'asso- 
ciazione internazionale per la misura del grado del meridiano Centrale Europeo. 

Annuirono pertanto i superiori che il suddetto Direttore si portasse alle in- 
dicate riunioni , ma in semplice condizione di privato , non essendo perve- 
nuto ultimamente al superiore Governo nessuno invito onde spedire colà per- 
sona d'ufficio. 

Arrivato il sudd. Direttore a Firenze trovò già preparato un cortese invito 
dal Sig. Gen. Ricci presidente della commissione geodesica del regno Italia 
per intervenire a dette riunioni, insieme con una richiesta da parte della Com- 
missione permanente della conferenza suddetta di dar conto dei lavori geo- 
desici che si erano eseguiti nello Stato Pontificio, e che potevano contribuire 
allo scopo proprio della Conferenza. 

In conseguenza di tale invito e come persona privata Egli die conto de'la- 
vori che o erano in corso, o si erano fatti a tale eflfetto, in una relazione 
inserita per intero nell'allegato A. Ivi in sostanza si espone: Come negli anni 
precedenti il Governo Pontificio a fine di togliere i dubbi insorti intorno al 
vero luogo dei termini della base misurata da Boscowich sulla via Appia della 
quale uno era perito, avesse ordinato che questa base venisse rimisurata. Che 
questa misura era slata fatta con gli apparati di ultima precisione immagi- 
nati dal Cav. Porro^ cioè con tesa graduala a decimi di millimetro Ietta con 
microscopi di gran forza e che eransi costituiti i nuovi termini della mede- 
siina in modo che fossero sempre per l'avvenire reperibili (V. Nota ^in fine). 

Questa base era destinata a servire per una congiunzione con la triango- 
lazione del Marieni, allo scopo di protrarre il meridiano Boscovichiano Romano 
fino a Pratica , ma gli avvenimenti politici distolsero dall' esecuzione di un 
tal progetto. 

Nell'intervallo però non erasi perduto di vista questo scopo importante , 



— 234 — 

e profittando della disposizione degli osserva tori i limitrofi che chiedevano di 
esser riuniti con una reciproca determinazione delie longitudini, il sudd. Dir. 
deirOss. del Coli. Romano avea preso à determinare la differenza di longitu- 
dine tra Roma e Napoli, ottenendo per tale effetto un cronografo elettrico dalla 
liberalità del Sommo regnante Pontefice (V. Nota C in fine). 

Questa determinazione era stata eseguita nel mese di Gennajo iS69e la massima 
parte de calcoli ^ra ridotta a fine e il risultato ormai definitivamente concluso. 

In questo intervallo ancora eransi rivedute le antiche determinazioni delle 
latitudini dei due Osservatorii del CoUegiOi Romano, e del Campidoglio, e 
quella di quest'ultimo .specialmente poteva considerarsi come un elemento de' 
meglio determinati , tanto per la qualità dello stinimento impiegato, che per 
le cure e diligenze straordinarie usate dal direttore sig. Prof.- Respiglii. 

La commissione permanente ricevette con soddisfazione Tesposizione di que- 
sti lavori, e insieme risolvè che darebbe indirizzata al Governo Pontificio uua 
lettera officiale d'invito a prender parte all' operazione intemazionale, nella 
vista specialmente che essendo il meridiano centrale Europeo che passa per 
Berlino tale che traversa in quasi tutta la sua lunghezza lo Stato attuale Pon- 
tificio, non era conveniente che restasse lacuna nella gran refe di triangoli 
che comprendeva quasi tutta la penisola italiana. La lettera della commis* 
.sione è riportata nell'allegato B. 

Questa lettera al suo ritorno da Firenze, fu dal sudd. direttore preseatata 
a S. Emza il sig. Card. Antonelli Segr. di Stato e da esso umiliata alla San- 
tità di N. Signore, insieme con un progetto formulato dal Dir. medesimo sul 
modo di condurre i lavori, che per intero si riferisce nell'allegato C. 

In questo progetto si dà conto de*motivi che riguardano l'importanza dei- 
opera^ ed esponesi il mezzo più idoneo per ridurla in esecuzione senza no- 
tabile spesa dell'erario. Avendo ora tutti gli Stati adottato il sistema di ese- 
guire questi lavori per via militare^ egli proponeva che non si dovesse re- 
cedere da questa linea, specialmente per ciò che spetta i lavori di campagna. 
Osservava inoltre che a questa triangolazione primaria potevasene aggiungere 
una di second'ordine per estendere e completare la mappa dello stato, che 
ne ha non piccolo bisogno, specialmente a qualche distanza dalla Capitale. 

La parte astronomica peraltro richiedendo nozioni che non si potevano pre- 
supporre in ingegneri militari, almeno al principio de' lavori, veniva desti- 
nata in commune ai direttori dei due osservatorii del Collegio Romano e del 
Campidoglio. 

A sopperire poi alle spese occorrenti a tale effetto esso proponeva che ol- 



— 235 ^ 

tre un primo assegno per l'acquisto di alcuni strumenti indispensabili e fon- 
damentali precisato in lire 6000, venisse annualmente fissato l'assegno di Lire 
dieci mila, la qual somma era in correspettivo colFestensione del territorio, e colla 
quantità del lavoro che potevasi eseguire in un anno dietro il personale che 
vi si sarebbe potuto assegnare , supponendo una durata del lavoro di 4 in 
cinque anni. 

La direzione del lavoro sarebbe aflldata a una commissione mista di astro- 
nomi, e di ingegneri militari. Questo progetto ottenne la sovrana sanzione, 
e furono in particolare nominati a far parte della commissione. 

Il P. Angelo Secchi Direttore dell'Oss. del Collegio Romano, presidente. 

Sig. Cav. Prof. Lorenzo Respighi direttore dell'Osservatorio capitolino. 

Sig. Cav. Colonello Mattia Àzzarelli prof, d'idraulica nell'Università Romana. 

Sig. Maggiore Francesco Oberholtzer ingegnere del Genio pontificio, ai quali 
per istanza fatta da lui medesimo fu aggiunto il Sig. Cav. Bettocchi mem- 
bro del Consiglio d'arte e professore di geodesia nell'Università Romana. 

Queste nomine furono fatte in una ordinanza ministeriale speciale ( Vedi 
r allegato D e suo supplemento). Nella medesima ordinanza ministeriale fu 
ancora provveduto che il Ministero delle armi supplirebbe da sua parte quel 
tanto che all'occorrenza potesse prestare tanto di materiali che dì personale, 
onde eseguire i lavori colla debita sollecitudine ed economia. 

L'esecuzione ofiicìale di questa triangolazione dello Stato fu annunziata al 
publico, mediante una notificazione del 15 Febr. 1870 emanata dal Ministero 
del Commercio , nella quale si prescriveva ai singoli privati di non porre 
ostacolo all'esecuzione de'lavori nei loro dominii, ogni qual volta fosse ciò ri- 
chiesto dall'operazione medesima^ salve sempre le guarantigie che in simili 
casi presenta la legge (\^ allegato E). 

La commissione cosi legalmente istituita cominciò immediatamente i suoi 
lavori. Per la regolarità dell'andamento di questi si stabilì di riunirsi ogni 
otto giorni airOss. del Collegio Romano nel giorno di Giovedì ove si sarebbe 
di comune accordo fissato il da fare, e dato conto dell'operato. 

Siccome poi a termini dell'ordinanza governativa l'esecuzione pratica era 
affidata ai militari; così fu porta istanza a Sua Eccellenza il Sig. Gen. Kanz- 
ler Prom. delle Armi, acciò si compiacesse di fissare un personale, col quale 
condurre ad effetto i lavori occorrenti, almeno in quella parte in cui l'eco* 
nomia o l'impossibilita di fare altrimenti non consigliasse a servirsi di borgesi. 

L'Eccellenza sua secondando con sommo zelo le viste del S« Padre , e le 
richieste della commissione ordinò che venissero alla medesima applicate le 

31 



— 236. — 

due guardie del Genio, Sig. Enrico Gennari ora promosso a tenente , e 
Ore$te Coari in qualità di assistenti al Sig. Maggiore Oberholtzer membro della 
commissione; e poscia onde render più spediti i lavori, ordinò che venisse 
distaccato un corpo di communi del Genio stesso ad eseguire i lavori occor- 
renti (V. alleg. F e G). 

Dato cosi un breve cenno delforigine e dello scopo della commissione, ve- 
niamo ora ad esporre le cose eseguite da essa , dal principio del prossimo 
passato Marzo fino al tempo presente, cio^ la fine di Luglio, intervallo che 
comprende poco più che 5 mesi di vita. 

Si sarebbe voluto differire questo rapporto fino al compimento dell' anno 
di lavoro, ma in vista che la conferenza internazionale farà la sua seduta ge- 
nerale nel prossimo settembre, epoca nella quale tutti i membri presentano 
il loro contingente, si è creduto meglio riunire il fatto finora onde avere sot- 
t'occhio tutto l'operato, da cui estrarre quello che si credesse opportuno di 
presentare alla coramune sessione (V. Nota D in fine). 

Benché non siasi ancora fatta nessuna misura di angoli ne livellazione, pure 
la quantità de'layori considerata come si deve nella sua condizione di un imr 
pianto di vasta impresa si rileverà non essere punto indifferente. E ciò è tanto 
più da stimarsi in quanto che i membri che vi hanno preso parte non hanno 
mancato di disimpegnare le altre loro abituali occupazioni, ed hanno preso que- 
sto come un lavoro accessorio, e senza ricevere nessuna retribuzione. 

§. 2. Labori eseguiti dalla Commissione. 

ORDINAZIONE DEGLI STRUMENTI. 

La prima cosa di cui si dovea occupare la commissione era la ordinazione 
degli strumenti. La scelta di questi naturalmente si trovava subordinata alla 
natura del lavoro e alla scelta delle stazioni in campagna. Ma per questa 
parte il suo compito si trovava assai facilitato dai lavori anteriori del Bosco- 
vich e del Marieni^ onde per ciò credè potere dispensarsi da un esame preven- 
tivo delle stazioni stesse , e attenersi nella scelta de' medesimi alle semplici 
noraie stabilite della conferenza internazionale. 

Gli strumenti destinati a misurare gli angoli geodesici, e gli archi astroao- 
mìci adottati in questi lavori consistono in teodoliti forniti di circoli di al- 
tezza e di azimut, letti ambedue con microscopii. I raccomandati in pratica 
sono di due dimensioni, cioè quelli in cui i circoli hanno il diametro di iO, 
e di 13 pollici, tanto nel senso verticale che nell'orizzontale. 

La scelta di questi strumenti per l'una o per l'altra dimensione dipende 



— 237 — 

dalla distanea delle stazioni a pari grado di precisione che voglia ottenersi. 
Volendo noi avere la maggior precisione possìbile in faccia alle distanze non pic- 
cole della nostra relè principale, alcune delle quali arrivano, e talora passano 
30 cliilometri, fu di commune assenso della commissione stabilito cbe si pren- 
desse il circolo di tredici pollici che ha un cannocchiale corrispondente di 24 
linee di apertura , e 84 pollici di lunghezza focale , letto a microscopi ^ se- 
condo che si è già detto e fornito di cannocchiale di sicurezza. Lo strumento 

e posto in nota per Lire 3975 

Le casse di trasporto 150 

Cannocchiale di sicurezza 300 



In tutto Lire 4425 

Il peso delle casse in cui si divide lo strumento fu riconosciuto non esser punto 
superiore a quello che potrebbe commodamente portarsi sulle nostre montagne. 

La Conferenza internazionale avendo fissato che 1* altimetria farebbe una 
parte principale dell'opervazione, e perciò avendo grandemente raccomandato 
le livellazioni geometriche coi livelli a cannocchiali e a bolla d aria, per sod- 
disfare a ciò la commissione ordinava venissero acquistati due livelli di tale 
costruzione quale h raccomandata nella opera della livellazione svizzera. Il 
prezzo di questi livelli è per ciascuno lire 622, non comprese le stadie che 
saranno valutate a parte.' 

Finalmente siccome la presente operazione deve aspirare alla più grande 
precisione che sia possibile, e questa talora difficilmente può ottenersi coi se- 
gnali ordinarii opachi, qualunque sia la loro costruzione, ordinò ancora che 
venissero provveduti due Eliotropii o segnali a riflessione solare come ora si 
usano generalmente, e questi in via di esperimento, i quali quando fossero 
rinvenuti utili o fossero necessari in maggior numero, si sarebbero acquistati 
in appresso, essendo la loro spesa di poco superiore alle ioo lire. 

La necessita di una grande precisione negli istrumenti, e nei segnali ri- 
salta al primo aspetto in una operazione di alta precisione come è questa, 
ma essa diviene evidente qualora si faccia attenzione , che bisogna mettere 
tutte le parti del lavoro in una armonia concordante ed esattamente conforme. 
A che servirebbe infatti aver misurata una base col microscopio fino ai mil- 
lesimi di millimetro, e conclusa la sua lunghezza entro precisione del centi- 
metro in i2 mila metri, se con un debole cannocchiale non si potesse ottenere 
il decimetro nella mira. Quindi era di necessita il provvedere di forti cannoc- 



— 238 — 

chiali e dì circoli grandi gli strumenti graduati. Cosi pure se il segnale non 
potesse rilevarsi clic alla stima di ({ualche decimetro, perchè la sua forma e 
inesatta, o perchè la posizione è incommoda e mal si presta alla puntata per 
difetto di luce, che gioverebbe avere strumenti minutamente graduati e letti con 
niicroscopii fino ai secondi ? Quindi è mestieri mettere altresì questa parte iu 
armonia col resto. E perciò i segnali eliotropici o a sole riflesso da specchi, 
in alcuni casi saranno indispensabili per precisare la mira degli oggetti mollo 
lontani, quando la nebbia offusca l'orizzonte, e pei vicini quando si deve con- 
servare tale precisione che sia in proporzione con quella dello strumento gra- 
duato. Questo sarà manifesto considerando un caso particolare. Così per esem* 
pio alla distanza di io chilometri un secondo sottende 48 millimetri : ora la pra- 
tica insegna che è assai difficile, se non impossibile il poter puntare entro 
questo limite un segnale opaco a tal distanza, specialmente se è proiettato 
in terra, mentre è facile ottener ciò in un oggetto luminoso. Talché in molti 
casi, e specialmente pel collegamento della base, gli elioscopii saranno neces- 
sarii onde conservare la precisione de'circoli che danno il secondo. 

Però non può fìSvSarsi avanti ad ogni sperimento pratico fino a che punto 
potremo o dovremo valerci di questa specie di segnali^ i quali non è da dis- 
simulare che sono accompagnati da qualche incommodd, ed è perciò che non 
si è creduto doverne commettere per ora più di due, lasciando airavvenire 
il decidere se debbano aumentarsi di numero. E ciò è tanto meno necessario 
preoccuparsene in quanto che lo strumento è di facile costruzione e può fa- 
cilmente ottenersi e presto. 

Tali sono le considerazioni che hanno guidato la commissione nella scelta 
degli strumenli da acquistare Sarebbe stato desiderio della medesima il ri- 
sparmiare questa spesa, e servirsi di alcuni che si hanno negli Osservatori 
Romani, ma oltre alle informazioni prese nel congresso di Firenze e dal Signor 
Raeyer, Direttore de'lavori di Prussia, dal Signor Ibannez direttore de'lavori 
geodesici di Spagna, dal Sig. Direttore di quelli di Russia, e dal Sig. De Vecchi 
Direttore deVarii lavori in Italia, il presidente della Commissione si prevalse 
della occasione, che molti di questi Signori vennero in Roma stessa dopo il 
Congresso Fiorentino, e avendo fatti esaminare quelli che avea furono trovai» 
insufficienti, quindi dietro loro consiglio furono commandati alla ditta de N- 
gnori Pistor e Martins di Berlino, come quelli che a grande precisione uni- 
vano solidità e leggerezza idonea al bisogno. Di più si avea il vantaggio che 
la costruzione sarebbe stata sorvegliata dal Sig. Baeyer stesso. 

Gli strumenti del Pistor hanno il vantaggio di esser esatti e leggeri J^" 



— 239 — 

un tempo, e questo elemento di una opportuna leggerezza non è. da trascu- 
rarsi nel caso nostro^ ove in molti luoghi le stazioni devono farsi alla som- 
mità de'monti di non punto comraodo accesso. 

Dopo gli strumenti graduati noi qui menzioneremo anche i segnali ordinarii. 
Questi benché già stabiliti dalFuso pure non lasciano di dar luogo a studi 
non pochi secondo le circostanze. 

La conferenza internazionale avendo stabilito che si facciano per quanto 
è possibile sempre Te osservazioni ai centri delle stazioni, e con segnali in- 
dipendenti e tali che possano sempre ritrovarsi in avvenire , e perciò in 
muratura difinitiva, o almeno con tali contrassegni che possano facilmente ri- 
trovarsi, noi crediamo di dovere scrupolosamente attenerci a questa regola. 

I segnali deGnitivi dovranno essere quindi costituiti dai pilastri stessi su 
cui si collocheranno gli strumenti angolari/ma per lo studio preliminare delle 
stazioni fummo costretti dalle circostanze medesime dc*luoghi ad adottare il 
sistema provvisorio di castelli composti di 4 travi riuniti in una forma pira* 
midale e nella lor parte superiore coperti da tavole imbiancate. Questa forma 
si è trovata soddisfacentissima ed opportuna a tutti gli usi e idonea molto 
ad esser distinta a grandi distanze. Nelle officine del Genio a Belvedere ne 
fuj'ono costruiti finora quattro, due della dimensione di 4, e due di sei metri 
di altezza da servire al bisogno secondo i luoghi e le distanze. Vedremo l'uso 
che se ne è fatto finora nelle singole stazioni. 

Non vogliamo però ommettere di notare che il vandalismo , e lo spirito 
di distruzione e di indisciplinatezza che regna nelle persone che frequentano 
le nostre deserte campagne, poco incoraggiscono a usare segnali di legname, e 
che saremo dappertutto costretti a farli in muratura con ispesa molto maggiore. 

Se la nostra campagna fosse meno inospita si potrebbe fare uso anche de'se- 
gnali di fuochi artificiaK, e lavorare di notte, ma i pericoli che s'incontrerebbero 
per la malsania del clima, e pel difetto di buoni alloggi, non permetteranno di 
servirsi di questi mezzi che in casi eccezionali, e solo per ricognizioni difficili. 

§. 3. Studio delle Stazioni. 

STAZIONE DI MONTE MARIO. 

La scelta di molte stazioni, come si disse, era già in gran parte fissata dai 
lavori precedenti al nostro, le quali ove avessero corrisposto ai bisogni della 
geodesia mod^na non erano da variare senza ragione, col privarci così di un 
prezioso controllo. Tuttavia si riconobbe necessario di modificarne alcune radi- 
calmente, in altre introdurre variazioni considerevoli onde raggiungere lo scopo. 



— 240 — 

E per procedere con qualche ordine diremo che Roma rimane naturalmeotc 
il centro di un gran poligono chiuso, il cui perimetro è formato dalle rette 
elle congiungono i punti di Pratica, Fiumicino, Monte Virginio, Monte So- 
ratte, Monte Gennaro, Monte Cavo, Pratica. 

In mezzo a questo poligono esìste misurata la base sulla Via Appia, che 
deve coUcgorsi ad uno o più lati di esso. 

La prima questione che sorse fu quella se doveasi conservare la stazione 
centrale sulla cupola di S. Pietro; stazione usata naturalmente da tutti i no- 
stri predecessori. Ma una ponderata discuWone ce la fece senza esitanza eli- 
minare. Infatti una delle raccomandate avvertenze è di osservare , come si 
dice, nel centro della stazione, e fare dallo stesso punto il giro dell'intero 
orizzonte, cioè collocare lo strumento nel punto preciso ove si mira da tutti 
i punti, e dove poscia nel calcolo de*triangoli e costituito il vertice loro co- 
mune. Ora questa condizione non si può effettuare sulla cupola predetta, per 
la ragione che sul centro di mira, che è la croce, non può collocarsi lo stru- 
mento. E mestieri pertanto mettersi fuori di centro e ridurvisi con animi- 
nicoH di misure secondane e di cs^lcolì, cose tutte proscritte nelle operazioni 
di alta precisione, perchè sorgenti di moltissime inesattezze. 

Di più vuoisi che nelle stazioni primarie si faccia intero il giro dell'oriz- 
zonte per avere il controllo della misura esatta della circonferenza. Ora ne 
anche questo può aversi in S. Pietro da un sol punto della loggia che cir- 
conda il cupolino o giretto, Àggiungesi a ciò l' irregolarità ben nota nelle 
parti minute di questa fabbrica; onde la croce non corrisponde precisamente 
al centro del tamburo del lanternino. Si deve pure calcolare la grande in- 
commodità del sito, e la quasi impossibilità di recare cola uno strumento di 
grandi dimensioni, e tenervelo immobile con la debita esattezza. 

Tutte queste ed altre considerazioni ci fecero assolutamente rigettare que- 
sta stazione. 

Fortunatamente la stazione Vaticana si poteva facilmente supplire con )sta- 
bilire un punto conveniente sul vicino monte Mario, la cui altezza assoluta 
di poco la cede alla cupola stessa. La commissione recatasi sul posto trovo 
adattalissimo il vertice di detto monte nella vigna, che e di proprieti del 
Sig. Principe Barberini Duca dì Castclvecchio, e sarebbesi prestato assai bene 
il quivi esistente casinetto. se esso non fosse in istato di tanto AeperimeniOi 
e se si fosse potuto avere la garanzia di una conservazione e permanenza 
futura del segnale quale si richiede in questo genere di monumenti. Consi- 
derando ciò, e riconosciuto che il restauro del casino avrebbe quasi portato 



— 241 -- 

tanto quanto fa costruzione di* un nuovo segnale indipendente, fu deciso di 
attenersi a questo. Dopo lunghe e diverse trattative col Sig. Principe, fu sta- 
bilito dietro sua stessa proposta, che il nuovo seguale o torre che ivi si co- 
struirebbe sarebbe fatta a spese della commissione, che la proprietà sarebbe 
devoluta al fondo del baliaggio , col solo tassativo obbligo di servitù per 
Tesclusivo uso della triangolazione {*). 

Cosi stabilita la convenzione col Sig. Principe si mise mano allo scavo dei 
fondamenti della torre da innalzare dietro il disegno del Sig. Ingegnere Magg. 
Oberholtzer. 

Consiste questo segnale in una torre ìì base quadrata di metri cinque di 
lato : sorge il basamento a pareti verticali per Taltezza di metri 4 sopra cui 
la parte rastremante a piramide troncata si alza di metri 8 fino a fare Tal- 
tezza complessiva di metri 12 : una leggera cornice ne corona la sommità con 
ringhiera di ferro, e offre un area quadrata di 3"^ di lato sufficiente a ri- 
cevere l'osservatorio portatile. L'interno della torre comprende il pilastro cen- 
trale quadrato circondato da una commoda scala di peperino larga o'".80, cioè 
sufficientemente per passarvi colle casse degli strumenti. Nella scala si è avuto 
avvertenza di lasciare ad uno de*4 angoli un ripiano largo equivalente a due ' 
degli scalini in angolo per servire a praticarvi un foro , onde determinare le 
latitudini collo strumento de*passaggi coli* orizzonte a mercurio , secondo il 
metodo immaginato dal Sig. Prof. Respighi. 

La prima pietra di questo edilizio fu collocala il giorno 6 maggio an. cor. 
alla presenza di S. Emza Rma il Sig. Card. Berardi Proministro del Commercio, 
e di S. E. il Sig. Gen. Kanzler proministro delle armi, del Sig. Principe Duca 
di Castelvecchio Barberini, e di altre scelte persone. In un breve discorso il 
presidente espose le ragioni della scelta, e mostrò l'importanza del lavoro, 
e la convenienza che essendosi fatte altre volte operazioni di «fni si è sva- 
nita ogni traccia, restasse questa volta una memoria permanente dell'opera- 
zione anche per testimoniare come il governo ecclesiastico sa conservare le 
sue tradizioni, e proteggere ed incoraggire la scienza. 

La pietra che fu ivi' collocata nel centro del monumento avea o°\60 di lato 
in quadro e o'^.so di spessezza; portava un foro nel mezzo che servir dovea 
di punto di partenza per l'asse alla torre, e intorno ad esso era l'iscrizione 
commemorativa del Sommo Pontefice che avea ordinata l'operazione, e dello 



(*) Parole della proposta. 



— 242 — 
scopo a cui essa era diretta coll'anno in cui fit collocata, ed e dì quesla fonua. 




Questa pietra resta 4 metri sotto del livello della soglia della porta d'irr- 
gresso della torre, posata direttamente sul terreno vergine che qui e uiiW- 
gilla fortemente compatta prodotta dalla decomposizione de'tufì vulcanici. 

A conservare questo centro in modo clic venisse a continuare la sua di- 
rezione verticalmente (ino alla sommità della torre^ si piantò in esso un ci- 
lindro di legno che conservato sempre verticale con gran cura venne impri- 
gionato mano mano nel muro stesso ^ e con successivi pezzi di aggiuuta 
alzato fino alla sommità della torre medesima^ riportò il centro infimo alla 
sommità superiore del pilastro su cui si dovrà collocare lo strumento. 

Questa torre è al momento in cui scriviamo alzata già sopra terra di me- 
tri il, e quanto prima saia terminata. 

La stazione di Montemario e tale che non solo supplisce, ma supera in 
vantaggio la cupola di S. Pietro, ed è non solo visibile da per tutto dove 
quella è CQ$|»icua, ma si presta a fissare con esattezza una staziona astrono- 
mica ove si possa determinare diretlameilte la latitudine e l'azimut senza l in- 
comodo di lontana assenza dall'osservatorio, e senza le incertezze che pro- 
vengono dalle riduzioni ai centri, onde essa costituisce una vera stazione mo- 
dello. La connessione poi cogli Osservatorìi Capitolino e del Collegio Romano, 
è facilissima. Attesa la sua posizione essa sarà munita di parafulmine. 

La costruzione di questa torre porta una spesa non indiflferente, e il pre- 
ventivo fu fatto di circa 5000 lire, ma si spera di non arrivarvi, attesoché 
una grande economia si e potuta fare neirtsecuzionc, essendo stati quasi tutu 
i materiali portati lassù per opera militare de'corpi del Genio e del Treno. 
Per avere una idea di tale economia diremo, che, la sola spésa necessaria p<*» 



— 243 — ^ 

portarvi l'acqua» sarebbe stata di circa due mila lire, doveadosi ivi condurre 
da oltre un miglio di distanza, e fare un ardua salita. 

La costruzione muraria fu stimato meglio affidarla ai borghesi, ed essa fu 
assegnata dietro contratto preliminare al capomastro Francesco Simonetti, il 
quale ha corrisposto finora all'impegno assunto con piena soddisfazione della 
Commissione. 

Naturalmente si dovranno inoltre pagare alcuni indennizzi al proprietario 
del fondo e al suo coltivatore, ma questi sono di poca entità, essendosi avuto 
cura che venisse danneggiato il meno possibile. 

Non vogliamo lasciare senza elogio la prontezza con cui S. E. il Sig. Prìn* 
cipe Duca di Castelvecchio, appena vide appianate alcune difficolta legali ine- 
renti alla natura del fidecomisso baliatico, accudì alle richieste della Com- 
missione. Ed alla medesima sua gentilezza si deve certamente la cortesia e 
deferenza con cui dal coltivatore sono trattati gli operai e le altre persone, 
che devono con non poco suo incomodo transitare per il fondo onde accedere 
alla lavorazione. 

La torre non ha locale abitabile interno, e solo ha un piccolo ripostiglio 
per oggetti minuti e per gli strumenti, ma essendo vicino il casino, potrà 
aversi in esso un commodo ricetto durante le osservazioni che in questa sta* 
zione non saranno s\ poche ne si brevi^ al quale scopo occorrerà farvi fare 
alcuni minuti acconcimi. 

§. 4. Stazioni terminali della base. 

Alle estremità della base erano da farsi due stazioni di primo ordine per 
la precisione. Però i termini eflfettivamente usati nella misura essendo sepolti 
sotto Tasse stradale non potevano servire allo scopo, almeno dal lato di Ce- 
cilia Metella, non potendosi deviare la strada, e il monumento stesso impe- 
dendo la visuale. Questo erasi già preveduto nell'atto della misura, e perciò 
si erano detti estremi riferiti ai monumenti vicini, cio^ all'estremità occiden- 
tale al monumento stesso di Cecilia Metella, e allestremita orientale o delle 
Frattocchie ad un altro rudere di monumento posto al primo vertice della 
salita. Veggasi su di ciò la Misura della base. 

Se non che il termine di Cecilia Metella ha il grave inconveniente di non 
ammettere l'osservazione al centro di stazione nel solo punto ove può farsi, 
cioè sopra al mezzo della lapide, corrispondente alla piramiduccia ivi posta 
da Ricchebach. Ed anche rinunziando al vantaggio del centro questa stazione 
sarebbe sempre costosissima e di incomodo accesso. 

32 



— 244 — 

la considerazione de'quali motivi fu air atto stesso della seconda misura 
della base preso un altro punto a terra contro il rudero di monamento che 
sta a circa 4S8*° da Cecilia Metella segnato colla lettera E nella misura, e ivi 
fu piantata una piramide impiombata in grosso parallelepìpedo di marmo, 
che h chiave delFantica rinvestitura di marmo che lo copriva, e la posizione 
di questa piramide fu determinata con precisione rapporto al punto a terra, 
come si notò al suo luogo nella Misura. 

Questo rudere o torrione è alto 12 metri di forma parallelepipeda a base 
quadrata ben conservatOy e con pochi rista ufi può ridursi a monumento geo- 
desico. Quindi esso fu adottato come una delle stazioni terminali» riservandosi 
a riportare al centro del pilastro con precisione l'estremo della base quando 
si verrà alla misura degli angoli. 

Su questo torrione è ora innalzato uno dei segnali di legno a piramide 
di cui si è detto di sopra alto 4 metri, e lo chiameremo il termine di Capo 
di Bove, perchè sta in questa tenuta, onde distinguerlo dal vero monumento 
di Cecilia Metella. 

Per accedere comodamente su questo torrione fu necessario costruire un 
castello di legname con iscale. Questo castello si è sperimentato in pratica 
molto utile perchè le circastanze hanno richiesto che a quest'ora moltissime 
volte vi si montasse sopra onde eseguire gli studi neccssarii per la prima de- 
terminazione delle stazioni. Benché alto come si disse 12*", pure sarà mestieri 
superelevarlo di un altro metro circa, onde potere colla visuale superare più 
commodamente la linea degli acquedotti, e così poter meglio vedere la sta- 
zione del Cervaro di cui diremo appresso, e quella di Decimo. 

L'altro termine della base presso le Frattocchie resta vicino ad un monu- 
mento sufficientemente alto consideralo in sé, perchè è alto circa 7 metri; 
ma quando si è venuto all'atto pratico delle ricognizioni lontane, si è trovalo 
che esso poco si spiccava dalla campagna circostante per l'elevatezza del ter- 
reno intorno ad esso accumulato. Furono fatti perciò molti studi, tanto dalla 
torre di Pratica, quanto dalle eminenze di Decimo, e sopratutto dai contorni 

• 

di Torre Nuova; e /Inalmente avendovi alzato sopra uno de'segnali provvi- 
sorio alto 4 metri, e sopra questo alzato un altro segnale minore alto 3 metri, 
si concluse che per rendere bene visibile questo termine dalle circostanti sta- 
zioni era mestieri di alzare sul rudere monumentale una torretta di 5 naetn 
di altezza con scala interna per accedere al pilastro di osservazione. 

Questo lavoro è slato fatto in economia dai soldati del Genio, e il segnale 
adesso si vede dapertutto in modo perfettamente soddisfacente, ma è costato 



>i 



— 245 — 

della fatica assai a poter trovare i punti corrispondenti per ottenere un buon 
legame della base col resto de' lati principali della stazione , a cagione del 
terreno vicino che maschera questa posizione. 

La torre non essendosi potuta fare piramidata per non restringerne troppo 
la cima , e potendosi perciò confondere da lontano con qualche casa bianca, 
si distinguerà tracciandovi diagonalmente alle faccie una gran linea nera sem- 
plice della larghezza di circa 60 centimetri 




K V 



§. 5. Congiunzione della base alla rete principale. 

Uno degli studi più importanti che ci ha occupati in quest'intervallo e 
stato il trovar modo da congiungere la base dell'Appia col resto della trian- 
golazione. La cosa non era facile. Comunemente nelle operazioni moderne la 
scelta della base si fa secondo i bi- 
sogni della triangolazione, ma qui 
la base era imposta da varie condi- 
zioni estranee, la prima delle quali 
era di verificare l'antica misura di 
Boscwich. Ma anche senza questo 
era impossibile trovare spazio in li- 
nea retta di sufficiente lunghezza 
da misurare una base in questi con- 
torni di Roma, ove tutto il terre- 
no h ondula tissimo^ e solo si sarebbe 
potuto ottenere o alle paludi ponti- 
ne, o alla foce del Tevere tra Pon- 
te Galera e Fiumicino. 

Determinata pertanto-cosi la po- 
sizione della base, era mestieri di 
collegarla nel miglior modo possibi- 
le col resto della triangolazione. Le 




.>*'• 



— 246 — 

costrusioni eleganti usate altrove per accessioni di triangoli equilateri a de- 
stra e a sinistra della base, qui erano impraticabili per la natura del terreno. 

Infatti tale costruzione fu studiata , e vi avrebbe soddisfatto abbastanza 
la posizione di Decimo D e di un punto presso Torrenova T , che salla 
base BF facevano due triangoli quasi equilateri. Ma sfortunatamente Deci- 
mo non è visibile da Torre Nuova nel luogo T, essendoché Tasse deli' Àppia 
corre su di una eminenza di terreno formata da una forte corrente di lava ba- 
saltina. Quindi non si sarebbe potuta orientare bene la diagonale DT. 

Tuttavia ogni speranza non è ancora perduta di riuscirvi, essendo possibile 
che ciò riesca quando saranno alzati alquanto i segnali in T e in D, per la 
quale alzata potranno riuscire visibili, ed allora si potrà compire la costruzione 
coi triangoli BDT, e DFT. Un modo molto diretto di collegamento si ha per il 
lato di Decimo. Infatti costruendo il triangolo BDF sulla base BF si avrebbe 
il Iato FD sul quale si costruirebbe Taltro triangolo DMF, e col lato DM di 
questo, condotta la DC si avrebbe il Iato MG, che S uno dei raggi fondamen- 
tali del poligono. Ma questo mezzo di collegamento porta l'uso di varii an- 
goli non maggiori che 40? Nel prossimo mese si compiranno questi studi dal 
lato di Decimo. Ad ogni modo se anche non si accettasse il sistema di col- 
legamento della base per questa via esso h assicurato in vari altri modi, e 
finora si da la preferenza al seguente. 

La base BF poco dista dalla direzione Capo di Bove -Monte Mario, onde 
il lato BF viene ad essere quasi in continuazione di BM comprendendo un 
angolo di 174? gradi. Quindi scegliendo in K un punto convenientemente che 
facesse vertice di triangolo equilatero col lato BM si poteva raddoppiare la 
base in lunghezza commodamente con l'aiuto di un altro punto scelto in T 
con modo opportuno. I tre triangoli cosi formati MKB, KBT, BFT davano 
la base raddoppiata MF. 

Inoltre ne nasceva cosi un triangolo FTC, cioè Frattocchie, Torre Nuova, 
Monte Cavo, il quale ove fosse riuscito soddisfacente si poteva da questi trian- 
goli^ con soli due punti succursali K e T avere il lato MC .che è uno dei 
raggi del poligono con centro a Monte Mario. 

In questa combinazione non mancano molti elementi di verifica sui quali 
stabilire equazioni di condizione per maggior sicurezza di alcuni elementi. Si 
procedette pertanto sul terreno allo studio di questi punti. 

Secondo le carte esistenti, e specialmente quella del censo abbastanza pre- 
cìsa per questo studio, il punto K capitava al luogo detto Aguzzano, m^ la 
depressione del terreno in questo punto e laltissima linea degli antichi acque^ 



i 



— 2A7 — 

dotti die con muro continuato corrono fra le due stazioni non permettono 
di profittare di esso. 

La sola torre del Cervaro può servire^ dando un triangolo poco distante 
dall'equilatero, di cui ecco gli angoli approssimati. 

Angolo a Capo di Bove 66? j 
A Monte Mario 53. j 

Al Cervaro 60.0 

Molte ricercbe fatte per altri punti , e specialmente alla Cervelletta che 
era torre meglio conformata , riuscirono inutili sempre per V ostacolo degli 
acquedotti. Si avverta che da B il Cervaro si vede appena sfiorando la som- 
mità di una. breccia o rottura fatta negli acquedotti stessi al 12? arco dopo 
Porta Furba. Di più vi sono de'pini che crescendo possono ostruire la visuale, 
ma ciò non accadrà per ora. Onde vi h la necessità di alzare un poco il ter- 
mine B di circa un metro. 

In questa ricerca fu prima messo sul Cervaro un ben chiaro segnale, a pi- 
ramide, senza il quale non avremmo potuto assicurarci di nulla per Timmensa 
copia di torri tutte simili più o meno che sono in questa parte della cam- 
pagna. La torre del Cervaro ha 20™ circa di altezza, e pure h già bassa, onde 
e inutile fare assegno sui punti vicini, e ne anche sulle vicine prominenze 
de'grottoni, dai quali non si vede il regnale. Questa stazione però sarà un 
poco costosa, perchè occorre farvi un^opera muraria, di cui parleremo fra poco. 
Per evitare tale spesa si studiò la torre della Cervaretta o Cervelletta, che 
era meglio conformata, ma disgraziatamente essa si trovò centralmente e per- 
fettamente ecclissata rapporto al segnale di Capo di Bove da un altissimo pi« 
Ione isolato dell'acquedotto della Claudia, la demolizione del quale non è cer- 
tamente a presumere che venga concessa. D'altronde il triangolo h migliore 
al Cervaro. 

11 secondo punto T presso Torre Nuova costò molti viaggi e molte fatiche 
per definirlo. Finalmente vi riuscimmo, come si disse, coU'alzare un segnale 
provvisorio assai alto sulle Frattocchie. 

Ora, dopo stabilita la torre, anche più alta di quel segnale, si è potuto 
fissare definitivamente il luogo che cade al 7.^ miglio della Labicana o Casi- 
lina a sinistra di chi parte da Roma, due miglia circa sopra Torre Nuova pri- 
ma di arrivare al luogo, ove l'acquedotto dell'acqua Felice attraversa la via. 

Da questo punto h visibile il segnale delle Frattocchie rasentando una groppa 
di terreno che non permette di accostarsi più a Monte Cavo. U triangolo è 



— 248 — 

auche qui quasi equilatero sulla base , e resta di buona forma il triangolo 
KBT. L'angolo a T opposto alla base è 67^.26, e quello tra Cervaro e Capo 
di Bove 65''.40. L'angolo BFT h dì 46''.45. 

Ma il triangolo CFT riesce a dir vero poco soddisfacente (benché sia entro 
i limiti assegnati agli angoli tolerabili) risultando solo di 36?48'. E probabile 
die con qualche punto succursale si possa cavare una figura tale da avere 
una equazione di condizione per rinforzare la precisione di questi elementi, 
prevalendosi della stazione alla Colonna; ma non* è ancora ben certo. 

Tuttavia anche lasciato questo men perfetto triangolo, la sola retta FM, 
che ne risulta della lunghezza di circa 24 chilometri è tale che ci permette 
l'entrata nei lati principali senza difficoltà. 

Cosi per esempio vedendosi Pratica tanto dalle Frattocchie che da Monte 
Mario, si entrerà in poligono col lato Pratica-Monte Mario. 

Potrebbe anche entrarsi col lato Frattocchie-^Monte Mario, perchè da Monte 
Gennaro l'angolo sotteso da questa retta MF è 36.*^ circa. 

Queste combinazioni si potranno controllare col risultato dal lato occiden- 
tale verso mare, che si otterrà dalla stazione di Decimo, soprattutto se da 
esso si riesca a vedere qualche punto vicino alla Magliana o al Monte delle 
Piche, come Casa Mattei, o si riesca a vedere Fiumicino dal segno, alzato 
delle Frattocchie; ma solo potrà rispondersi a ciò dopo che si sarà in favo- 
revoli circostanze atmosferiche definito il punto della visibilità reciproca di 
questi oggetti. 

Ad ogni modo resta assicurata più di una via di congiunzione della base 
colla triangolazione, e ora veniamo all'esame delle stazioni visitate finora, se- 
gnalandone le principali particolarità. 

Aggiungeremo che questi minori triangoli, ancorché non servissero per la 
congiunzione, pure dovrebbero farsi per completare la triangolazione di se- 
cond'ordìue, che secondo il programma si deve fare insieme colla principale 
per la rettifica della carta topografica, e perciò vi abbiamo impiegato tanU 
cura a studiarli, e anche a moltiplicarli in modo che ciascun punto si tro- 
vasse al centro di un poligono (guanto più fosse possibile vicino all'esagono 
regolare. E vedremo che i punti suaccennati vi soddisfanno quanto è desi- 
derabile. * 

§. 6. Stazione del Cervaro. 

Questa torre, come si disse, resta in un luogo assai basso, e non è pos- 
sibile supplire al suo posto con altro centro più culminante. Si dovrà per- 



— 249 — 

tanto attesa l'importanza di questa stazione (che serve nientemeno che alla 
duplicazione della base, ed h un centro importante di triangoli secondarìi) si 
dovrà dico erigervi un' segnale primario di precisione. Non essendo questa 
torre coperta con volta, ma solo a tettoia circondata da merli, si h stabilito 
che il mezzo più sicuro e più eoonómico sarà quello di gettare un'arco at- 
traverso la minor dimensione della torre, che è un rettàngolo di sei metri 
di lato per 4, e quest'arco sarà legato con catena di ferro all'imposte^ onde 
evitar^ ogni pregiudizio alla fabbrica che non sembra eccessivamente robusta. 
Questo arco supererebbe il tetto, e sulla sua chiave si costruirebbe il pilastro 
di muro, che deve servire allo strumento. L'impalcatura per reggere l'osser- 
vatorio é l'osservatore si farebbe con travi e palanche provvisoriamente di- 
sposte a conveniente altezza , sicché resta il centro del pilastro alto sopra 
de'merli quanto occorre per farlo ben visibile. 

Questa stazione è incomoda per l'accesso di scale , come pure pel locale 
che non si presta all'alloggio, ma attesa la sua vicinanza a Roma potrà sem- 
pre recarvisi in breve tempo, bastando che vi rimanga qualche militare di 
guardia allo strumento. Forse potrà farsi dimora alla Cervelletta. 11 sito di 
aria poco sana nell'estate obbligherà a fare i lavori nell'inverno. 

Questa stazione sarà inoltre centro opportuno per un esagono di second'or- 
dine, i cui vertici saranno formali da molte torri circostanti, e specialmente 
dalle torri de'casali di Marco Simone, Lunghezza, Castiglione^ ecc. È già in 
pronto il progetto architettonico dettagliato dell'indicato lavoro fatto dal Mag- 
gior Oberholtzer, che h stato presentato ai Sigg. Canonici di S. Maria Maggiore 
proprietari del fondo per aver la permissione di costruirlo. * • 

§. 7. Stazione di Torre Nova. 

Seguitiamo a chiamare Stazione di Torre Nova questo punto» il quale per 
altro dista quasi due miglia verso il Finocchio dal Casale di questo nome, 
perchè esso capita nel terreno della tenuta medesima. 

In. questo luogo il segnale può stare qnasi in piana terra, e solo elevato 
tanto che basti a proteggerlo dalle devastazioni dc'pastori. Si alzerà in mu- 
ratura solo il pilastro centrale , e attorno vi si farà un ammasso di pietra, 
secca, ovvero di legname provvisorio, perchè resti il punto essenziale del pi- 
lastro allo sufficientemente da non si confondere coi bottini dell'acquedotto 
quivi vicini, ma più oltre di esso verso l'osteria del Finocchio. 

Il punto che fu trovato più opportuno resta su di una piccola eminenza 
a sinistra della via, in direzione di certi piccoli ruderi collocati a destra di 



— 25a — 

cui fu fatto il disegno dal Sig. Maggior Oberholtzert e fu con t rassegnato con 
un piccolo mucchio di pietre. La visuale di la passando sotto e fra i pini 
di Torre Nova non è commoda, ma allatto pratico di fondare il segnale» si 
potrà certamente evitare questo inconveniente con opportuno spostamento. 
Questa stazione si presta a meraviglia per un poligono secondario» i cui 
vertici, oltre Monte Cavo - Colonna -Frattocchie — Metella - Cervaro, sono 
costituiti da Castiglione e Lunghezza. Se la Colonna può vedersi da Monte 
Cavo si avrà da essa un triangolo succursale, che congiunto coiraltro CFT. 
formerà un quadrilatero i cui elementi daranno una equazione di condizione 
preziosa per la perfezione del triangolo meno felice , in cui si appo^a il 
lato Monte Cavo, Monte Mario. 

|. 8. Stazione di Pratica. 

Questa stazione fu visitata il i7 maggio. Si trovò ivi una superba torre con 
piano superiore a robusta volta. Da essa h patente la vista a Fiumicino, al 
Capo Circeo, agli estremi della base, e forse anche a Decimo, ma ciò allora 
per mancanza di segnale non potè riconoscersi. Essa è sotto il meridiano del* 
Tantico osservatorio del Collegio Romano, onde è un punto prezioso per pro- 
trarre la triangolazione sotto questo meridiano ed orientarla. 

Per compiervi le osservazioni essendo essa torre cinta da un alto giro di 
merli o piuttosto di muro a feritoie alto s metri circa, occorrerà elevare nel 
centro un piliere vuoto per non aggravare troppo la volta che sorregga lo 
strumento, e con legnami messi a traverso sostenere Timpalancatura del ponte 
per gli osservatori indipendentemente dalla volta su cui si farà il pilastro. 

Si avrà probabilmente qualche difficoltà a far passare nell'interno gli stru- 
menti per la piccola apertura della scala, ma si potranno tirar le casse dalla 
parte esterna con armare una capra. 

Se con permissione del Sig. Principe Borghese si potrà praticare un piccolo 
foro nella volta, ivi si potrà determinare la latitudine col metodo del Prof. Res- 
pighi. Nel recarsi a Pratica, e nel ritomo fu visitata la stazione di Decimo. Se 
questo punto non riuscirà che poco officioso come centro principale, pure esso 
sarìi sempre assai utile come stazione secondaria per formare la carta. 

Però il fabbricato o Castello di Decimo rimane troppo basso, e sarìt neces- 
sario fare stazione alla sommità dell'altopiano dominante della fabbrica, colà 
ove era la capanna della dogana in tempi antichi. Sarà bene allontanarsi un 
poco dalla via onde aumentare il lato Decimo-Fra ttocchie, ma senza arrivare 
a Castel Porziano, perchè allora si stringerebbe troppo l'angolo. Questi studi 



— 251 — 

saranno un po'faticali per la selva che ivi' si trova. Se con una piccola al- 
zata del segno si potesse scoprire sopra le selve circostanti Fiumicino o Ca- 
stel Porziano sarebbe cosa assai vantaggiosa. 

In questa visita si ebbe il dispiacere di esser presi in sinistra parie dagli 
abitanti del casale, i quali ricusarono di esaminare le nostre carte, e in vece 
fecero cliiamare i gendarmi, che al nostro ritorno erano in perlustrazione per 
eseguire ove fosse occorso il loro dovere. 

E inutile dire che date poche spiegazioni ogni sospetto svanì, ma si rileva 
quanto sia ancora arretrata la popolazione che vive sempre piena di sospetti 
in queste squallide e deserte terre. 

11 segnale da costruirsi a Decimo potrebbe essere un semplice pilastro di 
muro circondato da un castello di legname provvisorio da erigersi alcuni giorni 
prima alPatto della misura. 

E incerto se da Decimo si vedrà alcun punto delle alture della Magliana 
o del Monte delle Piche, nel qual caso si potrebbe ivi fare una buona ca- 
tena di triangoli secondarii dal lato meridionale della base per servizio della 
carta, o anche entrare nella triangolazione come s*h fatto dal lato settentrionale. 

La stazione di Decimo merita una seconda visita per la quale si prenderà 
una opportuna occasione prima di cominciare la triangolazione , e si dovrà 
nel prossimo inverno trattare col Sig. Principe Borghese per erigere il men- 
zionato segnale sulla torre di Pratica. 

La stazione di Pratica servirà a continuare la triangolazione per connettere 
il Promontoiio Circeo colla rete trigonometrica e condurla fino al capo di Ter- 
racina ove passa il meridiano centrale Europeo. 

§.9. Stazione di Fiumicino. 

Questa stazione fu visitata dalla Commissione li 22 maggio. Essa è la più 
commoda di tutte. Essa sarà costituita sul piccolo torrino che h sopraedifi- 
cato alla gran torre clementina alla foce del braccio canale del Tevere detto 
Fiumicino, oltre le case. 

La torretta è rotonda alta circa cinque metri sulla grande terrazza della 
torre maggiore , la quale h alta sul mare circa 25*" ad essa si accede per 
una scala a piroli provisoria : essa resta all' angolo orientale della torre 
maggiore, ed è quella stessa' che sosteneva il faro, ora divenuta inutile per 
essersi questo trasportato sulla torre S. Michele che è molto più forana. 

Per render questa torretta una commoda stazione^ occorre solo chiudere il 
centro della volta, edificandovi sopra il pilastro per lo strumento, e levare 

33 



— 252 — 

la gabbia dellanlico faro. Sì riterrà, finché non imbarazza, la ringhiera <li 
ferro che circonda l'antica lanterna. I militari del genio sono attualmente 
occupati di questo lavoro. 

Di qui si domina Monte Mario, Pratica, Palo e Cervetri, Rocca Romana^ 
e Monte Virginio. Le osservazioni dovranno farsi nel maggio o giugno, atte- 
sochè per l'aria cattiva il luogo resta deserto in estate. 

§.10. Stazione di Monte f^irginio. 

Questa sarebbe la stazione più commoda che potesse immaginarsi, consi- 
stendo in un piccolo romitorio alto due piani, con torretta quadrata in cima, 
la quale può facilmente ridursi a terrazzo e costruirvisi il segnale e il pilastro. 
Le camere dell'eremitaggio, detto del Calvario, darebbero grande commoditi di 
alloggio, e sarebbero eccellenti per farvi stazione. 

Ma sfortunatamente questo monte ha un dorso assai vasto e rotondato a 
cupola essendo di trachite. Quindi l'eremitaggio non si spicca così bene da 
tutti i punti lontani, da essere facilmente riconoscibile, anche malgrado che 
ora siano tagliati gli alberi. Da Monte Mario si stenta a distinguerlo special- 
mente alla sera, e si confonde cogli alberi. 

Di più ha lo svantaggio che facendosi qui vertice, si ha da fare il trian- 
golo Fiumicino, Monte Mario, Monte Virginio, che viene assai allungato eoa 
angolo quasi ottuso a Monte Virginio; quindi sarebbe meglio spezzare questo 
triangolo in due, e per allargare l'angolo a Monte Mario, bisogna fare che 
ristringa un poco il triangolo verso il Soratte , e cosi si dovrebbe traspor- 
tare la stazione a Rocca Romana. Questa è una cima isolata e riconoscibile 
a grande distanza da tutto il circondario, essendo la punta più alta de'contor- 
ni, ma questo suo isolamento constìtuiscc una difEcolta per l'alloggio e stanza 
degli osservatori. Il sito più vicino da alloggiare è Trevignano o Vicarello, 
dal quale sono due ore di salita di circa 500 metri. Ma queste diSicolUL non 
sono insuperabili, specialmente per militari. Con questa stazione si ha anche 
una più graduata dimensione de' raggi del poligono , e crescono i triangoli 
secondari che più si accostano al regolare andamento considerati dal punto 
eccentrico di Monte «Mario. E vero che si riduce allora a un ottagono il po- 
ligono, ma ciò poco importa. La costruzione di un segnale normale a Rocca 
Romana sarà costosa, ma agevolata dai ruderi ivi esistenti dell' antica tórre 
ora diroccata non sarà di spesa straordinaria. Più serio è Tinconveniente clic 
l'angolo a Monte Mario si restringe tra il Soratte e Rocca Romana resta di 



~ 253 — 

poco sopra 40? ma questo ha il vantaggio che può introdursi Taitra punta 
detta del Sasso j che altrimenti resterebbe esclusa. 

La scelta definitiva però qui dipenderà dalla disposizione de'lriangoli che 
sì avranno a fare nella provincia di Viterbo. Ancorché si adotti ia stazione 
di Rocca Romana, siccome quella di Monte Virginio h già stata usata dal Ma- 
rieni non si trascurerà, e vi si farà un rilievo come se fosse primaria. È da 
avvertire però che anche Monte Virginio ora esige una lavorazione pel segnale, 
poiché è stata tolta la terrazza che conslituiva la cima del Calvario, e so- 
stituito un tetto in sua vece, il che obbligherà a ristabilire la terrazza. 

§. 1 i . Monte Sor ai te. 

Questa stazione non h stata ancora visitata dalla commissione, ma essendo 
il presidente altra volta stato sul luogo, può riferire che tutto si ridurra a 
elevare un segnale sull'antico campanile che servi di stazione al Marieni men- 
tre èra in piedi, e che fu scioccamente demolito perché era soggetto ai ful- 
mini. 1 lavori murarii cola per mancanza d'acqua sono ineseguibili nell'estate 
senza enorme spesa, e perciò quei che si dovranno fare saranno da eseguirsi 
in inverno. 

Questa stazione essendo una di confine attuale, ed importantissima pei con- 
torni, dovrà avere un segnale di prim'ordine, ma che sarà di poca spesa, e 
di facile costruzione, perchè il residuo del primo piano del campanile servirà 
di basamento. 

L'allogio degli osservatori sarà commodo sia nell'ampio locale della chiesa, sia 
nel vicino sottoposto convento. Occorrerà mettervi un parafulmine economico. 

§. 12. Monte Gennaro^ 

Questa stazione fu visitata nel 19 luglio. Il giorno precedente i8 si partì 
da Roma per combinare la gita, e la mattina seguente si fece V ascensione 
per la parte di Palombara, che quantunque sia la più ripida pure e la più 
breve e la migliore di tutte le altre strade. La cima di questo monte h sta- 
zione che ha servito a tutti i geodeti, e non sì può escludere per la sua imr 
portanza , ed anzi per la sua erta salita a picco dalla parte di Roma sarà 
di grande utilità alla scienza per determinare le deviazioni locali, della di- 
rezione della gravità. L'altezza di questo monte sul mare, e 1270"* e al piede 
ha delle pianure non più alte di 200 metri, onde si ha in brevissimo inter- 
vallo una massa enorme di roccia compatta che deve avere fortissime influen- 
ze. La cima del monte è formata da una piccola piazzetta irregolare ovale 



— 254 — 

di 8"' per to'" circa di diametro sul cui punto culminaate è il segnale in pietra 
secca fatto erìgere dai geodeti francesi circa il i8l0 nel presupposto luogo di 
quello di Boscowich, il quale di certo dovea quivi trovarsi, o almeno non 
ne poteva essere lontano più di 2 in 3 metri senza uscire dalla detta piazzetta. 

Fu rilevata dal Maggiore Oberholtzer la pianta della cima, b furono esami- 
nati e studiati tutti i segnali finora eretti nella campagna romana che si tro- 
varono in ottime condizioni di visibilità. Solo a distinguerne meglio alcuni, 
come per esempio la torre alle Frattoccliie si conobbe necessario farvi il di- 
stintivo della fascia inclinata che si disse già a suo luogo. In qualche altra 
torre nera si farà detta fascia di color bianco. 

La costruzione di un segnale normale è quivi indispensabile, e fu deciso 
che sarebbe costiniito di un pilastro in muratura di forma piramidale tron- 
cata^ avente alla base M i*" so di lato, 4."'20 di altezza, e o^'.to di lato alla 
cima. Questa piramide sarebbe circondata da un contrafforte in pietra secca^ 
murato in calce solo alla superficie estema, alto a*", e largo, 4™.o alla base 
inferiore, e s^'.o alla superiore. Essa sarebbe orientata colla diagonale nella 
meridiana. La piramide centrale servirebbe d^ pilastro , e sarebbe fatta di 
pietre del monte lavorate. Il tronco di piramide in muratura avrebbe nel cen- 
tro della base, incassata e murata nella roccia una lapide portante la stessa 
iscrizione di quello di Monte Mario, sarebbe fornito di parafulmine murato 
internamente per sicurezza. 

La spesa di questa costruzione si presume di i500 lire circa, attesa la dif- 
ficolta de'trasporti. Tale almeno e stato il preventivo che ci hanno spedito il 
Sig. Ingegnere Guberti e il Sig. intraprendente Scheda; questa spesa è ine- 
vitabile per metter fine in avvenire alle molte discussioni simili a quelle che 
ebbero luogo su questo stesso segnale al principio di questo secolo, ed è ne- 
cessaria anche per soddisfare alle norme prescritte dalla commissione inter- 
nazionale . 

Questa stazione è poi di somma importanza topografica , vedendosi ivi a 
volo d^uccello tutte le montagne circostanti, e le pianure, onde può rispar* 
miarsi una grande quantità di lavoro minuto operando da tale altura. 

Venendo alle misure in questa località, si dovrà fare construire una ca- 
panna per gli osservatori per passarvi la notte acciò non abbiano a perdere 
un tempo prezioso ogni giorno e stancarsi nella salita. Sara anche fatta mi- 
gliorare la strada, il che si può ottenere, con poca fatica, e coll'opera di sem- 
plice manuali detti Scoccioni che muniti di mazze, romperanno alcuni sassi 
che rendono assai incomoda una salita, la quale può essere resa comparativa- 



— 255 — 

mente agevole, poiché anche adesso può andarsi a cavallo fino al segnale, cosa 
che non è facile generalmente nelle nostre montagne. 

§. 13. Monte Cas>o. 

La stazione di Monte Cavo non è stata ancora visitata, ma il suo facile 
accesso farà che si possa spedire facilmente la visita in qualsiasi occasione. 

Il segnale naturale ivi h il campanile de'PP. Passionisti, ma per esser fe- 
deli alle istruzioni della conferenza o dovrà erigersi stazione più idonea^ ov- 
vero ridursi il campanile in modo provvisorio da formare un^osser va torio tem- 
poraneo, mediante un'armatura esterna fatta intomo ad esso in guisa, che il 
punto centrale del medesimo divenga il luogo ove si collochi lo strumento. 

L'ispezione locale farà vedere ciò che meglio sarà da fare per la precisione 
del lavoro. 

Probabilmente converrà per triangoli di secon4'ordine fare una stazione cen- 
trale sul Tuscolo, e di questa si potrà profittare per dare maggior peso ai 
triangoli di riunione della base a Monte Cavo^ come si accennò a suo luogo. 

§. 14. Idrometri. 

Fra le cose di maggior importanza da eseguirsi in questa operazione vi è 
1 altimetrìa. Si è molto raccomandato dalla conferènza che le altezze fossero 
determinate colla livellazione geometrica, e che venissero riferite al pelo medio 
del mare più vicino. 

A tale scopo pertanto fu stabilito d'incominciare subito una serie di osser- 
vazioni irdometriche sulle coste del mar tirreno, prevalendosi degli idrometri 
già esistenti a Civitavecchia, Porto d'Anzio e Terracina. 

Gl'ingegneri di questi porti si sono dati premura di fare le suddette osser- 
vazioni, e vengono trasmettendole alla commissione periodicamente ogni mese. 

Quando esse saranno arrivate ad un numero competente non si mancherà di 
farne la discussione per stabilire il livello assoluto de'capi saldi a ciii vengono 
nei singoli idrometri riferiti. 

Di livellazione finora nulla si è eseguito. Solo si è fissata la soglia del. se- 
gnale di Monte Mario in modo che essa possa servire come caposaldo fonda- 
' mentale nelle future livellazioni. 

§.15. Osservazioni geologiche. 
Benché q^uesta classe di osservazioni, come pure le meteorologiche^ e le ma- 



— 256 — 

gnctichc non siano prefisse dal programma della conferenza Geodesica^ pure 
essa non le ha escluse. Le geologiche d'altra parte possono assai illuminare per 
scoprire la vera origine delle perturbazioni nella direzione della gravita, e per- 
ciò non si credette doverle trascurare. Profittando pertanto della circostanza 
che il governo ha esternato l'intenzione di pubblicare la carta geologica del 
Prof. Ponzi, e che a compimento di essa sarebbero da farsi àncora vari studi, col 
consenso delle autorità superiori il Sig. Paolo Mantovani h venuto accompa- 
gnando in alcune escursioni la commissione per prendere una notizia de'diversi 
terreni, e comunicare poi all'uopo alla commissione suddetta i relativi risultali. 
Le escursioni così eseguite, sono state finora due, cioè quelle di Rocca Romana, 
e Monte Virginio, da una una parte, e Monte Gennaro dall'altra. Si è in esse 
avuto cura singolarmente di tener conto degli elementi di altimetria, cosa forse 
troppo trascurata dai geologi, e ciò col mezzo spedilo di osservazioni del l)aro- 
metro aneroide, confrontato con quello fondamentale del Collegio Romano. 

§. 16. Ossers^azioni diverse. 

Era speranza della commissione dì potere nel corso della stagione presente 
stabilire definitivamente tutte le stazioni del circondario romano, onde nel 
prossimo anno cominciare subito le misure all'arrivo degli strumenti, ma que- 
sto desiderio suo non si è potuto eflfettuare. II lavoro si h trovato più difficile 
e più vasto di quello che si credeva, per la natura de'luoghi e de'terreni, e la 
spesa di costruzione di tutti i segnali avrebbe superato i fondi assegnati. Non 
poco pure è stato il tempo perduto per aver le facoltà necessarie sia del go- 
verno sia dei privati per ottenere o creare un accesso commodo alle torri, ed 
nitri luoghi occorrenti per Tesarne delle stazioni stesse, e ciò è stato sensibile 
singolarmente per la scelta delle stazioni vicine di collegamento della base col 
poligono primario, in cui si sono più volte fatte visite riuscite inutili. TutU- 
via quello che resta a fare è poco, e solo può dirsi, che resla a scegliere una 
stazione nelle vicinanze di Cervcteri, onde spezzare meglio in due il triangolo 

ivi fatto dal Marieni. 

« 

La stagione utile alla campagna non essendo ancora passata, anzi venendo la 
più favorevole autunnale, sì profitterà del tempo che resta per esaminare anco- 
ra le stazioni non visitate, e per eseguire una parte dei lavori già progettali. 

D'altra parte essendo interesse del lavoro, che non si intraprenda la misura 
dì nessuna serie di angoli in una stazione fin che non sien ben fìssati e definiti 
tutti i vertici del poligono che la circonda, è evidente che nel primo anno de- 
vono porsi molti più segnali di quelli che dovranno mettersi negl'anni seguenti. 



— 257 — 

La spesa anche de'segnali in questo primo anno è stata assai vistosa in con- 
fronto di quella che può aversi nel seguito, essendo tutti segnali fondamentali, 
di conGne> e tra questi avendo il solo segnale di Monte Mario assorbito la meta 
de*fondi annuali} spesa che negli anni prossimi non avrassi certamente a fare 
in sì grande proporzione. 

Anche il seguale di Monte Gennaro è assai costoso, ma si ha speranza che 
non occorera respingerne il suo pagamento al bilancio dell'anno venturo. 

Sarebbe stato desiderio della commissione accompagnare questo rapporto 
con un rendiconto delle spese, ma questo converrà meglio rimetterlo al fine 
dell'anno, essendoché molti lavori sono ancora in corso di esecuzione, e alla 
fine della stagione saranno certamente compiuti. 

Finalmente essendosi presentata Y occasione della riunione a Parigi degli 
scienziati destinati a discutere le questioni insorte recentemente sul metro le- 
gale, ed essendo il presidente della Commissione stato destinato da Sua San- 
tità a prendervi parte, esso ha creduto esser questa una favorevole occasione 
per recare cola il metro campione del Porro, e la tesa del Lenoir che servì al 
Boscowich a fine di collazionarle coi campioni di Parigi, e cosi dare un peso 
superiore alle misure già prese finora della base sulla via Appia. 

La tesa del Boscowich forse parrebbe superfluo l'inviarla^ ma siccome dal 
campìonaggio del Ricctiebach con un metro tipo del suo tempo risulterebbe 
tale che la base di quell'antico astronomo riuscirebbe eguale alla misura mo- 
derna, così si è creduto dover verificare se questa misura può avere qualche 
importanza almeno storica nella scienza. 

Finalmente avvertiremo che di tutte le stazioni principali si h preso dal Sig. 
Oberholtzer un disegno o veduta acciò si possano riconoscere da lontano, e que- 
ste potranno anche un giorno servire di memoria storica importante pei det- 
tagli del lavoro. 

Nota A. - 11 presente rapporto fu presentato al Ministero del Commercio e 
Lavori pubblici nel luglio 1870, ed era destinato alla pubblicazione negli atti 
relativi alla triangolazione dello stato Pontificio. Le vicende politiche ne hanno 
impedito la pubblicazione officiale, ma non si è creduto di dover privare il 
pubblico della notizia di ciò che è stato fatto in proposito di questa opera- 
zioj^e, ora specialmente che questo lavoro è utilizzato dagl'ingegneri militari 
del regno d'Italia per la carta dei contorni di Roma. 

Nota B. - La descrizione della misura della base fu pubblicata in un opera 
a parte nell'anno 1858. Ultimamente ho riveduto quel lavoro, e trovato che 



_ 258 — 

col campionaggìo della tesa di Boscowich fatto dal fu D. Feliciano Scarpai- 
lìni^ la misura Boscowichiana differisce dalla nostra di solo o°'.340. Il che con- 
ferma la scelta del termine da me adottato come quello che realmente po- 
teva avere servito al Boscowich, e restano così sciolte le difficolta poste dagli 
ingegneri francesi al principio del secolo. 

Ncta C. Le operazioni di calcolo di questa determinazione ora sono finite, 
e ne è risultato il valore della differenza di longitudine tra Roma e Napoli 
■= 7"*. 6*. 26 con errore probabile di un centesimo di secondo. 

Nota D, - 11 P. A. Secchi fu spedito dal Governo Pontificio a Parigi per 
assistere alla conferenza metrica , ed avea preparato di far servire questo 
viaggio al campionaggio rigoroso del metro, che avea servito di tipo per la 
base; ma la guerra impedì questi progetti. I campioni del Porro e del Bosco- 
wich sono ancora a Parigi depositati al Consers^atoire des Aris et metiers 
nelle mani del Sig. Gen. Morin e di M. Tresca, e certamente per un qual- 
che tempo il lavoro del metro tipo non avrà seguito. 

N. B. Si stima inutile riprodurre gli allegati citati nel testo come docu- 
menti puramente officiali che non interessano la commune deflettori. 



— 259 — 
NOTIZIE GEOGRAFICHE 

MEMORIA 

DI MONSIGNOR FRANCESCO NARDI 



L 



iviNGSTONE. L^ultima lettera scritta dal celebre viaggiatore africano h del 
30 Maggio is(S9 da Ujìji al D. Kirk, console britannico a Zanzibar. Scrisse che 
volea collegare le scoperte di Speke, Grant^ e Baker colle sue proprie, di eoo 
o 700 m. più al Sud. Avere osservato cola, intorno al 12"* di lat. mer. un gran 
volume d'aeque^ e rimanere tuttora incerto se si versino nel bacino del Congo 
a S.y o in quello del Nilo a N. Tanganyika (il lago di questo nome) e Nzige 
Chowambe essere una sol'acqna^ e voler vedere a quale de*due versanti ap- 
partenga. <c II popolo che mi reco a visitare, dic'egli, chiamasi Manyema; sono 
» cannibali. Se tomo senz'essere mangiato, m'avvierò a Zanzibar, e di la in 
» Inghilterra. » Da notizie posteriori pare che realmente siasi diretto a Ma- 
nyema sul Kazemba, 300 m. 0. di Ujiji, sempre intento a sciogliere il problema, 
al quale ha consacrata la sua vita, quello di trovare il vero caput Nili, cioè 
le prime acque che Io formano entrando nel lago Pretoria , che sta sotto 
l'equatore, donde il Nilo già esce gran fiume. Se Livingstone sia già tornato 
a Ujiji h incerto ; cola troverà larghi sussidii e persone che lo attendono , 
speditegli incontro dalla generosità del governo britannico, le quali lo ricondur- 
ranno a Zanzibar. Le ultime communicazioni della Società reale di Geografia 
di Londra ci lasciavano la speranza di vederlo tornato in Inghilterra sulla fine 
di Giugno, ma la speranza non si h ancora avverata. Il Livingstone presen- 
ta un memorando esempio di che possa una ferrea volontà. Se torna sano, 
come speriamo , avrà sciolto un problema creduto impossibile , d' aver cioè 
prima traversato TAfrìca da Est a Ovest ^ poi da Sud a Nord, nelle regioni 
più inospite e mal note del terribile continente. 



GuLF-STREAV. 11 Sig. Silas Beìit espresse una singolare opinione, ed è che 
la foratura del canale di Panama possa sviare le acque del Gulfstream (cor- 
rente del golfo del Messico) dal loro corso attuale, ch'è verso N*E., dirigen- 
dole invece verso il Pacifico. Tale sviamento porterebbe gravissime conse- 
guenze pei climi settentrionali d'Europa, il cui rigore ^ ora mitigato da quella 
corrente calda. Noi non crediamo che tale idea meriti una seria confutazione. 

34 



— 260 — 

Con piena ragione nota il Sig. Romanziow dell'Accademia imp. russa di geo- 
grafìa clic il Gulfstream neppure tocca i lidi di Pànama^ dai quali corre lonta- 
nissimo molte centinaia di miglia. Ma prescindendo da questa ragione peren- 
toria^ come mai possono raOfron tarsi fatti cosi enormemente disuguali! Un ca- 
nale sia pur largo ioo metri, e profondo i5| misure che fuor di dubbio non 
saranno raggiunte, che cosa è mai a confronto delPenorme volume d'acque che 
con sii grande ampiezza, profondita, e velocità si vei-sa tra Cuba e Florida dal 
Golfo del Messico nell'Atlantico ? La uguaglianza di livello tra-TAtlantico, e 
il Pacifico, le curve inevitabili del Canale, la sua piccola ampiezza relativa, 
non lascieranuo probabilmente scorgere la minima traccia di movimento nelle 
sue acque^ che appariranno immote e stagnanti , come quelle di Suez. Onde 
noi desiderando al canale di Panama se andrà fatto, migliore fortuna, di quella, 
toccata al Canale di Suez, che ora sentiamo vendersi a dei signori inglesi per 
circa il ~ di ciò che costò (6 mill. di L. Sterline essendone costato 22), siamo 
sicuri , che il Gulfstream continuerà in ogni caso l'antica via tenuta dal 
principio del mondo, valendo assai poco le o|>ere dell'uomo a mutar quelle 
della natura. 



Viaggio in Patagonia del luogotenente husters (1). È la Patagonia un im- 
menso paese che va dal 39"* al 53"" lat. aust., dal Rio Negro allo stretto di Ma- 
gellano, costeggiando lungamente le Repubbliche di Chili e Buenos Ayres, poi 
l'Atlantico. Ha 970 m. ingl. di lungo, da 200 a 426 di largo, con una superficie 
di circa «50 ooo m. ingl. |~|, che è a dire più di sei volte l'Italia. NuU'ostante 
le scoperte di Pigafetta, del gesuita Falkner, quindi di Sarmiento, Cavendish, 
Davis, Van Noord, Schowten, Nardorough, del Contro-ammiraglio Byron, e 
di Wallis, è ancora uno dei paesi meno noti del globo. Quei viaggiatori, più che 
l'interno pericolosissimo per causa delle tribù guerriere, visitavano le coste, 
e partivano quasi sempre da Valdivia. Wiedma invero viaggiava dal porto di 
San Julìan, il piloto Villarino ascendeva il Rio Negro, Fitz Roy, e Darwin 
la Santa Cruz, Cox e Parish s'addentravano alquanto più, ma solo il luogote- 
nente Muster57 ebbe il coraggio e la perseveranza di traversare per t400 miglia 
Tinospito paese da Sud a Nord. Sbarcò a Puenta Arenas nello stretto di Ma- 
gellano il 19 Aprile 1869, e con quattro soldati e il luogotenente Galegos, s'in- 
ternò. Visitò da prima il bacino del Rio Chico , poi costeggiò lungamente 

le falde della Cordillera, vivendo coi nativi, studiandone i costumi e le ere- 

- ■ -■ — - ' ' , ■ . ■ ,--■,, 

(1) AVear in Patagonia. 



— 261 — ^ 

deuze, e avanzandosi verso Rio Negro. Ci è impossibile compendiare in poche 
linee un interessantissimo viaggio, in cui può dirsi non esservi pagina inutile. 
Musters rende in generale piena giustizia alle scoperte del Pigafetta, e del pa- 
dre Falkner. La favolosa statura dei Patagoni è ridotta al suo vero^ però re^ta 
sempre enorme, misurando essi da sei piedi a sei piedi e quattro pollici ingl. 
con ampio torace e larghe spalle. Sono ospitali, fedeli, ma guerreschi. Credono 
in un Dio buono, ma però sacrificano più spesso a Gallichu Dio del male, of- 
frendogli nelle malattie, nei matrimonii , alla vigilia della guerra "^le viscere 
degli animali, e qualche volta parte del proprio sangue, che si fanno spic- 
ciare dalle vene. Cosi principalmente le Tribù dei Pampas, e dei Tehuiches, 
tra i quali il Musters visse più lungamente, sapendo farseli amici e diven- 
tando quasi un di loro. Pochi viaggi e' interessarono maggiormente di que- 
sto , che oseremo chiamare nobile modello di un* assai comune , ma non 
facile genere di letteratura. 



— 262 — 
SUL MOVIMENTO DEI FLUIDI. 

NOTA 

DEL PROF. MATTIA AZZARELLt. 



1. JLie leggi de! movimeuto di un fluido qualunque dipendono tutte dalle 
due note equazioni 

àq A.uq à.vq à.wq 
At Ax Aj Az 

4^ ax . ^ ir . ^. - ,(x- ;i- d„)da:. ,(y- i- a„)dr . , (z- i- a»)a=, 

e quando si considerino i fluidi omogenei ed incompressibili , esse si muta- 
no, ponendo ^ » i, nelle 



Au àsf Aw . 

Ax Ajr àz 



Aj^ 
Ax 



dx+ ^d^+^dz =/^X- J-di^W+Zv-^-dAdj^^^ (*) 

Per riconoscere in quali casi queste due equazioni si possano ridurre a mag- 
gior semplicità, per poter procedere alla integrazione della seconda specialmente, 
si suole partire dalla ipotesi che i due trinomj, i*uno delle forze 

Xda:+ Ydj+Zdz = dV 

e l'altro delle corrispondenti velocita 

u Ax •¥ V Ajr -^-w Az^ Ak 

sieno differenziali esatti rispetto le coordinate. 

2. Ora in questa breve nota mostreremo che dato essere un differeQxiaie 
esatto rispetto le coordinate il trinomio indicato delle foi*ze, onde la (2) sia 
integrabile è necessario che sia differenziale esatto rispetto le coordinate anche 

tt dx + V d^ + w dz - Ak, 

Il trinomio delle forze essendo per ipotesi differenziale esatto, devono aver luogo 

le seguenti 

dY dX dX dZ dY dZ 
Ax Ay ^ Az Ax ' Az Ajr^ 






Ili> 



/- 



— 263 — 

Ora il primo membro della (2) è il differenziale esatto della pressione p ri-» 
spetto le sole coordinate : dunque affinchè sia pur tale il secondo è necessario 
che sussistano ]e seguenti 



4r 

dz 



H'^y^H'-) 



le quali per le (3) si riducono alle 

(5) -r— da - T- dv ; -r- Au-rr— dw ; t- d^ = t- div 

ajr dx dz dx dz djr 

Ma abbiamo 

i . du du du du 

dt dt dx djr dz 

i , di' di^ di' du 

1 , dw dw dw dw 

d^ df djc djr dz 

per le quali la prima delle (5) ci da 

dV du du d^u dv du d^u dw du d^u 



djr dt djr dx djfd^ dj' dj- djr* djr dz djr dz 

dV du de dV d(^ di' d^i' dw di' dV 



= 



djrd^ dx dx dx* dx djr dxdjr dx dz dx dz 

che può mettersi sotto la seguente forma 

d /du di'\ du/du di; \ d /du di'X di' /da di^ \ 

d^ ydj- dx) dx\djr dx) dar\d^ dx) d^\d^ dx) 

d /du di; \ dw du dw di' d /du di' \ 

dj^yd^ dx) d^ dz dx dz dz\d^ dx) 

ovvero 

d /du di'\ d /du di' \ d /du di' \ d /du di'A 

d^ \d^ dx) dx\djr dx) d^\d^ dx) dz \àj<- dx) 

(du di' \/du di' \ dw da dw di' 
dx djr)\dj' djr) dy dz dx dz 



— 264 — 

Ma per la (i) 

dìv /du dif \ 
dz \dx djr) 

così avremo 

d^ 
dt 



(dw d(^ \ d /du dsf\ d /du dv\ d /du dv \ 

dj dx) dx\djr dx) dj\dj dx) dzydj^ dx) 



dw/du dsf \ dw du dw dv 
dz \d^ dx/ dy dz dx dz 

Si ponga per semplicità 

. du d\^ 
dj dx 

e si moltiplichi per df, avvertendo essere 

dx^u dt ^ dy ^ s^ dt ^ dz = tv d^ , 
si troverà 

d.A , d.A , d.A , d.A . /^dw dw de; dw dw dtt\, 

-T- d^ + T — dx + -r— dy + -r- dz-IAT— +t--ì j- —r^ ir I*"*^ 

d^ dx V ^ \ dz or dz dy dy dz ) 

che integrata 9 per essere i primi quattro termini un differenziale coropietOi 
ci dà 



J \ dz dr dz dy dz / 



t 



la quale non può verificarsi che coU'essere 



- //idw dw di^ dw du\ 
' J \ ^^ ^ ^^ ^J ^2 / 



ovvero 

. dw di^ dw du 

dz dz d^ dz 

Se ora prendiamo a considerare la seconda equazione delle (5} e facciamo 

dw dw 
dz dar 

con analogo ragionamento troveremo 

di^ du d(/ dw 
dz dy dx dz 



_ 265 — 
e per la terza delle (s) sì ottienei ponendo 

Av Aw du àv àu Aw 

dz d^ * ' Az Ajr Ajr Aoo 

Lorcliè sono verificate le condizioni 

A«9, B = o, C = o (io) 

per le (?), (s), (9) è facile riconoscere che sono egualmente verificate le altre 
condizioni rappresentate sotto i medesimi numeri. 

Dunque perchè l'equazione delle forze sollecitanti sia un differenziale esatto 
è necessario e sufiiciente che siano adempiute le condizioni (10)9 cioè 

Au Asf Au Aw Au Aw 
Ajr Ax Az Ax Az Ajr 

ma queste sono evidentemente le condizioni afiinchè il trinomio 

uAjc -^ v Ajr -h wAz 

sia differenziale esatto rispetto le coordinate. 

3. Lorchè si trattasse del moto di un fluido per veli paralleli alla dile- 
zione del moto, si avrebbero le due equazioni 



per la continuità, e 

^P A^ . ^P 



Au Av 
Ax Ajr 



Ax 



^-pJ'-{^- aT *•) ^* - (^- s- '«'')*' 



per le forze sollecitanti, quando si prenda nello stesso velo il piano delle Xjj\ 
Queste due equazioni possono considerarsi come un cado particolare di quelle 
che rappresentano le leggi del moto di un fluido qualunque riferito a tre assi 
coordinati^ e possono stabilirsi anche direttamente. 

4. Considerando difatti che il moto avvenga io un piano, in esso imma- 
gineremo pure due assi ortogonali, e prenderemo una massa elementare di forma 
parallelepipeda nella quale due spigoli si conservino sempre nello stesso piano, 
e sieno paralleli agli assi , ed il terzo perpendicolare al piano del moto sia 
infinitesimo, ma costante. 

Dicendo Xjjr le coordinate del punto della massa elementare il più vicino 
all'orìgine delle coordinate, avremo per la massa 

q.Ax Aj Az 
ove ^ è la densità. 



— 266 — 

La risultante di tutte le forze applicate le intendereino decomposte in due 
Xy Y parallele agli assi, e perciò le forze motrici saranno 

^ X dx d^ dz ; if Y dx dj- àz. 

A queste forze fanno contrasto le pressioni le quali agiscono simultaneamente 
sulle facce del parallelepipedo perpendicolari agli assi , e che sono date da 

- -r- do: dy dz ; - •/- dr dr dz 
dx *^ dj -^ 

e perciò le forze motrici parallele agli assi sono 

qXdx dy dz--^ dx djr dz 9 q Y dx djr dz --^dx djr dz^ 

e quindi le forze acceleratrici sono date da 

i dp i dp 

^"J'di' 7'4r 

le quali peraltro sono rappresentate^ come è noto, da 

-r— dw ; -r- di^ 
d^ ^ d^ 

e cosi le due equazioni 

^ ì dp ì i dp 1 

q dx dt q djr dt 

dalle quali Tunica 

5. Per la determinazione della equazione della continuità della massa» os- 
serveremo che se la designeremo per dm essa dovrà essere costante per tutta 
la durata del moto, onde il suo differenziale dovrà essere nullo. 

Essendo 

dm ^ qdxdj dz 

noteremo che la densità dovrà essere una funzione delle coordinate e del tem- 
po, e che dx^ djr devono mutare col tempo^ mentre ds è una costante. Se 
ne prenda ora il logaritmo Neperiano, avremo 

log.d/Ti» log.^^ -f log.djr + log.d/ + log.dz 
che differenziata ci dà 




— 267 — 

d.d//i àq 1 AAx . \ d.dr , 

-= = -l4.— — — At-^- -f-^At 

dm q Ax Ai Ay Ai 

ma d.dm » o, dunque essendo d^ costante, come differenziale della variabile 
principale, avremo 

d^ i , do: , * 1 d r . 
JL ^ -_ , d. -r- d^ + -r-d. -fi- d^ = . 
q Ax At Ay At 



Kssendo poi 



^ d^ Ax At Ay At 



sostituito ci da 



Aq . Aq . Aq . Au , Au . 

-p- df + w -r^At ^ V -r^ At -i- q -r- At + q T-At^ 
at Ax Ay ^ Ax ' Ay 



e da questa ne scende 



Aq A.uq d.w/ , , 

At Ax Ay 



K quando la densità e costante ed uguale airunita risulteranno le due equa- 
zioni 

Ax 



"-^^"^-(^-ir'-hH^-a^''-^^' ^^rr-' "« 



La prima sarà integrabile insieme al binomio delle forze 

X da: + Y d/ ^ 

quando sia verificata la condizione (§. 2) 

de^ dp . 
Ay Ax 

ossia quando è differenziale esatto rispetto le coordinate il binomio 

uAx-^vAy'^àk (i4) 

6. Per applicare ad un caso particolare le formole dedotte supporremo che 
il moto per veli fluidi avvenga nella ipotesi che esso fluido sia contenuto tra 
due sponde piane convergenti. 

Queste pareti vengono intersecate dal velo fluido lungo due rette le quali 
hanno un punto comune. Una di queste rette la prenderemo per asse delle 
ascisse, essendo l'orìgine al punto d'incontro, e di più ammetteremo che tutte 
le stille liquide si muovano lungo linee rette le quali passino per Torigine 
delle coordinate di modo che essendo per una qualunque di esse 

35 



— 268 — 

Ax:=uàt, df-^vàt e ix : djr => x : j- 

ne vengano 

Il V 

dalle quali 

u = Btr , if -Uj 

ove M h una funzione da determinarsi. 

Se questi valori di u, i/ si sostituiscono nella (14) otteniamo 

dA: = M(x djr +7 àjr) 
* 
dalle quali ne segue che la M deve essere una tale funzione delle coordinate 

che il differenziale della variabile che lo compone è 

xdx -^jr djr , 
dunque sarà 

e perciò 

àk -/(x' +^')(x àx -^jr djr) 
dalle quale 

k^/{x^-^y) 

ove la costante della integrazione s'intende compresa nella forma indetermi- 
nata della funzione* 

Per ottenere ora questa forma obbligheremo una tale funzione a soddisfare 
alla equazione della continuità, e perciò derivando prima due volte troveremo 

dk d*k 

onde sostituendo nella seconda delle (i3) otterremo 
dalla quale 



/'V*7-') * 



e quindi 



à{x' -^ f) f\a* ^ y') A(x'^y) 



269 



che integrata ci da 



log/(x' +y) = log,c - log.(j:* ^y) 

ove e è la costante della integrazione e funzione del tempo. 
Da questa equazione deducesi 



ed ancora 



X -rjr 



e colla integrazione abbiamo 

f(x^ + V') = A + e log.(x' +7') ■ 

ove A è una costante assoluta. 
Dopo ciò avremo 

A: = A + e log.(jc:* -4-7*) 

nella quale non solo h determinata per tal modo la forma della funzione, ma 
si conosce ancora qual parte dipende dalle coordinate, e quale è funzione in- 
determinata del tempo. Da quanto abbiamo ottenuto risulta 

òk %cx Ah ìcjr 

ax jc -^jr^ Ay X -^ j 

e così note le velocità componenti alla fine di un tempo qualunque t^ per 
la velocita risultante abbiamo 



x^ +7* 

onde alla line di qualunque tempo la velocita è in ragione inversa della di- 
stanza della stilla liquida dalla origine delle coordinate. Ora essendo per ^-i 

^ do: + T^ dr » X dx H- Y dr - j— da.dx - jr d^-^r 
Ax ày -^ •^ àt àt ^ 

ed 

V ^ Au Au di/ 1 j di/ di/ di/ 

d^ df do: dy d^ d^ Ax òj 

m 

avremo, posto X da:+ Yd^* =dV 



— 270 — 

ma per la (u) abbiamo 

dud'k di; d^k du à'k du d'k d(; ^ A^k dv d'k 
dt " dxdt ' di^ djdt' dx""dx* ^ dj" da: dj ^ dx "" dx djr ' dj dj* 

e COSI sostituendo e lìducendo si ottiene 

e perchè ogni termine di questa è differenziale esatto rispetto le coordinale, 
integrando avremo 

essendo C una funzione arbitraria del tempo. Se in questa equazione sosti- 
tuiamo i valori trovati nella condizione del moto per veli, otterremo l'espres- 
sione della pressione, die nel moto risente una stilla qualunque del fluido 
dato da 

de ' 2C^ 

nella quale esistono le due funzioni del tempo C , e le quali non possono 
essere determinale se non col l'introdurre particolari condizioni. 



— 271 — 
SULLE MACCHINE ELETTRICHE AD INFLUENZA 

NOTA 

DEL P. F. S. PROVENZALI 



N 



el Maggio dell'anno passato pubblicai (i) un cenno intorno ad alcune mo- 
dificazioni da me introdotte nelle macchine elettriche ad influenza. Il mo- 
tivo che m'induce a tornare sullo stesso argomento h che quelle modifica- 
zioni , e le analoghe proposte ed eseguite da altri , mi sembrano mostrare 
che la teoria antica di tali macchine è sufficiente a dare ragione del perfe- 
zionamento che al presente hanno ricevuto, senza bisogno di ricorrere, come 
si è fatto da alcuni , a nuovi principi non ancora verificati dai fatti. Ho 
detto la teoria antica perchè le macchine ad influenza non sono una sco- 
perta recente, come credono molti, ma risalgono fino quasi ai primi elettri- 
cisti. Il Duplicatore inventato da Benuet (2) e perfezionato da Cavendish , 
Nicholson, Read e più tardi dal Belli, e soprattutto la macchina ad attua- 
zione dello stesso Belli (3) non differiscono che nella foima e disposizione 
delle parti dalle recenti macchine ad influenza di Holtz, Bertsch, Topler, ecc. 
La macchina di Holtz, alla quale teoricamente si riducono le altre, si com- 
pone, come tutti sanno, di due sottili dischi di vetro isolati, concentrici e 
vicinissimi l'uno all'altro, senza però che si possano toccare. Uno di questi 
dischi, quello che deve elettrizzarsi per influsso, può girare rapidamente at- 
torno all' asse comune ; l'altro che fa da induttore rimane sempre fermo, e 
questo ha due aperture o fenestre tagliate simmetricamente presso le estre- 
mità di un medesimo diametro. Alla parte superiore di una di queste aper- 
ture e air inferiore dell' altra sono incollate due armature di carta munite 
di linguette acuminate che vanno a terminare verso il mezzo delle aperture 
medesime. Le due specie di elettricità indotte nel disco mobile si raccolgono 
al modo consueto per mezzo di due sistemi di punte metalliche disposte 
normalmente alle armature e connesse a due conduttori parimenti metallici 
che si possono l'uno all'altro avvicinare o allontanare a piacimento. 

Se ci facciamo ad applicare a questa macchina la teoria del Duplicatore j 
quale ci è data dal Belli (4), non troviamo altra differenza se non che la co- 
li) V. Lts Mondes, Mai 1870, p. 53. 

(2) Bibl. BriL Sciences et ArU, T. II, p. 209 e T. Ili, p. 272. 

(3) Corso di Fisica di G. Beiti, T. Ili, p. 436. 

(4) Op. cìt. p. 390. 



— 272 — 

municazione dell'elettrico fra il corpo inducente e l'indotto che nel Duplica- 
tore si faceva per via di contatto , nella macchina di Uoltz si fa invece a 
distanza per l'azione delle punte di cui sono munite le armature. L'elettri- 
cità p. e. positiva, che per mettere in azione la macchina si deve comuni- 
care ad una armatura , induce 1' elettricità negativa nella faccia più vicina 
del disco mobile e la positiva nella più lontana; questa si scarica subito nel 
conduttore metallico e quella col girare del disco mobile arrivata innanzi 
alle linguette acuminate della seconda armatura l'elettrizza di elettricità ne- 
gativa. Giricatasi cosi anche la seconda armatura» ma di elettricità contra- 
ria alla prima, essa agisce per influsso in >modo contrario sul disco mobile, 
vale a dire induce nella faccia più lontana del disco lelettricita negativa, la 
quale si scarica subito nell'altro conduttore metallico, e nella faccia più vicina 
la positiva, che pervenuta innanzi alle linguette della prima armatura, gik 
positivamente elettrizzata^ le comunica una nuova carica della stessa natura. 
Rinnovandosi un tale giuoco ad ogni giro del disco mobile, i due condut- 
tori metallici saranno percorsi da un flusso di elettrico quasi continuo e cia- 
scuna delle due armature riceverà sempre nuove cariche della medesima na- 
tura. Ammessa questa teoria era cosa facile il prevedere che tolto il disco 
fisso e adattate le armature sopra due lastre di vetro separate, la macchina 
anzi che scemare sarebbe cresciuta in energia, perchè le due armature po- 
tranno acquistare tanto maggior tensione quanto meglio sieno isolate Tuna 
dall'altra. In ciò consiste la principale modificazione che la teoria del Du- 
plicatore mi ha suggerito d' introdurre nella macchina di Holtz. Ho levato 
il disco fisso ( unica e non piccola difficoltà che presenta la costruzione di 
questa macchina) ed a sostenere le armature incollate su due lastre di vetro 
ho adoperato due sottili e lunghi cannelli di cristallo bene verniciati. 1 fatti 
hanno completamente verificata la previsione, l'efficacia della macchina è cre- 
sciuta del pari alla facilità del suo impianto. Un disco di vetro, tagliato da 
una lastra ordinaria da fenestre e disposto in modo da poter girare nel suo 
piano attorno a un asse centrale, e quanto basta per improntare una mac- 
china capace di somministrare un flusso perenne di elettrico dotato di forte 
tensione e di produrre tutti gli effetti delle buone macchine magneto-elet- 
trìche. Affine poi che la macchina possa ricominciare ad agire senza bisogno 
di nuova carica dopo che la sua azione è cessata o per troppo allontana- 
mento dei due conduttori metallici o per interruzione di moto nel disco , 
ho trovato che giova molto coprire le armature o solamente le linguette acu- 
minate di un sottile stratarello di vernice isolante. Con tale artifizio quando 



— 273 ~ 

Tarìa era secca ho veduto ricominciare la corrente sciatiilante senza nuova 
carica iniziale una e due ore dopo che la macchina aveva cessato di agire. 
' Dirò per ultimo che, nel caso delle armature annesse a due lastre separa- 
te, cresce la tensione dell'elettrico somministrato dalla macchina se le arma- 
ture vengano applicate sull^una e sulFaltra faccia delle lastre che le sosten- 
gono; per tale maniera una parte del corpo inducente rimane più vicina al- 
l'indotto e le due superficie di ciascuna armatura col mutuo influsso cospirano 
ad aumentare la tensione del disco indotto. 



— 274 — 
DESCRIZIONE DI UN MOSTRO COMPOSTO 

PER IL 
COMMENDATORE FORTUNATO PROF. RUDEL 



N, 



el trovarmi fra Voi^ o Signori, mi veggo seduto in un areopago di si- 
pienti, e vi confesso ingenuamente che non potrei difendermi da un certo scneìi 
di orgoglio, se ben subito non considerassi essere io qu\ non per robusleiu 
e vivacità di ingegno, non per cospicui lavori a prò delle scienze naturali àa 
me pubblicati^ ma solo per compitezza vostra, e per quella non maismeb- 
tita bontà di cuore e magnanimità di animo che caratterizzano il mio e vo- 
stro adorato Principe e Padre , il Grande Pio IX , che Iddio lungamente 
conservi e feliciti. 

Nel porgervi pertanto, i più cordiali ringraziamenti , colleghi onorandis- 
simi, accettate, vi prego, la mia promessa colla quale vi assicuro che m 
trascurerò mai occasione alcuna a mostrarmi non indegno di sedere tra voi. 
ne indietreggerò per ostacolo qualunque nel coltivare le scienze naturali, dell? 
quali voi siete si esperti maestri, convinto però che, se non saprò raggiuo- 
gervi mi sforzerò di imitarvi. K cosi, Voi, vi persuaderete, io spero, cbe se 
non mi sarà dato di fare come colui che ricevuti cinque talenti ne seppe 
offrire altri cinque di suo traffico industrioso, non sarò nemmeno quell'uno 
che si contentò conservare il capitale affidatogli rendendolo infruttifero col 
nasconderlo. 

E per congiungere alle parole ì fatti, siccome le offerte tornano tanto pm 
accette quanto piiì sono omogenee alle abitudini, ai costumi ed alle tendente 
di coloro cui vengono presentate, cosi io credo saranno per riuscire gradile 
a Voi, alcune osservazioni intorno ad un fenomeno organico straordinario della 
natura concernente un mostro umano. 

Questa parola mostro^ esprime comunemente un essere nato con una con- 
formazione contraria ali* ordine consueto della natura, che ofiVa perciò una 
struttura di parti diversissima da quella che caratterizza la specie degli in- 
dividui dai quali ha origine. Avvegnaché se Y essere non eccitasse , per 1^ 
stranezza di sue forme, le meraviglie, ma desse a vedere semplicemente una 
leggera e superficiale differenza dal comune degli altri di sua specie , non 
avrebbe nome di mostro, ma solo anomalia, dovrebbe dirsi, la sua differenza 
dairordinaria conformazione di natura. 



'OCO^l 



noh 1(1 



oto ine. 
> (ielle «:^ 



ara/te 






.èli 



e ri iv-" 



satììir. 

? fIf"fS Si. 



•orsi: 






■3oa^ 



sf 



•ut 



— 275 — 

Sono circa sei mesi che in un castello alcune miglia dalla nostra citta di- 
scosto, nasceva il mostro, che intraprendo ad esaminare, da una campagnuola, 
giovane dì ventiquattro anni, sana d'altronde e vigorosa, madre già di due 
fiolì ben conformati e tutt'ora viventi. 

Debbo alla premura di un collega amico ivi condotto il soggetto e le no- 
tizie che alla gravidanza ed al parto si riferiscono. 

Appalesatasi la gravidanza percorse questa i primi cinque mesi regolar- 
mente non ostante l'esercizio laborioso a cui da lunghi anni la giovane era 
assuefatta. Nel quinto mese soltanto ebbe questa a lagnarsi di soverchio peso 
al ventre piuttosto voluminoso, ed anche irregolarmente protuberante. I mo- 



^^fti. vimenti fetali erano allora cosi violenti che, come sì riferisce, obbligavano 



la madre ad esercitare una pressione con le mani sul ventre, e ad accovac- 
ciarsi desistendo da qualunque lavoro. Per questi fatti due volte fu salassata. 
Sul cominciare del sesto mese improvvisamente cessava il movimento fé* 
tale, e l'apparato genitale esterno era divenuto dolente e tumefatto. 

Fu in una notte, dopo la meta del sesto mese, che venne presa la donna 
°noùit da forti dolori uterini, seguiti ben presto dalla rottura della borsa amnio- 
tica, che diede scarso flusso di acqua. 

Dopo un travaglio di circa quattro ore mise naturalmente a luce il mo« 
ek,i^ì stro, morto da poco tempo, poiché non presentava traccie di alterazione ca- 

ie ih: daverica. Al parto tenne dietro Tespulsione regolare di una placenta con le 

ntm rispettive dipendenze che per incuria degli assistenti non vennero conservate. 

lo iè. Regolarmente procedette il puerperio, e ben presto la donna ristabilitasi tornò 

alle sue ordinarie occupazioni. 

Il mostro risulta, come dalla prima tavola che vi presento, dalla associa- 
zione di due individui maschi pervenuti, alFesterno, quasi al medesimo grado 
di sviluppo organico. 

Le due teste disgiunte , alrjuanto obliquamente inclinate , peì^ un unico 
collo, quasi a niente ridotto p continuano col corpo poggiando isolate sulle 
spalle. Esse si riguardano con le loro faccie, e la testa sinistra è in modo 
disposta che con la bocca sembra baciare la guancia destra del fratellino. 
Tiene seguito la fusione completa di due tronchi, dallo sterno all'ombelico, 
in mqdo da rappresentare all' occhio curioso un solo petto ed una sola rer 
gione addominale sopraombelìcale con due superficie ugualmente conformate 
una però anteriore l'altra posteriore. Si osservano infatti due mammelle sulla 
superficie anteriore tpracica del mostro e due posteriori, una destra, sinistra 

36 



— 276 — 

Taltrar in ognuna delle due superficie. Cosi, di conformazione e sviluppo pres- 
sochlb identico vi si trovano quattro estremità toraciche, due anteriori e due 
posteriori relativamente al comune tronco. 

Dairombelico comune esce un solo funicolo ombelicale, sotto al quale tor- 
nano le due individualità a disgiungersi per avere ognuna la propria pelvi 
distinta e regolarmente conformata con due estremità normalmente unite ad 
essa per 1 articolazione coxo-fem orale. 

La lunghezza totale del mostro dal vertice al tallone è di 33 e. 

Dal vertice allombelico si misurano 23 e. 

La circonferenza della testa destra è di 28 e. quella- della sinistra 27 e. 

La circonferenza del piccolo collo comune e di 24 e. 

La circonferenza toraco-addominale è di 32 e. 

La lunghezza degli arti toracici è di 15 e. quella degli arti pelvici e di 
48 e. È da notarsi però che gli arti posteriormente situati sono qualche cen- 
timetro meno lunghi degli ^anteriori. 

Dai caratteri estrinseci esposti^ secondo le savie norme prescritte da M. 
Isidoro Geoffroy Saint-Hilaire , il mostro fa parte della classificazione tera- 
tologica moderna come appresso: 

Classe dei mostri composti , cioè , di quelli nei quali si trovano riuniti 
gli elementi o completi o incompleti di due individui: 

Ordine degli autositarii^ che comprende la riunione di due individui no- 
tabilmente giunti al medesimo grado di organico sviluppo. 

Tribù dei monosomaticij cui spettano quei mostri che oftrono la fusione 
di due in un solo corpo. 

Genere degli sternopagi, caratterizzato dalla unione di due individui messi 
di faccia fra loro, e congiunti dall'ombelico fino alla parte superiore del petto* 

Chiunque con uno sguardo superficiale si faceia a considerare Taccennato 
mostro , crede senz* altro di avere sotto occhio due individui congiunti fra 
loro lungo la faccia anteriore dello sterno e della regione addominale sopra- 
ombelicale. Confesso che questo modo di concepire la sternopagia h assai sem- 
plice ; ma un simile concetto poteva tenersi per adequato in quell'epoca nella 
quale i naturalisti contentandosi di descrivere la esterna configurazione di que- 
sti informi corpi, ambivano di possederli intatti più a lusso e vana ostenta- 
zione delle collezioni scientifiche, che a trarne con attenti studi delle van- 
taggiose conclusioni per la misteriosa funzione embriologica. Il coltello ana- 
tomico proceda oggimai allo esame severo della formazione di simili mostri, 



— 277 — 

e con questa prova analitica non solo ha sensibilmente modificato 1* antico 
concetto sulla conformazione degli sternopagi, ma lo ha interamente Cangiato. 
La sola osservazione , per la via della dissezione , poteva togliere il velo a 
quella oscurità» ogni altra guida era infedele» ed è con questa che ora, sot- 
toponendo alla vostra perspicacia, accademici distintissimi, le risultanze della 
autossia, ne richiamo sopra il soggetto proposto la severa vostra attenzione. 

La sezione del capo e la indagine delle parti attinenti non mi hanno of- 
ferto nulla di particolare, per quanto risguarda la massa encefalica e le sue 
membrane, come anche regolare é la conformazione della faccia e quella de- 
gli organi oculari, acustici ed olfattivi. Normale si presentò lapertura e ca- 
vita buccale; però mentre la lingua del destro individuo era proporzionata 
nel suo sviluppo, quella di pertinenza dell'individuo sinistro era raffigurata 
da un vero tubercolo, carnoso, inform e, al di sotto della meta del volume 
di una lingua ordinaria. Cosi mentre nell'individuo destro l'arteria linguale 
dipendente dalla carotide esterna ed i nervi di quell'organo, erano normal- 
mente distribuiti e conformati, nel sinistro l'arteria piccolissima, e quasi atro- 
fizzata, era una (dipendenza della dentaria inferiore ramo della mascellare in- 
terna. Non ho saputo trovarvi ne il nervo glossofaringeo^ né il grande ipo* 
glasso, ma solamente un accenno della branca linguale del quinto pajo. 

In seguito ho eseguita una incisione longitudinale sulla linea mediana -della 
faccia anteriore del tronco dall'alto del petto fino all'ombelico. 

Denudata la parete nominata dalla pelle e dagli stiati muscolari toraco- 
addominali ho notato come la faccia anteriore del mostro lungo il petto ri- 
sultasse evidentemente da due meta, appartenenti l'una all'individuo destro 
l'altra al sinistro. Sono dodici coste appartenenti al primo con una meta dello 
sterno congiùnto alla meta dello sterno dell'individuo sinistro, a cui sono am- 
messe le rispettive coste di (|uesto individuo. Tutto ciò lo ravvisate nella 
tav. 2. fig. i. 

Dalla cartilagine ensiforme fino ali* inserzione del funicolo ombelicale , si 
vede lungo la mcdietk della parete addominale comune una linea alba ugual- 
mente conformata da due metà saldate fra loro. Questa linea giunta alfom- 
belico si biforca per condursi con ciascuna delle due meta sulla regione sot- 
tombelicale spettante alla solitaria individualità fino alla sinfisi pelvica. 

Eseguita questa medesima incisione sulla linea mediana delia faccia poste- 
riore del mostro, ho riscontrata la identica conformazione delle dodici coste 
colla metà di uno sterno congiunto alla meta dello sterno annesso alle do- 



— 278 — 

dici coste dcir altro individuo. E simile pure a^ quella riscontrata nella pa- 
rete addominale discorsa, era la conformanone della parete addominale lungo 
la superficie posteriore del mostro. 

Da questa configurazione e conformazione si comprende come le due ca- 
vita toraciche per la scambievole riunione dei due individui siensi fuse in 
una sola e comune, e come questa presenti all'osservatore due distinte pa- 
reti ugualmente lavorate, risultanti cio^ da due meta degli elementi spettanti 
all'uno ed all'altro individuo del mostro composto che esaminiamo. 

Questa fusione delle due cavità toraciche in una ampia e comune^ ci fa 
conoscere e considerare come in essa si trovino quattro pareti, cioè, due per 
la loro dipendenza che chiameremo costo-dorsali^ fra loro direttamente op- 
poste, formate come nello stato normale dalla colonna vertebrale e dalle estre- 
mità posteriori delle coste di un solo e medesimo individuo. Queste giacciono 
lateralmente al mostro» una destra e l'altra sinistra. Le altre due pareti sono 
le costo-sternali che vengono formate dalla meta di uno stemo con le estre- 
mità anteriori di dodici coste di un individuo unite alle parti consimili del- 
l'altro individuo. Di queste una giace sulla faccia anteriore, l'altra sulla po- 
sterioi^ del mostro. 

Ben più notevoli solo le anomalie riscontrate nella cavità del petto. Ec- 
cole in compendio. 

Tolto lo sterno che dirò anteriore perchè a questa faccia del mostro cor- 
risponde^ si presenta alla osservazione un gran sacco nella linea mediana rac- 
chiuso fra quattro polmoni. Questo sacco rappresenta il pericardio risultante 
dalla fusione di due sacchi pericàrdiaci come lo fa sospettare il rafe obliquo 
che, dall'alto in basso esteso, si distingue nella sua faccia interna assai più 
pronunciato che non esternamente. 

Aperto il pericardio, nel suo interno si vedono due cuori, isolali fra loro, 
ma contigui ed in rapporto colle faccie omologhe. Ordinariamente nei mostri 
sternopagi avvi fusione dei due in un sol cuore, qui vi e l*isolamento; ma 
devo aggiungere che quei due cuori sono di sproporzionato volume: Infatti 
il cuore del destro individuo è normalmente conGgurato net suo volume, lad- 
dove l'altro cuore che appartiene all'individuo sinistro è per la metà svilup- 
pato. Non presenta il setto interauricolare ma vi è fusione dei due seni; per- 
fetta è la costruzione dei ventrìcoli con le rispettive origini arteriose. Il 
cuore dell'individuo destro e normale sia in se, sia in rapporto alla origine 
dei vasi. 

Da ciascuno di questi centri circolatorii sanguigni escono ed entrano le 



— 279 — 

ordinarie dipendenze vascolari isolate e regolari, poiché anche un occhio meno 
esercitato trova I' arteria , le vene polmonali e la grande arteria aorta per 
ciascuna delle due individualità. E forse questa regolarità ed indipendenza 
della circolazione sanguigna che ha permesso lo sviluppo e la vita dei due 
individui fino al sesto mese ? Io propendo per l'affermativa , ed attendo da 
altri le prove di una contraria opinione per rìcredermi. 

Fra il descritto ammasso regolare di vasi ho riscontrata una anomalia ar- 
teriosa della quale non ho conoscenza siasi rinvenuta altra simile in siffatti 
mostri della specie umana, e perciò ho l'onore di richiamare sopra ciò l'at- 
tenzione speciale della nostra accademia come fatto unico , per quanto io 
conosca^ o almeno rarissimo. Consiste questa nel vedere che i due archi aor- 
tici spettanti ciascuno ad un isolato cuore di individuo particolare, in luogo 
di*essere in communicazione, mercé il condotto arterioso, colla rispettiva ar- 
teria polmonale che trovasi isolata, sono fra loro comunicanti col mezzo di 
un condotto trasverso^ non più lungo di tre millimetri, che partendo fra la 
arteria brachio-cefalica destra e l'arteria carotide primitiva sinistra dell'indi- 
viduo sinistro, va ad aprirsi sulFarco aortico delHndividuo destro^ sul lato 
esterno dell' arteria succlavia sinistra. Chiamerò questo condotto interaortico 
e lo trovate, o Signori^ indicato nella fig. 2 della tav. 2. 

Quel pericardio che contiene due cuori isolati è cinto da quattro polmoni 
che nulla offrono di disposizione e struttura viziata, solo i due polmoni del- 
l'individuo sinistro, più piccoli, sono posteriormente fra loro aderenti ma nulla 
avvi di fusione poiché usando pazienza ed attenzione li ho distaccati senza 
lederne la rispettiva fabbrica. 

Nell'aprìre la cavita addominale si è osservata la fusione dei due diaframmi 
in un solo setto comune trasverso. Vi esisteva un solo centro frenico che ri- 
spondeva nel petto al comune pericardio. In questo diaframma comune ai due 
individui si trovarono le aperture per due esofagi, per due vene cave infe- 
riori, un doppio seno aortico con la rispettiva aorta come se regolarmente fos- 
sero due individui. 

Sotto al diaframma nella cavita addominale i due canali esofagei si apri- 
vano in un ampio e comune ricettacolo che rappresentava Io stomaco. Osser- 
vatene la tav. III. 

La figura di questo viscere h speciale, poiché arrotondato in alto dove dc- 
linea il gran cui di sacco, riceve, sui lati, l'inserzione dei canali esofagei. 
In addietro sul cui di sacco si apre Tesofago dell'individuo riestro in avanti 



— 280 — 

quello dell* individuo sinistro. Restringendosi lo stomaco in basso presenta 
Testremo pilorìco a cui tien seguito un semplice duodeno. La configurazione 
e la posizione dello stomaco descritto mi permette di rassomigliarlo ad una 
cisti urinaria nella quale si aprono in alto i due ureteri, e che in basso con- 
tinui coUuretra. 

Aperto il ventricolo si osserva dal fondo cieco al piloro una specie di rafe 
che si estende tanto in avanti che in addietro regolarmente, segnando, forse, 
il Juogo della fusione dei due in un sol venJLricolo. 

L'intestino duodeno e digiuno-ileo sono semplici, ma quasi del doppio più 
voluminosi che in un solo feto. Vi si distingue il proseguimento del rafe , 
traccia anche qui molto probabilmente di una fusione avvenuta. Le curve del 
duodeno sono nulle, l'intestino ha una direzione quasi perpendicolare ed al 
suo lato destro avvi un piccolo pancreas costituito da due lobi uniti, cia- 
scuno dei quali ha un piccolissimo condotto Virsungiano che si apre nel duo- 
deno. Sono qui nel caso che . esaminiamo, io domando, due pancreas o invece 
ha avuto luogo la fusione imperfetta di due in un solo ? Propendo più per 
la fusione, ed allora dirò che quel piccolo condottino debba considerarsi come 
l'escretore della testa del pancreas rimasto isolato, cosa che non di rado ve- 
diamo avverarsi anche negli individui normalmente conformati. 

Nell'addome comune si riscontrano due fegati. Uno voluminoso^ come nei 
casi ordinari!^ che è di pertinenza dell' individuo destro , giace sulla faccia 
anteriore dello stomaco e ve lo presenta la (ìg. 4' spostato. L' altro fegato 
è piccolissimo, quasi atrofizzato, posto dietro allo stomaco ed appartiene al- 
l'individuo sinistro, resta accennato nella medesima figura. 

Proporzionata alla rispettiva mole, ognuno dei due fegati presenta la pro- 
pria cistifellea che la destra e turgida di bile, la sinistra h vuota. Il fegato 
anteriore, o grande, o destro , presenta regolare il suo condotto coledoco , 
mentre dal fegato sinistro o posteriore partono rudimentarii il condotto epa- 
tico e cistico fra loro isolati. 

Sul fondo cieco dello stomaco sono addossati due informi ammassi che raf- 
figurano il viscere splenico^ come si può dedurlo dalle dipendenze vascolari 
spleniche. 

Noterò per ultimo^ che sullo stomaco comune sono distribuite doppie le 
dipendenze vascolo-nervose. 

Sotto all'unico duodeno regolarmente s'inizia e procede l'intestino gracile 
con le sue normali circonvoluzioni. Ancor egli più voluminoso di quanto ad 
un solo individuo possa competere rappresenta la fusione avvenuta di due 



— 28i — 

intestina della medesima specie. L'ileo si apre con la sua valvola ileo«-cecale 
nell'intestino cieco situato nella fossa iliaca destra dell'individuo sinistro per 
continuare nel resto del tubo intestinale crasso che grosso ed assaissimo ber- 
noccoluto giunge fino alla regione epicolica sinistra dell'individuo destro. E 
qui^ o Signori, che, dopo pochi centimetri, il colon lombare sinistro si bi- 
forca , senza formare ciò che gli anatomici chiamano la porzione colica si- 
gmoidea ', e continua con due intestini retti , uno per ciascuna delle due 
pelvi che al mostro appartengono. Normale è il termine dell'estremo poda- 
lico di ambedue i retti e nulla trovo a notare se eccettuo il retto sinistro 
che h di due dita trasverse più lungo dell'altro. 

Poco qui sopra io già ho indicato come in qjiesto mostro si osservi un solo, 
e comune funicolo ombelicale, ne ho esaminati gli elementi ed ecco le risul- 
tanze. Le vene ombelicali sone isolate^ una per ciascun fegato. Cosi ogni in- 
dividuo ha il suo uraco, e le due arterie ombelicali che nate dalle iliache 
interne regolarmente, si congiungouo in una sola branca prima di uscire dal- 
l'addome, e perciò dall'ombelico muovono due sole arterie ombelicali una grossa 
che spetta all'individuo destro, Taltra sottile propria deirindividuo sinistro. 

Non- faccio menzione degli altri visceri addominali^ cioè, uh dell'apparato 
urinoso ne dell' apparato generativo, poiché nulla presentavano di irregolare, 
stando il tutto e nel volume e nel numero ai due gemelli proporzionato. Con- 
fesso che mi ha meravigliato il non riscontrare alcun esempio di eterotassia 
di questi organi come è facile ad avvenire in consimili mostri. 

Il sistema muscolare ed il nervoso erano in genere normalmente costituiti, 
se si eccettui lo sviluppo che sempre minore scorgevasi nelle parti deirin- 
dividuo sinistro. Il sistema asseo non offriva, oltre le anomalie menzionate, 
che qualche anormalità nella colonna vertebrale cervicale, consistente in una 
specie di contiguità fra le due , ma non vi era fra loro alcuna riunione o 
fusione, come sembra a' chi guarda superficialmente il collo integro del mo- 
stro. Erano dunque due le colonne vertebrali cervicali e non una come al- 
l'apparènza esterna appariva. 

Le straordinarie conformazioni degli esseri organici sono oggetti interessan- 
tissimi e pel cultore delle scienze naturali e p^l filosofo ragionatore, poi- 
ché ben sapientemente scrisse quel sommo Forlivese Gio. Batt. Morgagni » 
iìiest^ si modo res penitus introspicere nitamur ^ ut in summorum inge- 
niorunif ita in naturce ipsius erroribuSj semper quiddam^ quod discamus^ 
quo prcpciamus^ quod admiremur. « 

L'antica teratologia fu un tessuto di favole e di leggende popolari. Quanto 



/ 



— 282 — 

più uu avvenimento era assurdo tanto più il volgo lo magnificava, e gli 
scienziati 9 partecipando alle idee del tempo ne davano curiose e ridicola 
spiegazioni. 

Senza occuparmi di tutto ciò che la ignoranza ed il fanatismo scrissero su 
questo argomento, permettetemi, Colleglli rispettabilissimi, di ricordare come 
Aristotile sentenziasse che, i mostri fossero tanti errori di natura, = aftapTYifxara 
Tféi (pù(7$&>€, » e come Plinio li dicesse capricci di natura » ludibria sibij nobis 
miracula. Ha dell'impossibile per verità come uomini di quella levatura po- 
tessero asserire simili cose, ed io non so trovarne altra scusa che oelle scarse 
cognizioni anatomiche di quelF epoca , nelle goffe teorie che vigevano sulla 
embriogenesi e nella mancanza di indagini sulla conformazione e struttura dei 
diversi tessuti organici ed apparecchi. Voi, o Signori, dotti come siete, non 
ignorate come, passo passo che i lavori intorno a questi argomenti progre- 
divano, mano mano che la scienza si faceva ricca di scoperte, si diradarono 
quelle tenebre, e l'anatomia, la embriogenesi e la istologia, somministraudo 
giornalmente ricca luce in quell'oscuro campo, divennero la base della tera- 
tologia e furono esse il sicuro filo di Arianna per uscire da queir intricato 
labirinto. 

Ne all'argomento concreto che io mi sono solamente proposto di trattare, 
ne al sapientissimo consesso a cui queste considerazioni sono rivolte, torne- 
rebbe opportuno un minuto ragguaglio di tutte quelle scoperte; avrò invece 
Tonore di indicare solo alcune conseguenze generalmente ricevute, che ema- 
nando da quei lavori, mi fanno scala alla spiegazione sulla probabile com- 
binazione degli elementi dei due gemelli, che hanno atteggiata la conforma- 
zione mostruosa che abbiamo anatomicamente descritta. 

Che r uomo e la scimmia procedessero da parenti stessi , o meglio diro , 
cbe il medesimo ceppo tipico producesse la scimmia e l'uomo, anzi che 1 uomo 
sìa una scimmia perfezionata è tale enormità scientifica, che solo oggi po^^' 
vano in Roma insegnarla i nuovi insediati in quella cattedra nella quale per 
il lasso di circa 25 anni legalmente assisi sostenemmo contraria opinione. 

Questi, novatori ne ebbero però il meritato guiderdone dalla sensata gio- 
ventù studiosa romana, che informata alla logica conseguenza dei fatti e del 
raziocinio, accolse quelle teorie col riso e collo sprezzo. Misera umanità come 
ti degrada Tirreligione ! ma basta su ciò noi non siamo soliti insudiciare le 
nostre mani con simile fango. 

L'osservazione ed il raziocinio pertanto ci addimostrano^ come per ogni <^^^' 
sere organizzato esista un tipo primitivo, un modello della specie, disegnato 



— 283 — 

■ 

e stabilito fino dalla prima creazione dell' essere dal Supremo Fattore della 
natura. È a questo modello speciale^ a questo tipo primitivo» che si debbono 
ricondurre tutti gli esseri che da quel primo modello o tipo derivano, ancor- 
ché si manifestino sotto anormali sembianze. 

Da questi principii fissi e determinati conseguita che i mostri, invece di 
essere capricciose alterazioni o errori delle naturali leggi, sono esseri di quel 
medesimo primitivo tipo o speciale modello, ma rimasti incepjiati nel loro svi- 
luppo; esseri in una parola che nel loro periodo di evoluzione furono da cause 
perturbatrici o ritardati o impediti o viziati. La formazione adunque dei mo- 
stri è subordinata a quelle identiche leggi ordinarie e determinate che reg- 
gono e governano la serie animale nello stato di normalità. Anzi le conformazioni 
mostruose valgono a stabilire la immutabilità di quelle leggi embriologiche. 

Un rapido sguardo sul mostro che abbiamo descritto varrà a comprovare 
maggiormente una tal verità. 

Non vi h chi osi negare che l'enìbrione nei suoi primordii sia di una con- 
sistenza mollissima e dotato di tanta forza vegetativa che simile non si ri- 
scontra in qualunque altra epoca della vita. Cosi nessuno al presente mette 
in dubbio come questo embrione sia configurato a modo di una doccia , o 
semicanale, i eui margini tendono pel nisus formatwus a riunirsi, a comba- 
ciarsi, per compiere quel fenomeno che gli embriologisti chiamarono la li- 
mitazione. Compiendosi questo fenomeno si circoscrìvono, pel mutuo unirsi 
di quei màrgini, alcune cavità delFessere, ed allora quella semidoccia o quel 
semicanale si costituisce come un canale o un tubulo completo. 

Questo lavorio non è solo proprio della lamina blastodermica esterna , o 
sierosa^ ma anche della intermedia o angioplastica e della muccosa o interna. 
Per la qual cosa, come i fatti a mille e mille addimostrano, i visceri mem- 
branosi e cavi neir embrione sono ancor essi in origine conformati a modo 
di un semicanale, con legge fissa e determinata a divenir canale o tubulo^ 
per limitarsi. 

Nel caso nostro noi abbiamo pertanto due embrioni racchiusi nel mede- 
simo sacco, situati vicinissimi fra loro dirò anzi a mutuo contatto e con gli 
assi dei loro corpi paralleli. Esplicandosi le rispettive lamine toraciche e ven- 
trali, partite dalla nota primitiva , si diriggono verso la linea mediana del 
proprio asse per costituire la individuale limitazione. Ora avviene invece , 
perchè vicinissimi i due embrioni che si svolgono e paralleli fra loro , che 
la lamina blastodermica destra dì un individuo s'incontra col margine oppo- 
sto della lamina blastodermica sinistra dell'altro individuo, e nello stesso modo 

37 



— tìSA — 

la lamina blaatodermica sinistra del primo colla destra del secondo. Sovrap- 
poste queste lamine si uniscono fra loro, s'innestano combaciandosi e da ciò 
nasce una limitaiione anormale per la tendenza unitiva iniziale costituita cioè 
da due lamine non però al medesimo individuo apparteoentii ma invece ili 
due lamine spettanti ad individui diversi. Questa limitazione impasta e fonde, 
pcrmettemi usare la frase diplomatica moderna, due individui in un solo ma 
non per bizzarria di legge embriologica, sibbene per eventuali contiguità 
delle parti le quali st rassodano e si uniscono in virtù della legge embrio- 
logica unitiva, disegnata e fìssala dal Creatore per lo svolgimento organico 
del tipo proprio. 

Questo medesimo processo formativo e anche quello che spiega lo svolgi- 
indento e fa fusione di alcuni organi cavi come p. e. del pericardio, dello 
stomaco e di porzione dell* intestino. E non sono forse tutte queste fusioni 
abbastanza evidentemente indicate dal rafe che abbiamo osservato lungo Tasso 
di quei rispettivi organi ? Se fa alquanto meraviglia il vedere in questo 
mostro due cuori racchiusi nel pericardio comune, io credo trovar di ciò spie- 
gazione nel poco sviluppo di alcuni vasi arteriosi , i quali , qui come nel 
fegato, nella seconda milza ecc. non conducendo uguale quantità di materiale 
accrescitivo e nutriente in ambedue gli organi consimili questi doveano restare 
sproporzionati nel loro sviluppo e presentare come un difetto di svolgimento. 

La formazione di due teste isolate fra loro mostra chiaro- che nel rispet- 
tivo svolgimento degli archi viscerali abbia avuto luogo liberamente e nor- 
malmente nella linea mediana V incontro siroultanro degli estremi spettanti 
ad uno e medesimo individuo e così siensi formate isolatamente le duo teste. 

Le ossa del bacino, le parti molli che Io contornano ed i visceri contenuti 
ecc., si sono normalmente costituiti, come anche tutte le parti della regione in- 
feriore del mostro per le medesime ragioni ma con ordine ed andamento regolare. 

Concludo pertanto che le medesime leggi embriologiche le quali governano 
il normale processo esplicativo degli esseri , presiedono alla aberrazione di 
coufurmazionc dei mostri costituendo una ulteriore prova della loro immu- 
tabilità. E dopo Tesame istituito potremo anche diro che la storia di que- 
sto mostro doppio può senza sforzo ridursi in gran parte a quella degli uni- 
tari!, giacche ciascuno di essi rappresenta Tunioue più o meno intima di un 
individuo autosita con un altro del medesimo ordine , ed ambedue contri- 
buendo alla vita comune, il mostro h veramente doppio .sotto il rapporto vuoi 
anatomico vuoi fisiologico ita aut, al dire dell'Hebenstreit, i/uo ammalia sub 
ìiìin codemque ins^olucro constituere ^ideatur. 



_ 285 — 
SPIEGAZIONE DELLE FIGURE 

Tav. I. 
RAPPRESENTA IL MOSTRO VEDUTO ANTERIORMENTE 

a. Testa deirindividuo destro. 

b. Testa delt'individao sinistro. 
e. Collo comune. 

dd. Estremità toraciche anteriori (destra e sÌDÌstra). 

«e. Item .... posteriori. 

/*. Fusione delle regioni toraciche ed addominali. 

g. Mammelle anteriori. 

h. Funicolo ombelicale coYnune. 

kk. Estremità pelviche anteriori (destra e sinistra). 

/. Item .... posteriori. 

Tav, II. — Fig. I. 

RAPPRESENTA LA UNIONE TORACICA DELLO SCHELETRO 

aa. Colonna vertebrale dell'individuo destro. 
bò. Item .... deirindividuo sinistro, 
e. Riunione costo-sternale anteriore. 
XX. Regione vertebro-costale. 

d. Riunione costo-sternale posteriore. 
ee. Estremità toraciche anteriori, 
yy. Item .... posteriori. 

ff. Le due pelvi isolate con il terzo superiore delle corrispondenti estremità. 

Fig. II. 

RAPPRESENTA INGRANDITI I DUE CUORI SPOSTATI FRA LORO 

a. Faccia posteriore del cuore deirindividuo destro. 

b. Orecchietta sinistra del medesimo. 

e. Vena polmonale. 
d. Orecchietta destra. 

f. Vena cava superiore. 

/*. Faccia posteriore ventricolare. 

g. Arco dell'aorta. 

A. Arteria brachio-cefalica. 

r. Arteria carotide primitiva sinistra. 

k. Arteria succlavia sinistra. 

p. Proseguimento dell'aorta, o aorta discendenti^. 

/. Faccia anteriore del cuore spettante all'individuo sinistro. 

m. Orecchietta destra del medesimo. 

n. Arteria polmonale che nasce dal ventricolo destro. 

o. Poriione della orecchietta sinistra veduta anteriormente. 

q. Aorta ascendente col suo arco. 

r. Arteria brachio-cefaiica. 

f. Arteria carotide primitiva sinistra. 

(. Arteria succlavia sinistra. 

11. Canale inter- aortico. 

V. Proseguimento deiraorta. 



— 286 — 

Tav. ih. 

RAPPRESENTA I VISCERI ADDOMINALI DEL MOSTRO SPOSTATI 

PER POTERLI INDICARE. 

a. b, l due canali esofagei che s'inseriscono isolatamente in un ventricolo comune. 

r. Corpo dello stomaco. 

d. Disposiiione del gran cui di sacco. 

f. Estremità pilorica. 

f. Fegato deirindividuo destro situato in modo da presentare la sua faccia posteriore o concavi- 

g. Fegato posto dietro allo stomaco spettante all'individuo sinistro. 
h. Vena ombelicale. 

t. Cistifellea del fegato destro col suo condotto e coll'epatico convergenti nei duodeno. 

k. I due lobi formanti un pancreas. 

tf. Milza anteriore. 

V. Milla posteriore. 

fii. Intestino gracile. 

tt. Termine delFintestino gracile e continuazione coll*intestino cieco e colon. 

0. Colon lombare sinistro. 

p. Biforcazione del suddetto. 

q. Intestino retto per la pelvi sinistra. 

r. Item .... per la pelvi destra. 

$. i. Corrispondente estremo podalico. 



— 287 — 
RICERCHE ACUSTICO-MUSICALI SUL SONOMETRO EQUABILE 

DEL PROF. OTTAVIANO ASTOLFI. 



N 



on v'iia cosa che abbia tanto richiamato Inattenzione dei dotti dell' anti- 
chità, e formato l'oggetto delle più sottili ricerche presso i grandi filosoii , 
quanto lo stabilire le leggi, la natura, e la disposizione dei suoni musicali. 
Gli antichi Greci infatti, che grande riputazione avevano in ogni sorta di arti, 
e di scienze avevano tale stima della musica da formarne assolutamente una 
scienza ed enumerarne nelle loro opere vantaggi così grandi, fino a conclu- 
dere che non a torto molti sapienti asserivano essere armonica l'anima stes- 
sa, o contenere armonia, cosi Aristotele nel lib. 8.^ de Republica. Simil- 
mente se si leggano le molle opere di Platone, facilmente si vede che in tutti 
quei luoghi, che sono assai frequenti^ dove egli parla della musica, ne ra- 
giona con una compiacenza tale da dichiararla consimile ed equivalente all'A- 
stronomia, e convenire volentieri coi Pitagorici nel considerare l'Astronomia 
e la Musica come due scienze sorelle. Pitagora che molto si occupò dei suoni 
musicali, credè costantemente non poter esservi al mondo cosa bene ordinata 
se non se sotto rapporti musicali, per cui i Pittagorici dall'osservare la me- 
ravigliosa armonia del sistema planetario, sostenevano che anch'esso fosse re- 
golato a seconda delle leggi dei suoni^ e fissavano perciò che 

dalla Terra alla Luna v'era l'intervallo di un tono : 

dalla Luna a Mercurio un semitono : 

da Mercurio a Venere un semitono : 

da Venere al Sole un tono con un semitono : 
In somma erano così persuasi i Pitagorici essere stato fabbricato il mondo con 
regole di musica, che sembrava loro sentire l'armonia dei cieli : stravaganze 
che mostrano anche troppo quanta cura avessero gli antichi Greci dell'arte 
musica, e quante bizzarre speculazioni sopra ad essa formassero. 

E di qui la varietà di opinioni che fra essi regnava circa la misura delle 
corde dei famosi loro tetracordi, le quali ognuno voleva si misurassero se- 
condo quelle ragioni che egli stimava atte a produrre la più perfetta melo- 
dia. Nei tempi posteriori niun filosofo ebbe il coraggio di dubitare delle opi- 
nioni dei Greci, e molto meno di riformare i loro canti; così Boezio e tanti 
allri filosofi dopo di lui seguendo scrupolosamente le sue pedate non ha fatto 
che commentare in questa parte gli scritti dei Greci, ed avviluppare le loro 
teoriche in un -inestricabile labirinto di numeri. 



— 288 — 

La venuta però dei barbari iti Europa avendo cagionala la rovina di lutto 
le arti, pose termine anche alle fantastiche opinioni della musica, ed alle ma- 
niere di cantare cotanto intricate dei Greci. Fu dopo (jaell'e poca che la mu- 
sica ebbe il suo risorgimento, ed i suoni che si ottennero dagristromenti, 
ed i canti che si eseguivano erano classificati in tutt*altra maniera. Da prin- 
cipio venne sistemato il canto per esacordi composti di sei suoni che com- 
prendevano cinque intervalli, cioè quattit) toni ed un semitono, coi quali si 
formò un sistema di venti suoni, chiamato dal nome del suo inventore Si- 
stema di Guido : di questi venti suoni i primi sette furono denominati suoni 
graifiy i seguenti sette si dissero suoni acuti, gli ultimi sei sopracuti. Se- 
condo questo sistema i suoni erana cosi disposti, che partendo da uno qua- 
lunque di essi non si giungeva all'ottavo se non dopo percorsi sette intervalli, 
cioè cinque tuoni e due semitoni, e siccome il canto cosi eseguito assomi« 
gliava perfettamente al canto diatonico dei Gi*eci, cosi fu detto sistema dia- 
tonico^ e dipendentemente dal vario posto che occupavano i due semitoni en- 
tro i lìmiti degli otto suoni ne nacqueix) diversi Sistemi di Ottawe detti an- 
che Modi ad imitazione degli antichi Modi dei Greci, ed anche Toni, distinti 
col nome di tono i% a"", 3° ecc. a seconda del diverso suono che si prendeva 
per base della ottava. 

Fino dai primi tempi di questo nuovo sistema di musica fu costruito un 
sonometro, il quale rappresentassp tutti i suoni del sistema. Consiste questu 
istromento in una cpixla metallica convenientemente tesa su di un piano ar- 
monico, la quale resa sonora o tutta intera, p raccorciata per mezzo di un 
ostacolo chiamato ponticello mobile , che impedisca la comunicazione della 
parte di corda che deve suonare con quella che non si vuole che suoni, può 
rappresentare tutti i suoni che si vogliono. Ma qui tornarono di bel nuovo 
in campo le discussioni per la determinazione dei suoni. Avendo osservato i 
filosofi di quei tempi che due suoni allottava acuta dell'altro sono talmente 
simili che facilmente si confondono, e possono quasi passare per unisoni, ne 
cercarono la ragione nel sonometro, ove avendo osservato che per ottenere 
la ottava acuta era necessario raccorciare la corda di una metk, ne dedus- 
sero che un suono qualunque sta alla sua ottava acuta come s : 1 , il che 
avendo costantemente osservato in qualunque luRghezea di corda stabiliitNio 
che se due corde a parità di circostanze avessero le lunghezze nella ragione 
di 1:1 il suono ottenuto dalla più corta era di una ottava più acuto di quello 
che si otteneva dall'altra corda più lungi. 



— 289 — 

Fin qui la cosa era regolare, ma noti si arrestarono le ricerclie : vollero 
essi progredire, e rintracciare col sonometro tutte le ragioni dei suoni del 
sistema di Guido, ma si allontanarono dalla verità, poiché avendo osservalo 
che dividendo la corda nella ragione di 3 ; 2, ossia facendo suonare due terzi 
della corda si otteneva da questa il quinto suono del sistema di Guido, fu 
stabilito subito per canone che come per ottenere un suono ali* ottava del 
primo bisognava dividere la corda nella ragione di 2 M, cosi per ottenere un 
suono alla quinta più acuta del primo conveniva dividere la corda nella rd- 
gione di 3 : 2. Quindi con aggiungere, con sottrarre, con inserire medie arim- 
meticamente proporzionali tra queste ragioni pervennero a dividere il loro so- 
nometro in maniera che con esso si potessero rappresentare tutti i suoni del 
sistema di Guido, fissandone le distanze o intervalli con numeri esprimenti 
il rapporto delTintera corda con quella porzione della medesima da farsi ri- 
snonare per rendere un qualunque suono del sistema ad intervallo determi- 
nato. Con tal metodo fissarono le ragioni per grintervalli musicali pel semi- 
tono, pel tono, pel ditono o terza maggiore, pel semiditono o terza minore, 
per la quarta, per la quinta ecc. 

Ma ben presto si avvidero di gravi inconvenienti che nascevano da tal me- 
todo, per es. essendo la ottava divisa in cinque toni e due semitoni , ossia 
in sei toni interi, sommando tre ditoni, o quattro semiditoni si sarebbe do- 
vuto ottenere la espressione della ottava, cioè la ragione di 2 : i, e la cosa 
riusciva invece assai diversa^ poiché dalla somma di tre ditoni ne risultava la 
espressione -^ a cui mancano ^ per giungere alla ragione di 2 : i. K dalla 
somma di quattro semidituni risultava ^l^ ccceder*te di ~ per eguagliarsi 
alla ragione della ottava : lo stesso inconveniente risultava dairaddiziotie di 
più di due quinte, di più di due quarte, cioè non sì arrivava mai con tali 
addizioni ad alcuno degl'intervalli precedentemente fissati^ ma si oltrepassa- 
vano, o non si raggiungevano perfcllamenle. Ma sebbene fossero riconosciuti 
questi inconvenienti, ninno sospettava che potesse essere erroneo il metodo 
adottato, ritenendo sempre che le ragioni assegnale a ciascun intervallo mu- 
sicale non erano punto capricciose ma sibhene ricavate dalle leggi della na- 
tura, e ne formarono anzi un corpo di dottrine col nome di Canonica mu- 
ssicalCy nella quale s'insci^rt:! il modo di sommare e sottrarre qualunque in- 
vallo musicale valutato nelle rispettive lunghezze di corda rappresentanti i 
suoni effettivi; il modo d'inserire una media proporzionale arimmetica, armo- 
nica, e geometrica tra due intervalli, i quali non sono soltanto ristretti al 



— 290 — 

semitono, tono, semiditoiio, (Hlono, quarta, quinta, sesta e settima maggiori 
e minori^ ma si valutano i semitoni maggiori e minori, e tutti gli altri in- 
tervalli alterati o diminuiti con semitoni maggiori e minori; si valuta il lim- 
ma maggiore e minore^ il comma diatonico, il comma sintonico, lo schisma, 
il diaschisma, ecc. cose tutte affatto inutili alla musica. 

ìie si dica che la natura stessa col farci sentire nella corda sonora oscil- 
lante oltre il suono della intera sua lunghezza anche le risuonanze delle sue 
parti aliquote -| 9 4 , j , . . . . abbia voluto additarci la vera ed unica ma- 
niera di classificare i suoni in che si debba dividere una ottava. Infatti i suoni 
che sono prodotti dalle suddivisioni naturali da una corda sonom special- 
mente se si fa oscillare colfurto di un'artificiale corrente di aria sono i se- 
guenti. Quando la corda si divide in due, risuonano ambedue queste meta 
di corda, come se fossero due corde separate ma unisone, e si sentirà una 
sola ottava alta della corda intera. Quando si divide in tre risuonano tutti 
e tre i tei^zi della corda come se fossero tre corde separate, e fanno sentire 
la quinta sopra Tottava. Quando si divide in quattro risuonano tutti e quat- 
tro i quarti di corda^ e fanno sentire la doppia ottava. 

r cinque quinti fanno sentire la terza maggiore. I sei sesti fanno sentire 
la tripla quinta. I sette settimi fanno sentire un suono più acuto di una se- 
sta maggiore, e più grave di una settima minore, cosicché questo suono esce 
affatto fuori degrintervalli musicali in uso. Proseguendo innanzi, gli otto ot- 
tavi danno la quadrupla ottava, l nove noni la quadrupla seconda. I dieci 
decimi la quadrupla terza. Gli undici undicesimi danno una quarta la quale 
e maggiore della quarta giusta dei pratici e minore della quarta alterata. I 
dodici dodicesimi danno la quadrupla quinta. I tredici tredicesimi danno una 
sesta calante. I quattordici quattordicesimi danno una sesta crescente, e per- 
ciò di niun uso ne Tuna ne Taltra. Le frazioni più piccole danno suoni an- 
che più lontani dall'uso. 

Ora se la Canonica Musicale pretende di fissare i semitoni, i toni, e tutti 
gli altri intervalli secondo la natura delle risuonanze della corda sonora, per- 
chè non ammette il suono rappresentato da ^ ^ ^ , ^ , ^ di corda ? eppure 
({uesti suoni sono sensibilissimi nella corda sonora. Non si ammettono questi 
suoni , si risponde , perchè sconcerterebbono la scala musicale. Se vi sono 
dunque dei suoni foiiuati dalla natura nella corda sonora capaci a sconcer- 
tare la scala musicale, convien dire che o questa scala» ossia serie di cinque 
toui con due semitoni non e la vera, perchè non conforme . alle leggi della 



— 294 — 

natura manifestateci nella corda sonora, ovvero che le rìsuonanze della corda 
sonora non possono servire a deteiminare gli intervalli musicali. 

Che non possa dirsi erronea la divisione della scala in toni e semitoni si 
renderà manifesto dallosservare che il canto e antico quanto l'uomo; che gli 
organi vocali dell* uomo sono talmente conformati da poter rendere suoni a 
differenze infinitesime. L'orecchio però per (juanto si voglia esercitato^ se tali 
differenze saranno minori di un semitono, potrà a mala pena distinguerle, se non 
se ne fa il confronto con altro suono che si faccia sentire o simultaneamente 
col primo, ovvero con successione alquanto rapida tra 1' uno e l'altro. Dal 
che si. vede che gl'intervalli musicali dei quali l'uomo può far uso non pos- 
sano esser minori di un semitono. Se chiamiamo a rassegna il canto di tutti 
i popoli della terra, conosceremo non aver essi mai usato intervalli minori 
di un semitono, se si eccettuino i Greci, i quali adoperavano anche i quarti 
di tono, ma con gravi difficoltà di esecuzione , come tra gli altri leggiamo 
presso Aristosseno lib, i. Harmonicorum, e presso Aristide Quintiliano lib. i. 
de Musica. Usavano dunque i Greci i quarti dì tono come potrebbe usarli 
anche in oggi qualche valente artista per dar prova di abilità ed esercizio 
non comune. E se alcuni popoli nella loro cantilene fanno grande uso di stri- 
sciate di voce ascendenti o discendenti, e si volessero giudicare come intervalli 
minimi insieme uniti, si rifletta che qui si deve parlare di suoni distinti ed 
apprezzabili individualmente dall'orecchio, e perciò tali strisciate non entrano 
punto tra gl'inteiTalli musicali. 

Se dunque non vi è altro intervallo minimo nei suoni , il quale sia ben 
distinto fuorché il semitono, questo e non altro dovrà essere il tipo di unità 
per dividere un'ottava, ossia che quella sarà la vera divisione dell'ottava che 
avrà per intervalli mìnimi i jsemitoni, e comporrà gl'intervalli maggiori con 
un numero maggiore o minore di semitoni medesimi. Ma divìdendo la ottava 
secondo le rìsuonanze della corda sonora si verrebbero a stabilire intervalli 
minori del semitono, dunque dovrà dirsi erroneo un tal metodo, e per con- 
seguenza fallace ed illusoria la Canonica musicale per quella parte dove pone 
in campo intervalli minori del semitono , o isolatamente o in composizione 
d'intervalli maggiori. 

Ma come raggiungere la vera divisione degl'intervalli musicali ? la risposta 
e facile, cioè col mezzo di un sonometro equabile. Cosa sia il sonometro si 
è già veduto di sopra; a renderlo poi equabile conviene praticare su di esso 
delle divisioni colle quali si marchi il posto, ove collocato il ponticello rac« 
corei la parte sonora della corda in modo da far sentire una serie di dodici 

38 



— 292 — 

semitoni simili di cui l'ultimo sia l'ottava della corda iotera. Ora i suoni 
considerati nella corda sonora possono comodamente calcolarsi poiché se que- 
sta sia convenientemente tesa e sì faccia oscillare in tutta la sua lunghezza 
essa farà un certo numero di vibrazioni, le quali se saranno sufficientemente 
rapide desteranno in noi la sensazione di un suono : se la slessa corda si farà 
oscillare non tutta intera ma raccorciata di una sua parte^ farà un numero 
maggiore di vibrazioni nello stesso tempo, e ci farà sentire un altro suono 
che per convenzione dicesi più acuto del primo, e per con tra posto il primo 
dicesì più grave del secondo. La diflfereaza tra (juesti due suoni costituisce 
Vintetvedlo musicale. Queste differenze si determinano con rapporti numerici 
dati o in lunghezza di corda, o in numero di vibrazioni, e nella pratica si 
denotano coi nomi di semitono, tono, ditouo . . . . , cosicché quando si no- 
mina ,una terza, una quarta, una quinta, una ottava . . . s'intende un inter- 
vallo musicale determinato da uno o da altro rapporto niTmerico dato in lun- 
ghezza di corda, o in numero di sue vibrazioni : per es. per Tottava si do- 
vrà intendere queirintervallo che ha il rapporto numerico i : 2^ ovvero 2 : i, 
e COSI di tutti gli altri intervalli. Da ciò facilmente si compsende : 

i.° Che un suono solo non costituisce intervallo ma ve ne bisognano due. 

2.^ Che gli intervalli allora si dicono simili quando saranno espressi con 
rapporti eguali : se per es. si divideranno due diverse corde sonore nel rap- 
porto di 1:2^ si avranno diversi snoni, ma ad intervalli simili, .cioè ad ot- 
tave : COSI ancora se dividasi una medesima corda prima nel rapporto di i : 2, 
e poi in quello di 2 : 4 si avranno suoni diversi, perchè i due primi espri- 
meranno la prima ottava, i due secondi la seconda ottava, e ciò non ostante 
i due intervalli saranno simili perchè espressi da rapporti eguali. 

I liniiti di un semitono secondo le più accurate osservazioni sono dal ^1 
sino al II , quindi è che se la corda sonora si dividerà in modo da farla 
risuonare secondo i rapporti intermedj {y , j^ , y| sino a ~, il suono risul- 
tante sarà gradatan^ente un poco meno acuto, poiché la corda in tali rap- 
porti divisa dark un minor numero di vibrazioni, ma non si oltrepasseranno 
mai i limiti del semitono, ossia l'orecchio non potrà apprezzare giammai in 
tali intervalli se non che dei semitoni. Quindi s' intenderà facilmente come 
per costruire un sonometro equabile sia necessario dividere la corda sonora 
in dodici semitoni espressi da rapporti eguali, i quali per ciò si dicono se- 
mitoni simili o equabili j ed anche semitoni medii per essere il loro rapporto 
un medio tra il semitono maggiore ed il semitono minore della Canonica Mu- 
sicale, la loro somma però dev'essere eguale al rapporto indicante la ottava^ 



— 29» — 

cioè i : 2 ; ossia che le dodici divisioni debbono assorbire esattamente la meta 
della corda sonora. 

Varii metodi sono siati adoperati sì dagli antichi che dai moderni per co- 
stiniire il sonometro equabile ad onta che pensassero non esser questa la vera 
divisione della ottava, dando la preferenza alla divisione diretta dalla Cano- 
nica musicale. Tali metodi però non presentando quella facilita che h tanto 
necessaria alla pratica, e quel che h più neppure il pregio della esattezza, 
ho creduto dover tenere tutt'altra strada, che mi ha condotto a risultamentì 
assai facili ed esatti che passò ad esporre. 

Sia data una corda sonora convenientemente tesa su di un piano armonico, 
fermata nelle due estremità in modo che renda un suono deciso quando si metta 
in vibrazione. Si tratta di determinare tanti punti su tale lunghezza onde 
praticarvi altrettante divisioni, nelle quali ponendo successivamente il pon- 
ticello si raccorci la corda medesima in modo che ad ogni cambiamento di 
posto del ponticello renda un suono sempre diverso colla differenza di un 
solo semitono equabile. 

Sia dunque la lunghezza totale della corda sonora «/, e adottando la deno- 
minazione di interstizio seniitonale onde esprimere la distanza tra una divisione 
e Tallra del sonometro, la prima divisione che ci dark il primo interstizio semi- 
tonale dovendo essere una parte x della lunghezza totale verrìi espressa da 

col 
quantità che sottratta da / darà 

/(i - X) 

si avrà il secondo interstizio prendendo di questo residuo una simile parte x, 
avremo cosi 

xl(i - x) 

che sottratto dal precedente residuo dark 

/(l - xf 

espressione della lunghezza della corda oscillante col ponticello sul secondo 
interstizio semitonale. Si avrà il terzo interstizio prendendo di questo residuo 
una simile parte x, onde si avrà 

xl{i - xf 

e ripetendo così le stesse operazioni si otterranno il quarto, il quinto l'n' 
termine come segue 

(i) xl, jc/(i-ar), x/(i-^)», xl(i^x)\ x/(i-jr)S xl{i-x)^....xl(i^xf 



jne 



— 294 — 

dove ciascun termine rappresenta il valore di un interstizio semitonale, il quale 
tolto dalla antecedente lunghezza della corda, fa s\ che il suono di questa 
venga a rendersi sempre più acuto di mezzo tono, e siccome la somma di 
questi dodici interstizii deve eguagliare la meta della lunghezza della corda, 
COSI la somma dei primi dodici termini nella (i) dovrà essere = | /. Avremo 
perciò 

/ [l - (1 - xY'] = é / ossia /(i - jcy^ = ^ /. 

E volendo indagare l'andamento di un*altra serie egualmente dì dodici in- 
terstizii semitonali compresi dalla meta della corda fino alla sua quarta parte, 
luogo appunto dove la corda darebbe la doppia ottava alta del suono pri- 
mitivo, è chiaro che tutto si ridurra in ultima analisi a determinare il tre- 
dicesimo termine della serie (i), il quale avrà per espressione 

x/(i - jcy^ ma e (i - .r)** = 5 ; 

dunque il tredicesimo termine sarà 

xl 



cioè la meta del primo termine della (1) : cosi il primo interstizio che do- 
vremo puntare nella seconda serie, cioè nella seconda ottava , sarà la mela 
del primo interstizio della ottava antecedente. Pel secondo interstizio serai- 
lonale si avrebbe 

jcl(i - xy^ == xl{i - .r)(i - x^" ='^^ir_^i , 

(Moc la meta del secondo interstizio dell'ottava precedente: e se si prosegua a 
questo modo alla determinazione di tutti e dodici i termini di questa serie 
corrispondenti ai dodici semitoni della seconda ottava , si troverà che cia- 
scuno di (|uesti è la meta del suo analogo nella prima ottava. Lo stesso ac- 
cadrcbJje se costruita (juesta seconda serie d'interstizii, se ne volesse deter- 
minare una terza di altri dodici interstizi esprimenti i dodici semitoni com- 
presi in una ottava due volte più acuta della primitiva : lo slesso si dica 
per una quarta ottava, per una quinta, per una n."*"* ottava più acuta. 

Quindi è che se fossero cognite soltanto le dimensioni degPinterstizii semi- 
tonali competenti alla prima ottava alta, e si volessero determinare i dodici 
interstizii necessarii per la ottava contiguamente più grave, è chiaro che non 
flovrebbcsi fare altro per la ragion dei contrarii che prendere il doppio della 
somma di rpiesti dodici interstizii , e quindi marcarne su questa lunghezza 



— 295 — 

altri dodici, di cui ciascuno sia il doppio del corrispondente interstizio nella 
ottava alta. Nello stesso modo raddoppiando la somma^ e quindi raddoppiando 
ciascuno di questi interstizi! se ne otterrebbono altri dodici competenti alla 
ottava contiguamente più grave, e così di seguito. Formata dunque una sol- 
tanto di queste serie d'interstizi! semitonali potremo formarne tante altre o 
più acute o più gravi quante vorremo. 

A determinare ora il valor numerico della x adoperata in tutte le prece- 
denti formole basterà riprendere la 

(l-r)- = i 
che, fatta jr ^ i ^ a: ^ diviene 

J a 

da cui log.j « jL log.l 

cioè y = 0,9438740 

ma era x =» i —j 

dunque x = 0,0561260. 

Tale sarebbe il valore di x da sostituirsi nei varii termini della (i). Ma an- 
corché si volessero eseguire queste fastidiose sostituzioni, pure non si giun- 
gerebbe ad ottenere lìsultamenti dotati di precisione, poiché attesa la piccio- 
lezza degl' interstizii semitonaii non potrebbe nella pratica ritenersi che un 
assai limitato numero di cifre decimali. 

In vista di ciò 'passiamo ad esporre un altro modo di determinare gl'in- 
terstizi i semi tonali equabili dotato di facilita di esecuzione, ed esatto. Ripresa 
la serie (i) è facile il vedere che indipendentemente da qualunque numerica 
deteiminazione dei suoi diversi termini esiste una legge suddupla, a cui sono 
soggetti alcuni termini collocati a certe distanze. Infatti il tredicesimo ter- 
mine della (i) è la metk del primo; il venticinquesimo è la meta del tredi- 
cesimo, e perciò è un quarto del primo termine: il trentasettesimo è la metk 
del venticinquesimo termine, un quarto del tredicesimo^ e perciò un ottavo 
del primo, e cosi di seguito. 

Uopo ciò se si prenda una retta, e si divida in un qualsivoglia numero 
di parti eguali sufficientemente distanti Tuna dalfaltra è chiaro che se nor- 
malmente ad essa su tutti quei punti equidistanti si conducano delle perpen- 
dicolari le cui lunghezze sieno in progressione geometrica decrescente 

4 1 i i 

os.<5Ìa {\Y (lY (\f (\f 



— 296 — 

la linea che passa per lutle le estremità di queste rette e una Logarimmica, 
qaeliè rette normali ne rappresentano le ordinate ortogonali, e se coniando 
le ascisse 

1 2 3 4 .... j: 

su quella retta suddivisa già in parti eguali, a partire dal punto a cui cor' 
risponde la ordinata » i, queste essendo in progressione arimmetica saranno 
i rispettivi logarimmi di quelle, e la equazione dell'attuale logarimmica sarà 

r =- Hr • 

K riflettendo che quelle ordinate 

* 1 4 • • * • 

non sono altra cosa se non che pochi termini della serie di sopra citala sog- 
getti a quella stessa legge di formazione a cui sono egualmente subordinati 
tutti gli altri termini della detta serie intermedii tra t , | ; tra } , ^ ; ira 
{ , \ ecc. concluderemo che il valore di tali termini intermedii dovranno cs- 
sere egualmente espressi dalle ordinate intermedie^ che dovremo convenien- 
temente condurre alla logarimmica tra le ordinate i, \ -, | , j ; , e sic- 
come sono undici i termini da inserirsi tra i t | ; altri undici tra > , |, e 
così di seguito, cosi basterà dividere la prima ascissa in dodici parti eguali, 
e condurre da eiascun punto altrettante ordinate alla logarimmica, che rap- 
presenteranno il valore degli undici termini della serie tra i, | , vale a dire 
che trasportando le rispettive lunghezze delle prime dodici ordinate succes- 
sivamente una dietro l'altra sul sonometro, la cui corda sonora sia doppia 
in lunghezza della somma delle dodici ordinate si avranno i valori dei dodici 
interstizii semitonali equabili a contare dalla prima alla dodicesima ordinata. 
Un simile processo di operazioni farebbe determinare i dodici interstizii se- 
mitonali dalia tredicesima ordinata alla ventiquattresima, e cosi di segnilo. 

E dunque per mezzo delia esposta logarimmica, che indipendentemenle da 
qualunque valor numerico degl'interstizii semitonali si può giungere assai fa- 
cilmente alla esatta loro determinazione non solo per una prima ottava ma 
per quante se ne vogliano immaginare o piiì acute o più gravi, come evi- 
dentemente risulta dalla indole stessa della curva. 

Né può presentare difiìcolta la descrizione della curva medesima solo che 
si rifletta essere proprietà della logarimmica l'aver costante la sua suttaogenle; 
e per conseguenza se sopra una retta s'inalzino due perpendicolari sufficien- 
temente distanti tra loro, e tali, come si disse di sopra, che le loro lunghezze 
sieno come i numeri i, ^ é evidente che calcolata la lunghezza della sutun- 



^ 297 — 

gente e portata sulla retta medesima prolungata se occorre, h chiaro che a 
partire dal punto dove è or » o se si dirida quell'intervallo tra le perpen- 
. dicolari i 5 in dodici parti eguali, e da ciascun punto di divisione si ele- 
vino altrettante perpendicolari indefinite si avranno su queste col noto me- 
todo delle intersezioni altrettanti punti ^ i quali se vengano uniti con una 
linea, questa rappresenterà la cercata logarimmica, curva che potrebbe anche 
descriversi con movimento continuo facendo uso del piccolo stroraento del Po- 
leni, od anehe di quello ridotto a maggior semplicità dallo Suardi. Vero h 
che o si adotti la costruzione per punti^ o quella col moto continuo, h sem- 
pre necessario conoscere il valor numerico dalla suttangente che colla nota 
formola generale applicata alla logarimmica in questione si trova in valore 

assoluto 

Suttang. » 1,4426 . . . 

« 

Costruita così la logarimmica^ le sue successive ordinate determineranno 
nel modo esposto di sopra i successivi interstizi! semitonali per una sola ot- 
tava sul monocordo con tutta la precisione, e la facilita desiderabile. E sic- 
come abbiamo già fatto osservare che le ordinate alla curva relative alla se- 
conda, alla terza, .... ottava più acuta o più grave della ottava già cal- 
colata, altro non sono che la metà, un quarto .... ovvero il doppio, il Qua- 
druplo .... delle corrispondenti ordinate della prima ottava medesima, così 
potremo estendere quanto si vuole da una parte e dall'altra la logarimmica 
costruita per una sola ottava, senza dover ripetere ad ogni volta le accen- 
nate costruzioni per punti, o con moto continuo. Ed h notabile che avendo 
già fatto costruire più di un monocordo assegnandone gl'interstizii semito- 
nali per mezzo della logarimmica, questi sono stati già posti in opera con 
ottimo successo nell'accordatura di alcuni piano-forti^ così la parte teorica 
ha già ricevuto anche il suggello della esperienza. 

Ma la facilità e i vantaggi degli esposti due metodi per la determinazione 
degl'interstizii semitonali equabili sul sonometro verranno anche più a mani- 
festarsi colla risoluzione dei due seguenti problèmi'. 

Probi. 1.^ Data la lunghezra / della corda di un sonometro, determinare 
la parziale lunghezza /' della corda medesima che posta in vibrazione faccia 
sentire un dato semitono di rango n situato in una ottava h qualunque. 

Risoluz. Se cominciando dalla lunghezza intera / della corda si cerchino 
le lunghezze successive di questa, allorché II ponticello mobile si: ponga suc- 
cessivamente su tutte le divisioni semitonali del sonomotro appartenenti alLi 
prima ottava, si avranno dalla (1) le cercate lunghezze della corda sonora 



' — 298 — 

espresse dalla serie 

I.* Ottava 

/ , /(i -or) , /(i -x^ , l{ì -x)^ , /(l - o:)^ . . . . /(i -x)»^ 

E sapendosi per le cose precedenti, che tutte le lunghezze comprese nella se- 
conda ottava sono la meta delle lunghezze comprese nella prima ottava; quelle 
della terza ottava, la meta di quelle comprese nella seconda, e cosi di se- 
guito, si avrà 

^ 2.* Otlava 

. — , — (i-x), — (i-x)% — (t-x)', — (i-x)^ .... — (i-x)'^ 

2 2 2 2 2 2 

3." Ottava 

4-, 4-(*-'^)' -^{^'^T^ T^^^^^'^ (i^x)4....i.(i.^)- 

4 4 4 4 4 4 

procedendo allo stesso modo per tutte le seguenti ottave più acute. In que- 
ste sarà facile vedere che mentre le ottave procedono come i numeri 

1,2, o,4««..'it 

il divisore costante in tutti i termini di ciascuna serie sono come i numeri 

9® «i «* o3 a*— « 

onde concluderemo che la lunghezza /' della corda che posta in vibrazione 
faccia sentire un dato^ semitono situato in una ottava k più alta, sarà espressa 
dal suo analogo termine 

/(i - JC)" 

considerato come se dovesse trovarsi nella prima ottava, e dividendolo quindi 
per 2'""' :' cos\ la cercata lunghezza sarà 

E poi evidente che se questa lunghezza l" doveva trovarsi per una ottava 
h più grave della primitiva si avrebbe 

r = 2*-W(l--a:)». 

Veniamo ora a risolvere questo stesso problema per mezzo della logarim- 
mica, di cui per altro le ordinate rappresentino non più gl'interstizii semi- 
tonali ma le lunghezze della corda che posta in vibrazione fa sentire i suc- 
cessivi semitoni. Si prenda dunque per prima ordinata la lunghezza / della 



— 299 — 

corda intera, quindi ad una distanza sensibile si coUoclù Taltra ordinata di 
lunghezza eguale alla meta di / : ad eguale distan^sa un'altra ordinata eguale 
ad un quarto di /, e cosi successivamente*. Per le estremità di queste ordi- 
nate si conduca la logarimmica, quindi sulla porzione detrasse delle ascisse 
intercetta dalle due ordinate 1 1 si notino undici punti a distanze eguali, ed 
inalzando su di essi altrattante ordinate alla logarimmica, si avranno, com- 
presa la prima espressa da i, e l'ultima espressa da | , tredici ordinate, le 
cui prime dodici daranno, le dodici lunghezze differenti di corda, che poste 
in vibrazione separatamente faranno sentire i dodici semitoni della prima ot* 
tava, mentre la tredicesima dark il principio della seconda ottava. Ciò posto 
se il dato semitono volevasi situato nella prima ottava il problema h già ri- 
soluto poiché tra quelle ordinate già condotte esiste la lunghezza domandata. 
Se poi il semitono dato dovea trovarsi in una ottava o più acuta o più grave 
della primitiva, basterà trovarlo nella prima ottava, quindi dividere o mol- 
tiplicare la lunghezza della ordinata che la esprime per uno dei seguenti nu- 
meri 2, 4, 8^ i6 . . . . secondo che si vuole nella seconda, nella terza, nella 
quarta, .... ottava o più acuta o più grave della primitiva. 

Probi. 2.^ Dato il valor numerico di un interstizio semitonale equabile di 
rango /i, e sostituito ad una ottava qualunque A, determinare la lunghezza 
della corda intera. 

Bisoluz. Se si riporti il valore delf interstizio dato dalla ottava h alla 
prima ottava, l'interstizio così ridotto occuperà una sede tra i primi dodici 
interstizii compresi nei limiti della prima ottava, e la sua espressione alge- 
brica per la (i) sarà 

ed indicando con A Tintervallo così ridotto si avrà 

.r/(i-x)— •=A 

onde 

A 
/ = 



in—I 



X(ì - JC)' 

cioè la lunghezza intera della corda sonora. 

Per risolvere poi questo stesso problema col mezzo della logarimmica, si 
prenda l'interstizio dato, e si stabilisca per ordinata della logarimmica che 
dovremo costruire, quindi ad una distanza sensìbile e costante a destra e a 
sinistra della ordinata data si collochino tante ordinate tutte in ragion sud- 
dupla a destra e dupla verso la sinistra quante bastano per condurre sulle 

39 



— 300 — 

loro estremità la curva logarimmica che dovrà risolvere il problema : si di- 
vida in dodici parti eguali tanto la porzione dell'asse delle ascisse compresa 
dulia ordinata data e l'antecedente, quanto quella compresa dalla ordinata 
data e la susseguente : da questi punti di divisione si conducano alla curva 
altrettante ordinate. Ora per esser cognito il rango n deirinterstizio dato è 
chiaro che tra queste ordinate vi dovrà essere o la prima, o la tredicesima, 
o la venticinquesima^ o la trentasettesima .... numeri che rappresentano il 
primo interstizio di ciascuna ottava sempre più acuta; ond'è che dal paragone 
di questi numeri col rango dell'interstizio dato, verrà a conoscersi entro quale 
ottava questo si ritrovi, e qual rango occupi in questa medesima ottava; al- 
lora non considerando che le sole ordinate della logarimmica corrispondenti 
a tutti gl'interstizii di questa ottava, e disponendo tutte queste ordinate luna 
dietro l'altra in linea retta, la loro somma presenterà una lunghezza che mol- 
tiplicata per uno dei numeri 

2) 4j O) 16 • • • • 

secondo che la ottava in questione sarà o la seconda, o la terza, o la rfnar- 
ta, ecc. esprimerà la somma di tutte le ordinate della prima ottava, somma 
equivalente alla meta della lunghezza della corda sonora da cui finalmente si 
otterrà la sua lunghezza intera. 

Risoluti COSI i due problemi propostici si potrebbe domandare se gl'inter- 
valli semitonali equabili così determinati sieno quelli stessi che si adoperano 
nella moderna musica, ovvero se sieno diversi a segno tale, che per ridurli 
alla pratica si debbano riformare tutti gl'istromenti musicali. Per rispondere 
a tale domanda basta rammentare che i limiti di un semitono, secondo ciò 
che si è esposto di sopra, quando venga rappresentato in parti di corda so- 
nora, sono 

■ *^^ li ^ li ^^^^^ ^^ h '^"" ^^ h' 

Ora il valore di jc nella sopradescritta serie, corrispondente alle ordinate 
della logarimmica era 0,0561, che paragonato con quei due valori che possono 
considerarsi come limiti si trova 

-^ « 0,0625 , X = 0,0561 , ~ = 0,0400 

per cui potremo concludere che V assegnato valore di a: non solo non esce 
dai limiti del semitono ma è prossimamente un semitono medio tra 

^ ed -^ 

Inoltre e noto che in tutti i tempi ad onta della pertinace adesione alla Ca- 
nonica musicale si è riconosciuta la necessità di una divisione equabile della 



— 301 — 

oliava^ come lo provano i molteplici tentativi e i varii metodi più o meno 
felici per ottenerla. Presentemente non vi è fabbricatore o accordatore d*ìstro- 
menti così detti ad accordatura fissa, il quale colla sola guida delForeccbio 
non cerchi di rendere tutti i semitoni del suo istromento eguali più cbe può, 
ed ogni suonatore di tali istromenti allora soltanto crede ch*essi sieno bene 
accordati quando ne trova plausibilmente equabili tutti i semitoni. Nelle grandi 
orchestre ove suonano insieme tanti istromenti differenti, ogni suonatore pro- 
cura di adattarsi al così detto Temperamento 3 altrimenti parlando della mu- 
sica moderna la esecuzione di moltissimi pezzi sarebbe insoffribile. I cantanti 
poi seguono sempre nella intonazione gl'istromenti che li accompagnano. Ciò 
posto se tutti i suonatori, tutti i cantanti, tutti gli accordatori d'istromenti 
cercano il Temperamento nella esecuzione musicale, cercano che la divisione 
semitonale della ottava sia equabile^ dovremo concludere che gl'intervalli se- 
mitonali equabili da noi indicati sono precisamente quelli stessi che si usano 
nella pratica musicale, o almeno quelli che ogni esecutore musicale procura 
di far sentire col suo istromento, o colla sua voce. 

Un'altra difficolta potrebbe presentarsi all'esposto temperamento equabile, 
ed è questa. Negl'istromenti accordati^ secondo la Canonica musicale, ogni 
Tono o Modo ha i suoi caratteri particolari, per esempio 

Il Modo C. è grandioso o serio. 

Il Modo D. è gaio. 

Il Modo E. è stridulo. 

Il Modo F. e maestoso. 



Ora tutti questi particolari caratteri di ciascun Tono svanirebbono adottando 
l'accordatura a semitoni equabili. A togliere questa difficolta basterà riflettere 
die ogni suono produce in noi una sensazione più o meno viva secondo il 
maggiore o minor numero di vibrazioni in uno stesso tempo comunicate dal 
corpo sonoro all'aria, e da questa al nostro orecchio, dal che ne segue^ che 
una melodia qualunque se si eseguisca in varii Modi o Toni, abbenchè i suoni 
che la compongono sieno esattamente conservati in quanto al numero ed alla 
loro reciproca relazione, pur non ostante produrra sempre 'diverso effetto, se- 
condo i diversi Modi nei quali verrà essa trasportata. Dunque anche coH'ac- 
cordatura a semitoni equabili v'è diversità notabile tra i Modi musicali, per- 
chè diversa h la sensazione che ciascuno produce nel nostro orecchio. Inoltre 
nei tempi antichi non si conoscevano generalmente altre armonie che quelle 
degli organi e dei cembali accordati in un certo modo, che quando si usciva 



_ 302 _ 

dai così detti Tasti bianchi^ gli accordi ne erano insoffribili, poiché alcuni 
intervalli armonici erano troppo eccedenti, altri di troppo mancanti. Questa 
imperfezione di accordatura ripartita nei varii semitoni della ottava, faceva sì 
che ogni Modo quale più, quale meno ne partecipasse, e così ad ognuno si 
attribuivano vari caratteri, e Tuno si diceva striduto , l'altro flebile , l'uno 
maestoso, l'altro gaio, l'altro grandioso, ecc. , cose tutte per lo più sugge- 
rite dalla immaginazione dei maestri, e suscitata dalla cattiva accordatura de- 
gli istromenti per U pertinace adesione della Canonica musicale. Non dovrà 
dunque dirsi flebile una melodia perchè scritta in un Modo reputato Flebile, 
ne gaia perchè scritta in un Modo reputato Brillante-, poiché il grandioso, il 
gaio, il brillante, il maestoso, .... dipende unicamente dall'indole della Me* 
lodia, la quale perciò se compariva di un carattere nell'antico sistema, lo con- 
sei*vera sempre anche nel sistema temperato, come dì fatto vediamo in molte 
composizioni musicali scritte dai più grandi maestri dell'arte. 



^ 



'^ erany 



ÌS^^ 



'^^^iit^. 



— 303 — 
RE ITI FI C AZIONE 



' itìhìi 



rii ^^ , ' ALLA COMUNICAZIONE DELLA SESSIONE I* DEL 5 MARZO. 

"'^^^fassf.e^ Sul fine della predetta comunicazione io ho attribuito al Sig. Cap. Bufla 

striduta i^ la determinazione del limite dell'ombra solare in Calabria, senza nominare il 

' ^^im> R. P. Serpieri delle Scuole Pie. Publico quindi volentieri la lettera ricevuta 

^ ^^'ia an::, dal detto Sig. Capi tano, che mostra la parte avuta in ciò dall'illustre Padre. 

^^^mì^{^. Solo avverto che nelle mie Notizie ed istruzioni avea già mostrato quanto 

''it/fijy, sarebbe utile una tale determinazione già proposta anche da me pel 1860 in 

^^po^ Spagna. 

mentttì^'' ^ ^* Bev.o p. Secchi. — Ho letto le parole lusinghiere che V. R. volle dire a mio riguardo 

.., " » nella memoria letta alla PontiQcia Accademia dei Nuovi Lincei nella Sessione del 5 Marzo 
DCiìSùtìffi. D |S7i relativamente alle osservazioni deirEcclisse del 22 Dicembre 1870, alle quali presi p^rtc 
•^i/d/tijrì ^ ^^''^ Sezione dei Topografi che trovavasi ai miei ordini. 

» Mentre non ho parole per ringraziare V. R. per l'onore che mi ha fatto, mi permetto però 
» di osservarle come il merito della operazione intesa a determinare il limite della zona della to- 
» talità dal lato Nord sia, piuttosto che' a me devoluto al M. R. P. Serpieri D. S. P. » il quale 
» ne ebbe l'iniziativa, e venne da Urbino a Reggio di Calabria specialmente con questo intento, 
j> ed ebbe sino alla fine la primaria direzione di quell'impresa. 

» Io mi posi a disposizione del medesimo, 6 dopo studiata la questione insieme con Lui, ebbi 
» la ventura di dirigere l'esecuzione del piano combinato. Perciò io non posso comparire che co- 
» me socio al P. Serpieri, come appunto egli stesso ha sempre detto, indicando quella operazione 
» che ebbe un esito così bello e felice , come fatta da Serpieri e Buffa. 

)> Tale dichiarazione mi permetto di fare a V. R. non richiesto e solo per il debito che ne in - 
)) combe di attribuire unique suum. 

» Le bacio reverente la mano. -- Cav.re Carlo Buffa Cap.°o » 

Più importante h un errore scorso nelFultima pagina (lin. 8) in cui la di- 
versità di curva ottenuta dal magnetometro di Augusta si attribuisce da me 
alla burrasca, fondandomi sul fatto che Augusta stava adì Vàio Sud del f Etna j 
e Terranos^a al Nord. 11 testo originale ^el mio manoscritto diceva che noi 
(da Augusta) che stanammo dal lato Sud dell' Etna assento curva alquanto 
dispersa di Terranova che ne stava al S. 0. e dalle stazioni continentali che 
ERANO QUASI AL NORD. L'omissioue di queste parole nella stampa ha dato luogo 
ad una censura del Sig. Saporito Ricca ^)j il quale dovea ben capire che 
basta gettare un occhiata su di una carta per vedere Terrore, e che dovea 
esservi qualche sbaglio di stampa. Ma checché ne sia egli ha ragione di fare 
questo appunto. Non cosi ha ragione nel rigettare le osservazioni fatte al ma- 
gnetometro di Augusta, quasi che fosse un'istromento da méttersi tra le sferre, 
piccolo, inutile; e mal collocato e letto da chi era nuovo. 

(') V. la memoria intitolata La Corona solare, del Sig. Vincenzo Saporito Ricca. Palermo IH71. 



— 304 _ 

Lo stiuniento h un magnetometro inglese a specchio di quelli di costrii- 
zìone, e dimensioni normali portatili. La scala dk il minuto direttamente, e 
con molta facilita si stimano i decimi j e non ci vuole gran dottrina per 
legger questa scala ben nitida nel cannocchiale, e il lettore P. Cultrera era 
ben pratico di tali letture. Lo strumento era, è vero, dentro una garitta^ per- 
chè non si trovò locale migliore, ma era solidamente basato su dì una tavola 
ben incastrato, e murata nel muro stesso, sostenuta per di più da un buon 
saettone, onde era assai stabile. Talché i pretesi difetti non esistono che nella 
immaginazione del giovane scrittore, il quale forse appena lo vide senza bene 
esaminarlo. Del resto se questo magnete da qualche diversità dagli altri, il 
censore deve ben sapere che è cosa ovvia V ottenere coi piccoli strumenti 
delle curve diverse. dai grandi: ma questo non deprezia i piccoli strumenti, 
anzi autorità certamente tali^ a cui il Sig. Saporito non credo vorrà fare ec- 
cezione, come un Lamont, e molti inglesi preferiscono piccoli magneti. 

Però se la curva è riuscita opposta alle altre , potrebbe essere che non 
siasi tenuto conto del fatto, che a scala crescente corrisponde declinazione 
calante^ Ma se tale sia il caso non saprei dirlo, perche le osservazioni fu- 
rono raccolte dal R. P. Denza, il quale s'incarico di trasmettere il tutto al 
Sig Muller, e di questa partita non me ne occupai punto. 

Il Sig. Saporito potrà fare su questo le opportune ricerche. 

P. A. SECCHI 



„ 305 — 
SCRITTI PRESENTATI 

11 P. Angelo Secchi presenta il rapporto della Commissione, della quale 
tenne egli la presidenza, per ìa misura del meridiano centrale europeo negli 
stati pontifìcii, esibito a sua Eminenza Rma il Sig. Cardinale Giuseppe Be- 
rardi. L*Accademia, in vista dell'interesse grandissimo di questo lavoro ancora 
inedito, stabilisce di pubblicarlo con gli Atti della presente tornata. 

CORRISPONDENZA 

Viene letto un dispaccio di Sua Eminenza Rma il Sig. Cardinale Antonelli 
Pro-Camerlengo di S. R. C.,con il quale l'Accademia è fatta partecipe del- 
l'approvazione del S. Padre per la nomina e conferma del Chmo Sig. Com- 
mendatore Benedetto Viale-Prela a Presidente deìV jéccademia Pontificia de' 
nuwi Lincei. 

D. B. Boncompagni, Archivista e Bibliotecario, incaricato dalf Accademia 
d'inviare i fascicoli degli Atti ai socj corrispondenti ed a varie società scien- 
tifiche, presenta le ricevute dei seguenti fascicoli del presente Anno Acca- 
demico, delle persone e società qui appresso indicate. 

Fascicoli 1? , 2? , 3? e 4? Prof. Serafino Raffaele Minich, Prof. Filippo Par- 
latore, Prof. Placido Tardy, Ab. Francesco Moigno. 
Fascicoli i? , 2? e 3? Prof. Enrico Betti, Prof. Cesare Bianconi, Conte Fé- 
derigo Luigi Menabrea, Prof. Giuseppe Meneghini, Prof. Angelo Sis- 
monda, R. Accademia delle Scienze dell'Istituto di Bologna. 
Fascicoli I?, 2? e 4.^ R. Società di Napoli. 
Fascicolo 2? Società reale di Londra. 
Fascicoli 2." e 3? Prof. Ab. Cav. Francesco Zantedeschi, R. Accademia delle 

Scienze di Berlina, R. Accademia delle Scienze di Monaco. 
Fascicoli 2?, 3? e 4? Prof. Domenico Turazza, R. Istituto lombardo di Scienze 
e Lettere, R. Istituto Veneto di Scienze^ Lettere ed Arti, Società delle 
Scienze fisiche e naturali di Bordeaux. 
Fascicoli 3? e 4.^ Prof. Giusto Bellavitis. 
Fascicolo 4.^ Prof. Gaspare Mainardi, Accademia delle Scienze di Parigi. 



L' adunanza aperta legalmente alle ore cinque e mezzo pom. , fu chiusa 
alle sette e mezzo. 



^^ 306 — 
SOCJ PRBSElfTI A QUESTA SESSIONE 

R. P. A. Secchi, V. Presidente - Forlunaio Prof. Rudel - AI>. 0. Astolfi - 
Contessa E. iioriui-Mazzanti -Prof. F. S. Provenzali ~ Monsignor F. Nardi- 
Prof. M. Azzarelli - Monsignor D. B. Tortolini - B. Boncouipagnì - Prof. 
V. Diorìo. 

OPERE VENUTE IN DONO 

1. Alla memoìia di Paolo Savi. Pùa , tipografia dei FF. Nistri 1871 — Parole dette sulla 

tomba nel camposanto urbano di Pisa la sera del dì 3 Aprile i87l, ed elogio- 

2. Atti del reale Istituto Veneto di scienze^ lettere ed arti dal Novembre 1870 aW Ottobre 1871. 

7 omo decimosesto^ serie terza. Dispensa Quinta. Venezia, presso la Segreteria deW Istituto 
nel Palazzo Ducale 1870-71 nel Priv. Stabil. Antonelli, 
'i. Mémoires de la Sociéié des Sciences physiques et naturelles de Bordeaux. Tome VI. A Pa- 
ris chez J.'U. Baillière libraire de l* Académie Imperiale de médecine , ecc. .1 Bordeaux 
chez Chaumas'Gayel, libraire^, Cours du Chapeau-Rouge, 34, (808. 

4. TORTOLINI (Barnaba). — Sulla teorica di alcune curve pedali , Memoria» Estratto dagli 

Atti deir Accademia Pontificia de' Nuovi Lincei , Anno XXIV , Sessione II. del 16 Aprile 
1871. Roma^ Tipografia delle Scienze Matematiche e Fisiche, Via Lata, N* 211 A, 1871- 

5. VORSTERMAN VAN OIJEN (G. A.) — Quelques arpenUurs hollandais de la fin du IVP'^ 

et da eommencement du XVÌI^'' siede et leurs instruments. Extrait du Bulle! tino di Bi- 
bliografia e di Storia delle Sciensc Matematiche o Fisiche, Tornelli* — Sepiembre-Octobre 
1870. Rome, Imprimetie des Sciences Mathématiques et Physiques, Via Lata A? 211 4. 1S70. 



ATTI 

DELL'ACCADEMIA PONTIFICIA 

DE'NUOVI LINCEI 



SESSIONE VI- DEL 43 AGOSTO 4871 

PRESIDENZA DEL DEL SIG. COMM.k^ PROF*. BENEDETTO VIALE PRELA' 



MEMORIE E COMUNICAZIONI 

DEI SOCI ORDINARI E DEI CORRISPONDENTI. 



SULLA DISTRIBUZIONE DELLE PROTUBERANZE 
INTORNO AL DISCO SOLARE. 

TERZA COMUNICAZIONE 
DEL P. A. SECCHI. 



N 



elle prime due comunicazioni ho fatto rilevare la distribuzione singolare 
che presentano le protuberanze solari intorno al disco; ma non mancai di av- 
vertire la necessità che vi era di continuare le dette osservazioni per vedere 
se tal distribuzione fosse effetto del caso, ovvéro di una causa fisica qualunque. 

In conseguenza ha continuato a osservare in tutti i giorni belli , ed ora 
presento il risultato avuto per una quarta rotazione, che va unito a quelli 
già dati a pag. 15 nelle tavole A e B. Non occorre aggiungere ulteriore spie- 
gazione, perchè le conclusioni sono le stesse, e in questa rotazione la distri- 
buzione segue pure la legge delle prime. Quindi anziché fermarmi in ciò pas- 
serò ad esporre alcuni altri risultati a cui sono pervenuto nel corso di que- 
sto studio, e che mi sembrano di qualche importanza. 

Uno è relativa alla circolazione dell'atmosfera solare, l'altro alla distinzione 
e struttura delle protuberanze. 

40 



308 



TAVOLA C. 



*!*BdB 



ntsam 



ROTAZIONE IV. — DAL 16 LUGLIO AL 12 AGOSTO. — RIASSUNTO 







Nord 


Sud 


Altezze 

a 


00^ 80 70 60 50 40 30 20 10 
so"" 70 60 50 40 30 20 10 


0^10 20 30 40 50 60 70 80 
10''20 30 40 50 60 70 80 90 


Numero 




8 15 6 5 10 16 17 20 16 


14 15 16 22 14 3 4 17 14 




18 9 4 9 11 12 17 15 14 


12 18 18 13 11 2 6 19 12 


Somme 




26 24 10 14 21 28 34 35 30 


26 33 34 35 25 5 10 26 26 


Altezze 


1 


5.0 5.9 3.5 7.0 7.4 6.7 8.3 7.8 5.3 


6.6 5.7 6.5 7.3 4.8 4.7 5.0 5.9 5.8 


medie 




5.5 5.5 7.0 6.6 6.9 5.7 6.55.4 6.9 


7.4 7.4 6.7 6.4 7.3 5.0 6.0 7.3 5.5 


Medie 




5.2 5.7 6.2 6.8 7.1 6.2 7.4 6.6 6.1 


7.0 6.5 6.6 6.8 6.0 4.8 5.5 6.6 5.6 



Lunghezze 



Numero 



7 15 6 6 9 17 19 20 17 
17 9 2 12 9 12 14 17 11 



Somme 



24 24 8 18 18 29 33 37 28 



Medie j 4.6 5.1 5.3 5.8 6.6 5.8 6.0 6.6 5.8 
lungll. I 5.86.05.55.8 5.3 5.4 6.9 4.4 5.4 

Medie 5.2 5.5 5.4 5.8 5.9 5.6 6.4 5.5 5.6 



14 


15 


17 


20 


12 


3 


5 16 


15 


13 


17 


18 


13 


11 


2 


6 19 


12 


27 


32 


35 


33 


23 


5 


11 25 


27 


4.6 4.7 4.5 5.0 3.6 5.0 5.2 5.4 5.1 


6.0 8.4 7.0 5.4 5.6 4.0 4.3 7.1 4.8 


5.3 6.5 5.7 5.2 4.6 4.5 4.7 6.5 4.9 



Facole 



Numero 



13 10 5 
2 7 



4 11 18 24 22 11 
6 7 16 25 34 9 



Somme 



13 12 12 10 18 34 49 46 20 



10 


19 


25 


20 


12 


9 


10 


5 


S 


10 


25 


26 


23 


15 


4 


4 


12 


9 


20 


44 


51 


43 


27 


13 


14 


17 


li 



§. 1. Circolazione delV Atmosfera solare. 

La continuazione straordinaria del bel tempo , mi ha dato commodo non 
solo di fissare la posizione delle protuberanze , ma farne accurati disegni , 
tanto da poter arrivare ad una legge importante sulla loro direzione: legge 
la quale può condurci ad una teoria dei movimenti atmosferici alla superficie 



-^ 309 -^ 

del Sole. I disegni eseguiti iu questo periodo soqo presentati airAccademia, 
la quale può giudicare dell entità del lavoro. 

Notai già nella comunicazione precedente che un gran numero delle protu- 
beranze nelle medie latitudini, si trovava rivolto ai poli. Era questo un'in- 
dizio di una forza comune che le strascinava, e che non poteva esser che 
una circolazione generale nell'atmosfera solare, in cui nuota l'idrogeno rare- 
fatto* L'esistenza di una tale atmosfera superiore alla cromosfera non è mai 
stata dubbia pei* noi fino dai primi studi fatti nelle protuberanze. In alcune 
pubblicazioni relative all'ecclisse del 22 decembre 1870 fatte dal Sig. Lockyer, 
questi allega come una scoperta fatta in occasione di questo fenomeno l'esi- 
stenza di uno strato idrogenico più freddo, in cui nuotino le protuberanze. 
Ciò poteva esser un sentimento personale del dotto inglese, il quale sempre 
si era distinto nel negare altra massa gassosa circondante il Sole fuor che la 
cromosfera. Noi all'incontro abbiam sempre sostenuta la sentenza opposta, e 
non potevamo uh anche capire che fosse possibile il contrario, e come quelle 
masse di forma definita potessero star sospese, e reggersi nel vuoto, e senza 
un mezzo che le sostenesse. 

Ammessa adunque una tale atmosfera, di cui si hanno prove ben numerose, 
Tipotesi più semplice che poteva farsi pel caso nostro era supporre nel sole una 
circolazione che nelle regioni superiori andasse dall'equatore al polo, per ritor- 
nare poi forse per le ragioni inferiori all'equatore. Tale ipotesi era sugge- 
rita dal fatto che sappiamo esser le regioni equatoriali più calde e più at- 
tive delle polari. La controcorrente inferiore però sarebbe per noi impossibile 
a riconoscere, perchè probabilmente ha luogo nell'interno della massa solare. 

Le protuberanze portate da questa circolazione superiore doveano inclinarsi 
verso i poli nelle medie latitudini; all'equatore doveano esser di direzione in- 
certa, e ai poli non avere nessun trasporto orizzoutale. Però siccome non è 
presumibile che in un corpo si vasto non esistano cause locali che alterino 
questa circolazione si semplice, (poiché ne abbiamo pure su la terra, che al- 
terano la circolazione degli alisei), non era da aspettarsi che la legge si veri- 
ficasse in tutte le protuberanze. Era dunque da tentare per un esame pre- 
ventivo fino a che punto si verificasse il trasporto conforme all'ipotesi indi- 
cata, e questo mi fu facile l'eseguire sui disegni che ho fatto colla massima 
cura fin dal momento che sospettai uffa qualche legge di questa fatta. 

Per tener conto esatto della direzione delle protuberanze^ senza troppo af- 
faticare l'attenzione^ ho apposto all'oculare un piccolo indice che si gira este- 
riormente sull'oculare, e si mette in modo che guardi sempre la parte che h 



— 3<0 — 

« 

da fare nel perìmetro solare che si sta disegnando. Così non h possibile sba- 
gliare, il che sarebbe facilissimo nel nostro spettroscopio a prismi angolari, 
e munito inoltre di un oculare diagonale a specchio. 

Presi pertanto ad esaminare i disegni degli ultimi quaranta giorni che soao 
quelli che meritano più fiducia sotto questo riguardo, e distinsi la massa delle 
protuberanze in tre classi. 

1? Quelle che ubbidivano alla legge enunciata^ che contrassegnai nel cala- 
logo con un + • 

2? Quelle che erano in opposizione con questa legge, che contrassegaai con 
un - . 

a."" Quelle che erano indifferenti, ma erano di una certa importanza perchè 
le loro posizioni slavano o ai poli o all'equatore, ove non potevano dare di- 
rezione definitiva di trasporto, e le notai con un + . 

Siccome era poco probabile che le regioni limiti di questi movimenti coin- 
cidessero cogli elementi geometrici di rotazione del Sole, così era da aspet- 
tarsi, che partendo dall'equatore geometrico si avrebbero delle eccezioni, ma 
in questo primo studio non poteva farsi altro, che partir dalla ipotesi più 
semplice, e perciò a questa mi attenni, lasciando al risultato stesso il far co- 
noscere quanta fosse esatta la supposizione. 

Il risultato finale delle 643 protuberanze esaminate è stato questo : 

Protuberanze conformi alla legge ... 403 

Protuberanze discordanti 138 

Protuberanze incerte situate specialmente 

presso i poli 102 

11 rapporto che passa tra le conformi e le discordanti h : : 2,92 a i^oo; ossia 
in numeri tondi come 3:1. Se volessimo prender per favorevoli all' ipotesi 
tutte quelle de*poli che non avendo trasporto sono in realta conformi, do- 
vremmo assumerne dalla 3* classe altre 60, e aggiungerle al primo numero, e 
così i casi favorevoli salirebbero a 463. 

Ma per valutare a dovere il merito di questo risultato, che per se e gi^ 
abbastanza chiaro, fa mestieri fare alcune osservazioni. 

1? Primieramente dalle figure risulta che il gran vortice , per così chia- 
marlo, che inviluppa il Sole, non è concentrico all' asse di rotazione della 
massa, talché il polo di rotazione geometrico si trova ora a destra > ora a 
sinistra delle protuberanze verticali, che devono coincidere coU'asse del vor- 
tice. Noi non abbiamo tenuto conto di questa particolarità, ma abbiamo ri- 
ferito tutto al polo geometrico, il che fa comparire più numerose le cccczioiw» 



"V 



— 3H — 

2! Uo'altra irregolarità deriva dal non essere Tattiv^ita solare eguale attual- 
mente in ambedue gli emìsferì, onde accade che l'emisfero più attivo stras- 
cina la circolazione a( di la del limite equatoriale, come accade appunto pei 
venti alisei^ e perciò l'equatore geometrico non divide per mezzo le direzioni 
delle protuberanze. 

3.^ Finalmente la presenza delle macchie altera notabilmente questa circola- 
zione, e vi produce notabili sconcerti ed eccezioni. Le protuberanze che na- 
scono nelle regioni di queste ora sono convergenti, ora divergenti dal centro 
della macchia, ma per lo più ve ne sono molte dirette a due a due in senso 
opposto. Onde è che queste in media si elidono, e di tali casi molti li abbiamo 
tralasciati, perchè evidentemente non facevano all'uopo nostro. Quando però in 
un gruppo considerabile «di protuberanze ancorché fossero tra loro confuse ed 
opposte vi era una direzione dominante, ne abbiamo tenuto conto. 

Non h certamente ancora giunto il tempo da tenere a calcolo tutte queste 
eccezioni, e anche per assicurarsi se questa legge h costante bisognerà con- 
tinuare assai le ricerche^ il che io mi propongo di fare , ma intanto faccio 
avvertire che questa riflessioni invece di diminuire servono ad aumentare la 
probabilità dell'ipotesi assunta. 

Ma perchè ciò possa riuscire per l'avvenire . più agevole è mestieri che si 
stabilisca una qualche classificazione delle protuberanze più esalta di quelle 
fatte finora per intenderci nelle descrizioni, e per evitare le controversie. Non 
è un assunto facile il far questa classificazione^ che deve esser fmtto di uno 
studio completo, e lungo assai, onde solo sul momento intendo di darne un 
saggio, riserbaodo a tornarvi sopra forse più d'una volta. 

§. 2. ClcLssificazione delle protuberanze. 

Varie volte ho parlato delle diversità che incontransi nelle protoberanze , 
le quali mi sono sempre sembrate suscettibili di una certa classificazione. La 
più ovvia è quella de'getti e nubi, ma tanto fra le prime quanto le seconde 
vi sono tante diversità che necessita stabilire delle distinzioni. Gli osserva- 
tori che si sono occupati delle protuberanze finora hanno fatto più atten- 
zione all'analisi chimico-spettroscopica, che alle forme loro particolari, le quali 
pure sono assai interessanti. Di queste sole ora intendo parlare. Cominciando 
dalla Cromosfera. Mi prevarrò in queste descrizioni di parecchie riflessioni 
nate da una discussione su questa materia avuta col sig. prof. Tacchini astro- 
nomo di Palermo in occasione che abbiamo fatto insieme una lunga serie di 



— 812 — 

osservazioni contemporanee^ e poscia confrontate sulle figure. Meritano singo- 
larmente attenzione quelle fatte dal i? al i3 luglio del corrente anno, di cui 
egli farà quanto prima la pubblicazione. 

Cromosfera. Questa si presenta sotto quattro aspetti ben distinti. 

a) Il primo è quello di uno strato terminato in modo netto e deciso, come 
sarebbe la superficie di un liquido. Essa fa contrasto col fondo scuro della 
riga Cy e solo può notarsi una piccola diminuzione di luce all'orlo estremo. 
Questo aspetto però non \ punto frequente, e si osserva per io più presso ai 
poli. La terminazione liscia talora può esser effetto di aria cattiva, e bisogna 
cautelarsi sotto questo riguardo. 

h) Spesso assai però la cromosfera è fornita come di piccoli filamenti in- 
clinati simili a peli lucidi diretti tutti parallelamente; essa rassomiglia a un 
prato in cui i fili d'erba sieno tutti rivolti allo stesso senso (fig. 2). Questa 
struttura \ visibile spesso nelle medie latitudini ove i fili sembrano traspor- 
tati dalla corrente superiore ^ ma non sempre questi sono in una direzione 
identica a quella delle protuberanze. Talora i fili vanno per un pezzo in una 
direzione, e poi cambiano improvvisamente. Che ciò non sia illusione si ri- 
cava da varii esempi verificatisi contemporaneamente nella prefata serie. 

e) Talora, e specialmente nelle vicinanze delle protuberanze, la cromosfera 
si trova difi*usa in modo che è difficile assegnare dove essa termina, e pare 
realmente che tutto il campo sopra essa sia vivamente illuminato (fig. 3). Per 
rilevare questa struttura occorre un aria assai limpida e sprena , altrimenti 
le nubi assorbono tutto. 

d) L'aspetto ordinario della cromosfera è di esser terminata sia da piccoli 
cumuli (fig. 4), sia da minutissime fiammelle (fig. 5). Queste non sono che pro- 
tuberanze rudimentari, e sono più copiose in que*punti dellWo solare a cui 
arrivano le granulazioni, o marmoreggiature della superficie solare, talché è 
palese una relazione tra queste facolette e questo stato di cromosfera. 

Si potrebbero distinguere questi stati della cromosfera coi nomi di piatta 
fig. i, filamentosa fig. 2, sfumata fig. 3, scabra fig. 4, e fiammeggiante (ig. 5. 
La Cromosfera va dai 5 agli 8 secondi. Rare volte sale ai io e ai i5, salvo 
che nelle vicinanze delle macchie, e allora si entra nel dominio delle protu- 
beranze. 

Protuberanze. Le protuberanze sono di quattro specie , ammassi^ gettit 
pennacchi e nubi. 

Gli ammassi sono di due specie, gli uni sono elevazioni in forma di mon- 
ticeli! (fig. 6), forniti di una luce viva, neirinterno de quali non si scorge nes- 



— 313 — 

suaa organiziazione relativa alla dislrìbazìone della materia. Al loro contomo 
sono^ o sfumati, o fomiti di filamenti, o paiono talora inviluppati da una ne- 
bulosità : essi sembrano semplici elevazioni della parte più viva della cro- 
mosfera, e non superano i ts ai 20" in altezza sopra il livello ordinario della 
cromosfera. Le forme sono variabili, ma con tendenza al tondeggiante e rotondo. 

Allorché sono molto esagerate rassomigliano ai cumuli della nastra atmos- 
fera (fig. 7), e partecipano spesso a tutti i capricci di queste forme piegan- 
dosi in modo da parer trasportali da una corrente. Sono piuttosto frequenti 
nelle vicinanze delle macchie, ma non sono di lunga durata. Molti di questi 
cumuli sono veri getti o pennacchi inviluppati di grande e viva nebulosità. 
I primi (fig. 6) li direi semplicemente ammassi o masse lucide , e i secondi 
(fig. 7) li direi ammassi cumuliformi. 

Una classe di nubi assai remarchevoli h quella che si forma alla sommità 
dei getti e dei pennacchi (fig. 8 e 9), che pare risultare dalla diffusione delle 
masse componenti la parte inferiore, e formano un fondo come il nostro cielo 
a pecorelle. Potremo per analogia chiamarle cirriformi. Sembra che le masse 
arrivate a certa altezza incontrino una regione di diversa temperatura che ne 
distrugge la forma filosa, e le trasforma in nebulare. 

Getti. Ma la più grande parte delle protuberanze si compone di getti e di 
pennacchi. La distinzione tra queste due forme non h sempre ben decisa, poten- 
dosi un getto trasformare in pennacchio, e dipendendo spesso la distinzione 
da accessorii di non facile apprezzazione. Tuttavia dagli esempi si farà ma- 
nifesta la separazione, il carattere fondamentale de'getti h 1.^ di avere una luce 
vivissima; s.° di esser di poca durata, e 3.^ del trovarsi ordinariamente nella 
vicinanza delle macchie, o almeno nella regione loro, mentra i pennacchi si 
trovano dapertutto. 

La figura io mostra alcune di queste forme, che talora non h raro tro- 
var tutte riunite in piccolo spazio. Alcune sono come punte triangolari simili 
a coni o raggi che vi si dipingono attomo alle teste di certe divinità. La 
fig. 11 ne mostra un caso in grandi proporzioni^ il più lungo de*quali si svi- 
luppò fino alla lunghezza di 140'' in meno di 4 minuti (1 giugno). Più spesso sono 
in forma di fiamme, o lingue oblique, curve, divergenti, come nella fig. 12, 
e non h raro il caso che una forma succeda all'altra (come fu effettivamente 
nel caso presente in meno di 20 minuti di tempo), però queste forme non 
succedonsi in modo che una si trasformi nell'altra, ma in generale estinguesi 
prima una, e poi sottentra Taltra immediatamente.' 

Ma la forma più comune h quella di veri getti che sollevatisi a una certa 



_ 314 — 

altezza, ricascano in forma di graziosissirae parabole^ imitando le scappate de' 
razzi ne'fuochi artiGciali. La delicatezza di queste forme, la loro eleganza è 
tale, die spesso dispiace di abbandonarne la contemplazione: si vago e attraente 
è il loro aspetto. Ma esse durano poco. Un esempio bello si ha nella fig. 13, 
dove uno h un cono vivissimo leggermente ripiegato con molta grazia, l'al- 
tro è un cono simile che ha intorno una bella pioggia di queste parabole. 
Quelle della fig. io sono i casi più frequenti in cui manca la simmetria. Sono 
questi getti formati in generale di filamenti vivissimi. Alla'base e nel tronco 
si vedono varie righe spettrali rovesciate oltre quelle dell'idrogeno , e fre- 
quente è il magnesio, il ferro e il sodio, onde realmente sono composti di 
fotosfera sollevata in alto. Rarissime volte sono sormontati da nube, salvo il 
caso che la materia stessa vivamente lucida resti un poco sospesa. Il fondo 
su cui si proiettano è assai vivo, e i fili luminosi si distinguono anche nella 
riga Da. L'estrema loro vivacità e variabilità di forme può dirsi il carattere 
più distintivo che le separa dai semplici pennacchi con cui spesso nelle forme 
si confondono. La struttura de'loro rami richiama alla mente piuttosto la strut- 
tura ramificata delle palme anziché quella degli alberì comuni, essendoché la 
loro chioma si diffonde in più versi da un ceppo solo. Per lo più però è in- 
clinata da un lato. Rare volte questi getti sollevati con straordinaria violenza 
giungono ad altezza superiore a 2 minuti, e in tal caso la loro parte superiore 
si trova ridotta a veri pennacchi, e la sommità della cima a nubi cirriformi 
(fig. ÌA). 

La loro direzione talvolta alla base h in un senso e in alto e in un altro, 
e ciò manifestamente per delle potenti correnti, che trasportano la parte su- 
periore in senso opposto alla direzione della base, e Tandamento loro gene- 
rale spesso ha la forma evidente di spirale. 

Nel senso oiìzzontale i getti non occupano mai una grande estensione, nh sono 
mai congiunti o legati insieme in gran numero. Egli h in questi getti che si 
trova abitualmente la variazione di refrangibilitk^ che si manifesta con uno 
spostamento delle righe spettrali, o ancora con una diflfusione da un lato 
dall'altro della riga centrale normale. In fatti questa massa non può mai es- 
ser tutta animata da velocita comune egtiale, ma deve esser lanciata quale 
in una direzione quale in un altra, onde pel suo movimento la refrangibilita 
deve variare nei diversi punti. Di la deve provenire il curioso fenomeno del 
raddoppiamento della riga C e del suo allargamento. Fenomeno spesso fugace 
assai, e che sì sarebbe tentato di crederlo difetto di precisione nella focalitk 
dello strumento. Anche Timagine diretta della protuberanza diventa confusa 



~ 315 — 

all'orlo, e tradisce questa variazione di refrangibilità. Questo fenomeno l'ho 
veduto moltissime volte, e non può attribuirsi, come taluno ha creduto, ed io ,^ 
stesso da principio, al moto dell'aria nostra^ o ad ottica illusione. Anche il 
sig. Tacchini lo ha osservato con istrumento tutto diverso dal nostro. 

I movimenti del resto in questi getti sono sì grandi, che possono misurarsi 
anche senza la variazione di refrangibilità. Cosi il gran raggio della flg. ii 
giunse alla lunghezza di 2' 20" in poco più di 4 minuti di tempo. Ma su quc- 
ste cose altri ha già scritto abbastanza, e non è qui luogo da diilondersì. 
Solo ho voluto avvertire questo , che la variazione di refrangihilità non si 
manifesta solamente nel trasporto della riga centrale, il che è caso piuttosto 
raro, ma si manifesta anche nella diffusione generale della riga, e neirappari- 
zione a piccolissima distanza di una seconda riga fina. L'intervallo nero tra 
le due potrebbe benissimo esser effetto di assorbimento della massa idroge- 
nica interposta tra l'osservatore e la protuberanza. Vi ritorneremo sopra. 

In francese questi bei fenomeni possono dirsi gerbeSy in italiano bisogna 
esser contenti del titolo di getti. 

Pare che vi sia un'altezza definita, a cui la materia eruttata non può sol- 
levarsi senza perdere la sua luce e la sua vivacità, onde h che in generale 
essi sono piuttosto bassi, e se arrivano a certa altezza allora si trasformano 
come dissi. 

L'apparire delle protuberanze di questa specie h l'indizio più sicuro, ben- 
ché non infallibile, che una macchia sta per ispuntare sull'orizzonte solare. 
In generale essi sono sulle facole vive , e specialmente su quelle che coro- 
nano le macchie. Su ciò nulla abbiamo da ritrattare a quanto dicemmo l'anno 
scorso, malgrado le opposizioni fatteci. La lunga durata delle nostre osser- 
vazioni, in cui abbiamo fatto attenzione speciale a questo punto, ci ha con- 
fermato quanto dicemmo allora, e ci sarebbe facile una statistica numerica 
delle coincidenze. Questo h stato pure confermato dal Tacchini. 

Pennacchi. La seconda specie di protuberanze h quella che io chiamo 
pennacchi^ e si distingue dalle precedenti per non aver mai quella luce si 
viva, per Ip più lunga durata, e persistenza di forme, per la loro termina- 
zione sempre un pò sfumata ai lati, e spesso terminata in cima in prolunga- 
mento nebuloso cirriforme e per avere in generale un aspetto più tranquillo. 

Le forme sono variabili all'infinito. Noi le distingueremo in semplici e com- 
poste: il carattere lord comune è di essere a struttura filamentosa. 

Alcune sono a forma di fiamma incurvata (fig. i5a), avente larga base, 
talora sono diritte (ib. e), talora ripiegate in doppio senso (fig. 16) per un rìal- 

41 



— 316 — 

lamento alla punta. In parecchi casi imitano le forme di palma» o de'getti 
inclinati (fig. i?). Una forma abbastanza comune h h b (fig. i5) avente una 
stretta base, e una larga chioma o capillizio, terminato da inviluppo nebuloso 
a modo di fiore. 

Queste figure semplici talora sono attraversate da nubi (fig. 9), o accidental- 
mente su di esse projettate, o nate dalla loro ramificazione e dissoluzione. Esse 
arrivano a notabili altezze, ma se sono isolate non giungono mai ad altezze 
molto considerabili senza trasformarsi in nubi, che manifestamente sono stra* 
scinate da una violenta corrente. Talora la nube si ripiega in basso cascando 
come pioggia (ib. e). L'inclinazione de'fili è possibile sotto tutti gli angoli: 
sul polo però dominano le direzioni perpendicolari , come vedesi (fig. 24). 
In generale rassomigliano a vari mazzetti di peli, o piuttosto a baffi, o cioc- 
che di capelli leggermente torti insieme. Alla base essi sono per lo più per- 
pendicolari all'orlo del disco, e si cominciano a piegare giunti che sono a 
certa altezza ove risentono la forza della corrente , e talora se sono incli- 
nati si rovesciano afifatto in direzione. 

Ma i fenomeni più interessanti si hanno nelle forme composte. 

Queste possono unirsi a due a due o in senso divergente (fig. 18 a), o con- 
vergente (ib. e), o appaiati sotto inclinazione diversa b. È frequentissimo il 
vedere le due sommità fondersi in una sola lasciando sotto come una ca- 
panna^ in cui spesso è un getto più basso. Si direbbe, dalla frequenza di 
questi casi , esservi quasi attrazione tra un getto e 1' altro. Molte volte la 
cima acuta svanisce e resta un semplice arco posato sulle due basi. 

Per molti dettagli l'influenza atmosferica è sensibilissima , e vi è enorme 
differenza in essi dallosservazione fatta in estate e in inverno, in aria quieta 
e in aria agitata , oltre poi il merito degli strumenti. Quando i centri da 
cui emanano i pennacchi sono molti e vicini, nasce spesso una gran .confu- 
sione. Per intenderne la struttura giova studiare prima le forme meno com- 
plicate. Così la fig. 8 (osservata ai 9 luglio i87i) è composta di 3 grandi pen- 
nacchi elementari che si dividono a modo di palme, e lasciano gli intervalli 
oscuri m ed n come occhi neri visti sul fondo della riga C. Molti baffi, iso- 
lati , e sottili danno la forma i9 costituita da numerosi archi incrociati , e 
la 20 h dello stesso tipo , più complicata per la divisione da' rami che 
succede a certa altezza. Qualche arco talora e semplice, e si vede spuntare 
sull'orlo del Sole, per la sommità sola, restando le basi nascoste dietro al- 
l'orlo (fig. 21 e). 

Molte volte non e facile riconoscere la struttura elementare delle masse più 



— 317 — 

complicate. Tal h p. e. quella della fig. 22 che al primo aspetto si prende per una 
massa nebulosa fornita di fori a forma di grotte, o aperture ovoidali. Queste 
forme nascono primieramente dai getti elementari che si incrociano, e al loro 
incontro le nebulosità confondendosi^ sia per mescolanza, sia per sovra posizione, 
rendono gli angoli degli archi indistinti, e rotondati^ talché da trapezi o trian- 
goli irregolari si trasformano in figure ovali. Tale fenomeno accade quando 
la nebulosità che circonda i getti h assai densa. Può anche nascere da cattiva de- 
finizione dello strumento^ o da mala condizione dell'aria nostra atmosferica e 
perciò molti particolari posson esser soggetti di controversia tra gli osser« 
vatori. La maniera di disegnarle è in queste assai influente sul loro con- 
cetto. Chi si contenta di farne solo i contorni difficilmente riesce a fare cose 
intelligibili al primo aspetto , onde è mestieri farne i disegni in modo che 
essi riproducano le forme interne filari quanto più h possibile. Ma ciò non 
e sempre facile, e richiede non poco tempo, durante il quale la massa varia 
grandemente. 

Queste masse talora sono estesissime. Nel luglio del corrente anno isti ne ho 

osservato alcune che aveano da 40^ in latitudine e più di co in longitudine 

^eliocentrica, e si alzavano a 4 minuti d^arco in altezza, ossia 13 in 14 diametri 

terrestri. E evidente che arrivando le masse a tanta altezza una projettar si 

deve sulPaitra, e nascerne una indescrivibile confusione quando sono numerose. 

Nubi, L'ultima categoria, ma assai importante per la teoria è quella delle 
nubi. Molte di queste non sono che il residuo de'pennacchi restato sospeso 
in alto' dopo aver cessato di essere alimentato alla base (Gg. 23), e per queste 
non vi può cadere difficolta sulla spiegazione. Ma importante assai è la classe 
di certe masse brillanti isolate, che esse stesse diventano centri di diffusione 
filamentosa in diverse direzioni, generalmente verso l'alto; ma non manca il caso 
che anche tal diffusione o radiazione si faccia anche verso il basso. Ne sono 
bella prova la fig. 21 ove un piccolo centro brillante manda fuori 4 bei pen- 
nacchi curvilinei, e meglio la fig. is (7 settembre isti, alta ioo') , ove una 
massa più compatta si vede lanciare molti filamenti, e finalmente la bellis- 
sima fig. 26 (del 24 luglio 1871), che pareva una massa di cit}mosfera assai lunga 
su cai si elevassero getti filamentosi. 

Molte di queste nubi sono talora estesissime, e si diffondono per parecchi 
gradi, ma risultano per lo più dal trasporto delle masse de'getti e de 'pen- 
nacchi a grandissime distanze. Le forme loro sono variabili come le forme 
delle nostre nubi, ma il loro carattere distintivo h di essere sfilacciate agli 
orli e frastagliate io tenuissimi filamenti. 



— 3<8 — 

§. 3. Considerazioni diverse. 

Le forme che abbiamo descrìtte eccitano naturalmente la voglia di spe- 
colare sulla loro origine e modo di produzione. Non crediamo però che sia 
ancora arrivato il tempo da dare una definitiva risposta sulla teoria della loro 
formazione , ma nulla impedisce che possiamo almeno accennare ad alcune 
ipotesi con cui ts&t non sono conciliabili. 

L*idea di un eruzione si impone necessariamente in certi casi, e parlando 
della classe de'getti^ pare che tale origine non si possa negare. Ma ci sem- 
bra irragionevole 1' assegnare a tutte le protuberanze questa stessa oiigine. 
Abbiamo infatti veduto ultimamente che delle masse filose e ramificate si stac- 
cano da semplici nubi sospese in alto nell' atmosfera solare. Ora è manife- 
sto che qui non si può invocare uno strato liquido o solido da cui muo- 
vano questi pennacchi, uè che il gas esca da fori esistenti in un tale strato. 
Quindi è manifesto che non possono prendersi le altezze delle protuberanze 
per misura della forza di proiezione^ ne della tensione dei gas o della pres- 
sione che essi sostengono nell'interno del corpo solare, come ha fatto il sig. 
Zoellner; e così verrebbe a mancare uno degli argomenti che portano i fau- 
tori delia superficie solare liquida, che appunto desumesi da questi getti. 

Per noi la struttura di questi pennacchi non ha somiglianza con altro og- 
getto che con quelle masse di cirri leggeri che talora vedonsi trasportate con 
grande velocità da una corrente di vento impetuosa, come quando si scatena 
una improvvisa e violenta tramontana, allorché il cielo è coperto di cirri, 
cui il vento trasporta e attorciglia in mille guìse^ talché sempre ivi domina 
la struttura filamentosa. Queste nubi sono sfilacciate e dette dai marini ame- 
ricani Horse tails (cioè code di cavallo). La forza quindi che produce il sol- 
levamento del gas può dunque esser assai debole, cioè la semplice forza ascen- 
zionale dovuta alla temperatura locale più o men forte, e il resto sarebbe una 
conseguenza de'trasporti dovuti al molo dalle conenti impetuose che dominano 
nelle regioni superiori solari, che le spanderebbero e stirerebbero in varii sensi. 

Tutto questo finisce di provare quanto noi abbiamo sempre asserito che 
cioè la cromosfera non è il limite estremo dell' atmosfera solare. Le ultime 
ecclissi han confermato che vi è un altro inviluppo più alto e più tenue che 
da la riga 1474 eli Kirchoff, ma è incerto ancora a che gas appartenga. Siccome la 
cromosfera oltre l'idrogeno contiene anche la sostanza della riga Da^ che al- 
cuni chiamar proposero Helium^ non è impossibile certamente che con essa 
e sopra essa siavi un altra sostanza anche più leggera dell'idrogeno stesso. 



— 319 — 

Intorno a queste nubi raggianti e cosi spennacchiate può farsi una doman- 
da: Si formano esse unicamente dalle masse de*getti restate sospese dopo ces- 
sata l'emissione dal Iiasso, ovvero si formano esse assolutamente nell'atmosfera, 
come da noi le nubi, per un condensamento e un passaggio di stato della 
materia atmosferica senza ricevere nulla dalla parte inferiore ? Finora nulla 
possiamo rispondere, non essendosi abbastanza osservala la genesi di queste 
nubi. Finora pare più probabile la prima ipotesi. Ma è da studiare assai 
questa materia perchè e più importante teoricamente di quello che non pare. 

la differenza capitale che trovasi tra le fiamme vicine alle macchie e quelle 
sparse sul resto delia superficie solare, nella vivacità della luce e nella com- 
posizione chimica, è di grande importanza per la teoria solare, mostrando con 
ciò che in certi casi l'azione proviene da notabile profondita. 

Noli è possibile che una massa qualunque si sollevi dall'interno del globo 
solare senza spostare il livello superiore della fotosfera, e quindi quello strato ^ 
di vapori assorbenti a cui sono dovute le righe Fraunhoferiane. Questi va- 
pori COSI sollevati sono quelli che danno le righe invertite, le quali rare volte 
si trovano a notabile altezza, essendo sempre assai basse. Questo strato sa- 
rebbe quello scoperto già da noi col metodo spettroscopico ordinario e poi 
da Young neli'ecclisse ultima in Ispagna. È cosa molto singolare che il sig. 
Janssen toccando questa questione non si mostri informato affatto dell' im- 
portante osservazione del sig. Young (i). Da questa risulta veramente che 
questo strato è assai basso , ma questo deve intendersi nella scala propria 
del sole, cioè che deve esser limitato a qualche centinaio di chilometri. 

Parecchi fisici han detto che esso^ deve esser bassissimo perchè non si ve- 
dono le righe di Fraunhofer cambiare in larghezza dal centro all' orlo del 
disco (2). Ciò non è del tutto esatto. Noi fino dal 1860 mostrammo che vi 
era presso l'orlo una dilatazione sensibile e un infoscamento nelle righe. Che 
se questo infoscamento non diviene tanto forte quanto si potrebbe aspettare, 
ciò può derivare dal rovesciamento parziale che appunto ivi ha luogo, onde 
una linea che dovrebbe apparire più nera all'orlo che al centro, può restare 
inalterata, perchè ivi la luce diretta compensa una parte dell'assorbimento. 
Ciò è manifesto nelle righe dell'idrogeno che presso all'orlo sono anzi meno 
larghe e perfino talora invertite. 

Del resto non si pretende che lo strato assorbente sia alto quanto tutta 
r atmosfera solare, come sembra che da principio ammettesse il Kirclihoff e 

(1) C. Rendus Tom. LXXIII, p. 434. 
(S) C. Rendus Tom. LXXIII, p. 334. 



— 320 — 

già fin d'allora iiolammo che una piccola spessezza era sufGcieal& per ro- 
vesciare le righe, portando in mezzo l'esempio della sperìenza di Foucault, 
in cui pochi centimetri di vapor di sodio bastano a rovesciare Io spettro 
de' carboni elettrici, ed era noto il rovesciamento ottenuto da Kirchboflf con 
un semplice tubetto pieno di vapore sodico. Ora il sig. Cornu stesso ci pare 
che abbia ragionevolmente esteso ad altri metalli numerosi questo principio, 
appoggiandosi alla duplicazione apparente di alcune strie ottenuta colla scin- 
tilla elettrica. Però ci pare che esso siasi troppo spinto nel negare ogni anche 
sottilissima atmosfera continua, per sostituirvi poi un assorbimento locale: 
e non avverte, che siccome questa località trovasi dappertutto, così ne nasce 
quel vero strato continuo che esso rifiuta di ammettere. 

Il modo però di rovesciamento osservato dal sig. Cornu ci spiana la via 
air intelligenza di alcuni fenomeni solari. È un fatto ben noto che quando 
si rovesciano le righe spettrali sul sole , la linea lucida apparisce come un 
filetto tenuissimo dentro la riga nera lasciando a destra e a sinistra due filetti 
neri sottilissimi. Per converso deve accadere che quando una linea luminosa 
proviene da una massa assai profonda, possa essa apparire come divisa in due 
da una nera fina per Tassorbimento che patisce -la luce centrale nell* attra- 
versare una parte della materia esteriore meno calda. Questo ci porge la 
chiave con cui si può spiegare la frequente apparizione di una riga lumi- 
nosa accanto alla C finissima, fenomeno che si vede tutte le volte che vie 
una grande dilatazione della C stessa per variazione di refrangibilità prove- 
niente dal moto proprio delle masse eruttate'. Questa dilatazione può deri- 
vare dalla temperatura e dalla pressione^ ma più dal cambiamento di re- 
frangibilità. Quest'ultima t;ausa può produrre bensì un trasporto di tutta la 
riga , ma d' ordinario deve limitarsi ad una semplice dilatazione , perchè è 
naturale che non tutta la massa sia lanciata con eguale velocita, e i raggi 
partiti dalla più veloce potranno spostarsi più di quelli della meno celere. 
Quindi ne viene una dilatazione. L'assorbimento poi del gas più freddo circo^ 
stante potrà produrre su questa riga dilatata una riga nera di assorbimento^ 
e cosi far comparire la riga lucida della cromosfera raddoppiata. 

La classificazione delle protuberanze esposta di sopra poteva esser sospetta 
per ciò che le osservazioni erano fatte da un solo individuo, k fine pertanto 
di vedere fino a qual punto si possa fidare sui disegni abituali fatti da di- 
versi osservatori, dopo varie corrispondenze tenute col eh. astronomo di Paler- 
mo il sig. Tacchini, accettai la sua proposta di fare una serie di osserva- 
zioni contemporanee a Roma mentre esso le faceva a Palermo. Questo lavoro 



^^^t 



si esegui dairi al 13 luglio con favorevoli circostanze atmosferiche e con ec- 
cellenti fenomeni solari. Le condizioni erano le più opportune che potessero 
desiderarsi, perchè i due osservatori! hanno un equatoriale di identica dimen- 
sione e bontkf un clima buono e bello in ambedue le stazioni; la stagione 
fu eminentemente favorevole non essendo mancato che un giorno di osser- 
vazione. Gli spettroscopi soli erano alquanto diversi quello di Palermo essendo 
a visione dirètta ed il mio angolare; e il primo avendo un ingrandimento e di- 
spersione maggiore del mio. Questa differenza dovea tenersi a calcolo e per 
ciò si doveano fare delle osservazioni comparative, applicando al medesimo re- 
frattore i due spettroscopi: questi confronti furono ultimamente eseguiti in Roma. 

I risultati che si ebbero da questi confronti saranno esposti altrove per 
minuto: qui basta dire, i? che tutte le masse delle protuberanze vedute in un sito 
lo furono pure nell'altro, e anche le particolarità più minute della cromo- 
sfera ogni qualvolta erano di tale natura da fissare l'attenzione, come l'al- 
tezza, la direzione dei fili, la struttura dell'orlo superiore, ecc. 8? Le altezze, 
le larghezze, le posizioni e la qualità delle protuberanze^ cioè se filose, ne- 
bulose, a fori, ecc. furono trovate identiche malgrado i metodi diversi usati' 
nelle misure, e la diversità di stile nel disegno ; quello del Tacchini essendo 
a contorno, e il mio a ombra. 

3.^ Le diversità erano solo in alcuni dettagli di second^ordine, ma si con- 
statò che erano minime in quel caso in cui V osservazfone era strettamente 
contemporanea o quasi tale, ma le diflferenze erano più sensibili quando eravi 
diversità de*tempi: cosa già da aspettarsi e confermata più volte coli' effet- 
tiva mutazione osservata in due tempi diversi nello, stesso osservatorio. 

Da ciò risulta che con istrumenti eguali si vede lo stesso da tutti. 

La miglior perfezione degli spettroscopi si rileva nei dettagli della cromo- 
sfera e nei contorni di piccoli oggetti , ma per le masse principali questo 
elemento è senza influenza, e l'abitudine di un occhio esercitato a un ingran- 
dimento più piccalo può supplire nel rilevare i dettagli a un ingrandimento 
maggiore, qualora specialmente si abbia cura di fare i disegni principali in 
iscala assai grande. Lo strumento in genere ha influenza su quelle partico* 
larità che sono anche più influenzate dallo stato dell'aria atmosferica durante 
le osservazioni. 

Da ciò risulta che le suindicate classificazioni potranno servire di norma 
agli osservatori, e che cosi potrà dividersi il faticoso lavoro fra varie per- 
sone , colla sicurezza che si potrà fare con precisione la storia delle muta- 
zioni dell'astro e ridurla a leggi. 



— 322 ~ 
TAVOLA I. (Qmtiniia) . 

POSIZIONE, ALTEZZA, LARGHEZZA E CARATrERI DELLE PROTUBERANZE E DELLE FACOLE 



POSISIOVE 



27 Giugoo 
(manca) 

28 Giugno 

17 

22 

59 

9S 
107 
120 
130 
180 
191 
202 
227 
236 
246 
266 
282 
290 
298 
814 
850 



ALT. 


LA.1. 


8 


5 


6 


3 


12 


12 


10 


7 


5 


6 


5 


10 


16 


13 


6 


13 


4 


8 


8 


5 


9 


3 


7 


5 


6 


10 


5 


8 


K 


5 


5 


5 


8 


3 


12 


8 


7 


5 



CARATTERE E NOTE 



Limili 



29 Giugno 

11 

15 

24 
65 a 86 
• 80 

97 
108 
li6 
127 
161 
183 
195 
210 
247 
255 
268 
275 
286 
293 
311 
343 



Limiti 



30 Giugno 

10 

25 

50 

56 

89 

96 
103 
108 



N. = 8* 
8. 157 
S. 198 
N. 323 



Tempo cattivo 



Da 8h 35>" a 9h 40'" 

getto con nube 

getto piccolo 

nulle vasta ad archi con 4 colonne 

due getti congiunti con arco 

nubi bacie 

iilem 

gran getto obliquo debole Terso il polo 

nubi basse frastagliate 

piccole nubi 

nube alta y\ytA al limite, ecc. 

getto vivo, storto 

due gulti congiunti con arco 

cromosfera alta con piccole nubi 

piccolo getto 

nube bassa 

idem 

getto alto vivo 

gruppo di alberi e getti (bouquet) 

nube 6lament08a 

Facole du 



37 a 

78 a 

97 a 

242 a 

278 a 



60 

86 

127 

260 

288 



5 


6 


4 


2 


8 


6 


10 


21 


12 


• •• 


10 


6 


10 


8 


13 


6 


10 


10 


7 


6 


5 


5 


6 


8 


5 


7 


6 


3 


11 


2 


8 


9 


5 


2 


6 


3 


7 


5 


8 


6 


8 


6 



Da 9h sint. a lOli 10'" 



nube leggera 

piccolo cumulo 

bella massa di nubi a filamenti 

massa spettacolosa di nubi e complicatisi 

sima. Massimo a 80° 
due grandi e vivisi, getti cong. con are» 
nulli leggere 

due getti con nube altissima 
getti e nubi cellulari 
Uttl'c al limite S*. 
nube al polo 
nube dispersa 
cromosfera alta al limite 
piccola nube e getto 
getto obliquo alto, leggero verso l'Eq. 
gruppo di getti obliqui vivi 
piccolo getto vivo 
idem 

piccoli getti e nubi 
massa filamentosa 
cumalo debole 



N. 18 
8. 161 
8. 207 
N. 330 
Prom? 344 



8 


6 


4 


10 


10 


8 


7 


4 


6 


4 


7 


6 


10 


5 


7 


6 



Facole da 96 a 107 
116 a 136 
207 a 212 
244 a 256 
291 a 298 

Da 8h 35™ a 9h 50" 



cumulo debole a filami-nti 

cromosfera sfrangiala all'ori» 

getti fini obliqui 

idem 

cumulo 

cumulo filamentoso 

getto vivo mobilissimo curro. 2 figure 

ammuso di getti fini 



POSI Sion E 



Segue 
30 Giugno 

124 
133 

152 

160 
170 
202 
237 
274 
8U2 



ALT. 



10 
5 

6 
6 
5 
8 

4 
4 
5 



LAI. 



8 

6 
5 

4 

2 

10 

10 

20 

4 



CARATTERE E NOTE 



getti fini obliqui filari 

crom. alta sfilata 

piccola nube 

idem 

idem 

nube ileliole a filameott : al Halite 

crom. sfrangiata 

idem 

piccolo cumulo (poca roba da questo lato) 



Limiti 18 N. 
154 S. 
206 S. 
337 N. 



Facole da 



39 
49 
65 
101 
119 
205 
240 
291 



46 
55 
69 
ilo 
130 
214 
263 
298 



1 Luglio 

7 
17 

47 

67 

79 

95 
107 
127 
132 
160 
195 
213 
264 
291 
307 
347 



6 


6 


5 


3 


8 


5 


5 


4 


5 


10 


8 


10 


8 


10 


11 


4 


6 


5 


8 


5 


6 


15 


6 


3 


7 


6 


4 


10 


5 


3 


8 


5 



Da 8h 25™ a 9»» 45™ 

nube debole 

due getti 

id. congiunti, fasci di fili obi. verso il polo 

cumulo basso sfrangiato 

fiamme vive acute mobili (prec. la macchia) 

gr. m4Ssa lucida di fiamme e getti sfrang. 

altra maasa simile alla prec. ma più bella 

getto alto vivo di filamenti 

altro simile (non uniti) 

nube a filetti leggeri 

catena di picc. getti e nubi al limite 

piccoli getti vivi, macchiette 

due getti uniti con un arco 

piccoli getti avanti alla maochia 

piccoli getti filamentosi 

nube di filamenti 



Limiti 15 N. 

154 8. 

195 8. 

828 N. 
Prom. a 346 alla nube 



Facole da 



35 
60 
103 
127 
230 
275 



43 
83 

121 

138 
257 
313 



2 Luglio 

14 

40 
49 
5<9 
69 

81 
94 

104 
117 
132 
159 
180 
196 
218 
276 
299 
304 



8 




6 




8 




6 




5 


10 


8 




5 




7 




6 




8 




7 




4 




8 




10 


11 


8 




5 




8 





Limiti 14 N. 
156 8. 
201 S, 
328 N. 



Da gh 50" a lOh 10™ 

Nubi con fili e getti bellissimi 

piccolo getto a nube 

due getti a filamenti 

idem 

crom. viva sfrangiata 

getti Un. vivi mob. snlla macc Due fig. 

idem 

getto a due testa 

getto obliquo a filamenti 

gruppo di getti divergenti delicati 

nube intrigata al limite 

bassi getti polari 

due getti congiunti 

ma^nif. gruppo celiai, da 3 getti 

due getti mesaani 

due getti filosi bellissimi 

idem 

Facole di 57 a 91 

97 a 117 

150 a 159 

242 a 261 

275 a 284 



— 323 — 
TAVOLA Io {Continua) 

POSIZIONE, ALTEZZA, LARGHEZZA E CARATTERI DELLE PROTUBERANZE E DELLE FACOLE 



POSlIfORE 



S Luglio 

11 

35 
42 

57 

75 

82 

97 
107 
188 
158 
192 
242 
250 
270 
SOO 



ALT. 



8 

12 

5 
5 
6 
10 
8 
8 
4 
6 
6 
5 
8 
6 
7 



LAR. 



5 

3 

2 

4 
4 
6 
7 
8 
8 
6 
5 
3 
3 
5 
2 



CARATTERE E NOTE 



Da 8h 7» ant. a 9h 56"" (Aria eatUva) 

gotti a filamenti decisi 

g. V. da cai parte una nube lun. 8^, alta assai 

piccolo getto 

gruppetto di getti 

gruppo di fili e getti vivi 

altro più alto e lungo 

getto vivo a due cime divergenti 

3 g. V. un. in cima, con n. estesa ver. il polo 

piccoli ssirai getti 

due getti ol>I. vivi, congiunti in alto 

due getti piccoli vivi obliqui 

cumula vivo 

2 getti a fungo con cappello alto 

getti a filamenti inclinati 

getto con coda ripiegata langa 5? 



Limili Z, 



poi.. N. 13 
S. 155 
S. 207 

N. 330 



M Luglio 

12 

26 

41 

73 

82 
103 
107 
124 
160 
194 
243 
259 
272 
346 



5 


10 


5 


3 


4 


6 


10 


2 


10 


3 


7 


5 


5 


3 


6 


8 


9 


10 


10 


U 


8 


7 


4 


10 


8 


7 


7 


6 



Facole da 53 a 87 
103 a 121 
237 a 260 
271 a 275 
277 a 283 
287 a 292 
297 a 308 

Da 8h 25'» a 9h 50™ 



tre getti piccoli 

getto al limite 

crom. alta e gettini 

n.olie isolata 

getti fini terra, in nnbe lontana q> stacc. 

nube isolata affatto 

piccolo cumulo 

nubi basse 

getti e nubi che le congiungono 

quattro getti e nubi in alto 

molti getti deboli • 

crom. viva assai 

bel gruppo di getti e fili 

gruppo di fili sottili fiacchi 



Limiti Z. 



poi. N. 23 
S. 147 
S. 193 
N. 353 



5 Luglio 

8 

26 

50 

78 
102 
109 
128 
154 
194 
234 
253 
287 
359 



7 


8 


6 


6 


8 


10 


8 


8 


7 


7 


6 


5 


5 


4 


7 


10 


10 


7 


5 


2 


4 


10 


7 


6 


7 


6 



Limiti N. 
S. 

Facolc d.1 50 a 52 

60 a 79 

103 a IH 

117 a 132 



Facole da 62 a 83 
100 a 106 
112 a 130 
235 a 244 
256 a 263 
287 a 295 
300 a 303 

Da 8h 50™ a 9b 50"" 



8 gotti uniti con archi 

2 getti deboli con nubi 

2 getti obliqui con nube 

gruppo di getti fini 

massa viva 

fili obliqui 

getti deboli 

gruppo di getti, 6 almeno legati da archi 

gruppo di filamenti obliqui grasiosi 

piccoli getti 

catena di fiammelle 

molli fili curvi, getti 

2 grossi e vivi getti uniti in cima 

22 S. 196 

146 N. 332 



242 a 250 
241 a 263 
268 a 284 
300 a 3U 



POSISIOHX 



6 Luglio 

16 

38 

58 

78 
109 
125 
144 
163 
197 
212 
221 « 
251 
291 
345 



ALT. 



6 
8 

6 

4 
10 
8 
4 
6 
8 
4 
5 
6 

10 
5 



LA*. 



7 

9 

IQ 
2 

12 

10 
10 
13 

4 
10 

1 
10 
12 

5 



CARATTERE E NOTE 



Limiti N. 18 
8. 162 
S. 207 
N. 328 



7 Luglio 

17 

35 

60 

69 

76 

99 
122 
155 a 172 
Medie 162 
194 
259 
291 
344 



7 


8 


10 


11 


5 


10 


6 


5 


5 


3 


4 


10 


8 


12 


10 


17 


12 


5 


4 


5 


8 


10 


10 


5 



Da 8h 20" a 9b 50™ (Aria buona) 

due ammassi di getti a due cime 

due massi di getti congiunti con arco 

4 getti con archi 

piccolo getto 

ammt di g. complicali belli cong. col seg. 

getto grosso obliquo e molti piccoli 

piccoli getti 

getti e fili diffusi 

bel getto con ricasco alla cima 

cromosfera sfrangiata 

piccolo getto 

8 grossi getti congiunti sulle facole 

gruppo di 4 getti sfrangiati 

2 getti separati 

Facole da 47 a 49 

64 a 80 

99 a liO 

231 a 262 

271 a 283 

Da 8h 25™ a 9h 35™ (Aria buona assai) 



Limiti Z. poi. 



nube d 


i getti 










getti e 


nube 










nubi basse 










getti fini 










getto e 


nube 










nubi basse 










getti e 


nubi 










gruppo 


di getti 


numerosi 


e ricci 


li 


getto con nube 


alta 








nube e 


gotti 










getti 


nubi 










getto obliquo 










N. 13 




Facole 


da 


43 a 


48 


S. 146 








65 a 


82 


S. 193 








96 a 


102 


N. 828 






• 


108 a 
238 a 


124 

266 




- 






284 a 


305 



8 Luglio 

16 

42 

83 
131 
175 
197 
240 
255 
260 
265 
277 
298 
343 



8 


9 


7 


8 


4 


10 


A 


10 


10 


12 


6 


3 


U 


13 


6 


5 


6 


4 


5 


10 


6 


5 


8 


6 


8 


6 



Limite Z. poi. 



9 Luglio 

25 
49 
87 







6 


7 


4 


8 


5 


3 



Da 81» 30™ a 9h 50™ 

getti e nubi frastagliate 

getti con nube in cima 

crom. alla 

idem 

gruppo di 3 getti filari con nube in cima 

bui gerhe 

massa di nubi filari e getti 

getti obliqui 

simili legati alla base col prcced. 

crom. a gettarelli 

getto debole 

getto a due teste rovescie 

gruppo di due getti divergenti 

N. 21 FacòIe 53 a 75 
S. 145 98 a 124 

S. 193 215 a 250 lineare 

N. 230 253 a 263 

274 a 292 

Da 8b 0™ a 9h 48™ 

gruppo di due getti filosi ' 
crom. sfrangiata 
bel getto vivo basso 

42 



— 322 — 
TAVOLA I. (Q)ntimia) 

POSIZIONE, ALTEZZA) LARGHEZZA E CARATTERI DELLE PROTUBERANZE E DELLE FACOLE 



POSI Sion E 



27 Giugno 
(manca) 

28 Giugno 

17 
22 

59 

9S 
107 
120 
130 
180 
191 
202 
227 
286 
246 
266 
282 
290 
298 
814 
850 



ALT. 



8 
6 

12 

10 
5 
5 

16 
6 
4 
8 
9 
7 
6 
5 
4 
5 
8 

12 
7 



Limili 



29 Giugno 

11 

15 

24 
65 a 86 
• 80 

97 
108 
li6 
127 
161 
183 
195 
210 
247 
255 
268 
275 
286 
293 
811 
848 



LA.1. 



5 

3 

12 

7 

6 

10 

13 

13 

3 

5 

3 

5 

10 

3 

5 

5 

3 

8 

5 



CARATTERE E NOTE 



Tempo cattivo 



Da 8h 35*" a 9h 40™ 

getto cou nuL« 

getto piccolo 

nube Tasta ad archi con 4 colonne 

due getli congiunti con arco 

nubi baste 

idem 

gran getto obliquo debole verso il polo 

nubi basse frastagliate 

piccolo nubi 

uube alta viva al limite, ecc. 

getto vivo, storto 

due getti congiunti con arco 

cromosfera alta con piccole nubi 

piccolo getto 

nube basta 

idfm 

getto alto vivo 

gruppo di alberi e getti (Itouqnet) 

nube filamentosa 



N. = 8» 
S. 157 
S. 198 
N. 323 



Facole da 



37 a 


60 


78 a 


86 


97 a 


127 


242 a 


260 


278 a 


288 



5 


6 


4 


2 


8 


6 


10 


21 


12 


• • t 


10 


6 


10 


8 


13 


6 


10 


10 


7 


6 


5 


5 


6 


8 


5 


7 


6 


3 


11 


2 


8 


9 


5 


2 


6 


3 


7 


5 


8 


6 


8 


6 



Da 9h iint. a lOb 10'" 



nube leggera 
piccolo cumulo 

bella massa di nubi a filamenti 
massa spettacolosa di nubi e complicatis- 
sima. Massimo a 80° 
due grandi e vivitt. getti cong. con arco 
nulli leggere 

due getti con nube altissima 
getti e nubi cellulari 
nule al limita 8. 
nube al polo 
nube dispersa 
cromosfera alta al limite 
piccola nube e getto 
getto obliquo alto, leggero verso l'Eq. 
gruppo di getti obliqui vivi 
piccolo getto vivo 
idem 

piccoli getti e nubi 
massa filamentoia 
cumulo debole 



Limiti N. 18 
8. 161 
8. 207 
N. 330 
Prom? 344 



30 Giugno 

10 

25 

50 

56 

89 

96 
103 
108 



8 


6 


4 


10 


10 


8 


7 


A 


6 


4 


7 


6 


10 


5 


7 


6 



Facole da 96 a 107 
116 a 136 
207 a 212 
244 a 256 
291 a 298 

Da 8h 35"» a 9h 50" 



lo 



cumulo debole a filamenti 

cromosfera sfrangiata all'orb 

getti fini obliqui 

idem 

cumulo 

cumulo filamentoso 

getto vivo moliilissimo curvo. 2 figuc^ 

ammatso di getti fini 



POSIIIORE 



Segue 
30 Gingno 

124 
133 

152 

160 
170 
202 
237 
274 
8U2 



A.LT. 




10 

5 
6 
6 
5 
8 
4 
4 
5 



8 

6 

5 

A 

2 

10 

10 

20 

4 



Limiti 18 N. 
154 S. 
206 S. 
337 N. 



1 Luglio 

7 

17 

47 

67 

79 

95 
107 
127 
132 
160 
195 
213 
264 
291 
307 
347 



6 


6 


5 


8 


8 


5 


5 


4 


5 


10 


8 


10 


8 


10 


11 


4 


6 


5 


8 


5 


6 


15 


6 


3 


7 


6 


4 


10 


5 


3 


8 


5 



gel a fi 


ni obliqui 


filari 




crom. 


alU tfilaU 






piccola 


nube 






idem 








idem 








nube debole a filamenti 


: al Unite 


crom. 


sfrangiata 






idem 








piccola 


cumulo (f 


oca roba di questo Utoj 




Facole da 


39 a 


46 






49 a 


5$ 






65 a 


69 






101 a 


ilo 






ll9 a 


ISO 






205 a 


214 






240 a 


26: 






291 a 


293 




Da gh 25«» a 9»» 45" 



nube debole 

due getti 

iJ. congiunti, fasci di fili obi. ?eno il p oio 

cumulo basso sfrangiato 

fiamme «ive acute mobili (prec. laouechi^) 

gr. matta lucida di fiamme e getti ffraai. 

altra massa simile alla prec- ma [lià Ulb 

getto alto viro di filamenti 

altro simile (non uniti) 

nube a filetti leggeri 

catena di picc. getti e oulii al lintlr 

piccoli getti vi%i, maccbieUe 

due getti uniti con un arco 

piccoli getti avanti alla macchia 

piccoli getti filamentosi 

nube di filamenti 



LimiU 15 N. 

154 8. 

195 8. 

328 N. 
Prom. a 346 



Facole da 



SS 

60 



4} 
SS 



alla nube 



2 Luglio 

14 

40 
49 
5J9 
69 
81 
94 

104 
117 
132 
159 
180 
196 
218 
276 
299 
304 



8 




6 




8 




6 




5 


10 


8 




5 




7 




6 




8 




7 




4 




8 




10 


11 


8 




5 




8 





103 a iii 
127 a U8 
230 a 257 
275 a SiS 
D4 Bb 50"* a lOh 10" 



Nubi con fili e getti beUissimi 
piccolo getto a nube 
due g'stti a filamenti 
idem 



sulla macc Doe (( 



Limiti 14 N. 
156 8. 
201 S. 
328 N. 



crom. viva sfrangiata 

getti lin. vivi mob. s 

idem 

getto a due tette 

getto obliquo a filamenti 

gruppo di getti divergenti delicati 

nube intrigata al limite 

batti getti polari 

due getti congiunti 

ma^nif. gruppo celi ni. da 3 g^lli 

due getti meiaani 

due getti filosi bellissimi 

idem 

Facole da 57 a 91 

97 a 117 

150 a 159 

242 a 261 

275 a 284 



~ 323 — 
TAVOLA !• {Continua) 

POSIZIONE, ALTEZZA, LARGHEZZA E CARATTERI DELLE PROTUBERANZE E DELLE FACOLE 



1 



POSIIIOHK 


ALT. 


LA«. 


t Loglio 




11 


8 


5 


39 


12 


s 


48 


5 


2 


57 


5 


4 


75 


6 


4 


82 


10 


6 


97 


8 


7 


107 


8 


8 


128 


4 


8 


iS8 


6 


6 


192 


6 


5 


242 


5 


8 


2S0 


8 


S 


270 


6 


5 


SOO 


7 


2 



CARATTERE E NOTE 



Ltmìlt Z. poi. 



M Loglio 

12 

26 
41 

7S 

82 
108 
107 
124 
160 
194 
248 
259 
272 
846 



5 


10 


5 


8 


4 


6 


10 


2 


10 


8 


7 


5 


5 


8 


6 


8 


9 


10 


10 


U 


8 


7 


4 


10 


8 


7 


7 


6 



Limili Z. poi. 



5 Luglio 

8 

26 

50 

78 
102 
109 
128 
154 
194 
234 
253 
287 
359 



7 


8 


6 


6 


8 


10 


8 


8 


7 


7 


6 


5 


5 


4 


7 


10 


10 


7 


5 


2 


4 


10 


7 


6 


7 


6 



Limiti N. 
S. 

Faeolc òa 50 a 52 

60 a 79 

103 a 111 

117 a 132 



Da 8b 7™ ant. a 9k 56'° (Aria eatUra) 

getti a filamenti deciti 

g. V. da cui parte una nube lun. 8^, alta assai 

piccolo getto 

gruppetto di getti 

gruppo di fili e getti vivi 

altro più alto e lungo 

getto vivo a due cime divergenti 

8 g. V. un. in cima» con n. estesa rer. il polo 

pieeolisnimi inetti 

due getti oM. vivi, congiunti in alto 

due getti piccoli vìtì obliqui 

cumult) vivo 

2 getti a fungo con cappello alto 
getti a filamenti inclinati 

getto con coda ripiegala lunga 5? 

. N. 13 Fecole da 53 a 87 

S. 155 103 a 121 

8. 207 237 a 260 

N. 330 271 a 275 

277 a 283 
287 a 292 
297 a 308 

Da 8h 25"» a 9h 50™ 

tre getti piccoli 

getto al limite 

crom. alta e getlini 

nube isolata 

getti fini term. in nnbe lontana q. stacc. 

nube isolata a Bàtto 

piccolo cumulo 

nubi basse 

getti e nubi che le coogiungono 

quattro getti e nubi in alto 

molti getti deboli • 

crom. viva assai 

bel gruppo di getti e fili 

gruppo di fili sottili fianhi 

N. 23 Fecole da 62 a 83 

8. 147 100 a 106 

S. i93 112 a 130 

N. 353 235 a 244 

256 a 263 
287 a 295 
300 a 303 

Da 8h 50*" a 9h 50*" 

3 getti uniti con archi 
2 gatti deboli con nubi 
2 getti obliqui con nube 
gruppo di getti fini 
massa viva 

fili obliqui 

getti deboli 

gruppo di getti, 6 almeno legati da archi 

gruppo di filamenti obliqui grasiosi 

piccoli getti 

catena di fiammelle 

molli fili curvi, getti 

2 grossi e vivi getti uniti in cima 

22 8. 196 

i46 N. 332 



242 

241 
268 
300 



250 
263 
284 
314 



POSItlORB 



6 Luglio 

16 

38 

58 

78 
109 
125 
144 
163 
197 
212 
221 . 
251 
291 
345 



ALT. 



6 
8 

6 
4 

10 
8 
4 
6 
8 
4 
5 
6 

10 
5 



LAm. 



7 
9 

IQ 
2 

12 

10 
10 
13 

4 
10 

1 
10 
12 

5 



CARATTERE E NOTE 



Limiti N. 18 
8. 162 
S. 207 
N. 323 



7 Luglio 

17 

33 

60 

69 

76 

99 
122 
155 a 172 
Medie 162 
194 
259 
291 
344 



7 


8 


10 


11 


5 


10 


6 


5 


5 


8 


4 


10 


8 


12 


10 


17 


12 


5 


4 


5 


8 


10 


10 


5 



Limiti Z. poi. 



8 Luglio 

16 

42 

83 
131 
175 
197 
240 
255 
260 
265 
277 
298 
343 



8 


9 


7 


8 


4 


10 


4 


10 


10 


12 


6 


3 


U 


13 


6 


5 


6 


4 


5 


10 


6 


5 


8 


6 


8 


6 



Da 8l> 20™ a 91> 50™ (Aria buona) 

due ammassi di getti a due cime 

due massi di getti congiunti con arco 

4 getti con archi 

piccolo getto 

ammt di g. complicati belli cong. col seg. 

getto grosso obliquo e molti piccoli 

piccoli getti 

getti e fili diffusi 

bel getto con ricasco alla cima 

cromosfera sfrangiata 

piccolo getto 

3 grossi getti congiunti sulle facole 

gruppo di 4 getti sfrangiati 

2 getti separati 

Facole da 47 a 49 

64 a 80 

99 a ilo 

231 a 262 

271 a 283 

Da 8h 25™ a 9b 35™ (Aria buona assai) 



nube di getti 
getti e nube 
nubi basse 
getti fini 
getto e nube 
nubi basse 
getti e nubi 

gruppo di getti 



numerosi e 



ricchi 



getto con nube alta 
nnbe e getti 
getti e nubi 
getto obliquo 

ff. 13 Facole 

8. 146 
S. 198 
N. 328 



da 43 a 

65 a 

96 a 

' 108 a 

238 a 

284 a 



Da 8b 30™ a 9h 50™ 



48 

82 

102 

124 

266 
305 



Limite Z. poi. 



9 Luglio 






25 

49 
87 


6 
4 
5 


7 
8 
3 



getti e nubi frastagliate 

getti con nube in cima 

crom. alla 

idem 

gruppo di 3 getti filari con nube in cima 

bel gerhó 

massa di nubi filari e getti 

getti obliqui 

simili legati alla base col prcced. 

crom. a gettarelli 

getto debole 

getto a due teste rovescie 

gruppo di due getti divergenti 

N. 21 Fucole 53 a 75 
S. 145 98 a 124 

8. 193 215 a 250 lineare 

N. 230 253 a 263 

274 a 292 

Da 81» 0™ a 9h 48™ 

gruppo di due getti filosi 
crom. sfrangiata 
bel getto vivo basso 

42 



324 



• TAVOLA I. {Continua) 

POSIZIONE, ALTEZZA, LARGHEZZA E CARATTERI DELLE PROTUBERANZE E DELLE FACOLE 



P08II10HE 



ALT. 



Segue 
9 Luglio 

iiO 
116 
181 
105 
226 
280 
241 
247 
260 
270 
289 
294 
850 



LAB 



■I 



CARATTERE E NOTE 



12 

6 
6 
8 
6 

10 
8 

12 
5 

12 
6 

10 
7 



5 
7 
2 

10 

7 

282 

«250 

= 18 

10 

10 

5 

6 

8 



bellissima fiamma a gerbe 

bel gruppo di getti fini come erbe 

nube fiacca 

gruppo di due getti filari belli 

getti filari fini 

massa di tre superbi getti 

filaraeotosi; alta e bella 

assai 
crom. sfrangiata sulla macchia 
altro bei gruppo di due getti filosi 
getti a fili 

nube sospesa isolata di fili 
getti a fili 



Limili N = 26 


Facolc da 


53 a 57 


8 = 58 




68 a 67 


Pruro. = 180 




74 a 80 


8 = 208 




99 a 115 


Na= 880 




222 a 265 




• 


287 a 294 
804 a 320 






10 Luglio 




44 


4 


57 


4 


67 


6 


88 


5 


96 


6 


108 


6 


110 


8 


119 


5 


165 


8 


185 


4 


248 


16 



264 
277 
285 

297 
802 
850 



6 
7 
10 
14 
8 
8 



10 

10 

7 

2 

5 

8 

7 

6 

5 

5 

13 

5 

12 

8 

10 

10 

7 



Da 7h 80*" a 9Ii 15"> 

crom. alta sfrangiaU 

idem 

nul>c piegata sopra nubi 

piccolo getto 

nulic debole 

idem 

getti vivi curvi 

gelti viviisimi bassi, fiamme mobili 

bel gruppo di fili 

cromosfera viva 

aro? di 3 g. altiss. curvi» log. in e. da archi 

(enormi 
tutto questu 
formsi una sola 
massa da 272 

»zor 



bel gruppetto di fili 
nubi ad archi 
getto filoso alto curvo 
n. altiss. isol. fil. 
gruppo di 3 g. con archi 
fascio di getti filosi 



Limiti Z. poi. N 

8 

Prom? 

8 

N; 



11 Luglio 

17 

68 
105 
113 
120 
142 
160 
196 
218 
288 
253 
278 



10 
8 
5 
6 
7 
7 
8 
6 
4 

12 
5 
5 



14 

7 

10 

5 

6 

10 
7 
8 
8 
12 
7 
6 



'• 18 Facole da 14 a 
141 60 a 83 

170 106 a 122 

201 135 a 143 

352 230 a 258 

284 a 302 

Da 8h 0™ a 9h 45"* 



gruppo di 4 getti legati da 8 a 22^ 
superbo getto curvo filare 
piccoli gotti e nubi- 
bel getto fino lavorato 
superbo gruppo di getti fini ricurvi 
superbo getto a fili divergenti e volanti 
bel gruppo di fili curvi e getti 
piccole nubi al limite 
due piccoli getti 

raasM viva e getti curvi ahi da 232 a 246 
piccole masse Incide 
bel gruppo di fili e getti 



POSIIIOIIE 



ALT. 



LAI. 



Segue 
11 Luglio 



288 
298 
800 
846 



CiRATTERE E NOTE 



10 
12 

10 
8 



10 «tre grudi getti enormi i laagb. tobU à 

8 i legati d4 archi , e cosa < 278 a 305 sii. 

7 I 9 superba indescrivibile ' 

6 I beila massa di fili 

NB. Questi fili da tre giorni si vedono benissimo roneperl'tfii. 

Limiti Z. poi. N = 18 Facile da 60 a 83 

8 = 161 107 a il5 

8 = 198 137 a i50 

N r= 880 230 a 214 

X 245 s 260 

281 a SOO 



12 Luglio 



27 

51 

64 

72 

91 

114 

162 

184 

197 

220 

232 

244 

255 

270 

277 

296 

800 

806 

348 



6 
7 
8 
5 
6 
7 
6 
4 
6 

10 
8 
5 
6 
6 
8 
8 

10 
8 
7 



9 
5 
6 
8 
5 

12 
8 
8 
5 

10 
7 
8 

10 
5 
5 

290 
aSiO 
= 20 



8 
Limiti Z. poi, N =3 30 
S= 161 



Giornata cattiva, e la figura è solo approt- 
simata ed interrotta più volte: &lle 
8h 22™ alle lOh 45"* 

tre gt'tti non riuniti 

gruppo di fili 

bel getto di fili obli<jui curvi 

crom. alta viva 

piccoli getti filosi 

arco sollevato 

due gruppi di getli 

crom. alta slVangiala 

getti piccoli 

getto grande curvo che va rrrso il te:;. 

amm?di g. filam. cong. al prec. da 218 ittì 

piccoli getti 

mucchio di getti 

ammisso lucido 

fili curvi belli 

massa di tre grossi getti 

uniti ila archi al solito 

e tutti filamentosi 
gruppo di fili 

Facolc da 52 a 72 
110 a 126 



8 = 196 

N = S30 

Promont! = 859 



13 Luglio 

23 

59 

94 

117 

138 
168 
206 
216 a 240 

243 

250 



259 
275 
303 « 315 
818 
346 



6 

4 
7 
6 
6 
6 
5 
18 

5 
8 



146 a i50 
220 a 242 
250 a 261 
270 a 2$6 

Da 8H 15™ a 9li 45" 



6 
8 
8 
8 
8 

Prom? 
Lim. poi. N 



8 
10 
4 
8 
3 
5 
7 
24 

3 
6 

8 
8 

12 
9 
7 

7 



25 mal terminate 
5 = 151 le ione poi. 
Prom? 192 " 
8 = 206 
Ns:822 



Fumo leggero 

peluria alta 

getto a incudine 

due gruppi dì getti bassi 

getto con nube ripiegata 

2 getti uniti in cima 

piccoli getti filari 

massa enorme di gotti iacr. impossibile i 

descrivere. V. il giom. per lo rtodi'> 
getti vi. issimi sotto un arco 
2 g. un. fra loro calla massa prec., che u 

da 216 B 258? ^ 11** ài lat. 
piccolj getto con arco 
piccolo getto a tre ordini 
gruppo di 3 g. leg. in cima, leg. col leg- 
seguito al prec., ma leggero 
getti con nube in alto 

Facolc da 65 a '^ 
97 a 101 

110 a Ui 
2S6 a 262 
173 a 291 

296 a S07 



_ 325 ~ 
TAVOLA I. {Continua) 

POSIZIONE, ALTEZZA, LARG^ZZA E CARATTERI DELLE PROTUBERANZE E DELLE FACOLE 



VOIISIOKZ 



i4 Loglio 

i6 

87 
127 
i56 
i64 
19S 
2Si 
246 
260 
270 
279 
280 
SOS 
S46 



ALT. 



5 

4 
5 
5 
7 
4 

iS 
8 
7 
8 
4 
8 

IO 
8 



LAB. 



2 

iO 
6 
6 
4 
6 

19 
6 
5 
1 
2 
1 

11 
7 



CARATTERE E NOTE 



Da 7h 62*" a 9h SO™ 
(Aria cattiva, semiperimetro mollo povero) 

piccolo getto ifamato 

eromoefera alta 

piccole promi Dense 

piccole frange 

bel getto obliquo filare 

cromo» fefìi sfumata al limite 

da 220 a 239, 3 gr. g. uuiti per archi in cim4 

getto dopi 'io imbrogliato 

due piccoli getti carvi legati 

piccolo getto con oabe alta lunga 6" 

piccolo getto vivissimo a fiamme mobili 

p. g. fino, ma ripiegato con n. di 6° ad aog. 

bel gruppo di 3 g. con archi leg. in cima 

getti filari e nobi 



Limiti Z. poi. N =s 



N 
8 
S 

N 



17 

137 

197 
330 



Facule da 


40 a 


44 




61 a 


73 




102 a 


131 




228 a 


249 




274 a 


297 



15 Luglio 


• 




52 


6 


2 


82 


5 


4 


97 


6 


7 


161 


7 


4 


189 


6 


6 


212 




2 


220 




1 


232 


16 


12 


255 




6 


276 




5 


287 




6 


294 




3 


307 




12 


312 


6 


10 


316 


8 


6 


356 


6 


8 



Limite 17 N. 
168 8. 
192 S. 
SSIN. 



Da 8»» 0™ a 9h 20™ 
{•*• conforme, — non conforme allipotesii ecc.) 

pennacchio curvo — 

cumulo sfilato — 

pennacchio curvo "*" 

due getti uniti in cima -«- 

fili rari verticali =*= 

grtto curro ~~ 

piccolo getto curvo "<- 

magnifico gruppo di getti alti •«- 

getto con nube a fumo =^ 

fiamme vive* "♦• 

getti vivissimi sulle prok H- 

idem -*• 

getto con nube -*" 

getti ■*• 

getto con fili raccolto "*" 

getti verticali / * 

Facole da 



31 a 40 

55 a 70 piccole 

91 a 95 
101 a 119 
236 a 252 
274 a 292 
310 a 314 



16 Luglio 

0« 

26 

55 

67 

73 

93 
107 
165 
192 
215 
225 
254 
268 
277 
284 



7 


5 


4 


2 


6 


5 


6 


3 


4 


4 


7 


2 


6 


2 


6 


5 


7 


10 


5 


2 


8 


4 


9 


8 


10 


6 


10 


8 


6 


1 



Conformi 9 ; difformi 8. 



Da 9h 0™ a lOh |0'" 

getti verticali 

getto con nube (dir. ine. ?) 

4 getti cnrvttti 

3 getti curvi 

gKtti curvi 

getto a tre piani 

getto con nube 

getti rari verticali 

getti belli piegati 

piccolo getto incl. 

getto con nubi 

bellissimo gruppo con code 

bel gruppo legato col s<*g> 

idem col prec. 

piccolo getto verticale 



P08IS10HE 



Segue 
16 Luglio 

297 
320 
356 



ALT 



8 

7 
6 



LAB. 



CARATTERE E NOTE 



Limiti 



Facole a 



2 

4 
4 

25 N. 
130 S. 
193 8. 
S20N. 
360 



getto con nube lunga 16** 

gvtti uniti 

getti uniti coi primi vertic. 



Facole 


da 


82 a 


38 






56 a 


70 






106 a 


117 






232 a 


260 






282 a 


298 






17 Luglio 

0» 0' 

12 

64 

74 

80 

87 

97 
111 
122 
160 
196 
224 
246 
255 
285 
308 
346 



Cooformi 10 , difformi 2. 

Da 8h 0" a 9h 20™ 

getti rari 

getti piegati 

getti piccoli sulla macchia 

getti vivi inclinati 

due getti viviss. prec. la m. di domani 

getti vivi bassi 

getti vari in senso diverso 

massa lucida sfilata 

getto con nube sospesa 

bel gruppo di getti 

gruppo incrociato 

getto inclinato 

fili inclinati opp. connessi colla seguente 

superbo gruppo inclinato 

piccoli fili alti 

piccoli getti inclinati 

gruppo di fili verticali 

poi. = 12 N. 
154 S. 
196 S. alla prot. 
341 N. 

Facole da 56 a 72 con macchia 



6 


5 


5 


4 


5 


2 


4 


2 


4 


3 


5 


2 


8 


7 


4 


S 


6 


8 


10 


8 


8 


10 


8 


4 


5 


6 


10 


10 


3 


5 


5 


3 


8 


5 



Limiti Z. 



109 a 131 
228 a 239 
248 a 261 
288 a 290 

Conformi 8 , 



id. 



18 Luglio 

11 

59 

65 

70 

83 

94 
103 
123 
169 
199 
234 
254 
260 
265 
281 
306 
321 
348' 
357 



8 




3 




3 




7 




5 




8 




4 




6 




8 




8 




8 




6 




8 




6 




. 5 




6 




5 


2 


8 


8 


7 


7 



difformi 5. 
Da Sh a 9h 45™ 



Limiti 10 N 
152 8 
197 S 



getto verticale a fiore 

piccola elevai ione 

idem 

getto fino con nube lunga di 10" 

massa viva 

getti ripiegati con nebbia 

getto fino con nube lunga 7" 

getto filare, con nube sospesa 

getti filari 

getti incrociati distinti 

getti ben distinti curvi 

getto vivo 

getto vivo tn basso che si rovescia 

alto (importante) 
piccolo getto basso 
pìccoli getti inclinati rovesci 
idem 

getti ricascanti a pioggia filare 
bei fili verticali 

alla prot. Facole da 55 a 84 

'^ 104 a 123 

245 a 253 
283 a 800 



^ 



in 



y^ 



— 326 — 
TAVOLA I. {Continua) 

POSIZIONE, ALTEZZA, LARGOEZZA E CARATTERI DELLE PROTUBERANZE E DELLE FACOLE 



POSIXIOPI 


ALT. 


LAB. 


19 Laglio 




i 


4 




11 


6 




51 


4 




60 


8 




70 


8 




77 


S 




88 


8 




99 


4 




107 


9 




114 


6 




12S 


8 




168 


6 




201 


7 




2<2 


8 




240 


6 




2i7 


5 




258 


8 




284 


S 




S20 


5 


8 


848 


6 


8 



CARATTERE E NOTE 



Limite 



7 N. 
154 S. 
188 8. 



20- Loglio 

10 

44 

69 

85 

99 
105 
115 
123 
173 
187 
207 
245 
257 
265 
272 
293 
821 
334 
350 







8 


5 


8 


10 


10 


5 


6 


8 


6 


5 


7 


10 


6 


8 


8 


5 


7 


8 


4 


3 


5 


5 


8 


8 


7 


lo 


10 


8 


5 


1 


4 


2 


8 


10 


9 


6 


7 


8 



Di 8>i S^n a 9h 15"° 

piceoli fili Terttcali -«- 

fili oLlif^ni — 

getti confuti bassi 

getto forte alto — 

getti forti e vivi — 

cumulo viro 
idem 

nube fiacca 

piccolo getto ■*- 

getto a fili -«- 

getto a fili opposto al precedente — < 

getto a fili -«- 

bei getti a fiore» domina il ■«- 

bellissimo fiore •«• 

sistema di baffi alti «^ 

fili e baffi baui ^ 

magnifico fiore :*: 

crom. viva 

prot. basse a fili -^ 

fili quasi verticali — 

Facolc da 65 a 89 
99 a 131 

210 a 214 

22i a 222 

240 a 254 

279 a 296 
Coinc. 8 , disc. 6> 

Da 7h 50™ a 9h 30*» 

bei getti a fili concordanti h- 

piccoli getti bassj 

getti con nube staccata a distansa •+- 

massa lucida 

getti a fili ' H- 

massa filare connessa colla seguente •4* 

idem colla precedente h- 

massa di getti forti opposti — 

massa poUre divisa in due verii ^ 

piccoli getti dritti 

getti a Gli inclinali •*- 

superbi 5 getti filari -+• 

6 altri bellissimi getti filari -»- 

bcllissiuto getto -f* 

piccolo gelto curvo «^ 

piccolo getto vivo a fiore 

belliss.grup. di 3 g.iocr. e rov* in e. domina-f* 

4 bei getti filari — 

getti verticali -f* 

Facole da 



21 Luglio 

10 

18 

77 
100 
118 
125 
137 
175 
195 
237 
241 
244 
246 



Limite 15 N. Facole da 67 a 82 

148 S. 100 a 122 

186 S. 229 a 254 

276 a 307 
Conc. ss 11 t di4c. =s 8 

Da 8I« 6"* a 9h 35"> 



4 




8 




4 




6 




4 




7 




3 




8 




5 




7 




6 




5 




5 


2 



massa confusa 

getti obliqui con nubi in alto 

varii piccoli getti incl.nali 

pìccolo getto a fiore 

fili inclinati 

bei fili inclinati 

fili inclinati 

getti in varii sensi al polo 

massa Incida a fili 

gett: filari belli 

grtto vivo inclinato 

bel getto vivo suJla macchia che la precede 

getto opposto sulla macchia 



4- 
•4- 



Segue 
21 Luglio 

300 
313 
324 
355 



ALT. 


LAB. 


6 


8 


8 


6 


9 


5 


8 


6 



23 Luglio 

12 

21 

64 

74 

80 

87 
102 
108 
118 
122 
130 
170 
180 
206 
230 
243 
248 
254 
280 
307 
330 
352 



bel gruppo di fili 
gruppo di getti incrociato domisi 
liei getti in sensi diversi 
getti con ricasco a pioggia 

Limite 15 N. Facole 36 a 42 

157 S. 62 a 79 

196 8. 97 a li4 

336 N. 207 a 2i6 

227 a 854 
287 « 308 
Conc. 10 , Disc. 3. 

Da 7h 48*" a 9ii 50" 



bella filare debole - 

idem 

magnifico gruppo di getti fini ^ 

getti deboli, e nube luoga lOf 

viva poco inclinata "^ 

piccola 

filare rara * 

magnifici fili rari ' 

bel gruppo di fili inelbi'ti 

3 bei getti distia tissimi incl. eoo nalic * 

getto con nube 

varii getti bassi ma vivissimi - 

getto con lunga nube che srrìTi al t6^- ^ 

gruppo di getti con fumo 

getti vertic di al polo * 

Facole da 55 a 68 
iOO a 180 
234 a 248 
254 a 260 
287 a 301 
Conc. 9 , disc* 1* 

Da 8h 30" a 



22 Luglio 


« 




10 


8 


5 


22 


7 


8 


74 


10 


12 


83 


7 


3 


108 


5 


3 


154 


4 


2 


173 


8 


4 


180 


S 


6 


198 


7 


5 


241 


9 


10 


282 


5 


3 


292 


3 


5 


319 


8 


5 


328 


8 


10 


352 


7 


8 



Limiti UN. 
157 8. 
196 8. 
326 fr. 







6 


5 


6 


4 


10 


8 


20 


7 


7 


5 


6 


5 


3 


2 


4 


3 


5 


3 


10 


5 


5 


8 


6 


5 


7 


7 


6 


5 


7 


10 


9 


5 


5 


3 


6 


3 


7 


5 


4 


2 


8 


5 


6 


5 



Limiti 6 N. 
146 S. 
192 S. 

330 K. 



9h35" 

due getti filari connessi eoo nabe ~ 
m^ssa debole filosa , ^ 
prima parte della gran maiia di geU» '[^ 
grosso getto della gran massa unita 

getto inclinato bello filare ^ 

altro simile. Nube fra i dae ^ 

piccolo gruppetto di fili ^ 

idem ^ 

massa lucida ^ 
nube filare sospesa 

massa di fili quasi orìss. ^ 

fili quasi verticali ^ 

fili obliqui rari « 
bei getti di fili incl. 
3 g., 2 in senso opp., 1 fert. in «k»»" ; 

2 belli fiocchi filjri ^ 
bei fili vivissimi sulla m^ccbia 
getto lucido rovesciato io alto 

due bei getti vivi ^ 

piccolo getto basso -^ 
due magnifici baffi filari 
tre getti filari verticali 

Facole da 48 a 68 

79 a 84 

95 a 181 
224 a 883 
239 a 861 
280 a 896 

Conc 12, disc. 4. 



— 327 — 
TAVOLA !• {Continua) 

POSIZIONE, ALTEZZA, LARGHEZZA E CARATTERI DELLE PROTUBERANZE E DELLE FACOLE 



POSISIOVE 



24 Luglio 

13 

25 

65 

72 

80 

87 

92 
i02 
126 
139 
155 
176 
194 
212 
238 
> 248 
255 
290 
312 
322 
341 



25 Loglio 

16 
53 a 63 
63 a 73 
73 a 83 
83 a 90 

112 

125 

133 

145 

167 

181 

202 

235 

267 

279 

310 

322 

328 

350 

Limite 



ALT. 



5 

6 

7 

15 

22 

18 

6 

4 

5 

6 

5 

5 

4 

5 

6 

6 

6 

5 

10 

8 

8 



5 
12 
13 
11 

8 
7 
10 
6 
5 
5 
5 
6 
4 
6 
8 
5 
6 
5 
3 



LAI. 



7 

4 

5 
8 

10 
10 
5 
2 
3 
5 
3 
4 
7 
6 
8 
2 
10 
5 
8 
6 
5 



CARATTERE E NOTE 



Da lOh 8"* a Uh 8"* 

filare piegata -f- 

2 getti filali + 
1* getto della gr. massa che va da 62° a 94^ + 
2^ getto con nnlù + 
3^ getto più alto di tatti e nuli "+• 

3 getti aniti cogli altri -4- 
ultimo getto hasso 4- 
piccolo getto 

5 etti rari H- 

getti leggeri + 

piccoli getti H- 
idem 

cromosfera alta 

getli inclinati -h 
▼arii getti rivi e ponte sulla macchia "+• 

getto con arco di nake fina -f- 

varii getti code delle macchie + 

massa oMiqua viva + 

nube filare sospesa -h 

getto di fili + 
geltarelli Lassi 

(Mancano i limiti) 




Faoole da 



51 

75 

91 

243 

285 



64 

78 

106 

252 

296 



Segue 
26 Luglio 

130 
170 
187 
223 
238 
274 
279 
300 
816 



5 


2 


4 


10 


7 


5 


4 


6 


4 


2 


6 


3 


6 


4 


5 


3 


5 


4 



Limiti 5 N. 
140 S. 
Fecola 165 

191 8. 
321 N. 



piccolo getto 

fili fini bassi inclinati 

bei getti filari 

fili obliqui 

piccoli getti 

getto filare 

idem (uno contro l'altro) 

getti piccoli 

piccoli baffi 

Fucole da 49 a 75 

97 a 115 

230 a 260 

314 a 321 



4- 



27 Luglio 



5 

10 

10 

10 

7 

6 

5 

7 

5 

10 
12 
5 
2 
8 
7 
3 
3 
5 
10 



Z. poi. 20 
129 
195 
328 

Faoila 357 



Conc. r= 17, disc. 0. 

Da 8h 15'" a lOh 0'*^ -, 

8 bei baffi filosi 

superba masu di getti intrec. domina 

continua ma più viva 

segue 

fine della gran massa ad archi 

bei getti con nubi 

uube filare 

getti filosi 

due piccoli getti 

altri getti contrarli 

fili di crom. alta 

getti filosi 

piccolo getto 

fili paralleli al lembo 

getti belli 

piccoli fili 

fili deboli 

fili belli 

piccole punte 

V. Fecole da 50 

S. 92 

8. 242 

N. 280 



4- 
4- 



Conc. = 12 , disc. = 3. 

Da 7h A2^ a lOh 15'" (con interr.) 



4- 
4- 



62 
128 
268 
300 



26 Loglio 

15 
25 
57 
72 

78 
92 

114 

120 



5 


6 


5 


5 


8 


10 


12 


6 


5 


4 


6 


3 


8 


5 


8 


5 



Conc. 10, disc. 4. 

Da 8h 10°> a 9h 0°> 
(figura imperfetta) 
fili verticali 
getli filari 
getti filari a baffi 
altri getti bassi con filari alti 
piccoli getti vivi 
due getti assai oblicpii 
getti obliqui rovesci 
getti in sensi diversi domina 



4- 

4- 
4- 



9 5 4 piccoli fili intrigai dritti 

22 5 4 fili rovesci 

46 6 4 fili inclinati 

60 16 10 ipagnifici getti obliqui 

70 5 8 fili leggeri sulla macchia 

80 6 3 getto vivo 

97 4 2 piccoli getti 

124 13 10 fiocco in tutti i sensi domina in allo 

171 5 8 tre getti belli tn difi*. diretione 

181 4 2 piccolo getto 

196 5 2 getto obliquo 

245 4 3 piccolo getto 

254 3 8 piccoli getti vivi alla nuvola 

267 8 2 piccolo getto 

320 6 3 getto filare obliquo 

350 5 18 getti filari verticali 

Limite 4 N. Fecole da 41 a 49 

154 S. 62 a 80 

204 S. 106 a 121 

322 N. 236 a 260 

282 a 302 
Conc. 9 , disc. 3. 

28 Luglio Da 8h 10™ a 9h 40"> 

(Interrotta da nubi ~- Aria cattiva) 

15 6 3 bel baerò 

31 5 2 bel getto obliquo 

55 8 6 4 bei getti paralleli obliqui 

64 6 2 piccolo getto rovescio 

76 4 5 massa lucida ; fondo chiaro 

86 4 3 idem 

113 -6 8 massa filare obliqua 

124 10 7 3 bei getti voltati in cima 

136 8 4 bel getto piegato con nube filare 

167 5 4 piccoli getti curvi 

182 3 4 idem 

193 6 4 bel bafib 

260 6 20 vivissimi getti presso le macchie 

250 a 270 fiamme 

290 8 10 cromosf. viva, pelosa 

314 4 6 getti (si vede male) 

356 I 5 3 massa confusa ^ 

Oggi le nubi in aria sono filose come le protuberanie. 

Limiti 10 N. Facole da 39 a 51 da 220 a 235 
144 8. 62 a 82 240 a 260 

195 S. 93 a 136 273 a 800 

826 N. 193 a 200 

Conc. 8 , disc. 2. 



4- 

4- 

4- 
4- 

4- 



4- 
4- 

4- 



4- 
4- 
4- 



— 328 — 
TAVOLA I. {Contitiua) 

PUSIZION£> ALTEZZA, LARGHEZZA E CARATTERI DELLE PROTUBERANZE E DELLE FACOLE 



POSIIIOHS 


ALT. 


LAI. 


29 Luglio 


17 


10 


8 


64 


8 


2 


72 


6 


5 


81 


4 


5 


95 


i 


8 


i24 


10 


8 


iS3 


8 


4 


167 


6 


4 


172 


7 


1 


191 


6 


8 


200 


A 


1 


256 


6 


8 


265 


4 


5 


288 


8 


10 


812 


4 


8 


852 


5 


8 



CARATTERE E NOTE 



Da 8h 58"* a lOli 80™ (iaterioUa) 

l>fl getto con nube e pcnuacciiio 

{liceo Io getto 

gvtli con nube di 10^ 

massa lucida 

piccoli getti filosi 

LellÌM« baffo eoa nube a pioggia filare 

liei getto vivo 

bel getto curvo largo alla base 

getto fino «1 piede dilatato a fioro 

baffo obliquo con nube di 5* 

piccolo getto 

massa conf. ▼. verso il polo sopn le macc. 

simile ma più piccola contraria 

erom. viva sfilata sulla macchia 

piccolo gruppo di fili 

8 piccoli getti dritti 



4- 
■4- 

•4- 



Limiti 10 FT. 

157 S. 

Faeole 159 S. 

^185 S. 

325 N. 



Facole da 



62 
118 
222 
289 
277 



98 
154 
229 
260 
302 



80 Luglio 

52 

89 
108 
HO 
122 
153 
167 
174 
183 
194 
245 
276 
283 
289 
300 
350 

Limiti 4 ti. 
138 S. 
182 S. 
312 N. 



6 


2 


4 


2 


5 


2 


4 


2 


6 


4 


7 


5 


5 


2 


6 


4 


4 


2 


8 


5 


5 


10 


8 


2 


7 


2 


8 


6 


6 


7 


3 


6 



jConc* 10, disc. 3. 
Da 8h 25"* a 9h 45™ (Aria catUva seir.) 

piccolo getto "f" 

piccoli fili 7 

idem "^ 
piccolo cumulo 

3 getti, due contrari : domina — 

3 bri g«ttt, tuUi + 
getto a fioro . :^ 
fili verso il fiore "?" 
picculo getto vivo + 

4 getti o bafii belli -^ 
serie di piccoli baffi + 
^tto biforcato di 5° in cima ^ 
idem leg'to eoi precedente + 
getto "^ in basso — ^ in alto 
fili superbi paralleli "+" 
fiammelle polari ^ 

Facole da 52 a 56 

74 a 92 

101 a 122 

228 a S30 

Cono. = 10 . disc. s= 1. 



da 240 a. 261 
280 a 291 



31 Loglio Da 8h 40™ a 9') 55™ 

50 8 5 fretto obliquo mobile 

57 5 5 due piccoli getti contro il prpc. 

109 5 8 massa filare viva 

115 4 2 idem piccola 

121 4 2, bel gcttarello 

137 6 4 due getti contrari a fiore 

168 4 5 3 getti piccoli 

179 4 6 2 getti opposti 

19i 8 10 snperba m^iss filosa 

229 5 4 fili inclinati 

240 5 5 fili deboli 

287 5 2 getto a fiore 

308 5 6 4;elli filosi vivi 

Poca attività in que»ti ^iorni specialmcute nel quadr. N. E, 

Limiti 10 N. Facoln da 48 a 56 

131 8. 63 a 89 

Facole 170 105 a 126 

186 !!. 225 a 262 

321 N. 280 a 310 



4- 
4- 



db 1 

4-, 



I 

sfcl 

4-' 



POSISIORE 


ALT. 


LAI. 


1 Agosto 






48 


4 


8 


52 


5 


2 


61 


5 


4 


82 


4 


8 


116 


5 


6 


126 


6 


3 


141 


5 


5 


176 


5 


8 


192 


8 


6 


232 


5 


4 


245 


8 


8 


259 


8 


7 


807 


4 


5 


320 


4 


3 


847 


5 


4 



CARATTERE E KOTE 



Da 8h 20™ a 9h 40" 
(Difficile per 1* aria. Poca rolu). 
piccolo getto 
idem 

piccoli fili 
|iccoli getti 
massa viva 
getto inclinalo 
3 piccoli getti opposti 
fili piegati 

bel gruppo di 3 gatti 
getti sfilati, erom. alta 
molli getti filosi 
altri simili 

due piccoli getti verticali 
piccolo getto con nube 
getto a fiore 



Limiti 5 n. 
146 S. 
180 S. 
832 KT. 



Facole da 



49 a 77 
112 a 128 
235 a 262 
283 a 281 

294 a 310 



2 Agosto 

42 

69 

76 

81 
108 
123 
178 
195 
236 
247 
256 
262 
282 
298 
350 
356 



10 


10 


10 


3 


5 


2 


4 


6 


4 


2 


7 


8 


6 


8 


7 


€ 


7 


5 


S ; 


7 


12 


10 


14 


5 


5 


4 


3 


10 


4 


2 


6 


3 



Conc. 6 , disc. 5. 

Da 8h 3™ a lOh O"» 

bel gruppo filoso 

rosa. V. eoo n. tsol. rad. (|ir<rst« ipmtcrl 

vivissima 

massa filosa bassa 

piccola massa filosa 

getti verticali 

getti filosi eoo nube 

8 getti uniti bellini 

getto a fiore 

mas. en. da 214 a 265 volt. f?r tuUi i reni 

getti a fiore per tatti i versi 

bellissimi getti veno l'equat. 

getti a fili sfumati 

croni, sf. alta «alle facole 

piccolo getto verticale 

baffo sfumato curvo 



Limiti 



N. 
140 8.- 
180 8. 
316 N. 



Faòole da 



48 
110 
225 
245 
293 



a 76 
a 137 
a 241 
a 267 
a 316 



Conc. 8 ,' disc. 4. 



3 Agosto 

13 
42 

50 

74 

79 
119 
127 
135 
168 
181 
194 
224 
234 
da 245 
.1 262 



4 


8 


7 


5 


8 


6 


6 


3 


6 


4 


5 


4 


4 


8 


6 


5 


7 


5 


6 


4 


12 


10 


4 


2 


6 


4 


8 


17 



Di 8h 3™ a 9h 45 



m 



molti piccoli baffi 

S ruppe denso filare 
uè getti incrociati 
getto con nube 
altro getto preaso la macclii'i 
pirculo getto 
fili inclinati 

gruppo di bi'i fili inclinali 
getti intrigati vicino al poK< 
fili 

alti getti curvi 
massa vija raggiante 
due getti a capanna 
petti incrociali filari per tutti i fcr*,» , 
e nube filare 



— 329 — 
TAVOLA I. (Continua) 

POSIZIONE, ALTEZZA^ LARGHEZZA E CARATTERI DELLE PROTUBERANZE E DELLE FAGOLE 



aa 



I POSIllOXX 



ALT. 



Segue 
S Agosto 

275 
S85 
296 



5 
8 
7 



Lll. 



s 

4 
5 



CARATTERE E NOTE 



POSISIONE 






Limiti 7 N. 
160 S. 
192 S. 
382 N. 



getto leggero 

getto vivo unito curvo 

getti deboli incrociiiti 

Facole da 



37 a 


60 


74 a 


88 


112 a 


120 


23t) a 


245 


250 a 


266 


293 a 


307 



4 Agoiio 




1 


4 


87 


10 


48 


8 


78 


5 


i8i 


4 


i8i 


5 


i70 


5 


183 


6 


222 


4 


253 


6 


283 


6 


294 


6 



10 
6 

12 
6 
8 
5 
5 

10 
5 
5 
3 
3 



5 Agosto 

15 

42 

50 

62 

68 

74 

85 
123 
128 
165 
170 
187 
241 
252 
271 
280 
307 
328 
350 



8 


10 


IO 


6 


10 


6 


5 


2 


8 


5 


6 


4 


8 


5 


7 


3 


5 


6 


5 


2 


5 


2 


7 


5 


8 


6 


8 


10 


5 


3 


6 


2 


5 


6 


5 


6 


6 


3 



Conc> = 7 , disc. =: 4. 

Da 4h 15" a 5h 30'" 
(qss. di poco valore per varie eaoie) 

crom. alta sfumata 

massa fil. in basso con nubi 

idem {àà aatesa 

tre piccoli coni 

massa debole 

massa lucida filo8.t 

getti quasi verticali 

getti diversi intricati 

piccola massa lucida 

getti filari 

getti deboli 

g. incl. Le dnc sono cong. con n. ad arco 

(Mancano i limiti) 

Pacole dji 67 a 82 
237 a 264 
282 a 292 

Gonc. 5 , dite. 1. 

Da 8b 45"* a lOU 

crom. alta a frange 

getti filosi vivi 

seguito de*prec. diretti in senso opp. 

vivissima 

boi getto presso la m. 

getto a fiore 

bellissimo baffo filare 

getto bello inclinato 

piccoli getti bassi 

pìccolo getto 

altro vicino 

2 get'i a capanna 

bel gruppo di g. in vari! nensi domina 

bel gruppo in basso è "^ in alto è rov? 

piccolo getto 

liei getto a fiure 

bei fili rari 

picroH getti verticali 

gvtlo a fiore cou nube 



-f- 



ab 



Limiti Z. 



poi. 15 N. 
149 8. 
180 S. 
330 N. 



Conc. 9 



Facole da 



6 Agosto 

4 
35 
40 







5 


4 


8 


5 


7 


1 



disc. 4. 
Da 8h 25"^ 



44 
107 
220 
250 
277 
299 



9h 27 



84 
128 
237 

264 
290 
306 

ro 



massa lucida irregolare 

bel getto filare curvo 

piccola nube verticale tra i due 



Segue 
6 Agosto 

44 

63 

71 

75 

80 

98 
115 
122 
135 
160 
194 
225 
243 
262 
281 
292 
296 
340 



ALT. 



8 
6 

8 

15 
8 
6 
6 

10 
3 
4 
8 
6 
8 
8 
7 
10 
7 
4 



LAS. 



7 

6 
5 
3 

10 
8 
7 

4 
5 

10 

10 

5 

10 

10 

6 

10 

1 

8 



Limiti 7 N. 
167 S. 
193 S. 
340 N. 



7 Agosto 

37 

52 

63 

90 
113 
137 
162 
183 
195 
225 
286 
254 
265 
272 
288 
295 
802 
810 



352 



10 
5 
5 
6 
7 
3 
5 
5 
8 
7 
6 
5 
8 
8 
6 

12 
7 

16 



10 
4 
7 
3 
3 
2 
6 
3 

10 
4 
4 
7 
5 
3 
1 

10 
8 

10 

2 



Limiti 338 N. 

22 N. 

158 S. 

215 S. 



8 Agosto 
44 

55 

61 

92 
101 
105 
117 
132 
163 
193 
231 
248 



12 


22 


4 


8 


10 


5 


8 


8 


8 


5 


4 


8 


10 


2 


4 


2 


5 


5 


6 


8 


6 


5 


8 


7 



CARATTERE E NOTE 



altro bel getto con strascico "t- 

bei filetti -+- 

fili belli + 

getto vivo basto con nube altissima + 

massa di getti ^ 

getti filari + 

massa filare bassa + 
g.fino ae.da altri vi viss., precede la macchia *^ 
piccoli fili 

piccoli getti e fili irregolari 

getti parab. in due sensi, ma domina il "^ 

getto a fiore •— 
fili inclinati e crom. alta 

getti filari vivi e crom. alta — 

bei getti filari con nube filare "^ 

bei getti con nube filare .tulle facole "^ 

piccolo getto vivo con nube *^ 

piccoli rudimenti di getti "^ 



Facole da 


51 




52 




60 




92 




110 




122 




222 




254 




279 




298 



Conc. 13, disc. 2* 

Da 8h 15*" a 9h 50"^ 
massa alta di tre getti fil., segue crom. alta "^ 

cumulo lucido "^ 

massa filosa '— 

massa a fiore ^ 
bel getto filoso e nebuloso sulla macchia "^ 

piccolo getto con nube rov.* — 

getti verticali =*= 

getti piccoli — 

bel gruppo di getti filari "^ 

hel baffo inclinato "^ 

idem seguono altri minori "^ 

varii getti in sensi opposti ^ 

due getti opposti =^ 

bel getto inclinato — 

g. fino in basso — *aopra +' con nube fil. *^ 

massa enorme filare '— 

gruppo di getti uniti •*- 

enorme groppo altissimo "^ 
(q. m.* va da 286 a 316( mista, intr. ma bella) 
piccolo getto con nube filare 

Facole da 60 a 75 
113 a 127 
224 a 252' 
270 a 304 

Conc. 9, disc. 5. 

Da 8h 6in a 9h 45m 

Nube sospesa singolare filare che non tocca 

l'orlo diramate in due sensi opposti ^ i 

getto a fiore H 

getti con strascico di nube — 

nubi leggere ~f 

fili inclinali — 

idem -^ 

getti per aria isolati ! H 
piccoli getti a raggerà bassi 

3 getti filari bassi "^ 

2 getti opposti fil. a capanna ^ 

fili inclinati "^ 
due bei getti filarit ma div. inclinati "^ 



— 330 — 
TAVOLA !• (Continua) 

POSIZIONE, ALTEZZA, LARGHEZZA E CARATTERI DELLE PROTUBERANZE E DELLE FACOLE 



POftlSIOMS 



Segue 
8 Agosto 

260 

268 

272 

283. 

292 

S02 

848 

856 



ALT. 



7 
IO 

5 
8 

8 
7 
5 
6 



LAK. 



5 
7 

5 

5 

10 

4 
5 
8 



CARATTERE E NOTE 



piccoli fili sciolti con nubi 

groppo di fili belli 

gruppi filari cnnri 

getti corli» ma tìtì ^ puntati 

getti incrociati per totti i Tersi 

due bei getti cnnri 

getti filosi rari fiacchi 

getti rari con nube dritti 



4- 



Limite sperone 
Limite 



2 N. 

26 N. 



9 Agosto 

52 
71 

98 
105 
127 
146 
168 
198 
225 
240 
248 
271 
290 
801 
844 
854 



137 S. 
Sperone 176 

201 S. 
815 N. 
Conc. 12 



Facole da 57 a 
104 a 
222 a 

270 a 



79 
125 

250 
802 



5 


10 


5 


10 


6 


8 


7 


6 


5 


6 


4 


5 


6 


8 


10 


8 


6 


10 


5 


8 


6 


4 


10 


8 


5 


10 


5 


7 


5 


4 


6 


1 



disc. 2. 
Da 8h 20m a 



Facole forti 



9h 85m 



Sperono 

Limite 

idem 

Sperone 

Limile 

idem 





19 N. 
140 S. 
166 
198 
825 y. 



pii-coli getti 

bel getto basso in crom. alta 

cumulo lucido 

duo bei getti obliqui 

getti deboli 

due piccoli coni 

bri baffo curro 

tre magnifici getti 

tre superbi getti 

bel getto piccolo 

bel fiocco di baffi 

magni 6co cono vivo a baffi 

molti gptti bassi, vivi con baffi e coni 

due getti opposti 

fili obliqui 

bel fiore a fungo 

Facole ds 



•4- 



48 a 


62 


109 a 


154 


225 a 


255 


272 a 


810 



11 Agosto 

12 

80 

52 

57 

70 
105 
117 
155 
168 . 
202 
228 
288 
254 
270 
294 
810 
852 



5 


2 


4 


7 


5 


10 


6 


2 


4 


20 


10 


10 


6 


5 


4 


10 


6 


5 


8 


6 


10 


10 


9 


10 


10 


10 


6 


8 


5 


7 


5 


6 


6 


6 



Conc. = Il , disc. = 2. 

(Il giorno 10 io era fuori di Roma) 
Da 8h 40m a lOh 80m 
pitcolo baffo 
piccoli getti 

getti e nubi haui • 

piccolo gotto con nube 
cromosfera alta tutta 
vivissimi getti fil. sopra la macchia sing. 
bei getti in Sensi opposti 
varii gi'tli vivissimi filosi 
getti quasi verticali 
tre magnifici getti curvi 
superili getti filari 
altri bellissimi 

rruE. viviss. con camb. di refr. superbo 
bei getti continuati 
sfili volti al polo 
bei baffi 






4- 
4- 



Limite 2 N. 
165 S. 
201 S. 
312 N. 



bei gettini vertic- 
Facole da 



18 
71 

100 

115 
222 
288 



28 
74 
IH 
188 
247 
310 



macchia 



Conc. 9 , disc. 4. 



18 Agosto 

2 

40 
72 
83 
104 
115 
154 
167 
198 
226 
240 
250 
257 
277 
297 
804 
810 
848 
857 



POSISIORB 


AT.T. 


12 Agosto 


2 


s 


42 


6 


51 


10 


105 


6 


116 


7 


165 


6 


198 


8 


228 


7 


242 


8 


251 


9 


276 


7 


282 


8 


294 


9 


810 


7 


842 


6 



LAI. 



CARATTERE E ROTE 



Da 8b I5m a 9h SOm 

1 piccolo getto 

4 getti — in basso, in allo 

7 nube sospesa e getti a baflS 

10 getti per tutti i versi presso la m 

8 altri simili 

6 getti filari diversi 

10 bella massa di baffi ■* 

8 bfei baffi 

5 bel gruppo di baffi 

6 bel gruppo di baffi con mali 

8 bell^ massa fi 'are ** 

4 idem ^ 

7 tre getti belli e baffi ■< 

5 bel gruppo di fili «^ in basso — is ùis 

7 fili verticali 

Limiti N. 
135 S. 
186 8. 
812 N. 

Facole da 67 a 78 
da 100 macchia 115 



115 a 

218 a 
240 a 
282 a 
802 a 



182 

226 
252 
298 

810 



4 


2 


5 


8 


6 


5 


5 


4 


5 


8 


7 


10 


4 


5 


6 


5 


7 


5 


12 


10 


5 


8 


7 


8 


8 


4 


7 


10 


8 


5 


8 


5 


5 


4 


6 


4 


4 


1 



Conc. 8 , disc. 8. 

Da 8h lOm a 9h SOm 

piccolo cumulo rerticale 

tre baffi obliqui 

due getti uniti ad arco 

cumulo vivo in più versi 

getto obliquo sulle macchie 

bel groppo di getti inclinali 

crom. villosa 

getti filari rari 

bel gruppo di nubi incl. 

superbo gruppo incl. 

bel baffo leggero 

bel getto a croce 

getto vivo 

4 getti dove dominano 3 

superbo cono inclinato 

getti corU, ma vivissini al bmiff > 

bel baffo inclinato 

bel cono inclinato di fili 

piccolo getto q. verticale 

Limite 15 N. 

187 S. 

Sper. 183 S. 

204 S. 

810 N. 

Sper. 855 fV> 

Facole da 58 a 72 

88 a 87 

100 a 182 bel gruppo di 



287 
237 

275 



a 258 
a 258 
a 290 



macchie 



Conc. = 12 ,. disc. = 3. 



!• 



(COHT)^'^'^ 



TT 



co 
co 



co 

o 
o 
co 

o 

00 
91 

O 
91 



— 331 

iQOaooJIllcollItlll 

llll<»ll«IIl«»rill 

r«|iAsoaD»oo|Qoo) I I 1 I I 

I I I I |Q0Q0^2l«1fl|i^^| I 

l»»<o||«>||||ìOli|<oio 
Q0| I |«irlot«io| f |«OeOQOÌ 
ooioo) |io| 1 I I 1 1 |l>l«S 
^I«o|io| I I I»«ol«loo| 



1 «O I K« <0 «D «D 

« I I I I •* I IO « I 

I >o I 1 ( I I 

I I I I 1 I 1 

I ì I 2 I I « 

I « fc^ »^ »* « I 

( eoi^ico I ^^Qoioio 

I M 00 «O «O t« O co I I 

I I M I IO I 00 M «N <0 



I 

<o 

I 

I 

I 

o» 
00 



ìli 



co 

IO 
»• IO 

«o 

IO 



w 



o 



uà 



91 



IO 

91 



99 

O 
CO 
91 



91 

91 



91 

O 

91 

I 

O 
00 



o 

IO 



CO 



a» 



-Hlool^l I I |o|eo«^| I 
a»^«o«t^)0|«o«Dl ico|(o| I 
|so|cooo«ookO»«o| |<«Ì (loao 

I l(XÌV)\t^\t^^^'^\ 1 I I I 

««IIIIIIII-^llllw 

>0 I i I I I I 1 IO I I I I I I I 

l||l:-ìO||«|o|(|Ht|| 

fe^ooooi l)Ot<*|ir| |io<o«o«oo 
I I I l«*|oofc-(iot^i^eo|«^| 



I — 9« I I 00 00 -^ I I 
D OD 1 V3 t I ^ 



99 O 

00 ^ ^ 



00 00 IO I 00 « I 00 IO I 



Md fe^ «o I I 1 «o «o I a» 
r I 00 r* I o ^ 



I I s 



I I I I i I t I I I 

I I I I I I I I I • 

00 t« S t I 00 00 to ^ I 

I J «O O t< I IO I I I 



I 

(O 

I 
I 
I 
I 
I 



J 1 It^00Q0O«0|i«10|t^«Dit loglioso) I I I I 



•"^««i I 1 1 1^1 IlO«OlO«^ 

IIIII'«|)0|I|||r-| 

1 I I I I t I I >» I I r I I I 

I I I |co|ioocoioloooo|o 
^ _ , o o co o e 



I 1 t^ I IO 



lA M «D «O 



I I i I I I I I I ■* 
IO I I I I I I I •* l 
I I «O IO I co CO i^ I I 



«o t^ 



t< ^ 1 I IO 



|o«D«iriio|L^oolto| 



-t IO 1 IO 1 I <o t^ -«4 I I 



IO b< «O IO co 



I I I I I IO IO 



t* 00 00 



00 



I I co ^ I 



I 



I 



I ••r I I I I I oo r^ ^ 
I I I I I to « 00 « I 



I 

e» 

00 

I 

00 

I 
I 

00 

I 



I 

no 

I 
I 
I 

I 

<o 

I 



9« «^ 

00 •« 

CO •* 

<o 
^ co 



99 ^* 
IO 



O» CO 

91 IO 

IO 

•* 00 

•«4 •« 

IO 



IO 

o 

^ IO 

•«r 00 



^ 


co 


(O 


«o 

«o 


IO 


IO 


s 




<o 


co 

IO 


s 


00 


t* 


co 

00 



90 

O 



M 



co 



co 

a 



1 lOlOCOCO J t«t«9IOO I COi^<«^ 

•«•^t>oo 1 •«SSS7S»i«r« ) 
«locooo^l |Sk^S|Soco| 
«Ico-^l I I I |SoO|00|«>« 

I I I I » 1 I f 1 I I «o I I I 

I I 1 I F I I I I I i I IO I 1 

•^lllll«^«>«|io»o||| 

I iooo<oooooQo^Mdioio I oS ) 

t-«>l-*r-«r|||||io||| 



•* •* I I 00 « I I I I 



IO 



1 IO <0 IO «O ^ I 1 IO 



IO ^ I I 00 



«'-Il 



IO I « I ^ I IO i^ 1^ co 

i« ^ C« 00 •«* 00 I ^ I I 

I I I 2 I 00 S I \ ^ 

i I I I I I I I I I 

I I •♦ I « f I 1 I >« 

I I I "^ I «o I I I I 



^s 



t>oooo^eico*^io«Dt« 



9« co co 



^ bb "^ CI co 



I 



I 
I 
I 

IO 



IO 9D t^ 00 Ck O ^ 



CO t^ 



IO 




«o 


IO 
IO 


«0 


0» 
IO 



09 «« 
IO 



43 



S TS 



2 

N 
N 

R 



























- 


— 


332 





























T 

CU 

• 


IB 

e 

• 


ai 


K 


Cd 


IO 


s 


o 


CO 


oo 


-1 


•o» 


ai 


- 


Cd 


IsO 


• 


Cd 


IO 

co 


IO IO IO 

oo M A 


IO 
oc 


S! 


IO 
Cd 


to 

IO 


IO 


8 


co £• 

• 


s 
p 


•a 


00 


I 


1 


1 


1 


I 


1 


1 


%o 


1 


1 


OD 


1 


1 


1 


A 


1 


1 


1 1 


A 


1 


A 


s 


s 


IO 


1 


1 1 o| 




e 


1 


ta 


1 


1 


o 


1 


I 




00 


*1 


1 


s 


ai 


^ 


Cd 


o 


00 


OC 1 


^ 


ai 


1 


l 


A 


1 


1 


1 


o 


** 
CU 


:: 


1 


1 


00 


co 


^ 


1 


*l 




1 


1 


a 


Cd 


1 


1 


1 


o 


A 


Cd 1 


1 


1 


00 


1 


00 


1 


1 


1 


O 


00 
IO 


Ot 


s 


1 


I 


1 


1 


1 


1 




S 


co 


I 


1 


Cd 


1 


1 


1 


1 


1 i 


i 


1 




oo 


I 


1 


I 


1 


Is 


a» 


5 


1 1 


1 


1 


1 


1 


o 


00 


00 


1 


1 


1 


o 


IO 


£ 


ai 


^ 


1 


1 1 


1 


1 




1 


1 


*^ 


A 


00 


1 è 




M 


1 


1 


s 


oc 


1 


s 


1 




\ 


1 


s 


1 


^ 


*" 


1 


00 


1 


s 


1 


o 




<l 


A 


I 


1 


co 


i s 


ò» 

Cd 


J 


IO 


I 


1 


o» 


^ 


M 


1 




1 


o 


I 


1 


1 


s 


^ 


1 


ai 


IO 1 


o 


1 




1 


s 


s 


* 


•e 


1 s 


■Cd 


Cd 


1 


1 


1 


00 


1 


1 


I 




o 


«e 


oo 


IO 


^ 


1 


s 


1 


o 


1 


1 » 


[ 


s 


to 


Cd 


Ol 


1 


\ 


o 


o 


2 


Cd 


s 


• 

1 


1 


1 


M 


Cd 


s 


00 


f 


1 


1 


a» 


cn 


1 


*• 


A 


1 1 


1 


r 


to 


Cd 


1 


I 


te 


^ 


e 


<• 


ai 


OD 


1 


^ 


ai 


1 


ai 


1 




s 


1 


1 


Cd 


•^ 


Cd 


s 


o» 


A 


^ 


1 ^ 


\ 




I 


oc 


*^ 


I 


1 


1 s 


■a 


a> 


I 


1 


1 


1 


o 


00 


1 




1 


o 


•4 


00 


00 


4N 


g 


o 


00 


A 


1 


Cd 




00 


o 


1 


Cd 


g 


II 




Ot 


1 


1 


00 


s 


Oi 


•a 


s 




\ 


^ 


Oi 


1 


1 


ot 

• 


1 


^ 


A 


I 1 


o 


s 




I 


*• 


^ 


1 


s 


i i 


00 


o 


1 


A 


1 


^ 


O) 


e» 


M 




o 


o 


*• 


00 


00 


1 


* 


00 


O 


s ' 


1 

• 


s 




1 


1 


^ 


1 


1 


Is 


^ 


:£ 


s 


I 


Cd 


1 


r 


1 


M 


o 


1)0 


1 




1 


1 


^ 


Cd 


A 


I 


S 1 


00 


1 




s 


1 


1 


I 


1 


li 


00 
IO 


* 


' 


1 


1 


1 


s 


1 


1 




1 


• 

o 




1 


1 


1 


1 


1 


1 


Cd 1 


1 


s 




\ 


1 


I 


1 


1 


li 


e» 


oo 


I 


O» 


I 


1 


1 


1 


1 




ai 


1 


o 


I 


A 


ai 


I 


ai 


I 


1 1 


1 


1 




A 


1 


I 


*i 


I 


i 


•4 


M 


ai 


4» 


ai 


00 


•a 


Oi 


s 




o 


s 




o 


I 


1 


ai 


^ 


A 


1 1 


' s 


I 




! 


A 


»4 


1 


OD 


o 
o 


O 


o 


1 


1 


I 


1 


1 


l 


1 


s 


IO 


Cd 




r 


I 


I 


1 


IO 


! 


1 1 


I 


00 




1 


OC 


1 


{ 


I 


I i 


ai 

ai 

•• 


00 
kO 


1 

00 


1 

e» 


1 
1 


00 

ai 


1 

Cd 


ai 

I 


1 
1 


liO 
Cd 


1 


I 


ac 


1 


1 

ai 


ai 


oo 


1 
1 


Oc 

00 


Ol 


1 I 
1 1 


I 


oc 


\ 

OD 


1 

Ol 


1 

Cd 


I 

00 


1 


1* 
oc 
e 

li 


»4 
00 


ai 


1 


1 


-a 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 




1 


1 


I 


1 


o 


1 


I 


' 00 


A 




1 


1 


1 


1 


OD 


1 i 


oc 


00 


1 


1 


*" 


1 


00 


I 


1 


1 


o 


1 




1 


1 


s 


Cd 


1 


M 


1 1 


1 


ai 




1 


1 


oc 


1 


1 


li 




s 


O) 


5 


o 


s 


1 


1 


^ 


1 


^ 


I 




1 


1 


>* 


1 


1 


1 


Cd 


1 1 


Cd 


Vt 


I 


I 


i 


I 


1 


li 


*5 
00 


Cd 


*« 


^ 


o 


M 


o 


1 


OD 


1 


1 


IO 




1 


1 


1 


1 


o 


1 


^ 1 


00 


1 




A 


s 


1 


1 


s 


1 i 


00 


o» 


1 


o» 


Cd 


oe 


M 


Cd 


5 


o 


1 


I 




M 


Cd 


1 


I 


1 


Cd 


5 ^ 


1 I 


A 




00 


00 


I 


s 


O 






s 


0> 


1 


CO 


o 


•■a 


I 


I 


00 


o 


s 


ai 


S 


Cd 


1 


I 


I 


IO 


1 


1 1 


J 


A 


Ol 


1 


1 


1 


«o 


II 




:: 


1 


ai 


1 


1 


J_ 


Ot 


s 


s 


1 


1 




1 


1 


1 


Oi 


s 


IO 


«d 


1 1 


OO 




ai 


J 


oc 


J 


J 


1 


C9 


O) 


o 


Cd 


Cd 


s 


Oi 


Irfb 


»* 


ai 


1 


l 




*i 


ai 


»4 


1 


o 


IO 


I 


1 ^ 


A 




*- 


1 


1 


1 


r 


o 




s 


ai 


" 


1 


1 


s 


s 


ai 


1 


1 


o» 




1 


1 


1 


1 


1 


Cd 


Ol 


1 1 


1 




1 


1 


^ 


Cd 


Èù 


1 1 




s 


*- 


1 


I 


^ 


00 


s 


o 


a> 


s 


1 


h*i 


1 


1 


IO 


o 


I 


ac 


00 


1 1 


O 


Cd 


Cd 


1 


1 


1 


1 


II 


o 
o» 

co 

IO 


co 


00 

1 


1 


o 

1 


o 
a» 

1 


1 

I 


1 
1 




1 
1 

1 


IO 

1 
1 


1 
1 
1 




1 
1 
1 


IO 

1 

I 


Cd 

1 

ì 


Cd 

1 
1 


J 

1 


1 

A 
1 


00 

1 1 
1 1 


1 00 

1 


i 

1 


IO 

J 


Cd 
Cd 


00 
Cd 
IO 


Cd 
Cd 


1 


e» 

J 
r 


o 
o 

SA 

o: 

1 1 




- 


1 


1 


1 


1 


1 


I 




1 


1 


1 




1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 1 


1 


1 


J 


1 


1 


oc 


1 


I 


1 1 




o 


I 


^ 


•^ 


00 


o> 


1 




e» 


Ot 


I 


OC 


O) 


1 


1 


OC 


I 


A 


1 1 


I 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


I 


Cd 

o 




fci^ 


00 


I 


I 


I 


1 


M 


00 


I 


1 


o 


1 


f 


1 


1 


1 


1 


1 


Ol ] 


OD 


00 


^ 


1 


1 


o 


co 


o 


il 



•1 








« 



> 

2 



> 

M 



2 




co 



i 1 



e» 

s 

1 



C4 



O 

< 

H 
O 
OS 

I 

» 
N 
N 

U 

OS 



a 



s(9 

04 



i 

«I 
M 

O 
00 



V) 






co 



M 



•^ I 

I « 
I I 

•♦ I 

I I 

I « 

« I 

^ IO 

• I 



— 333 - 

i> I oo^^^'d l® I aoc9oo«o I 

OOOOlllliAlllllll 

I I «> I I «A I I I I I I 1 I 

M»Stf)«p*|«O»<«C0| I I I 

I 1 r»«i««i i«coi I 

II«l>o|«lli2||| 

^oolleoiolllllSoDeq 
ll-N||IIr-t-irl«l 



1 ^ 


1 1 


co 


1 


91 


QO 


^ 


•* 1 


[ 1 


1 


co 


1 


IO 


-r 


1 1 


1 1 


I 


I 


1 


1 


1 


« 1 1 




«o 


1 


I 


1 


1 


1 1 1 




1 


1 


« 


ff 

1 


1 


^ I 1 




«0 


f 


o 


^ 


t^ 



I <«4 IO co I ^ ^ ^ *< 



I •* 



CO 04 



I I co I co 



«D **r IO i 

t eo o» 00 



wlfc'iwl I I Ioo|«--io| I 
oo««cooo^| lco«»4l loo^ool ( 



I « « I 1 



K« ^ ^ IO ^ 



«« IO 00 1 

i l:- 1 f 



|<o|«oooSoD04| |co| l^io ao^•»o|o•lHI^.^. 



I |«oco|«ol««40oe«M| I II I 



1 I 



|||"*10||«0|10|J|^|| 



•«« ^ t« 

I I I 



I I I 



I I I 
I I 1 
I I i 



I I I I I I <o r I I I *<- 

I 1 I I <o I I I I I I I 



•^ « ^ I I I •* >o I 

I I fl<l IO 1 IO ^ I S 

1 I I i I I I I I 

I I I I I I i 1 I 



|<«fio|t«| |e4<«rcoio<^ 
eo|«ot^ |t-iOc««*t |M I 



co to ^ I I 
I I •» S « 



^ ^ 00 00 



I co I I 



oooo-tiO«*«o^eo I -N 



iooo»«ioirill*-*li 



e« IO 



co co I IO 01 

t I «o I M 



I ( I I 
^ 1 IO co 



llMfCOllIlliOl 

1 I I 1 I >o I I I I I I 
|co|aoiot«| |i^«*r|i^ 



I coeo*irio«o I IO i ioe«^t«oo**eo« 



I 1 I I ] I « I I 

IO I I I I I I I « 

I I IO IO I IO 04 04 I 

CO CO 00 CO C» <^ I . I IO 



|co|oiooco|col(0io|oo|c«o« «o|<«| |t«e904| 



w I 

09 t- 



^^i«4^C0IO04| I I I Io«oo 



t^ 00 IO 



I I IO ^ co ^01 I co I 



1 M I 

I I I 



1 I I 

l I te 



I 00 (0 

co 00 co 



I »- 

I I 

1 I 

«O IO 

I I 

I •* 

I « 



00 ( 

I « 

2 I 

S I 

S 00 

1 1 

<D I 

I 2 

f I 



I I 

IO «e 

2 I 

I I 

I I 

I i 

IO 00 



I I 



t^ 


00 

r» 

IO 


o» 


o 

«0 


o« 


IO 


09 


00^ 

i<r 


o» 


co 

IO 


09 


IO 



IO 



co 




t^ 


00 


00 


o 


co 


IO 



IO 



co 

«O fv 



04 00 



fO 




IO 


04 

IO 


co 


IO 


04 


4D 

co 


S 


IO 



t* so 

IO r- 



00 



co 



13 



I « 

«« 09 

CO 04 

« I 

I 1 

I I 

« I 

I -^ 

IO IO 



•* •* 00 

« S I « 

^ IO IO 

■* « I 

I I 2 

I I I 

I I I 

e 

co 04 IO ^ 

I « I I 



co ^ w «4 

« »^ 2 2 

00 r» »« ^ 



I co co IO IO 
^ 00 IO IO 1 



co « I 

I 04 fcx 



I « 5 

CD «r 00 



•^ « 00 ^ t •«< 09 04 1 



1 I 

I I 

I I 

00 i« 



I ^• ^ 

I I I 

I I I 

■♦ I I 



I O J 09 

•* I I I 

I o« I I 

•^111 



«o IO 1^ IO I I co co I 



III!! 



J I I 



^ co j I « «O 

04 I «O 09 « 1 

O 9 

co ««4 «o ^ «O 00 

I 1 I « I «A 

I I I I I 1 

I I 00 I 2 I 

I I I 2 I ^ 



I f I 

1 I 2 

t> IO I 

•* co *• 

t I I 

2 IO I 

I 2 I 

I ^ I 

I I I 



3 -^ ^ 



00 0> e « 

•^ "i)* 04 04 



co "^ lO (D l* 00 
09 Ol 04^ 04 04 09 



tu 

0»O^S"H09C0*^l0 

oi co co »3 

o 



•* I 

2 I 

00 I 

o 

I •♦ 

^ I 

I I 

M I 

I 'H 



t« 00 Ok O ^ C4 



r- 00 

IO 



OB 



t« 00 

IO 



co 

IO w 
-iO 



a iB 



9 

et 



P 

5 



o 
CI 

OD 

w 

OC 



IO 



OC 

«9 

S 
IO 



IO 
IO 



OD 

•a 

OD 

<«■ 

IO 

a» 

^* 



CA 
IO 



IO 



CA 



IO 



CA 
C9 


CO 


C9 


CO 


-4 


•n] 




OD 


OD 


SI 


OD 


IO 

CA 



CA 



e» 



OD 



CA 

co 

IO 

^* 

CA 



IO 
Cd 



IO 

IO 

OD 

IO 



CA 



Cd IO ^ 



«O OD -^1 O» CA 



Cd 



334 



IO M. S 



CdlOIOIOIOIOMM 
O<00DMe»CA)toCd 



kO IO M. 9 ^ 

»* o e t!' X 



t I i > I i 

I I I I I o» 

I I I I I s 

-4 I I I I s 

I *• I I I s 

^ I I OD I 0> 

•ik <0 CA -• ** •* 



I I I 

I I i 

I I 1 

I I I 

i CA IO 

-1 l I OD 



I 
I 

f 

CA 



Cd 

^ Cd I 



CA 



**cao»**od*^*^»ì* 



ii*Cd«-3||0»*»*»»€Afcifcfc*0»*>*»»ik** 



llll|M|Il«!ilMMS 



Cd 



I 



Cd 



I 

IO 



CA I Cd I 

tO OD •* I 



OD »* >^ 



I 
Cd 



I M. IO *. H. I I I OD I 



P* CA O 



CA 
Cd 



•i*> CA i:^ 

o 

IO 
CA 



**• «4 » -«I ?* <1 



OD OD »* <1 >* 



I 



^ Cd 



•^ IO 



Mk Cd 



CA 



00 p^ 



IO 



^ »^ M. IO 



CA Cd 



OD 



»* k^ ^ 

o o 

I o> I 

i 1 I 



I 



I 



I 



! 



p^ OD »* 
O O 



o o o o o o o 

ooo o oo oo 

^|tO^| ICACdOIOCACd^^l 



CA Cd I 

- S I 

f » I 

I i I 

•:^ A 00 



Cd 



e»e>^^| I |o|«o*t!»CACA 



»^h*»itecoa»cdi^o>cd 



C;i O) -^ »^ *• IO ^ I 



Cd o» 



IO 



i IO O» ( CA I 



^ I I I 



I CA CA I g 
>* Cd OD I M> 



I 

I 

00 

I 



ìh 



I 
I 

wama 



I I I 1 I 

I I J I I 

i I I I I 

I 1 I I I 



I I Cd 

I I I 

1 1 I 

I I 1 

i 1 I 



I 



IO 

00 

I 
I 
I 
I 
I 
I 
I 



CA 

0Da»»*»^*^»^«O9k 

o o o o 
o o o o o 

I O I 00 O IO Cd o 
I I I CA CO I I I 



I ^ ^ ^ OD èO CA I 



»*ao»*»*><^»^cd»*> 



(oooxa»w^*4ao 



I I » 

I Cd Cd 



I 



I 

I 

00 
I 
I 



f 1 

( I 

I I 

I M 

I I 

I I 



I i 

I i 

I I 

I I 

I » 

CA •* 



»* »|^ «^ »te iNl M I •* 

O O O O ' O 



•4 M» OD 



I <I I I 



Mk »* Cd OO 



I 2: *^ 



*• I I I 

Cd I o -^ •*• 



*4 CA ^ O» O» O» Ok 

I o o o» I 

00 ^ »* IO I 

I I ^* I f 

I I I I 1 
filli 

I I I I I 



10 

o 



u 

e 

li 
o 



Ot 

e 

e 
o 



o 

oe 

o 



e 
e 

o 
e 



o 



o 



e 



a 
o 

_c 

X 

o 



e 
e 

10 

o 
o 



IO 
» 

» 

O 
10 



10 
ce 

O 

l>9 

O 

Is 

e 
10 

OD 

o 

10 

«9 

O 

ti 

o 
o 



10 

e 
w 

CI 

e 
o 

V 

9 

o 



> 

< 



> 



^*> 



335 



1 




1 


1 


I 


I 


1 


1 


1 


I 


T" 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


~ 


1 


T" 


1 


1 


1 


1 


1 


T" 


1 1 


1 


1 


O 




1 1 


1 


IO 


I 


! 


! 


1 


1 


I 


1 


1 


I 


1 


I 


1 


1 


1 


1 


1 


1 




1 


IO 


1 


I 


1 i 


I 


1 


Ol 




1 1 


1 




1 


1 


1 


IO 


1 


IO 


1 


I 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


IO 


1 


IO 




IO 


1 


IO 


I 


IO 1 


1 


I 


I-i 


1 

ì 


i 1 


m 




1 


I 


1 


1 


IO 


1 


1 


IO 


«o 


IO 


■^ 


IO 


1 


1 


1. 


1 


1 




1 

• 


1 


1 


1 


1 


1 I 


1 


co 




s 1 


1 




1 


1 


I 


1 


1 


1 


1 


1 


«9 


1 


1 


1 


IO 


IO 


1 


co 


1 




i 


I 


1 


IO 


1 


1 « 


IO 


t- 




i 1 


1 




I 


1 


t^ 


00 


•H 


l 


1 


1 


1 


04 


1 


01 


- 


o 


o 


o 


t- 




co 


1 


•* 


01 


2 1 


o 


X 


co 




s 1 


00 




2 


«o 


o 


o 


o 


co 


fO 


2 


1 


o 


o 


o 


o 


o 


(O 


•t- 


fc^ 


04 


- 


X 


o 


2 


o 


1 2 


« 


IO 
Ol 


, 


s 1 


« 


e* 


fc^ 


e 


2 


eo 


« 


2 


IO 


2 


1 


X 


o 


2 


o 


o 


• 

04 


1 


1 


X 


o 


2 


2 


2 


2 


1 fc- 


X 


s 


1 
1 




1 


1 


1 


o» 


^ 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


l^ 


rt 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


eo 


^ 


2 


o 


X 


1 


I 


o» 


1 

1 




1 


'^ 


1 


1 


1 


1 


1 


-^ 


1 


04 


1 


1 


1 


1 


'^ 


04 


04 


t<« 


co 


•* 


T 


1 


I 


1 


1 


1 


1 


2 




i 1 


s 


s 


eo 


^ 


^ 


^ 


to 


•H 


04 


2 


2 


2 


2 


o 


2 


o 


^H 


o 


2 


2 


o 


^ 


04 


1 


IO 


1 1 


CI 


IO 
Ol 




i 1 


o 


e« 


IO 


o 


2 


o 


eo 


o 


t- 


« 


2 


2 


^N 


2 


2 


o 


o 


co 


IO 


o 

«•4 


1 


2 


o 


2 


2 


I l- 


2 


s 




s 1 


X 


ei 


1 


^ 


o 


o 

•V4 


<D 


^ 


I 




2 


-« 


IO 


^ 


1 


2 


IO 


2 


2 


« 


l> 


2 


o 


2 


2 


l 2 


co 


Ci 

04 




S 1 

C4 1 


1 


04 


1 


I 


^ 


n 


1 


«o 


1 




I 


1 


o 


1 


04 


IO 


1 


IO 






o 


X 


co 


X 


IO 


l «> 


o 


IO 




C4 


1 


1 


1 


"^ 


1 


to 


1 


1 


1 




1 


1 


1 


1 


* 1 


1 


1 


1 






1 




IO 


1 


i 1 


1 


« 1 


-r 




ei 


1 


1 


1 


1 


1 


« 


1 


1 


1 




I 


IO 


1 


1 


I 


1 


1 


1 






1 




1 


IO 


1 1 


IO 


1 


■« 




1 1 


IO 


SO 


IO 


1 


1 


IO 


IO 


IO 


1 


IO 


IO 


1 


X 


1 


1 


1 


1 


1 


IO 




1 


n 


1 


I 


IO 


1 


' 1 


04 




i 1 


.1 


i 


\ 


IO 


IO 


1 


1 


1 


1 




1 


1 


1 


IO 


IO 


IO 


IO 


IO 






IO 




1 


1 


1 1 


I 


« 1 


o» 




g 1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


.1 


( 


1 




1 


1 


1 


1 


1 


IO 


1 


1 






1 




1 


IO 


1 1 


1 


1 


Ol 




§ 1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 




IO 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


IO 




1 


IO 


1 


1 


^ 


IO 


' 1 


IO 




! ' 


\ 


IO 


IO 


IO 


\ 


IO 


IO 


1 


1 




( 


to 


1 


a» 


1 


1 


I 


1 






1 




IO 


IO 


<r 1 


1 


1 


o 






1 


1 


1 


1 


IO 


1 


1 


IO 


1 




IO 


1 


IO 


2 


1 


1 


IO 


IO 






IO 




1 


1 


o , 


1 


1 


Ol 


1 


C-9 


M 


« 


1 


^ 


1 


1 


1 


1 


1 


IO 


1 


1 


co 


o 


04 


IO 


1 


l^ 






1 




1 


1 


2 


1 <» 


t* 


CI 


1 

1 


e>i 


1 


2 


eo 


o 


04 


1 


1 


^ 


1 


« 


1 


« 


o 


2 


Ol 


o 


X 


o 






X 


04 


l^ 


IO 


S 1 


o 


2 1 


Ol 


1 


i 1 


t* 


2 


o 


o 


«•4 


^ 


o 


o 


1 


o 


IO 


^N 


2 


01 


2 


2 


X 


o 


X 




2 


o 


t* 


2 


o 


co 


y» 


IO 

Ol 




o 


^ 


« 


<o 


2 


o 


2 


2 


s 


«o 


o 


2 


.r 


2 


1 


Ol 


IO 


1 


I 






« 


1 


1 


co 


^ 1 


o 


' 1 


Ol 




J 1 


1 


1 


1 


-- 


1 


e» 


1 


IO 


o» 


X 


n 


I 


l- 


rt 


04 


1 


I 


1 


1 


I 


1 


04 


1 


1 


1 J 


i 


1 


2 




OD 


1 


1 


-« 


o» 


04 


1 


1 


^ 


1 


1 


1 


1 


04 


2 


O 


Ol 


1 


I 




04 


■^ 


o 


1 


1 


1 


1 1 


1 


5 




^ 1 


1 


e« 


2 


o 


o 


o» 


1 


^ 


co 


1 


IO 


o 


O 


o 


CO 


2 


t* 


co 




O 


o 


e 


IO 


o» 


1 


I " 


« 


s; 




O 


o 


«•4 


o 


IO 


eo 


00 


00 


« 


^ 


04 


o 


X 


X 


X 


1 


1- 


2 


o 




rt 


o 


o 


o 


o 


04 


1 1 


C9 


04 




s 


^ 


^ 


IO 




1 


1 


IO 


o 


a» 


2 


o 


1 


« 


1 


^ 


CD 


2 


2 


o 




o 


04 


1 


co 


o 


1 I 


1 

• 


X 




' 1 


1 


1 


1 




1 


04 


1 


Ol 




1 


^ 


X 


o 


ì 


1 


04 


- 


04 


2 




co 


1 


1 


1 


t* 


1 1 


1 


s 




^ 1 


co 


1 


1 




1 


^ 


1 


I 




1 


1 


1 


- 


1 


1 


1 


1 


1 


CO 




1 


1 


1 


1 


1 


1 1 


1 


■^ 




« 1 


IO 


1 


1 




1 


1 


1 


1 




IO 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 


1 




1 


1 


IO 


IO 


1 


1 00 


1 


IO 




■ 


1 


1 


IO 




IO 


IO 


IO 


1 




1 


1 


1 


IO 


IO 


1 


e 


1 


1 


1 




IO 


1 


1 


1 


%o 


1 M 


1 


^^^ 




o 


I 


IO 


1 


IO 


1 


\ 


r 


IO 




I 


IO 


IO 


1 


1 


so 


1 


IO 


IO 


IO 




1 


M 


1 


IO 


1 


1 ^ 


IO 


09 




Il Data 


^2 


t* 


00 


o» 


o 

9Ì 


04 


Si 


Ol 


04 


S 


s 


04 


s 


04 


o 


rt 


< 


04 


C9 


- 


IO 


CO 


t« 


X 


Ok e 




04 


iNum. 



— 336 — 

SUL TEOREMA DI FAGNANO PER OGNUNA 
DELLE CURVE CONICHE. 

NOTA 

DEL PROF. MATTIA AZZARELLI. 

1. kJiano 

x^ a sen 9 , ^ =» 6 cos 9 (i) 

l'equazioni che determinano la posizione di qnalancpie punto della ellisse di 
semiassi a, b. Avremo differenziando 

dr <= a df cos 9 , àjr ^-bà(f sen 9 j 

e quindi per Tarco elementare 

d^ » a df ^1 - c*sen'9 (2) 

nella quale 



a 12 



c = — 5— . 
a 

Ciò posto, si rappresenti per h la lunghezza della perpendicolare calata dal 
centro dell'ellisse sulla normale, o la cosi detta protangente , avremo gene- 
ralmente 

, xàx -^jràf 

às 

e pel casa della ellisse essa diventa 

, ac*sen 9 cos 9 

V^i - c*sen*(p 
la quale differenziata ci dk 

(i - o*sen*9)* 
Presa la differenza tra la (2), (3) avremo 

j ir 1 /. 2 a vi ij rcos*9 - sen*<p + c*sen*<Pi 
dj - dA = adf (4 - e sen <p)i - ac'dfl ^ 1 j ^ 1 

(i -c'sen'9)* 
che ridotta ci da 



(3) 



— 337 — 

ds -ah - adf 



8 



e perchè 



(i - c*sen*9) 



avremo 



a 
As-òh= — y. ^ . (4) 

a - 

(i-c*sen*y)* 

Ora è facile provare che il secondo membro della (4) rappresenta im arco 
della medesima ellisse. A tal fine si dica Q Fangolo che la normale al punto 
di coordinate Xy y forma coU'asse delle ascisse, e quando per ca si rappresenti 
quello che la tangente al medesimo punto forma dalla parte delie ascisse 
negative, avremo 

tanga)»-^..— 



ma 



dunque per le (i) 



tang 0) — cot B 
cot 6 «= — tang tp (5) 



da cui 







tang 9 = -7" cot 9 




che differenziata ci da 




df a do 
cos*9 * 'sen*9 




e 




- adO cos'^) 




Per la (5) abbiamo 








sen 


L 


COSf 1 





a coso b sen v/a^cos^fl + fc^sen^S 
dalla quale 

• i - sen*ff cos*9 6* 

^ ~ i - c*sen*e ^ sen'fl a*(i - c*sen*e) 
onde 



338 



d^ « — 



àB 



a i - c'sen^fl 
Sostituiti questi valori nella (4) dopo semplici riduzioni abbiamo 

às-dh^" ade(ì - c'sen'O)* (e) 

il cui secondo membro è un arco della medesima ellisse corrispondente alla 
ampiezza 0, e che diminuisce al crescere di questa, e viceversa : onde se 1 am- 
piezza ha principio dalla estremità A dell'asse minore l'arco principia dalla 
estremità. B dell'asse maggiore. 

Dopo ciò dal centro della ellisse 
si guidi la retta Ow' la quale for- 
mi coU'asse delle ordinate un an- 
golo uguale a quello che coll'asse 
delle ascisse forma la normale MN, 
e dal punto m calata la ordinata 
m^p questa determina sulla ellisse 
il punto m il quale corrisponderà 
all' ampiezza valutata a partire 
dall'asse minore, onde posto Bm=ds' 
avremo per analogia colla (2) 




T X 



dunque la (4) diventa 
da cui integrando 



òs = - ade{i - c*sen*e)l 
d^ - dA = dj' 



ove la costante G della integrazione è nulla perchè a f = corrisponde ^^=0, 



ir 



A « , e per la (4) 6 = -^ onde j' - 0, e cosi avremo semplicemente 

donde la differenza tra due archi ellittici è rettificabile, ed eguaglia la pro- 
tangente. 

2. Nella ellisse i geometri dicono punti associati quei due punti estremi 
M^ m di due archi la cui differenza h rettificabile. 

3. Considerando le protangenti ai due punti associati avremo pel punto M 



ac sen f cos cp 



(') 



^1 - c*sen <f 
e pel punto 17» corrispondente alla ampiezza 9, qualora si rappresenti per A^, 



— 339 — 

sarà 

, ac^sen 6 cos , , 

Vi -cesene 

Mai i due punti essendo associati per essi ha luogo la (s), e perciò avremo 

con tutta facilita 

b sen 9 cos o 

sen e cos 6 » -r \ — — 

a(i-c'sen*(p) 

ed 



1 - c^sen^e = 



a*(i - c'sen*<p) 
i quali valori sostituiti nella (s) trovasi 

, ac^seu f cos (f 

Vi - c*sen*<p 
dunque 

A -A,, 

cioè i punti associati hanno le prc tangenti eguali, ovvero come suol dirsi ^ 
le normali corrispondenti ai punti associati distano egualmente dal centro 
della ellisse. 

4. Il luogo geometrico dell'incontro delle successive tangenti la ellisse nei 
punti associati è una iperbole confocale alle ellisse data. 

Le tangenti l'ellisse nei punti di ampiezza <p, sono 

ajr cos (f -^ bx sen 9 = a& , ajr cos B -^ bx sen Q^ab (9) 

nella quale x^jr sono le coordinate del punto d'incontro delle tangenti. 
Perchè i punti di tangenza siano associati deve aver luogo 

cot © « — tang (p (io) 

Dalla prima delle (9) si ricavi il valore del coseno, pel quale avremo 

a V X bx>/ay^ + b^x^ - a ti" 

cos 9 = 2^—2- a a la a • 

^ aj + b^x^ 

quindi dedotto il valore del seno avremo 

ab^'x ± aryja^r^ -r 6 V - a^b"" 

sen T = -^ a i,a » • 

^j + b^x 

dalle quali 

44 



tang f = 



— 340 — 



b{ay + x\/ay' + b'x' - a'b') 

Operando nello stesso modo, coll'avvertenza di prendere i segni contrarìi pei 
seni e coseni dell' ampiezza 0, troveremo 

, b{ay ± x^a*Y' + 6"x' - a*b') 
cot => -^^-^ "^ • 

a(b'xl^ j^aY + b'x* - a'b') 
Sostituiti questi valori nella (io) si ottiene 

bjay ± x\laY •!■ fey - a'6'j b^x ±y\/aY + ^'-^c* - ^ 
a{b'x +J-Vay' + b*x' - a*b*) ° ay + x)/ ay + b*x' - a'b' 

dalla quale deducesi 

h[ay - c^{ay + èV* - a'b') ] - a [6*x* - f{ày + b'x* - a'b*) ] 

che può mettersi sotto la seguente forma 

%y + b'x*)(a' - x') - a(ay' + !»V)(6' - j*) 
e quindi 

^ -1 (11) 



a* - ab ab - 6 

Se dicasi e^ la distanza focale in questa iperbole ne risulta 

el^a'^b' 

la quale è quella stessa della ellisse. Se la iperbole data dalla (ii) facciasi 
coesistere colla ellisse 

9 fi 

trovasi finalmente 



ad a byjb 



s/a-^b ^a^b 

Questo punto b rimarchevole perchè b quello dal quale hanno principio gli 

archi ellittici la cui differenza \t ancora rettificabile. 

6. Si considerino ora i raggi di curvatura del due punti associati. 

Essendo generalmente 

d^^ 

^ " "* d^ ò^y - òy Ò^x 
e per la ellisse avendo 

diT • adf eoa 9 , d"jc ■ - fldtp'sen 9 j d/ - - M? sen 9 , d^ « - 6d9* cos 9 



— 341 
sostituendo risulta 



a* 



p =— (i - c'sen'^)" (13) 

e questo pel punto M: ora pel punto m corrispondente all'ampieeza 9, avremo 

P, «-y (i-c*senW; 



ma per le formole di relazione tra le due ampiezze, essendo 

. , è» 

i - c^sen'^e = -— — srr 

a'(i - c*sen (p) 

ne siegue essere 

Pi i {i4) 

a(i - c*sen*<p)* 
La eliminazione di f tra la (l3) e (i4) conduce a 

PPi = «^ («) 

dunque i raggi di curvatura corrispondenti ai due punti associati sono in ra- 
gione inversa, ed il loro prodotto eguaglia quello dei semiassi. 

Dalla (1$) ne siegue che se uno dei due raggi di curvatura dei due punti 
associati venga preso per ascissa e l'altro per ordinata, il luogo geometrico 

che ne risulta è una iperbole equilatera, il cui semiasse principale è ^%ab. 

G."" Se prendiamo a considerare le normali dei punti associati, essendo ge- 
neralmente 



àx 



troveremo per M 



e pel pùnto m 


n ^byi - c*sen*<p 

• 


che si muta in 


6* 


dalle quali 


ayì - e sen^y 

b' 
nn, = — , 
a 



••*-«-.o 



/' 



— 342 — 

dunque : le lunghezze delle normali corrispondenti ai due punti associati sono 

in ragione inversa. 

Questo risultato ammette una co- 
struzi(xie geometrica facile. Sia difatti 
ABefl^ su questo come diametro venga 
descritta la semicirconferenza nella 
quale ven^ condotta la corda BC-6. 
Si cali quindi la ordinata CD ne ri- 
sulterà 

»"" ^^^^ • 
a 



/ 



/ 



[ 




BD - 



ÀC^ 



AB 



prolungata la GB in E onde sia BE » BD ^ sopra di CE come diametro de- 
scritta la semicirconferenza in essa dal punto B s'inalzerà la normale BF , e 
questa risulterà essere 

BF*-BCxBE = — 

a 

onde 

nn, « BF^ 

Anche qui noteremo che se una delle due normali la prenderemo per ascissa, 
e l'altra per ordinata si ha una iperbole equilatera riferita agli assuntoti la 
quale avrà per semiasse BF^2. 

7. Noteremo ancora che nella ellisse la distanza del piede dell' ordinata 
dalla normale è proporzionale alla protangente. Abbiamo di fatto 

PR = PM cos 
ovvero 

fc'sen ^ cos 9 



k ^jr cos 6 



e quindi 



ayi - c^sen*<p 



k s=-j-5 h 
a e 



ovvero 



k 
h 



aV 



(16) 



Essendo A -«- Ar la distanza del centro della ellisse dalla perpendicolare alla tan- 
gente guidata pel piede dell'ordinata, ne siegue dalla relazione (te) 



h-¥k 6* + a^c t 



a^c^ 



e se poniamo h -h k ^ l sarà 



- 343 
h e 




8. Passiamo ora alla iperbole, e per 
questa poniamo che per un suo punto 
M siano OP «= a:, PM «^ le sue coor- 
dinate, ed ÀM B s Tarco corrisponden- 
te. Le coordinate circolari di questa 
linea sono 

le quali ci danno 

cos'^ "^ 



cos*^ 



e per la nota relazione tra Tarco e le sue coordinate deduciamo 



d^ = — ^V a*sen*9 -f 6* . 
cos* <p ^ 

Si consideri ora un altro punto Mj pel quale siano 



(8) 



a 



oc. 



cosd 



, J^, - 6 tang B 



le coordinate, ed AM, « ^^ l'arco, ed avremo 

de y 

d^, = — r--Vfl*sen*fl + 6* 
cos 9 



(3) 



Sommando le (2), (3) otteniamo 

às + d^- « — |-^a*sen*9 + V + — rr^a^tv^B -¥ b^ 
" cos^tp ^ cos'è 

nella quale porremo 

tang a m cot f (5) 

ove m ^ una quantità da determinarsi : differenziando abbiamo 

do m df 



w 



ed ancora 



cos'O 



sen cos 



scn f 



m cos f sen 9 ^m\os\ + sen*^ 



— 344 — 
e quindi 

sen e ^ 



m cos (f -f sen^f 
Foimandoci il composto 

fl'sen'9 + &'«== ^'^; — ; ^ ' 

m^cos^cp + sen 9 

ed esprimendo tutto in seno troveremo 

m* — (m - 4)sen*<p 
nella quale posta la condizione 

(a* + i V' - *' = 
abbiamo 

2^ 



m = — 
e 



e quindi 



Ji^a 



a*sen'9 + 6* = ^ — ^ 



e 



Fatte le debite sostituzioni nella (4) troviamo 

11 ^9 / 1 — « 7T dcp b^ 

as -f d^, e= — ^ Vrt'sen <p + fe' '-r- . — (e) 

cos^T ^ sen' 9 \/a«sen*(p+6^ ^ 

che può mettersi sotto la forma seguente 

, dy [a>sen^(p - 6' (cos'cp - sen'y) ] 
sen*9 cos*<p v«*sen 9 + b^ 

Se al numeratore del secondo membro si aggiunge, e si toglie la quantità 

a*sen*9 cos'9 
esso si muterà in 

a*sen*9 ^^^\ ~ (a*sen*9 + 6')(cos*9 "" sen^9) 

onde sostituito nella (e) essa prenderà la forma 

a'd9 sen*9 cos'9 , , . ,-^ -, 

j , / ,7 - d? (cos'9 - sen 9)/a*sen^9 + b' 
- , V« sen*9 + 6* 
ds + dSj = ^— 



sen*9 cos^9 



da cui chiaramente apparisce essere 



— 345 — 

as + dj, «d. i — ^ 

sen f cos f 

la quale integrata ci da 

j+5, = 1 +C. (7) 

sen (p cos f 

Se per determinare la costante si ponesse qui f » 0^ risulterebbe => — per 

la (5)» e perciò a?, » « ed ^i • « ^ onde è che prenderemo a considerare quel 
punto particolare della iperbole il quale corrisponde a d « f ^ per cui la re* 
lazione (5) pel valore di m determinato diventa 

a b 
tangtp- — 

da cui 

sen*9 cos*<j) 1 

b e b + e 

e quindi 

sen cp = = , cos cp « , ■ . 

Dopo ciò, rappresentando per ^^ l'arco corrispondente a questa ipotesi, la (7) 
si muta ip 

2^a = 6 + e + C, (8) 

onde presa la differenza tra le (7) ed (s) flsulta 

va^sen*<p + 6* ,, 

,y + ^- - jiy» » (b -^e) 

sen (f cos f 

il cui primo membro ci da 
e perciò 

M,M. - M,M - ^^5531? _ (6 ^ e) . (9) 

seu (f cos f 

Il secondo membro di questa espressione si compone di due parti, 1' una è 
evidentemente una retta comp 6 + e , resta ora che facciamo oisservare che 
pure la espressione trigonometrica è una retta. 

Si prenda difatti la lunghezza della normale corrispondente all'ascissa ^, 
od ampiezza f, ed avremo 



n 



— 346 — 
jrds b ^a*sen*<p -f fc* 



àx a cos f 

se ora venga congiunto il centro della iperbole col punto M , e si ponga 

OMP«a si ha 

X a 

tang a = — « ^ . 

J b sen 9 

Si prolunghi dopo ciò la ordinata PM in Q per modo che sia MQ - n , e 
e guidata quindi per Q una parallela all'asse, come QR protratta fino all'in- 
contro col raggio vettore sani 

^« Va*sen*9 -♦• 6* 
QR =n tane « = =i . 

^ sen 9 cos 9 

Dunque il secondo membro della (9) rappresentando una retta, ne siegue che 
la differenza tra due archi iperbolici h rettificabile. 

9. Nella iperbole ancora può dimostrarsi che : Se ai punti associati della 
iperbole si conducono le tangenti queste col loro incontro danno per luogo 
geometrico una ellisse confocale. Rappresentando per f e le ampiezze, Tequa- 
zioni corrispondenti per le tangenti abbiamo 

bx --ajr sen f = afr cos f ^ 6jc - aj sen Q^ab cos B (10) 
colle quali deve coesistere 

tang = — cos <p (11) 

affinchè i punti corrispondenti della iperbole siano associati. 
Dalla prima delle (10) si deducono pel seno e pel coseno 

ab{xr ± }/aY - b^x^ + a^b^) a(b^x + r^aW^ -b^x^-^-ab^} 

sen <p = ^ ^ J aia > cos 9 = j-^ 5-5 

Per l'altra ampiezza prenderemo 

« 

^ ab{xY + v/aV - b^x"" ^ a^b^) a(Vx ±Y>/aW^ - b^x^ + a'A*) 
sen Q = 5-| 3^- , cos = ^ i tlz 

e fatte le sostituzioni nelle (11) giungeremo alla 

be(xy^ - «y + b^x^ - a^b^) = b^x^ - ay^ + b^xY - «'*>* 
dalla quale tolto il fattore comune b^-^jr^ si ha 



— 347 — 
e quindi 

che è uu ellisse i cui semiassi sono 



(•«) 



'y^y ^^ 



e per la distanza focale 9 detta e^ , risulta 



< = 



a'e 



-eò- 



-be' 



= e'. 



e - b ^ — b 

Il punto in cui questa ellisse (ia) incontra la iperhole è dato dalla coesistenza 
delle due 

b'x' - a'y = a V , b(e - b)x* + a^' = a'be 

dalle quali si trae facilmente 



X 



V'-f^ 



che determina sulla iperbole quel punto dal quale partono gli archi la cui 
dìflTerenza h rettificabile. 

IO. Riguardo alla parabola ci proporremo quanto siegue : 

Sia una iperbole equilatera e sul 
suo assintoto si prendano tre consecu- 
tive ascisse vincolate tra loro dalla con- 
dizione , che la compresa sia media 
proporzionale geometrìca tra le altre 
due^ ovvero si prendano quattro ascis- 
se, le quali compongano una propor- 
zione geometrica : si costruisca quindi 
una parabola che abbia per parametro 
1* asse traverso della iperbole , ed il 
vertice al centro di questa , e sieno 
ambedue queste curve riferite ai medesimi assi coordinati. Se dai tre o quat- 
tro punti della iperbole (issati per le coordinate assin lotiche si calano le pa- 
rallele all'asse delle ascisse, queste sulla parabola intercettano archi la cui 
differenza h rettificabile. 

Sìa la iperbole equilatera ANN3 riferita agli assi OX, OY ed abbia per se- 
miasse principale A >= a, e per assintoto OG3, il quale forma un angolo se- 
miretto con OX. Si prendano sull'assintoto le ascisse che primieramente, sod- 

45 




— 348 — 

disfacciano alla condizione 

oc' «OC, X OC, (i) 

Guidate le ordinale assintoticlie CjN^ , CN , C^N, sulla iperbole si hanno tre 
punti N, , N, Na : da queste guidate le N,Q, , NQ, N^Q, parallele ad OX, 
ed immaginata costruita la parabola conica OMV» il cui parametro sia 2a, ver- 
ranno in essa troncati due archi M,M , MM, la cui differenza è rettificabile. 
Si pongano le seguenti denominazioni : 

OQ. =7. , OQ -7 , OQ, ^j, 

le quali sono simultaneamente ordinate di punti corrispondenti nella iperbole 
e parabola, mentre le 

Q.N., QN, Q,N, 

sono le ascisse della iperbole^ che per essere equilatera ci da generalmente 

QN - V^ó^Tp , 

e qui è bene notare che congiunto Q con A è pure 

Per la particolare inclinazione dcirassintoto OC3 è Q6 »/*, onde 

BN = QN-QB = v/<?>7'-7 
e quindi 

Per la natura del triangolo OQB essendo 

OB =^v^2 
risulla 

V/2 

Con analogo ragionamento troviamo 

e perciò la condizione (i) espressa in funzione di coordinate diventa 

(V^^vy- 4.7)' = {^a-^^jX + /.K^/^^y^ ^y,) (2) 
Si consideri ora il punto M della parabola che abbia per ordinata y e per 



— 349 — 

ascissa 0?^x, onde la saa equazione sia 

jr^^2ax 
dalla quale 

dx = — d^ e d^ = — dj ^a^-^y 



la quale integrata cosi che ad j^ «= o corrisponda ^ » o risulta 



s^ 



=i-Cr«'«-77-Mo6(!^Efzr)] 



(3) 



S^ = Sy 



e questa rappresenta la lunghezza dell'arco OM : se in tale espressione ge- 
nerale poniamo successivamente j^i ^ jr^ in luogo delle ^ troviamogli archi 
OM, , OM, pei quali avremo 

Ora se poniamo 

MaM = s^ , MM, =^, 
troveremo 

dalle quali 

e questa por la condizione rappresentata dalla (2) si muta in 

^, ~ j, = -^[r^rt'^jj -fj,^^^/; - 2rV^aV/J . (4) 

Se ora a! punto M della parabola s'intende guidata la tangente è facile av- 
vertire che 

MT.J!2_ 

COS (f 



•^i *^ -V 



— 350 — 
essendo f langolo che la tangente forma coll'asse delle ascisse, e perciò 

dx ta ^ 

dunque 

s^^s,^ M,T, + M,T, - 2MT (5) 

che è una differenza tra semplici rette. 
11. Supponiamo in secondo luogo che sia 

OC, : OC = OC, : OC3 
dalla quale 

OC.xOCa-OCxOC, (1)' 

e quando pongasi OQ3 = j^j ne dedurremo 

0C3«V^?^T;^73 
onde la (1)' si muta in 

Se poniamo 

OM3 == s^ 
avremo 



•^3 



-^[n^.-^.«Mo,(!^:i4iz.)]. 



Per le differenze tra gli archi si pongano 



Sy^ - Sy^ - Sg , Jy^ - ^y^ - ^a 



le quali in funzione delle coordinate sono 



2a 



i-[r^^ -r,^?^ ^ «■ -^^^O] 



.. - iCr.v.-^: - ry»v7: . «..„g(^|Uz.)] 



che sottratte ci danno 



purché si tenga conto della condizione (2)'. Dunque la differenza dei due ar- 
chi M3 Ma , MM| è rettificabile mentre equivale alla differenza tra le rispet- 
tive quattro tangenti corrispondenti alle quattro estremità degli archi. 



— 351 — 

12. Per la soluzione degli esposti problemi meritano di essere conosciuti 
altri metodi che si riscontrano studiando le insigni opere dei nostri geome- 
tri italiani che sono preceduti. - Richiamerò qui quello presentato dai Sigg. 
Riccati e Saladini nelle loro Istituzioni analitiche tomo secondo, procurando 
di rimarcare quale è il punto in cui questo metodo conviene cogli esposti 
tanto per la ellisse quanto per la iperbole. 

1 3. Principierò col premettere un lemma che può essere utile per ricono- 
scere quali sono quelle funzioni difierenziali la cui integrazione si può far 
dipendere dagli archi di sezioni coniche. 

Si supponga essere z una funzione della variabile principale Xj abbiamo 
evidentemente 

d.zx =3 xàz -f zdx. 

Se qui poniamo che la z dipenda algebricamente dalla x per la relazione 

/m + nx^ 

\ p -^ gx* ^ 

ove m, n e Pj q possono avere qualunque segno» purché la z si conservi reale, 
avremo ancora 



a:*- 



m — 



pz 



i 



- n ••- 4jfz* 
e perciò 



y ^ n-^qz \ p -^ qx 



dalla quale integrando 

apprendiamo che qualora sappiasi integrare una delle due funzioni difieren- 
ziali resta pure determinato Tintegrale dell'altra. 
Qui merita essere notato il caso di 

p < ù f m < Oj 
perchè essendo allora 



H-=^-H'=j^- 



zx 



le due funzioni differenziali sono della medesima forma, e se fosse 

n^p y 9 = 1 



— 352 — 
si avrebbe 

]e quali sono come le altre della medesima forma, e differiscono soltanto pel 
valore della variabile dalla quale dipendono. 

1 4. Di quest'ultima formola ne faremo una applicazione alla iperbole per 
dimostrare il noto teorema che è rettificabile la differenza tra due archi. 

Per questa linea abbiamo 

onde 

àiS « dx 



1 / ^^-^^ 
ove esprimendo tutto in funzione della ascissa troveremo 



d^ «dar 




— rt %- ' — X 



^a" ^x' 
la quale può mettei-si sotto la seguente forma 



d^ = da: 



/ ^ ~ 

a* V ^a' + x* 



Dal confronlo di questa espressione cogli elementi costanti che compongono 
il primo membro della (4) rileviamo essere 



a' 



m - -r-T2 * n ==a 



onde essa ci da 



/ ^ ^ a » 



6 / a^ 

" a 2 

•h a X 




.2 . Z.2 



b 



dx\/ -^--^ 5 = 2X + C. ^H 



2 2 

a - X* 



Essendo s Tarco corrispondente all'ascissa x abbiamo 







a -^ b a , 



a' - x' >/^^TP 



— 353 — 
e dicendo Si l'arco della medesima iperbole corrispondente all'ascissa z, avre- 



mo ancora 




^^ 



+ a^z ^ 



dzV 3 a " '^ /T-T^ ^if 

a ^z v^*+6* 



e COSI la (5) diverrà 



/i» 



, IS -¥ S.) • ZX + C. 

Ove C è la costante della integrazione , e per la sua determinazione si po- 
trebbe porre x^a cui corrisponderebbe 5=0, ma allora, avvertendo essere 
pel caso attuale . 







a^-^b 



fl'-x' 



risulterebbe z = oe , e quindi 5, « » , ed e perciò che prenderemo a conside- 
rare la ipotesi di z» X cui deve corrispondere s ^ s^ ^ e perchè quest'arco 
deve essere noto, mentre per la condizione posta l'ascissa è determinata, cosi 
lo designeremo per s^ . Intanto per avere il valore dell'ascissa si ponga l'e- 
quazione 



x== 




4- a X 



a^x* 



n'-x» 



da cui 



x^ -. aV = a*x* - -, 



a^ 



a^^b 



e quindi 



X' 






£ giacché per valori positivi della x minori del semiasse a non esiste cur- 
va, così prenderemo soltanto 



X 



V' 



e per questo valore la (5) diventa 



— 354 — 
a ^ ab 



che sottraila dalla (5) ci da 

^ 1- j, ~ Wj =» 5 — za: - (\a + 6' + fr) 

la quale può metlcrsi solto la seguente forma 

(*. - J.) - (s^ - s) = 1^4 — 2JC - {^a*+b* + 6) (6) 

il cui secondo memjbro è una retta. 
15. Noteremo ora che la relazione 



• / a •¥ b 
▼ a — X 



X 



corrisponde a quella fra le due ampiezze (p e d del § (9) perchè se poniamo 
qui 



a a 

X = , z 



cos f ' cos d 

troviamo dopo semplici riduzioni 



s«" ? ./I5— n ._ ^ 6 cos (p ^ 



cos © = -7=============V^ + * > sen fl 



^a*sen*<p + 6* ^a'sen'y + 6* 

dalle quali 



e 



col ^= -r- 1®"6 ?• 

16. Per applicare alla ellisse un processo analogo è utile presentare solto 
altra forma il lemma da cui siamo parlili. 
Ripreso 

m + nx^ 



z* = 



di qui 



p + qx^ 



qz^x^ « m + /*jc^ —pz^ 



che differenziata ci da 

qzx AnZX = njr d^ - pz Az 
e quindi 



~ 355 — 

dx dz 

gd.zx ■» n p — 

^ z ^ X 



nella quale sostituiti i soliti valori per z ed a: avremo 



^^'^-''^''s/^^'-p^'S/' 



e fatto qui n < o , ^ < avremo 



y m - ruxr '^ V ^ 



la quale può mettersi sotto la seguente forma 



^-=-\^^-V^ 



- X Z' 

n 



e supposto ^ = n ne risulta 



qd.zx = dx W — -f dz W- 



- X z 

n n 



ed integrando 



X" ^ z 

n n 



17. Stabilita questa formola generale per applicarla alla ellisse si trovi la 
espressione del suo arco elementare, il quale, come è noto, è dato dalla coe- 
sistenza delle 

dalle quali dopo semplici trasformazioni si deduce 



s s 

ds^dxKl — s 5- 

V a - X 



(2) 



ove nel caso attuale per l'applicazione della (l) dobbiamo notare che 






(3) 

A6 



356 



Dopo ciò nella (l) sì faccia. 



m 



dalle quali 



n = a, nq ^ -j-, — = « 

a n 



e 



e COSI otteniamo 




a*- 



ex 



a* ^ X" "^J 




zx -h C 



la quale ci da 



J + 5, = -5-2X + C 



ri' 



(*) 



ove G è la costante della integrazione, e per determinarla porremo per mag- 
gior chiarezza 

OA«a, OB-6 

e che all'ascissa OP = x corrisponda 
l'arco BM =» j, mentre all'altra ascissa 
^OP, =» z corrisponde l'arco BM, =^,. 
Ora è chiaro che per Jtr = o è 5=0, 
ma per l'altra ascissa abbiamo (3) 2=^ 
h perciò il valore dell'arco corrispon- 
dente è ^, :== BMAy cioè il quadrante ellìttico^ onde la (4) si muta in 

BMA=C 

che sostituito risulta 

e' 

i" + ^, - BMA = -r- zx 

la quale può prendere due differenti forme 




p p, p, 



e* 



e" 



dalle quali 



s - (BMA •-s,) = ^ix, j, - (BMA - j) = -^5- zjc 



{*) 



BM ~ AH. <- V z^ 



BM, - AM - V «a: 



(«) 



— 357 — 

La determinazione della costante puà ancora effettuarsi nel modo seguente. 
Si consideri quella porzione di arco del quadrante ellittico pel quale le due 
ascisse Xj e z divengono eguali. L'aquazione di relazione (3) diventa allora 



a X' ^ — T — = a** — a^x 



*-« " "^ = fl^ - a^jr^ 



a^ 



dalla quale 



e e 



che facilmente ci dà, tenendo conto del solo valore accettabile che deve es- 
sere minore del semiasse maggiore, 



X 



e supponendo che questo punto sia M^ si faccia BM^ '= s^ ^ ed avremo per la (4) 

2S2=a -b f C (7) 



onde 



2 

j -H j, — 2.9a = — 5- za: - (a — fc) 



che può essere posta sotto la seguente forma 



ovveit) 



(^^i - -^2) - (^a - ^) = -3- z:r - (a - b) 

ti 



MM - M,M, = -^^ - (a - 6) (8) 



ove il secondo membro h una retta. 

1 8. Per ravvicinare questo metodo alFaltro basta provare che la relazione (3) 
posta tra le ascisse equivale alla (5) del paragrafo (t). Siano f e le am- 
piezze corrispondenti alle sue ascisse Xj z avremo 

x — a sen f ^ z = a sen 6 

e per questi valori la (3) si muta in 

a cos 9 
sen "B . a ' 

va*cos*9 + 6*sen*9 

da cui deducesi 

b sen (f 



cos 6 = 



^a*cos\ + 6*sen^9 



— 358 — 

onde 

b 
cot 9 = — tang 9 

che è la medesima relazione (5). 

19. Prima di porre termine alla presente nota aggiungeremo che il valore 

della X = , y ottenuto al §. 17 coincide con quello corrispondente alle 

empiezze eguali § (i7)^ ed ancora proveremo che : 

Il rettangolo fatto coi raggi vettori corrispondenti a quel punto del peri- 
metro della ellisse dal quale hanno principio comune gli archi di differenza 
rettificabile ^ uguale al rettangolo dei semiassi. 

11 raggio di curvatura corrispondente al medesimo punto è medio propor- 
zionale geometrico tra i due raggi di curvatura dei punti associati. 

Abbiamo difatti per primo^ notando con r, Ti i raggi vettori che partono 
dai fuochi 

a 

ma essendo 

x^ a 

a* a -^ b 
ne risulta 

rr^ =s rt* - a{a -^^ab (9) 

Pel raggio di curvatura abbiamo per qualunque punto della ellisse 






x^ 



e sostituito qui il valore di -7 otteniamo 

a 

^^^ab 
onde il raggio di curvatura nel punto particolare della ellisse dato da 

a^a byjb 

y/^Tb' ^^ \/fTb 
è medio proporzionale geometrico tra i semiassi, e fra i corrispondenti raggi 
vettori. Notando però con p, , p, i raggi di curvatura dei punti associati ab- 
biamo § (15) p,pa - ab dunque p^ = p, p, . 



x = 



— 359 _ 

t 

SULLA INDIPENDENZA DEI FENOMENI D'ENDOSMOSI 

DALLA ELETTRICITÀ^ COMUNICATA AI LIQUIDI 

SEPARATI DA DIAFRAMMI POROSI. 

NOTA 

DEL P. F. S. PROVENZALI. 

JLja parte noo piccola che i fenomeni d'endosmosi hanno nelle principali fun* 
zioni dell'organismo mi ha fatto credere, che sarebbe cosa utile il determi- 
nare per via di sperimenti se quei fenomeni sieno modificati dairelettricità 
comunicata ai liquidi fra i quali si opera l'endosmosi. A fine per tanto di 
richiamare l'attenzione de'fisici sopra un soggetto che può avere dell'interesse 
nelle applicazioni fisiologiche dell'elettricità, esporrò all'accademia i risultati 
di alcune sperienze che ho fatto in questa materia. 

Quanto all'elettricità statica il quesito si riduce a cercare se l'attitudine de' 
liquidi ad attraversare le sostanze molto porose soffra delle variazioni quando 
i liquidi si mantengono costantemente elettrizzati. In tale ricerca mi sono va- 
luto ora di membrane animali, ora di que'vasi di terra argillosa che si ado- 
perano a separare i liquidi nelle pile, e per sorgente di elettricità ho scelto 
una piccola macchina elettrica a doppia elettricità. Esplorato diligentemente 
il peso perduto in un tempo determinato da un liquido contenuto in un dia- . 
framma poroso tanto nel caso che il liquido rimaneva nello stato naturale, 
come nel caso che era tenuto elettrizzato di elettricità positiva o negativa, 
ho trovato che, a parità di temperatura e dell'altre circostanze, la diminu- 
zione del peso h sempre maggióre nel liquido elettrizzato, e tanto maggiore 
quanto è più forte la tensione dell'elettrico. Ma da ciò non possiamo imme- 
diatamente dedurre che nei liquidi elettrizzati sia maggiore l'attitudine ad at- 
traversare le sostanze porose, perchè la più grande perdita di peso può an- 
che dipendere dalla più pronta evaporazione del velo liquido elettrizzato che 
bagna le pareti del vaso similmente elettrizzato (i). Ho quindi messo il vaso 

(i) L'azione dell'elettricità statica sulla evaporazione de'liqaidi non so che siasi mai da alcuno 
attentamente studiata. Pensando io che il psicrometro sarebbe uno strumento adattato per tentare 
questo studio, dopo avere isolato dal terreno un psicrometro, ne ho messa l'acqua in comunica- 
zione col conduttore di una macchina elettrica. Cominciala l'azione della macchina, il termome- 
tro bagnato assai presto ha dato segno di raffreddamento, anche quando il bulbo di quel termo- 
metro era difeso nel miglior modo possibile dall'agitazione cagionata dall'elettrico nell'aria, e la 
distanza dal psicrometro alla macchina oltrepassava un metro. Con una piccola macchina elettrica 



— 360 — 

poroso in un vaso dì vetro contenente anche esso un liquido atto a mesco- 
larsi col primo. Il mescolarsi dei due liquidi attraverso il diaframma poroso 
è avvenuto sempre nello stesso modo, e colla medesima energia, o fossero i 
liquidi elettrizzati o noi fossero. Così p. e. avendo posto dell'acqua stillata 
nel vaso esteriore ed una soluzione di zucchero nel diaframma poroso, il peso 
di questa, finche si mantenne abbastanza concentrata^ crebbe di circa 0^,6 
all'ora tanto nel caso che i liquidi rimanevano allo stato naturale, come nel 
caso che comunicavano col conduttore positivo o negativo della^ macchina elet- 
trica in azione. Possiamo dunque conchiudere che l'elettricilk statica è senza 
influsso nei fenomeni di endosmosi, come lo h negli affini de'tubi capillari; 
essendo cosa cei*ta che la prontezza con cui salgono^ e laltezza a cui ascen- 
dono i liquidi nei tubi capillari^ come anche la quantità di liquido che in 
un certo tempo esce da un sifone capillare (i) sono del tutto indipendenti 
dallo stato elettrico de*liquidi medesimi. 

in soli 5 minuti primi ho pììi volte oltenuto nel termometro bagnato il raffreddamento di od 
grado; altre volte per ottenere lo stesso effetto ci sono voluti 10 e più minuti. Tali differenze di 
tempo hanno per causi principale la di^rsa tensione dell'elettrico; ma qualunque sia questa teo- 
sione quando l'aria circostante al psicrometro comincia ad essere elettrizzata» l'abbassamento del 
termometro bagnato procede multo più lentamente. Ho sostituito nel psicrometro all'acqua Talcool 
ed altri liquidi più volatili , il termometro bagnato da questi liquidi si abbassava quando veni- 
vano elettrizzati, ma l'abbassamento prodotto dall'elettricità non fu mai maggiore che coU'acqaa, 
anzi per lo più as ai minore; probabilmente perchè nei liquidi molto volatili il disperdimento del- 
l'elettrico è più copioso che nei meno volatili; opperò a parità di carica comunicata la tensione 
elettrica deve essere minore in quelli che in questi. Ad ottenere l'aumento di evaporazione non 
è necessario che il liquido del psicrometro sia messo io comunicazione col conduttore delia mac* 
china elettrica, basta solamente collocare il psicrometro nell'atmosfera elettrica del conduttore me- 
desimo. Se il psicrometro è in buona comunicazione col terreno l' elettricità indotta promuove 
revaporazione e fa abbassare il termometro bagnato talvolta non meno di quando il liquido ri- 
ceve l'elettrico dalla macchina. Che se il psicrometro sìa bene isolato dal terreno, l'effetto prodotto 
dall'elettricità d'influsso suole essere minore specialmente quando venga interposta una lastra di ve- 
tro fra il psicrometro ed il conduttore inducente, È dunque un fatto abbastanza provato che Te- 
lettricilà statica promuove l'evaporazione, e che i corpi bagnati più prontamente si asciugano, e 
per conseguenza più si raffreddano se vengono elettrizzali. Ma si può dubitare se questo sia un 
effetto immediato deirelettrico ovvero dell'agitazione che l'elettrico produce nell'aria circostante ■ 
La differenza notata di sopra fra il psicrometro comunicante col terreno e l'isolato, come anche 
l'aumento di evaporazione non ostante che il termometro bagnato sia difeso dall' agitazione dell' 
aria sembrano indicare che l'elettrico, indipendentemente dal movimento che desta nell'aria, eos- 
pira colla forza evaporante de'iiquidi ncir allontanare le molecole superflciali , e portarle fuori 
delle loro sfere di attrazione. 

lo non credo che l'elettricità indotta dall'atmosfera, tranne forse qualche caso assai raro, possa 
produrre degli errori sensibili nelle osservazioni che si fanno col psicrometro sullo stato igrome- 
trico dell* aria; contuttociò a togliere ogni dubbio si potrebbero esporre air aria libera due psi- 
cromet'i , uno isolato, l'altro comunicante col suolo; dalle cose dette risulta che i due psicro- 
metri non andrebbero d'accordo quando l'elettricità indotta dall'aria o da nubi fortemente elet- 
trizzate fosse capace di accelerare Tevaporazione. 

(1) Nei corsi di fisica sperimentale si suol fare l'esperienza detta del sifone eleUrieo^ cioè si fa 



_ 361 _^ 

Vengo adesso airelettricità dinamica, supponendo sempre che si tratti di 
correnti elettriche non molto forti^ e che non durano un tempo assai lungo, 
quali sono quelle adoperate nelle applicazioni fisiologiche : in tale ipotesi si 
può prescindere dalla loro azione chimica e calorifica che sono debolissime. 
Non è cosi delibazione meccanica in virtù della quale le correnti anche de- 
boli trasportano talora nella loro direzione i liquidi attraverso i solidi molto 
porosi^ e per tal modo possono aumentare Tefifetto dell'endosmosi o delPesos- 
mosi; ma non mai, a quanto sembra, impedire tali effetti o anche solo di- 
minuirli. La circostanza che maggiormente influisce sul trasporto prodotto da 
una corrente elettrica di data intensità è la facoltà conduttrice de'liquidi, la 
quale quanto è minore tanto h maggiore la quantità di liquido trasportata 
attraverso il solido poroso. Ciò posto tre casi si possono dare, cioè che i due 
liquidi fra i quali si opera l'endosmosi sieno ambidue buoni o ambidue cat* 
tivi^ o uno buono e l'altro cattivo conduttore della corrente elettrica. 

Per cominciare dai buoni conduttori, avendo messo nel diaframma poroso del- 
l'acido cloroidrico, e nel vaso esteriore una soluzione satura di sale comune, 
nelle prime ore dellesperienza l' aumento dalla parte dell' acido cloroidrico 
dovuto all'endosmosi era di iS'''.,2 all'ora; fatta passare la corrente elettrica 
per l'endosmometro (i), l'aumento fu di i^j4 all'ora quando la corrente pel dia* 
framma poroso andava verso l'acido, e di i^''-,! quando andava verso la so- 
luzione. Qui si vede apertamente che l'azione della corrente elettrica non im- 
pedì l'effetto dell'endosmosi, perchè il peso dalla parte dell'acido continuò a 
crescere quasi colla stessa rapidità anche quando la corrente elettrica tendeva 
a trasportare Tacido verso la soluzione. Che poi Qon sia stato impedito Tef- 
fetto dell'esosmosi nella prima direzione delia corrente, lo mostrò la presenza 
dellacido nella soluzione dopo che la corrente per un ora era andata verso 
Tacido. Inoltre avendo sostituito alla soluzione di sale l'acqua stillata, e fatta 
di nuovo passare la corrente per l'endosmometro, l'acqua trattata col nitrato 
d'argento mi diede un abbondante precipitato di cloruro si nell'una che nel- 
l'altra direzione della corrente. 

comunicare col conduttore della macchina elettrica, l'acqua contenuta in un vaso in cui pesca il 
braccio più corto di no sifone capillare. Prima che la macchina lavori, dal braccio più lungo del 
sifone Tacqua esce lentamente e a gocce ; messa in azione la macchina si ha un getto continuo, 
e se relettricità è forte molti getti che prendono la forma di un cono. Quando si raccoglie e mi- 
sura l'acqua in ambidue i casi uscita dal sifone in tempi ec[uali , per lo più si trova minore la 
quantità ottenuta colla macchina in azione. Ciò si deve attribuire alla maggiore evaporazione del 
liquido olettrizzato, ed anche più a quelle piccolissime goccioline , che per la mutua ripulsione 
vanno a cadere fuori del vaso destinato a raccogliere il liquido. Se il braccio più lungo deLsifone 
si fa terminare in vaso chiuso, le quantità di liquido raccolte in ambidue i casi sono perfetta- 
mente uguali. 

(i) In questa e nelle sperienze che seguono la corrente fu mantenuta costante per meszo di 
un reostata. 



_ 362 _ 

I medesimi risultati ho avuto aticbe quando i liquidi erano cattivi condut- 
tori dell'eleltrico, sebbene fosse allora molto più abbondante il trasporto ope- 
rato dalla corrente. La soluzione di zucchero che per solo effetto di endos- 
mosi colFacqua stillata cresceva, come già dissi, di circa 0^-^^ all'ora, sotto- 
messa all'azione di una corrente elettrica diretta dall'acqua verso la soluzione 
aumentò di 3S'',2 allWa, e diminuì di 3<^',3 rovesciata la direzione della cor- 
rente. Prima di rovesciare e dopo rovesciata la direzione della corrente avendo 
diligentemente pesato due eguali volumi della soluzione di zuccliero, trovai che 
la densità della medesima era diminuita durante la seconda direzione della cor- 
rente; d'onde apparisce che l'endosmosi ebbe il suo effetto anche quando la 
corrente trasportava la soluzione verso l'acqua. Lo stesso avvenne riguardo all' 
esosmosi nella prima direzione della corrente; poiché fatta evaporare l'acqua che 
aveva trasmessa la corrente alla soluzione, ebbi per residuo un poco di zucchero. 

Finalmente quando i due liquidi fra i quali si fa 1' endosmosi sono uoo 
buono e l'altro cattivo conduttore dell'elettrico, se la corrente va dal primo 
al secondo saremo nel caso .de'buoni conduttori, e saremo nel caso de'cattivi 
se la corrente va dal secondo verso il primo. Tuttociò è confermato dalFespe- 
rienza. Una soluzione di gomma arabica che per solo effetto di endosmosi 
coll'acqua stillata cresceva di o^'j2 all'ora^ sotto l'azione di una corrente elet- 
trica diretta dall'acqua verso la gomma nello stesso tempo crebbe di i^- e 
diminuì di 08*'',5 nella direzione contraria della corrente. Anche in questa spe- 
rienza un poco di gomma si mescolò all' ac<|ua nella prima direzione della 
corrente, e diminuì la densità della soluzione nella seconda ; che e quanto 
dire l'esosmosi e l'endosmosi ebbero il loro efletto non ostante l'azione con- 
traria della corrente elettrica. Di più avendo fatto succedere alla soluzione 
di gomma prima dell'albumina, e poi una soluzione di sale comune , fatta 
nuovamente passare la corrente per un'ora dall'acqua all'albumina, e per uu' 
altra ora dall'acqua alla , soluzione di sale, l'acqua trattata nel piimo caso col 
sublimato corrosivo, e nel secondo col nitrato d'argento, mi diede sempre a 
un dipresso la medesima quantità di precipitato che ne aveva ottenuto dopo 
tempi eguali senza l'azione della' corrente per solo effetto di esosmosi. 

Non descriverò le sperienze che ho fatte coi liquidi separati da membrane 
animali, perchè i risultati furono gli stessi, cioè la corrente elettrica non im- 
pedì né sensibilmente diminuì gli effetti dell'endosmosi ed esosmosi. Sembra 
dunque dimostrato che le due cause del mescolamento de' liquidi attraverso 
le sostanze porose, che si possono chiamare endosmosi chimica ed endosmosi 
elettrica^ operano indipendentemente l'una dall'altra. 



— 363 — 

RIVISTA DI UN OPUSCOLO \)LLVJRCH. SPIRITO AUBERT 

INTITOLATO 

« ROMA E L'INONDAZIONE DEL TEVERE » 

CONSIDERAZIONI ED AGGIUNTE STORICO-GEOLOGICHE 
DEL PROF. GAY. MICHELE STEFANO DE ROSSI. 

ì ' 

1j opuscolo, che ho l'onore di presentare alla nostra Accademia, avendo per 

solo scopo il confutare i popolari pregiudizi sulle cause delle inondazioni e 
sui rimedi apparentemente facili da opporre alle medesime , è un riassunto 
di profondi studi e contiene i germj di utilissime considerazioni, le quali svolte 
al lume della scienza geologica e della storia possono giovare grandemente 
a conoscere la natura e le fasi passate ed avvenire del nostro celeberrimo 
fiume. Quindi è che quantunque, come ho detto, l'operetta dell' Aubert con- 
tenga molti utili insegnamenti massime intorno alla quistione delle cause e 
dei rimedi delle inondazioni, io non ne esaminerò tutta la materia, ma solo 
chiamerò la vostra attenzione sui punti che mi propongo svolgere e compie* 
tare. Non occorre poi spiegare come proponendomi io oggi soltanto di anno- 
tare un lavoro altrui non intendo in queste aggiunte presentare un trat- 
tato completo, ma solo un saggio di studi storico-geologici sul Tevere. 
Tre sono i punti clie io prescelgo nel predetto opuscolo, 
i^ Qual sia stata la vera, naturate e primitiva configurazione del suolo di 
Remai ora nascosta ed alterata dagli artificiali accumulamenti di macerie, di 
edifici, di rovine e di pluviali colmature. 

2"^ Il fondo del letto del Tevere si è rialzato non tanto per 1' ingombro 
delle materie scaricate nell' alveo quanto per effetto della protrazione della 
foce nel mare. 

3° L^inondazione in Roma si espande in cinque diversi livelli o laghi, la riu- 
nione dei quali in due soli od anche in uno genera correnti precipitose me- 
ritevoli d'analisi particolare. 

Quanto alla prima ricerca^ delle forme cioè originarie del suolo di Roma, 
l'Aubert fa notare come, oltre il rialzamento del piano a tutti noto , anche le 
colline abbiano modificato il loro aspetto primitivo. Ed allegando su ciò l'espe- 
rienza dei cavi fatti più volte sulle dolci pendici dei sette colli, trova che 
essendo le dette pendici per la massima parte composte di scarichi e di ro- 
vine addossate a tagli verticali nella viva roccia , dimostrano ad evidenza , 

47 



— 364 — 

nello stato naturale della vallata aver dominato per ogni dove le rupi a picco. 
Quindi, egli dice, la valle di Roma avea in origine un aspetto similissimo a 
quello che tuttora conserva la medesima valle del Tevere nel luogo detto 
Saxa rubray la Marcigliana e Castel giubileo. 

La verità di questo concetto dell' autore noi possiamo verificare ponendo 
mente ai moltissimi tratti delle colline circoscriventi la valle tiberina, i quali 
tuttora sono dirupati e verticali. Consideriamo inoltre come ripidi sono e re- 
lativamente rari i declivi praticabili coUeganti le alture col basso di Roma. 
Siffatti declivi sono appunto per la massima parte artificiali e di taluno con- 
servasene perfino la storica memoria del taglio, come sappiamo dell* accesso 
al Quirinale dal Foro Trajano. Ciò posto possiamo cosi istruiti agevolmente 
colla immaginazione togliere alla valle di Roma tutto l'ingombro delle sue ma- 
cerie nel piano e dei suoi addossamenti laterali ai fianchi dei collie e resti- 
tuire l'orografia al suo stato naturale e primitivo. Il piano ci rimarra poco 
elevato dal livello del Tevere ; ci tornerà quindi paludoso , lacustre e an- 
che tutto fluviale ad ogni minima escrescenza. Dai fianchi delle rupi laterali 
vedremo scaturire allo scoperto quelle tante e sì ricche sorgenti di acqua 
che sotto i banchi dei tufi scorrono sulla impermeabile marna pliocenica. Le 
nude rupi ci si mostreranno quasi altrettante sezioni gcologidie, nelle quali 
vedremo come le scaturigini delle acque corrispondano ai seni risultanti dalla 
ondulazione degli strati marnosi. I quali seni sono gli alvei sotterranei ove si 
adunano e scendono le acque dagli alti monti circostanti. Tale stato del ba- 
cino di Roma, che la mente nostra ricostituisce sui dati delle osservazioni e 
della scienza geologica, e appunto lo stato descrìttoci dagli scrittori tutti per 
Tepoca di Romolo e della fondazione dell'eterna citta intorno a venticinque 
secoli prima dei giorni nostri. 

Ma questo stato, del quale possiamo dire di conoscere quasi l'epoca pre- 
cisa , era esso stesso T effetto dì altre condizioni anteriori che la geologia 
addita nello spazio non potendo però assegnar loro un posto nel tempo. Le 
sponde verticali della vallata e la forma quasi cilindrica delle colline isolate, 
come il Campidoglio, TA ventino, il Palatino^ sono il risultato della erosione 
operata dalla grande corrente del Tevere quaternario. Tutti sanno che tanto 
i depositi quanto le erosioni del gran fiume si trovano fino a trenta metri 
sopra il medio livello attuale del corso tiberino. Ed è quindi chiaro ed in- 
dubitato essere i tagli nelle colline di Roma l'opera di quella massa d'acqua, 
di cui era ricco il Tevere nell'epoca dai g^logi appellata quaternaria. La du- 
rata e la distanza di questa epoca dai tempi storici è uno dei più grandi, 



— 365 — 

diOìciti ed importanti problemi della scienza. E una quistione creduta quasi 
insolubile dai geologi, i quali vedono perdersi quel vasto periodo tellurico 
nella notte impenetrabile di tempi lontanissimi . A si grave problema e clic 
tocca non una sola regione , ma T intiero globo terraqueo^ non pretendo io 
oggi parlando di un solo fiume, anzi d'un sol pìccolo tratto di esso, tentare 
una soluzione. Posso però sottoporre al vostro giudizio alcune riflessioni ed 
alcuni dati finora non avvertiti, che cominceranno a spargere qualche lume 
sul grande problema, almeno per il suolo romano. 

Lasciando per ora da parte la questione della durata del periodo quater^ 
nario ossia per noi la ricerca del quanto tempo possa avere impiegato il Te- 
vere nel solcare la valle di Roma, atteniamoci ali* indagine della distanza dei 
tempi, nei quali il gran fiume scorreva maestoso in tutta la larghezza della 
valle, dall'età in che Romolo venne sulle ripe dell'alveo limitato a propor- 
zioni forse non dissimili dalle attuali. Prescindiamo anche dall'altra questione 
agitata dai geologi cioè se all'alto livello dei fiumi primitivi abbia contribuito 
un livello parimenti piiì alto del mare. Al nostro scopo basta osservare che 
il Tevere allorché scorreva nell'intiera vallata senza serpeggiare nel fondo della 
medesima, qualunque fosse la cadente del suo corso verso il mare, avea l'al- 
veo retto come h retta la valle , quindi dovea fluire più o meno simile a 
torrente. È facile anche comprendere quanto dovesse essere aumentata la forza 
della corrente allorquando sopraggiungevano le piene nelle debite stagioni. 
Sicché le piene che vediamo giunte fino ai trenta metri sopra l'odierno li- 
vello fluviale, sempre erodendo allargarono la valle ossia l'alveo del gigan- 
tesco fiume. Questa opera d'erosione diede al bacino la forma dirupata della 
quale ragioniamo. Sceso poi il Tevere dall'alto suo livello rìdncendosi a ser- 
peggiare nel fondo della valle, lasciò nelle parti meno depresse della mede- 
sima I quegli stagni e laghi si celebri dei f^elabri , del lago Curzio , della 
palude Cuprea, dei s^ada Terenti e mille altri anonimi, i quali tornava ad 
incorporare alla sua corrente ad ogni escrescenza invernale. Ciò che la fisica 
c'insegna é pienamente attestato dagli antichi scrittori, i quali espressamente 
parlano della riunione degli stagni al fiume nelle vaste piene. In tale stato ne- 
cessariamente mutò la natura del fiume, il quale serpeggiando rallentò il corso 
e cessò di essere torrente. Nelle piene poi più limitate che nei tempi ante« 
rìori potea espandersi, come ora fa nella intiera valle; ed invece di rodere al- 
largando il letto, cominciò l'opera di colmata nelle paludi e la sistemazione 
ossia Tinnalzamento delle nuove ripe. Tale colmatura, che suole essere piutto- 
sto sollecita in siffatte condizioni, era ben lungi dall'essere appena cominciata 



— 366 — 

air epoca della fondazione di Roma , quando tutte le paludi erano perfino 
navigabili. Dunque da poco tempo il fiume a^ea mutato natura^ e non era 
neanche lontano il tempo in che esso occupava lìntiero letto quaternario. 

Questa conclusione intorno alla vicinanza dei due tempi, che scende spon- 
tanea dall'esperienza del regime dei fiumi, a me sembra confermata da sto- 
riche notizie. E fatto positivo verificato incontrastabilmente che le ghiaie de- 
positate dal Tevere quaternario contengono armi in silice spettanti al periodo 
più antico dell'epoca della pietra detto TArcheolitico. Ciò dimostra ad evi- 
denza che l'uomo abitava queste contrade quando il fiume scorreva all'alto 
livello ed operava le erosioni del bacino di Roma. Non avevamo però finora 
un dato per conoscere a quale distanza dai tempi storici avessero quivi vis- 
suto tali tribù preistoriche. Da qualche indizio ho io talvolta emesso il pa- 
rere che quei popoli sieno slati o gli Aborigeni noli nella storia o i loro pros- 
simi antenati. Oggi sembrami potervi dimostrare, che questi popoli furono mollo 
prossimi predecessori dei fondatori di Roma e parlanti l'idioma arcaico latino. 
La dimostrazione apparisce palesemente dai nomi e dalle notizie del Tevere 
lasciate dai primitivi Latini, evidentemente alludenti allo stato torreutale, ero- 
dente e quaternario di questo fiume, non alla placida e colmatrice sua nuova 
natura. Primieramente tutti gli antichi storici sono concordi nel ricordarci che 
prima del nome Tibris avea quel fiume il nome di Albida : e questo nome a 
due suoi caratteri riferi vasi. L'uno era la bianchezza e limpidezza delle. sue 
acque , 1' altro la sua provenienza da Albe montagne 'ciob coperte sempre o 
quasi sempre di neve. La bianchezza delle acque lodata nel Tevere contrasta 
fortemente col luteo suo aspetto e coli' altro celebre suo epiteto di flavas. 
Ma ben s'accorda la limpidezza delle acque colla provenienza da Albe mon- 
tagne, alludendo ciò chiaramente ad un tempo nel quale le acque del Tevere 
provenivano direttamente dallo scioglimento dei ghiacci ed in tanta copia da 
vincere il colore della sabbia. Esso travolgeva più ordinariamente la grossa 
ghiaja, la quale giova moltissimo a mantenere bianca e spumeggiante Tacqua 
dei torrenti. Ma ciò non basta : Servio ci avverte che nei libri rituali nei 
quali si conservavano le più antiche e sacre memorie dei popoli, il Tevere 
oltre il nome di Albula portava quello di Serra cioè sega , attesa la sua 
singolare forza erosiva e per la medesima ragione era anche detto Rumon', 
parola che nella primitiva lingua latina vale rodente, tagliante. Potrebbe qui 
farsi una discussione filologica sul valore della parola rumon j affine all'al- 
tra ruma che vale mammella onde fa denominato il ficus raminalis^ sotto il 
quale la favola narra che Romolo e Remo sieno stati dalla lupa allattati. Io 



~ 367 — 

tralascio questa discussione perchè h abbastanza certo secondo i filologi che 
il lìiinion appellativo del Tevere procede da parole significanti l'erosione; e 
piuttosto io sarei per dubitare se le parole affini al Rumon e che si dicono de- 
rivate da Ruma nei fatti e nei luoghi collegati alle acque del Tevere deb- 
bano piuttosto la loro origine al Rumon erodente che al Ruma mammella (t). 
Ma chechè sia di ciò, contentiamoci per ora di ragionare sulla sola denomi- 
nazione Rumon attribuita al Tevere primitivo. Non sarà io credo per caso 
fortuito, che i tre nomi del Tevere nell'epoca ante-romana e ricordatici da 
scrittori ignari ed improvidi delle nostre scoperte geologiche, siano tre voca- 
boli così bene appropriati ed alludenti allo stato quaternario e torrentale del 
Tevere. Anche altri nomi alludono alla medesima facoltà erosiva, come per 
esempio i vada Terenti da terere erodere. In somma io concludo che i nomi 
descriventi lo stato quaternario del Tevere, nella lingua arcaica s\ ma latina,' 
e nei tempi incerti si ma immediatamente precedenti le origini di Roma, pos- 
sono essere stimati un indizio storico dell'epoca non remota anzi quasi storica 
da attribuire al declinare almeno dello stato quaternario del Tevere. E tanto 
più vale quest'argomento storico— filologico, perchè corrisponde allosservazione 
puramente fisica prima esaminata; cioè della non operata colmatura degli sta- 
gni malgrado la frequenza e grandiosità delle inondazioni ai tempi della fon- 
dazione di Roma. Passiamo ora al secondo punto, e vedremo che anche in que- 
sto ci avverrà di fare osservazioni che alla presente conclusione si legano e la 
confermano. 

Il secondo punto concerne T importante ed agitata questione dell'innalza- 
mento dell'alveo del Tevere dall'epoca romana in poi. Tutti sanno che i più 
accreditati fra gli idraulici, i quali hanno studiato il Tevere, i celebri Gamberini 
e Chiesa, hanno opinato niun innalzamento essere avvenuto nel livello del fiume 
.da dieciotto o venti secoli. Molti pensano che le macerie, le rovine ed i mo- 
numenti rovesciati nel Tevere possano averne ingombrato ed innalzato il fon- 
do. L'autore che seguo ed annoto in questo articolo, appoggiandosi al fatto 
storico e sottoposto ai nostri occhi della continua protrazione delia foce^ ne 
deduce per legge idraulica la prolungazione della pendenza e quindi il sol- 
levamento del livello. Questo innalzamento del livello superficiale dell'acqua, 
data la medesima o forse anche una diminuita portata del fiume, produce ine- 
vitabilmente un propoi*zionale interrimento nel fondo dell'alveo. Alla legge di 
natura l'autore aggiunge l'esperienza del fatto con parecchie osservazioni sui 

(1) Vedi Fabretti» Glotsarium italicum v. Ruma^ Ruminali$, Rumon, Thybris. 



^ 368 — 

basamenti dei ponti, sulla luce clell'arco della cloaca massima ed altre. Ma so- 
pra tutto egli constata un fatlo importantissimo e da niuno notato finora. Que- 
sto è Tinnalzamento di tutte le acque correnti sotterra in Roma; di modo che 
in molti luoghi queste acque hanno già superato il piano della citta antica 
e SGorix>no sui lastricali delle antiche vie e sui pavimenti degli antichi edi- 
fici. Il nuovo livello preso dalle ac({ue sotterranee di Roma corrisponde a ca- 
gione della peimeabilita del suolo al pelo deiracrjua del Tevere. Quest'argo- 
mento^ che può dirsi decisivo^ non è stato dal nostro autore confermato con 
osservazioni speciali sulle relazioni fra gli antichi monumenti situati sopra le 
sponde del fiume e lattuale livello medio dell'acqua. L'importanza dell'argo- 
mento esige che questo confronto quanto più brevemente si può sia fatto (i). 
Fino dal i8i9 fu scoperto presso il ponte Milvio uno dei cippi terminali delle 
ripe del Tevere datato dall'anno 697 di Roma. Questo è lunico monumento di 
tal genere che sia stato rinvenuto al proprio posto. Or bene esso era situato 
s\ basso che solo nelle estreme magre del Tevere poteva rendersi agevolmente 
visibile col suo basamento fatto a gradini (2). In altri luoghi Todierna corrente 
ordinaria del Tevere viene sulle ripe scoprendo pavimenti in mosaico di edi- 
fici, i quali certo non furono costrutti sotto il pelo dell'acqua si presso al 
fiume. Altri confronti farei se al giorno d'oggi non possedessimo il più deci- 
sivo monumento^ che è l'emporio. A questo avea io indirizzato i miei studi, 
quando seppi che il eh. P. Luigi Bruzza avendo seguito giornalmente gli 
scavi , oltre alle indagini archeologiche , ha studiato diligentemente la qui* 
stione del livello antico del Tevere; e poiché i suoi dati e le sue conclusioni 
corrispondono perfettamente a quelli eh* io rinveniva e nell'emporio ed al- 
trove , stimai mio dovere di non preoccupargli il campo , ma lo pregai di 
comunicarmi in iscritto le sue osservazioni, che volentieri avrei inserito nel 
mio articolo. Ecco la cortese e dotta risposta. 

Signor Cavaliere Collega chiarissimo 

Assai di baon grado partecipo alla S. V. quelle poche osservazioni che ho fatto sulla condi- 
zione topografica deirEmporio, le quali avvalorate da quelle eh*, ella dedurrà dai principii della 

(4) Fea, Notizie del giorno delPanno 1819 n.» 44. 

(2) A questo punto det ragionamento, durante la lettura, il eh. P. Angelo Secchi feee notare 
in conferma delle osservazioni Catte dall'Aubert nel sottosuolo dell'interno di Roma, come egli 
abbia avuto ora occasione di studiare un cavo fatto non lungi dal Pantheon nella piazza di S. 
Maculo, luogo lambito dalla inondazione del Decembre 1870. Il cavo profondato fino a m. 10 e 
più dal piano della superficie incontrò una antichissima chiavica romana* la quale fu trovata del 
ti&tto ostruita e ricolma dalla melma tiberina, ed ora incapace d'esser ripristinata perchè posta al 
di sotto delFordinario pelo dell'acqua del Tevere. £ chiaro, che essa non fu costruita sotto il li- 
vello del fiume, nel quale dovea scaricare le sue acque. 



„ 369 — 

scienza idrografica possono in qualche modo condarre a conoscere quale fosse anticamente il li- 
vello delle acque del Tevere. A questo scopo ne conduce praticamente la scoperta del muro che 
serviva di argine e di riparo all'Emporio contro alle acque del fiume. Perciocché essendosi tro* 
vato a'pìedi del detto muro il ponte di scarico o crepidine» quasi intatto, largo cinque metri, al 
quale si accostavano le navi e dove si scaricavano i marmi, ed essendo nella parte che confinava 
coiracqua recinto da una fascia di travertini larga un metro, si potè chiaramente conoscere che 
al presente soltanto nelle magre ordinarie di estate il fiume non giungo a coprirlo, e resta anzi al 
disotto di esso quindici o venti centimetri circn. Cosicché nei soli mesi di estate polrebhe appena 
servire oggidì allo scarico delle merci, se, come ebbi occasione di osservare più volle, le pioggic^n^ 
che (li poca durata e specialmente i temporali che si rovesciano suil* Apennino non f icessero si 
cbe le acque crescendo facilmente lo ricoprono. Ma osservai pure che se questo piano fosse più 
alto di mezzo metro potrebbe servire anche al presente per molti mesi dell'anno quasi egualmente 
che il ponte di Ripa grande, quando cioè il fiume non cresce oltre il suo volume ordinario. Dalle 
quali osservazioni mi parve cbe si possa conchiudere che il fiume abbia variato il suo antico li^ 
vello, ed alzato il suo letto non più di un metro. 

Ma giova considerare a qualo epoca si riferiscano le esposte osservazioni, e in quali anni sia 
slato edificato il muro che cingeva l'emporio* Avendo tenuto conto dei massi di marmo che fu- 
rono trovati deposti sulla crepidine, ne rinvenni uno ch'era segnato colla nota consolare di Già* 
hrionc e Tcbaniano che congetturai essere stali suffetli del 132 {Marmi grexxi^ Annali dell'lnst. 
di Corr. Arch. 1870 p. 150), nel quale anno è certo cbe già ora stato edificato il muco e la cre- 
pidine essendosi ivi trovati varii massi di cipollino che avevano segnato il consolato di Augurino 
del 132. Questo edifizio adunque risale al tempo di Adriano , ma non deve essere ad esso ante- 
riore, perchè la costruzione di reticolato e di larghe fascieche Io framezzano è uniforme ed eguali* 
a quella della Villa Adriana della quale diede un saggio il Canina {Archit.' Romana Tslv. 14. iO). 
Potendosi adunque determinare che al tempo di Adriano la superficie delle acque ordinariamente 
lambiva, ma non copriva, almeno per vari mesi dell'anno il piano della crepidine, ne viene pure 
che il livello medio fosse alquanto inferiore al presente. 

L'attenta osservazione dello scavo dell'emporio mi ha condotto ad altre considerazioni che giova 
accennare. II muro che dissi essere del tempo di Adriano, non meno che l' arginatura che dalle 
falde dell'Aventino si estende all' Emporio e prosegue continua, ma coperta dalia sabbia e dalie 
terre di scarico fino in vicinanza del ponte di ferro, ristrinse il letto del fiume e conferirlo credo, 
ad alzarne Ikvcmente il livello. Nell'emporio poi si sono avute manifeste prove di tre successivi 
alzamenti che pure giova considerare. t)a principio il luogo dil^emporio (parlo di quello dove si tro- 
varono i marmi) era un'area piana ed aperta senza alcun ricìnto che si ritrovava quasi al livello 
stesso del fiume, e i marmi cbe in quest'area primitiva si ritrovarono portavano i consolati degli 
anni 64. 67, 80 e seguenti, e dietro ad essi, che stavano più vicini alla sponda» erano quasi sul 
medesimo piano collocate ordinate serie di anfore, il che mostra che il luogo dovette essere asciutto 
per molti mesi dell'anno, perche altrimenti non si saprebbe comprendere come queste si depo- 
nessero in luogo soggetto ad essere coperte dalle acque, e questa minore probabilità di essere al- 
lora sopraffatte dal fiume la riferisco alla libertà che aveva il fiume medesimo di poter versare 
inferiormente sui campi il volume delle sue acque non essendo ancora ristretto dall'angustia di 
sponde arginate ed alte. Con tutto ciò non è che talora non dovesse venir coperto dalle acque, 
anzi forse appunto lo spesseggiare dell'inondazione dovette esigere un qualche provvedimento; e 
si provvide infatti alzando il muro di argine di opera reticolata, dell'epoca che ho sopra indicala, 
e fu elevato dal piano della crepidine metri 3,50. Allora essendo il snolo tutto ingombro di massi 
a diversi strati si fece per mezzo ad essi un solco largo quanto bastava alla grossezza del mu- 
ro, e sollcvatìdo quinci e quindi 1 massi che s* incontravano, quelli degli strati inferiori vennero 
(tccumulati sopra quelli dei superiori , lasciando peto stare quelli che non rompevano la ììttca 
esterna del muro e facendoli servire come di materiale gli compenetrarono dentro di esso. Così 
avvenne che il muro il quale aveva apparenza di essere largo metri 1,20, in molti luoghi era 
sottilissimo emendo appoggiato ai massi che non furono tocchi. Compiuto questo lavoro , il luo- 
go, eccetto la crepidine» cessò di elsere destinato allo scarico dei marmi» siccome dimostra VAti- 



^-. 370 — 

gustia degli accessi ai luoghi interni , la ristrettezza degli scali affatto disadatti al passaggio dei 
massi e la qualità medesima dell' opera muraria che sarebbe stata rovinata in brevissimo tempo 
dal traino di enormi pesi. E che il luogo sia stato destinato allora ad altro^uso se ne ha una prova 
apertissima nelF anfora scolpita ed inserita nel muro al principio di uno degli scali per indicare 
che quivi era l'accesso ai magazzini dei vini o delle merci che dentro alle anfore si trasportavano. 
Avvenuto questo cambiamento nella destinazione del luogo il piano fu alzato all'altezza del maro 
di argine, cl^e come dissi e di m. 3,50 sopra la crepidine, e di fatti si ritrovarono poco al disotto 
del medesimo le chiaviche che conducevano al fiume gli scoli delle acque. Allora avvenne che so- 
pra questo nuovo piano si disposero nuove serie di anfore , che si sono ritrovate ancora al loro 
posto, e mezzo metro circa al disopra del medesimo piano si alzarono alcuni edifizi i quali in qual- 
che parte poggiavano sopra i massi di marmo che sottostavano accatastati, o sopra il primo strato 
di anfore che abbiamo detto trovarsi nel primitivo suolo inferiore, senza però che i fabbricatori, 
come pare, se ne avvedessero , avendo scavato appena per mezzo metro le fondamenta dei mori. 
Questi edifìzii davano a divedere la costruzione usata fra il quarto e quinto secolo, erano murati 
a volta e dipinti a fascie e riquadri imitanti varie specie di marmi , e in un lato si trovò quasi 
intatto un larario, donde pare che servissero per abitazioni. Restando pertanto il loro piano quat- 
tro metri circa al disopra della crepidine pare altresì che chi vi abitava si tenesse abbastanza si- 
curo dalle acque nelle piene del fiume, e credo che veramente vi fosse allora minor pericolo at- 
teso la maggiore larghezza del letto non ancora ristretto dagli scarichi, e la depressione delle sponde 
per cui 1^ acque inferiormente dilagando con molta celerilà si diffondevano. I muri degli edifìzii 
sopra accennati si ritrovarono abbastanza solidi, ed ancora ritti ed intatti, il che è indizio certo 
che non furono abbattuti dalle acque sebbene fossero così presso alla sponda; le sole volte erano 
crollate, ma per effetto del fuoco, del quale si videro molti indizi, e fra gli altri quello di alcuni 
massi di marmo calcinati. Avvenuta questa rovina gli edifizi furono riempiti discarichi, e quindi 
altri vi si soprapposero per alzare e proteggere le sponde, e fra questi nuovi strati di scarico si 
trovarono nuovi ordini di anfore disposte in fila poco più di un metro al disotto del piano supe- 
riore attuale, il che dimostra che per molto tempo si seguitò ancora a sbarcare e depositare quivi 
le merci che venivano portate dentro alle anfore. Abbiamo pertanto quivi tre piani diversi, cor- 
rispondenti a tre diverse epoche; il primitivo ch'era quasi a livello del fiume, il secondo quando 
il suolo fu alzato di m. 3,50, il terzo di poco inferiore al presente. Queste osservazioni non si ri- 
feriscono soltanto alla parte dell' Emporio che fu scavata , ma ancora a quella che da questo si 
estende fino presso al ponte di ferro avendo osservato sulla riva avanzi di edifizi a volta i quali 
non stanno più di due metri sopra il livello delle acque magre di estate, e sarebbe difficile il cre- 
dere che, qualunque sia stato il loro uso, venissero alzati in quel luogo dove più volte nell'anno 
sarebbero stati invasi dalle acque, se il livello del fiume non fosse stato ordinariamente minore. 
Ma nel cercare la spiegazione di questo fatto, parmi che non si debba soltanto tenere a calcolo 
la maggiore profondità, qualunque si fosse, che allora aveva il letto del fiume, ma eziandio valutare 
i due fatti sopra accennati, che sono la maggiore larghezza del letto e la notabile depressione delle 
sponde che davano al fiume la via per ismaltire più facilmente le acque. 

Neiresporre queste osservazioni che mi hanno suggerito le scoperte fatte all'Emporio non ho in- 
teso di fare altro che ubbidire al suo desiderio, e con rispettosa stima mi professo 
Di V. S. Ch."- 

Aff.rao e Dev."o Servo 
D« Luigi Bruzza B.* 

Ognuno vede quanto importanti e decisive sieno le sagaci osservazioni espo- 
stemi della dotta qui riportata lettera del eh. P. Luigi Bruzza. Non solo e 
evidente all'emporio Tinnalzamento di circa un metro nel livello medio del 
fiume dall'epoca d'Adriano ai giorni nostri, ma h del pari evidente che pre- 
valsa ivi prima la semplice abitudine poi forse la prescritta destinazione del 



~ 371 — 

luogo allo scarico di comestibili, fu necessario allonlanarsi dal pelo dellacqua 
del Tèvere, che troppo spesso invadeva quell'area anteriormente meno sog- 
getta air inondazione. I tre successivi innalzamenti del piano dell* Emporio 
sono tre testimoni d'un gradato crescere dell'invasione del fiume. Questo h 
il fatto palese all'Emporio. Quanto all'indagine della causa del medesimo, il 
P. Bruzza inclina ad attribuire una gran parte alla locale mutata condizione 
deiralveo, ed alla maggior facilità di spandimento posseduta dal Tevere nella 
depressione delle ripe verso l'aperta campagna dopo le chiuse dei colli. Que- 
sto secondo fenomeno, la cui potenza ed influenza nel regime del fiume sa- 
rebbe da discutere, contribuì soltanto a rendere forse meno facilmente acces- 
sibile alle piene dell'acqua il piano dell'emporio; nulla però influì sul livello 
medio ordinario, che dallo studio della crepidine troviamo ora innalzato di 
circa un metro. Ma di ciò tornerà il discorso nella terza parte di questo ra- 
gionamento. Riguardo alKaltra concausa della ristretta sezione dell'alveo presso 
l'Aventino e l'Emporio, la quale, secondo il P. Bruzza, dovrebbe produrre una 
specie di locali rigurgito^ sarebbe anche da discutere se e quale trattenimento 
potrebbe essa opporre alle acque d'una piena, non mai mi sembra che abbia 
potuto avere azione costante per elevare il piano della corrente placida ed 
ordinaria in quel solo punto del corso. Quindi è chiaro che l' innalzato li- 
vello dell' emporio h un fatto indipendente dalle locali condizioni , e ciò è 
tanto più evidente in quanto che corrisponde all'innalzamento medesimo ve- 
rificato in altri punti del tronco tiberino in Jloma, ed alle ossTervazioni sul 
livello delle acque, e delle cloache sotterranee della città (i). 

L'innalzamento di circa un metro verificato all'Emporio dall'epoca di Adriano 
cresce necessariamente per i tempi anteriori e massime per quelli della re- 
publica, considerando che già si trovava alquanto più bassa l'area primitiva 
non recinta dell' emporio, alla quale si sovrappose Topera reticolata di Adria- 

(i) Anche qui il cb. P. Angelo Secchi propose un confronto da veri6care però meglio di 
quello che egli avesse potuto fare soltanto ad occhio. All'illustre interlocutore sembrava cbe una 
dififerenza appunto di circa un metro debba esistere fra la crepidine antica dell* Emporio e la 
moderna di Ripa grande, le quali ambedue essendo state fissate sull'esperienza del livello medio 
del Tevere dimostrano che questo era mutato dallo stato antico allorché fu costruito il porta di 
Ripagrande. Anche in questo confronto considerando l'altezza maggiore del ponte nelle navi an- 
tiche si accresce l'indìzio di differenza di livello. L'indagine proposta dal Secchi avrei voluto fare 
esattamente col livello» ma non avendone avuto agio, ho profittato dell'attuale massima magra 
estiva per misurare la distanza delle due crepidini dal pelo dell'acqua. Ho trovato quello dell'Em- 
porio distante 40 centimetri e quello del porto di Ripa grande distante m. 1,60. La prossimità dei 
luoghi non permette di valutare la cadente del fiume fra i due punti maggiore di 5 a 10 «enti- 
metri al più, sicché risulta incirca la differenza fra le due crepidini di poco più del metro cal- 
colato dal Secchi, cioè tra m. 1,25 e 1,30. 

48 



— 372 — 

no. Inoltre potrebbe anche ^uperarre il metro quella stessa dei tempi di 
Adriano calcolaado sulla forma delle antiche navi, le quali solevano avere 
alto il ponte e per conseguenza approdare pìnttosto distante dal pelo dell'acqua. 
Ma comunque ciò sia è sempre certo , che il livello m«dio del Tevere dai 
tempi primitivi di Roma, -e scgnatameate dai giorni d'Adriano si è innalzato^ 
e che questo innalzamento non è locale ma generale del tronco romano del 
fiume. Ninno potrà sospettare^ io credo, che siffatto innalzamento possa pro- 
venire da accresciuta portata del fiume, essendo evidente in vece, come poi 
anche accennerò, l'avvenuta diminuzione delle acque. Ne del pari sarà da di- 
scutere se il sollevamento possa provenire dall'ingombro delle macerie roveS' 
ciate nel Tevere. Imperocch^^ come accenna anche l'Aubert^ la corrente mas- 
sime nelle piene pulisce il fondo dalle materie asportabili, mantenendolo pro- 
porzionale alla propria portata ed alla propria cadente. D'onde discende che 
nel caso nostro la sola protrazione della foce può esser giudicata causa del 
sollevamento del livello deil'acqna e del relativo interrimento del fondo. Ed 
è qui bello Vedere come i dati ai*chcologici combinino coi fisici^ pcrchb fatte 
calcolo approssimativo della differenza fra la posizione della foce presso Torre 
Bovacciana, quale era ai tempi deirimpero di Settimio Severo^ data non molto 
postefiote airimpero d'Adriano, e la situazione sua attuale, si trova appunto 
intorno al metro la differenza d'altezza presso Roma del piano inclinato pro^ 
lungato della corrente. 

Il fatto adunque che mi sembra oramai abbastanza verificato dell'innalza- 
mento del livello del Tevere, è in stretta relazione colla protrazione della 
foce. Ognuno intende che come lo fu per il passato lo sarà del pari per 
1 avvenire; quindi uno studio speciale geologico e storico della foce tiberina 
deve illuminarci sulle fasi passate come sulle avvenire del nostro fiume. I 
geologi conoscono la foce quaternaria del Tevere e ce la mostrano al limite 
delle colline della Magliana a destra e di Dragoncello a sinistra* Gli storici 
additano la foce dell^ epoca di Anco Marzio al lis di Roma nel luogo ove 
quel re fondò la citta di Ostia. I moderni ingegneri hanno valutato il pro- 
gresso della terra dopo quel tempo nei vari periodi storici e nell'odierno e 
riianuo trovata annualmente superiore assai ad un metro da Anco Marzio a 
Settimio Severo e giunta a o metri in media annuale nei giorni nostri ad 
Ostia (i). Ninno però ha messo a confronto ne studiato insieme i dati geo- 
logici, gli storici ed i geometrici. 

Quali furono le condizioni della foce quaternaria del Tevere e quali i la- 

(1) Lancianì, Ann. dell'lst. di Gorr. Arch. 1S68, Voi. XL pAg. 153. 



^ 373 -^ 

vori liei fiume in qud punto del lido marino ? Esaminaodo la costa tirrena 
nella regione, ove sbocca il Tevei^> e coaskieraodofa spoglia degli addossa^ 
menti provenienti dal fiume medesimo, la riconosceremo tutta come ora la ve-> 
diamo a Porto d*Ant;io ed a Palo formata di una barriera di collioe plioce- 
niche» più o.meno tagliate a picco verso il mare e mosti^nti gli strati oriz- 
zontali parimenti verso il mare, inclinati vei'so terra. Sono dunque quelle col- 
line manifestamente un brano della crosta terrestre ossia una faglia aperta 
ed emersa. Sara anche facile il comprendere, come questo brano facda parte 
del sollevamento della catena litorale mediterranea, la quale sembra interrotta 
dai monti di Civitavecchia ai colli Lepini, anzi sia la porzione di crosta che 
dopo operata la fenditura ha emerso mentre l'altra corrispoodeute rimase sot- 
t'acqua. Cosi concepita V origine di questa parte del lido 9 h chiaro che il 
mare prima di formare le spiagge sottili ha dovuto col tributo delle materie 
portate dai fiumi colmare le profondita verticali del lido* Ecco adunque l'opera 
grande del Te'vere quaternario alla sua foce. Dovea esso riempire chi sa quale 
abisso e perciò certamente molto tempo impiego nel lavoro sott'acqua prima 
di prolungare le terre laterali alla foce. E quando anche gli accumulamenti po- 
terono far emergere la teàTa, per lunga pezza dovette mantenere libero il can- 
nale della foce che sotto la spinta della molta sua portata e col prossimo 
pix)fondo nel quale si ripartivano le sabbie trasportate , non permetteva la 
formazione del delta. Questo fatto geologico che è chiaramente dimostrato dal- 
l'esame delle colline della Magliana e di Dragoaccllo sulla foce quaternaria 
del Tevere e su tutta la costa tirrena di quei dintorni, fu osservato dagli 
anticlìi senza conoscerne la causa. Dice Dionigi d'Alicarnasso che Anco Mar- 
zio fondò Ostia ali* imboccatura del Tevere come luogo attissimo a ricevere 
le navi anche assai cariche e soggiunge : <( Ognuno sarà giustamente sorpreso 
» che non si vegga accadere a questo ciò che a molti grandi Jiumi avviene 
>i che la foce rimanga chiusa da una barra di sabbia o che errando fra sta- 
» gni e paludi la corrente si consumi prima di toccare il mare, ma al con- 
» trario sempre alle navi è accessibile e con utia sola foce naturale sbocca, 
» tagliando i cavalloni deUe onde marine (1) ». L'Alicarnassense parlando 4ei 
tempi di Anco Marzio evidentemente scriveva colle memorie di quel tempo 
mentre ai tempi mvi sappiamo dalla storia die uon era più tale lo stato 
della foce del Tevere. Già fin dal $so di Roma ci narra Tito Livio che vi 
arrenò la nave che trasportava il simulacro di Pessiuunte , e poco dopo il 

(1) Lib. Ili e. 44. La versione italiana è del Nibby. 



*- 374 -« 

tempo di Dionigi scavò Trajaho la celebre fossa ossia il canale di Fiumicino 
e coslrusse il Porto che fu sostituito ad Ostia divenuta ognora meno atta allit 
navigazione. 

Dalle condizioni geologiche del fondo marino alla foce del Tevere testé de- 
scritte, viene anche chiarita la ragione del variare la progressione annuale 
della terra ferma. Quanto più rimontiamo ne'tempi antichi, tanto meno avan* 
zato dovea essere il riempimento della profondità sottomarina ; al contrario 
nei tempi più recenti e massime ora la preparazione della colmatura sotto- 
marina dee trovarsi avanzata; come infatti sappiamo esistere circa due miglia 
di basso fondo nella spiaggia di Ostia, dove spesso rompono ed arrenano i 
poòo cauti bastimenti. Ma nell'epoca quaternaria la portata del fiume essendo 
stata tanto maggiore, e tanto grandi essendo stati i suoi lavori d* erosione 
lungo il corso della valle, immensamente grande pure dovea essere la quantità 
della materia che deponeva nel mare. Sicché la proporzione dovrebbe essere 
paragonata e studiata fra la foce di Ostia ossia di Anco Marzio con la qua- 
ternaria dei colli di Dragoncello e della Magliana. E perchè questo confronto 
riuscisse più istruttivo, bisognerebbe poter conoscere fino a qual epoca il Te- 
vere abbia sboccato nel mare dalla foce quaternaria. Anche questo dato sem- 
brami potersi cavare dal confronto delle memorie primitive colla topografia e 
la geologia. Il Canina ha riconosciuto il luogo nel quale Enea fondò la Troja 
del Lazio. Questo luogo è precisamente la punta più avanzata dei colli di 
Dragoncello, cioè la riva della foce quaternaria del Tevere. Questa coinci- 
denza fra il luogo uhi primum constitit Aeneas che dalle memorie tutte 
chiaro apparisce essere stato il punto del primo suo approdare nel Lazio e 
la foce quaternaria del Tevere, ci assegna indubitatamente un epoca appros- 
simativa o almeno un periodo storico , nel quale era tuttora in attività il 
primitivo e diluviale sbocco del medesimo Tevere. L'arrivo di Enea si calcola 
avvenuto circa tredici secoli prima dell'era volgare, dunque intorno a quel 
tempo possiam dire il Tevere avere sboccato dalla foce quaternaria. Questo 
dato importantissimo per la geologia e per la storia mi corrisponde anche 
con altri fatti ed altre memorie topografiche relative ai primi passi di Enea 
nel territorio Laurentino. Questo eroe secondo l'oracolo di Delfo dovea ap- 
prodare in Italia dove avrebbe trovati due mari (i). I quali infatti trovò do- 
po disceso a terra nel Lazio, e fra quei due mari fondò Lavinio. Tutti hanno 
finora creduto, che gli stagni di Ostia sìeno stati i mari rinvenuti da Enea. 

(i) Sext. Aur. Yict. Orig, Geni, Rom. 



— 375 — 

Ma nìuno ha riflettuto, che grandi stagni non aveano allora spazio per esi- 
stere 9 imperocché la foce del Tevere ed il lido marino erano più vicini ai 
colli che nel tempo di Anco Marzio. Essendo solo un mìglio e mezzo la di* 
stanza dai colli di Drangoncello ad Ostia, ed essendo passati tra Anco Mar- 
zìo ed Enea circa sette secoli , il relitto proporzionale a questo tempo do- 
vea mancare, sicché non avrebbero mai potuto quegli stagni littorali esser 
tanto estesi da parere mari distinti dal Tirreno. Che se invece riconoscia- 
mo nel sollevamento pliocenico della sponda sopra spiegato una lingua di 
terra , la quale innalzatasi in forma di cresta o di diga abbia separato le 
acque , e lasciato dietro se verso terra un grande stagno , e quasi mare 
interno , distinto dall' esteriore Tirreno , la memoria storico-topografica si 
accorderà colla struttura geologica della contrada. E qui dovrei verificare 
sui luoghi le tracce di cosiffatto mare interno ed il come esso scomparve: 
ossia dovrei entrare in un altro vasto e nuovissimo tema. Per questi cenni 
basti l'additare la palude Pontina come V ultima lacinia e traccia di quel 
mare; il quale nel tratto più prossimo al Tevere scomparve ricolmo dal vul- 
canismo laziale. L'analisi minuta dimostrerebbe che appunto a Lavinio ap* 
pariva il doppio mare venendo dalle sponde del Tevere, e cosi le osserva- 
zioni geologiche accrescerebbero fede storica alle vaghe memorie primitive. 
Ma senz'altro h abbastanza chiaro che l'aver Enea appena sbarcato veduto due 
mari fra i quali fondò Lavinio ci conferma, che esso approdò alla foce quater- 
naria del Tevere sotto Dragoncello. Se non temessi uscire dai limiti propo- 
stimi potrei convalidare queste osservazioni storico-geologiche sul Tevere ai 
tempi di Enea, colle memorie simili dell'ingresso di Antenore dall'Adriatico 
nell'Italia superiore. Anche cola le navi Troiane approdarono alla foce quater- 
naria del fiume. Ma di ciò pure basti oggi aver dato un cenno, rimettendone 
la dimostrazione ad altro trattato. 

Dai superiori ragionamenti essendo sufficientemente chiaro, che lo sbocco 
quaternario del Tevere era in attività all'arrivo di Enea, applichiamo questo 
dato allo studio della cronologica progressione della foce. Troja dista quattro 
stadi ossia un miglio e mezzo dall'Ostia di Anco Marzio. Altrettanto circa 
dista da questo punto la torre Bovacciana, dove era la foce ai tempi di Set- 
timio Severo. Poco più poi dista da quest'ultimo punto la torre s. Michele 
fabricata da s. Pio V nel 1569. Un altro miglio si h slontanato il mare dal 
secolo XVI. Da Enea ad Anco Marzio corsero circa sette secoli, circa otto e mezzo 
ne passarono fra Anco Marzio e Settimio Severo, dodici poi e più secoli pas- 
sarono fra Settimio Severo e s. Pio V. In questi tre periodi la progressione 



— 376 — 

della foce fa pre$6o che uguale per ciascuno. Graodemeate poi aumentò nel 
periodo moderno^ in che raggiunse un altro miglio in soli 3eo anni. I due prì* 
mi periodi furono forse poco dissimili nel tempo* ma dovettero e^er diversi 
nella quantità delle materie trasportate. Dalla foce quaternaria certamente il 
Tevere come abbiam detto scaricò ingenti masse di detrito, mentre dalla foce 
di Ostia il fiume ridotto iu proporzioni più limitate non potè esser si ricco 
di materiali. Ma considerando che il fiume quaternario colmò le profondila 
della faglia^ in tutto il bacino , troveremo una chiara ragione che parificò 
l'effetto dei due primi periodi. Nel terzo periodo poi fra Settimio Severo e 
s. Pio V si rallenta TinterrimentOi perchè lopera quasi medesima prima fatta 
in otto secoli, si compie invece nel corso di dodici, ed eccovi fatto sensibile 
leffetto dell'impoverita portata del fiume. Nel quarto periodo poi, ossia nellat* 
tuale, sembra risalita la progressione ad un massimo grado. Questa però non 
è che apparente, percliè cessa d'esser generale in tutta la spiaggia, e si limita 
al solo punto della foce; ed è precisamente conseguenza della sempre dimi- 
nuita portata del fiume. Questo ha perduto e perde sempre nella cadente, 
quindi necessariamente piò presto abbandona le sue arene e le accumula tutte 
presso la foce sul vasto letto o basso fondo preparato già solt' acqua dalie 
grandi piene quaternarie e dalla corrente più energica perchè meng protratta 
del tempo passato. Quindi ne risulta il prolungamento della terra ferma più 
accumulato alla foce e in forma di punta; cosicché poco materiale produce 
molto prolungamento . locale delle sponde fluviali dentro il mare, ed allunga 
in vasta scala il corso del fiume. Ciò prepara poi col continuo diminuire della 
corrente la moltiplicazione delle bocche, la mancanza delle quali era secondo 
Dionigi il carattere distintivo del Tevere navigabile. Possiamo adunque pi^- 
vedere che fino a che non si moltiplicheranno le bocche, la foce unica au- 
menterà a gran passi la sua progressione: e V innalzamento del livello dei 
fiume in KcMua si farà più sensibile di quello che è slato finora. 

Questa previsione dell'avvenire deve interessare specialmente a coloro, che 
si occupano dei rimedi contro l'inondazione del Tevere di Roma: noi ci oc- 
cupiamo maggiormente di rintracciare la passata storia fisica tiberina. In 
siffatta ricerca è un grande passo fatto l'aver fissato un periodo storico alla 
attività della foce quaternaria ed averne spiegato geologicamente le ragioni 
del variare la progressione della terra nel mare dentro i diversi periodi di 
tempo. Ora riunendo i dati del primo e del secondo punto di questo ragio- 
namento troviamo d'aver verificato, come nel corso di tempi quasi calcola- 
bili il fiume occupò prima un alto livello nell' intiera valle , ( e ciò foi*se 



— 377 ~ 

non continuamente ma intermittentemente) si ridusse poscia a serpeggiare 
nel fondo della medesima scavando una limitata e profonda fossa , e final* 
mente tornò ad alzare ed alza tuttora il suo livello. Questa traccia di sto^ 
ria delle fasi del nostro fiume domanda di essere confrontata colla storia 
delle inondazioni antiche e moderne e colla storia parimenti del clima della 
regione. Al quale studio ci conduce appunto lo svolgimento del terzo punto 
promesso della presente rivista. 

Prima d'entrare nell' argomento del terzo punto debbo ripetere ciò che 
da princìpio ho detto, esser cioè queste mie parole appena un primo sag- 
gio di studi storico-geologici. E se tale h stata finora la natura del mio 
scritto, molto più dovrà esser breve ed appena accennata la trattazione che 
ora imprendo, la quale per la sua vastità mi trascinerebbe facilmente fuori 
dei lìmiti) cke mi sono proposto non oltrepassare. Il solo riassumere le al- 
trui ricerche e discussioni sul clima antico di Roma , sarebbe lungo di- 
scorso. Quindi io ommcttendo Tanalisi rigorosa della materia proporrò solo 
alcune considerazioni, che mi sembrano acconce a completare l'operetta dell'ar* 
chitetto Aubert ed a chiarire la storia del Tevere massime relativamente al- 
Tantichita del suo periodo quaternario. L'Aubert fa osservare che l'inonda- 
zione in Roma suole pi^ovenire da cinque diversi punti e perdo da altret- 
tanti livelli della cadente del Tevere. I quali cinque livelli sono resi più 
sensibili dai rigurgiti cagionati dai ponti: e sono mantenuti se]>arati in cin** 
que laghi durante l'inondazione da altrettanti rialzi o collicelli esistenti nel- 
l'interno della città, collegati agli alti imbocchi dei ponti predetti. Quante 
volte il livello a cui giunge la piena supera uno o più di questi argini , 
vediamo formarsi correnti impetuose neirinterno della città. Soprattutto al- 
lorché avviene che l' inondazione sorpassi tutti i rialzi compreso il più 
elevato, cioè quello che dalle falde della rupe Tarpèa sotto il Campidoglio 
giunge al Tevere sul ponte Fabrizio, la corrente dell'alluvione diviene una 
sola attraverso tutta la città, e dal ponte Milvio si dirige precipitosa e retta 
a Ripa grande sotto l'Aventino. Perchè ciò si verifichi , l'inondazione deve 
sorpassare i diciotto metri d'altezza sul livello del mare. Lo che è ora caso 
rarissimo, e che non avvenne neanche nella già famosa piena del i870. Allor- 
ché il fiume supera questo estremo ostacolo, la corrente impetuosa demolì- 
sce e rovina i monumenti e le case, massime nel tratto inferiore tra il Cam- 
pidoglio e TA ventino, come sappiamo dall'esperienza. 

. E qui lasciando il nostro autore, prendiamo il filo ch'egli ci mette in mano: 
lo studio cioè della fusione dei livelli diversi della inondazione , per pa- 



— 378 — 

ragonare i moderni straripamciili tiberini , cogli antichissimi. Senza occu- 
parci ora se e quante barriere dividevano i laghi delle escrescenze fluviali 
nella Roma antica, mi basta far notare che Tultimo cordone ed il più alto, 
quello cioè dal Campidoglio al ponte Fabricio, esisteva allora come oggidì, 
od al più stava poco sotto al piano attuale. Ciò h dimostrato non solo 
dalla piccola distanza che corre fra 1* allo piede della rupe Tarpea e 
la testa del ponte Fabrizio , ma eziandio ne è testimone il teatro di Mar- 
cello ivi intermedio poco o nulla sotterrato nel suo basamento. Ed infine 
quanto poco tutta quella regione di Roma difierisca ora di livello dal piano 
antico, si vide tcstb e si vede tuttora all'ingresso della chiesa di S. Angelo 
in Pescheria. Dunque noi possiamo concludere che l'impedimento ora oppo* 
sto alla formazione della gran corrente alluvionale fra il Campidoglio ed il 
ponte Fabricio esisteva ai tempi dell'antica Roma circa al medesimo livello 
che ai giorni nostri. Questo punto fìsso io valuto come un idrometro per le 
antiche inondazioni. Imperocché e facile intendere come ogni qualvolta le 
memorie scritte delle antichissime alluvioni ci descrivono i danni recati dalla 
corrente straripata del fiume nella regione della porta Flumentana^ ossia fra 
il Campidoglio e l'Aventino, noi dobbiamo concludere che la corrente impe- 
tuosa si produsse fuori dell'alveo del Tevere superando l'argine predetto e 
giungendo 1' acqua a più che 18 metri d' altezza sopra il livello del mare: 
Ecco il primo punto di paragone importantissimo coi tempi nostri : perchè 
questo estremo al quale giunsero appena tre o quattro inondazioni dei se- 
còli recenti era soi*passato quasi ordinariamente negli straripamenti descritti 
dagli antichi storici della Roma repubblicana e dei primi secoli deirimpero. 
Non enumero né cito qui i passi degli scrittori per non dilungarmi, essendo 
facile ad ognuno il confrontarli, massime negli Annali di Tito Livio. Oltre 
a ciò se prendiamo ad esame tutti gli altri dati dei luoghi raggiunti dalle 
inondazioni della Roma antica, troveremo facilmente che esse spessissimo toc- 
carono se non superarono i 20 metri, altezza giammai raggiunta dalle allu- 
vioni moderne. Da queste considerazioni apparisce chiaramente che le anti- 
che alluvioni erano assai più grandiose delle maggiori fra le recenti. Ma 
crescerà questa persuasione se poniamo mente ad un altro fatto, cioè all'o- 
rografia antica del suolo di Roma e della prossima campagna. Già abbiamo 
trovato notato dal eh. P. Bruzza, che la depressione delle sponde fuori del 
bacino chiuso dai colli, dovea favorire lo spandimento delle piene sulle pia- 
nure , e così facilmente scaricare V alveo dell' acqua superflua. Oltre a ciò 
la minor distanza della foce forniva altro mezzo d'uscita sollecita alle grandi 



— 379 — 

masse di acqua. E fiualmente la molto maggiore depressione di tutta la valle di 
Roma presentava un bacino assai più vasto che oggidì alla dilatazione delle acque. 
Le quali poi nel loro livello ordinario scorrendo almeno un metro più in basso, 
come sopra abbiamo verificato, doveano d'un metro più che attualmente solle- 
varsi per raggiungere le grandi altezze descritte. Dunque veramente furono vo- 
lumi ingentissimi di acqua quelli, che invasero più volte il piano di Roma antica 
fino ad altezza mai toccata dalle più formidabili moderne alluvioni. 

Passiamo ora*ad un altro capo di osservazioni: ed indaghiamo se alla 
maggior proporzione delle antiche grandi inondazioni rispetto alle moderne 
corrisponda una maggiore frequenza di questi fenomeni giganteschi. Un cri- 
tico esame delle statistiche può condurci a scoprire anche questa incognita. 
Poste in rassegna cronologica tutte le inondazioni che da dati più o meno po- 
sitivi possiamo valutare avere sorpassato i u o 15 metri d^altezza, le trovia- 
mo distribuite assai variamente nel corso dei secoli^ sicché sembra a primo 
aspetto non potervisi sopra basare un ragionamento. E veramente questo non 
potrebbe esser fatto senza una analisi circa il valore e la quantità delle no- 
tizie registrate nella storia ; analisi che qui non è luogo da intraprendere. 
Ma esaminando per ora i due punti estremi della statistica , cioè ì tempi 
moderni ed i lontanissimi, troveremo farsi molta luce sul nostro argomento. 
Dal 1400 in poi non possiamo dubitare di esser al completo delle notizie. 
In questo tempo le inondazioni maggiori si distribuiscono nella proporzione 
di 5 a 6 per ogni secolo, ed il corso di cinque secoli nei quali torna sem- 
pre questo numero è un periodo di tempo che mi sembra aver non poco 
valore per darci un'idea della attuale abitudine del nostro fiume. Ugual- 
mente completo potrebbe essere il periodo dell'epoca romana repubblicana dal 
505 al 631 di Roma, se non avessimo perduto qualche anno di notizie. In que- 
sto tempo i fenomeni straordinari, fra i quali annoveraronsi le maggiori inon- 
dazioni, erano scrupolosamente registrati dai pontefici fra i prodigi j che sole- 
vano essere esposti con sacrifici (i). Sicché è cosa certissima che quante vaste 
inondazioni avvennero in' quel secolo, furono consegnate alla storia, i^uantun- 
que molte perdite siano state fatte delle memorie di quel tempo così legal- 
mente registrate, pure quanto a noi ne pervenne basta a darci un'idea della 
statistica completa delle inondazioni del Tevere e della differenza loro coi tem- 
pi moderni. Tredici inondazioni tutte delle maggiori e moltissime superanti 
i 20 metri troviamo notate in quel breve spazio di tempo. La diflferenza del 

(1) Le due dissertazioni da me Ietto in quest'anno intorno a quest'argomento saranno quanto 
prima pubblicate. 

49 



— 38I> ~ 

numero rispetto ai secoli moderni è tanto palese, che non v'è bisogno di ra- 
gionamento per mostrare come siifatta diflferenza corrisponda ad un diverso 
regime del fìume e ad un diverso stato climaterico della contrada. Infatti sap- 
piamo, che dentro quegli anni medesimi, il Tevere uscì 12 volte dal proprio 
letto nel solo anno 565. Si noti poi quanto spesso sieno ricordate dagli storici 
di quei tempi le straordinarie cadute di neve in Roma e quella soprattutto 
durata in grande spessore per più che quaranta giorni. E nel secolo quinto 
di Roma il Tevere due volte gelò. Questi fenomeni così concatenati e fre- 
quenti nel quinto e sesto secolo di Roma non lasciano luogo a dubitare, che 
veramente il regime del fiume era allora diverso dal moderno e corrispon- 
dente ad un clima più rigido ed umido che lo rendeva assai ricco di acqua. 
Alla abbondanza dell'acqua può aver contribuito lo stato boscoso del suolo. 
Ma a me sembra piuttosto per la concatenazione dei fenomeni vedere anche 
in questo una conseguenza ed un avvicinamento alla natura quaternaria del 
fiume. 11 periodo quaternario non potè certo finire d'un tratto e nulla osta, 
anzi h ragionevolissimo, dopo le conclusioni fatte precedentemente, che le ul- 
time manifestazioni del regime diluviale sieno venute dileguandosi gradata- 
mente in epoche relativamente recenti. 

Non mi sembra aver concluso al di là di quello che i fatti ed i confronti 
mi hanno suggerito. Ed e per me una prova di verità anche la coincidenza 
delle conclusioni dedotte dall' esame di tre punti diversissimi. Nella prima 
parte l'orografia del bacino dì Roma, lo stato delle sue paludi alPepoca delia 
fondazione della citta eterna unitamente all'esame filologico dei nomi primi- 
tivi del Tevere, ci hanno indicato una vicinanza del periodo quaternario. Nel- 
la seconda parte Tesame della foce trovata nel suo primitivo luogo diluviale 
in epoca quasi storica, accenna al medesimo fatto. Nella terza finalmente, con- 
siderato l'antico regime del fiume nella copia delle sue acque e nella frequen- 
za delle alluvioni collegate ad un clima evidentemente più crudo dell' attuale, 
non possiamo non riconoscere una ultima manifestazione del predetto stato fi- 
sico che ^comparisce si, ma si avvicina allera moderna più forse che non si 
sarebbe finora osato credere. Dunque veramente il complesso delle osserva- 
zioni collima ad una sola conseguenza , che ci rivela il periodo quaternario 
tiberino non separato dai tempi storici almeno nella sua fine. E tale coin- 
cidenza di argomenti diversi mi ha [)ermesso di esporre un così importante 
e nuovo tema appena per cenni. Il rigoroso ed esteso esame di tutta la ma- 
teria porrà col tempo il suggello dell* evidenza alle conclusioni e teorie da 
me r|ui proposte, che taluno potrà forse ora giudicare troppo ardite. 



— 381 — 
CORRISPONDENZA 

Il Kmo Padre Maestro Girolamo Sacclieri dei PP. Predicatori, Prefetto della 
Biblioteca Casanatense , per mezzo di lettera diretta al Segretario in data 
del 31 Luglio 1871, prega TAccademia Pontificia de'Nuovi Lincei onde avere 
la continuazione degli Atti, dal tempo che mantenutone Tonorevolissimo ti- 
tolo non ha cessato di compilarlj. 

L' Accademia tenendosi onorata dalla domanda del Riho Padre Saccheri , 
ha ordinato al suo Segretario di rimettergli per la Biblioteca Casanatense i 
fascicoli già pubblicati dei presente volume, e tutti quelli altri che in ap- 
presso vedranno la luce. 

11 chmo Barone Prof. Camillo Trasmondo Accademico onorario e rinuncia- 
torio dell'Accademia Pontificia de'Nuovi Lincei, con lettera diretta al Presi- 
dente in data del 7 Luglio corrente anno, dichiara di ritirare la data dimis- 
sione ^ e domanda di essere redintegrato nell* antico suo titolo adducendone 
speciali ragioni. 

L'Accademia ha per ritirata la dimissione del Prof. Barone G. Trasmondo. 

D. B. Boncompagni, Archivista e Bibliotecario^ incaricato dall' Accademia 
diluviare ì fascicoli de'suoi Atti ai soci corrispondenti ed a varie società scien- 
tìfiche, presenta le ricevute dei seguenti fascicoli del presente volume indi- 
rizzategli dalle persone e società qui appresso indicate. 

Fascicoli 1?, 2?, 3? e 4? Imperiale Accademia delle Scienze di Pietroburgo. 

Fascicolo 4? Prof. Gesare Bianconi, Prof. Ab. Gav. Francesco Zantedeschi, R. 
Accademia delle scienze dell* Istituto di Bologna e Società reale di Londra. 

Fascicolo 5? Prof. Giovanni Angusto Grunert, Gav. prof. Gaspare Mainar^^ 
di, Prof. Giuseppe Meneghini, Prof. Serafino Raffaele Minich, Prof. Giu- 
seppe Santini^ Prof. Domenico Turazza, Conte Ing.'* Guido Vimcrcati, 
R. Istituto Veneto di scienze, lettere ed artì^ Accademia delle scienze 
di Parigi , Società delle scienze fisiche e matematiche di Bordeaux , 
R. Accademia delle Scienze di Berlino, Accademia reale di Monaco. 

11 detto Archivista e Bibliotecario comunica anche all'Accademia una let- 
tera a lui diretta dal Sig. Professore Giovanni Augusto Grunert in data di 
« Greifswald i.i Juillet 1871 » nella quale quest' illustre scienziato ringrazia 
ne*modi più cortesi dei primi tre fascicoli inviatigli del presente volume, ed 
annunzia ch*egli si propone di fare omaggio all'Accademia dei tomi 53° e se- 
guenti del suo jérchiv der Mathematik nnd Phjsik. 



— 382 — 

Un esemplare inviato in dono dal prelodato Sig. Grunert del primo fa- 
scicolo del tomo 53? di tale raccolta h presentato dal medesimo Bibliotecario (i). 

L'adunanza aperta legalmente alle ore quattro e mezzo pom. , fu chiusa 
alle sei e mezzo. 

SOCI PRESENTf ▲ AUESTA SESSIONE 

Prof. B. Viale-Prela, Presidente - Michele Stefano Derossi - T. Armellini 
- Fortunato Prof. Rudel - Prof. F. S. Provenzali - Prof. M. Azzarelli - 
R. P. A. Secchi - Prof. F. Regnaui - B. Boncompagni - V. Diorio. 

OPERE VENUTE IN DONO 

i. Archiv der Maihemaiik und Physik mit besonderer Rucksichl auf die Bedurfnisse der lehrer 
an hoheren Unterrichtsanstalten -- Herautgegeben von Johann August Grunert — Drei- 
undfunfzigstcr Theil. Erstes Heft. Mit vìcr lithograpbìrten Tafe'n. Greifswald C A. Kocb's 
Verlagsbuchhandlung Tb. Kunike» 1871. 

2. Atti del Reale Istituto Veneto di Sciente > lettere ed arti dal novembre 1870 aWottobre 1871. 
(Dispensa settima). Venezia 1871. 

3. AUBERT (Spirilo). — Roma e tinnondazione del Tevere considerazioni delVAreh. Spirito Au- 
bert. — Roma, tipograGa delle belle arti, 1871. 

4. BONCOMPAGNI (B). — BulleUino di bibliografia e di storia delle scienze matematiche e fi- 
siche (Tomo IV) — Gennaio 1871 contenente il seguente articolo: intorno ad una tradu- 
zione italiana fatta nel secolo decimoquarto del trattato d' Ottica d' Alhazen » matematico del 
secolo undecimOf e ad altri lavori di questo scienziato. Nota di Enrico Narducci. 

5. TORTOLINI (Barnaba). ~ Sull'intersezione d*una ellissoide con un cilindro ellittico. Ricerche 
analitiche. Estratto dagli Atti dell* Accademia Pontificia de* Nuovi Lincei > Anno XXIV , 
Sessione IV.* dell' Il Giugno 1871. ~ Roma, tipografia delle Scienze matematiche e fisi- 
che 1871. 



(I) Vedi le lineo 10—13 della presente pagina 382. 



— 383 — 

INDICE DELLE MATERIE 

DEL VOLUME XXIV. 

(1871)' 



MEMORIE E COMUNICAZIONI 

Pagine 
Progresso delle cognizioni solari ottenuto in occasione dell'Ecclisse Solare del 22 Dicem- 
bre 1S70. Memoria del P. Angelo Secchi 1 

Esame microscopico e note critiche su un campione di Fango atlantico ottenuto nella spe- 
dizione del « Porcupine » nell' anno 1869. Memoria dell'Ab. F. C. Coitracane . 16 

Notìzie del D.r Livingslone. Comunicazioue di Monsig. F. Nardi 30 

Sulla gravità speciGca dell'acque dell'Atlantico meridionale. Ricerche del Sìg. Samuel White 

Hodding. Comunicazione di Mgr. F. Nardi 31 

I Ghepardi donati da S. S. Papa Pio IX alla Università Romana. Memoria del Prof. Vin- 
cenzo Diorio 33 

Sopra un nuovo metodo spettroscopico. Nota del P. A. Secchi .53 

Ricerche solari. Nota del P. A, Secchi 56 

Sulla teorica di alcune curve pedali. Memoria di Monsignor Barnaba Tortolini, 63 

Risoluzione delle equazioni di 3" e 4» grado.per mezzo della sostituzione lineare x s= _T. '- 

Nota del Prof. Mattia Axxarelli 83 

Sulle protuberanze solari e le facole. Nota del P. A. Secchi 93 

Osservazioni della Cometa I. — 1871 fatte all'equat. di Merz al Collegio Romano dal P. 

Rosa (P. A. Secchi) 105 

Su la illuminazione monocromatica del Microscopio e la Fotomicrografia» e loro utilità. 

Nota del Sig. Conte Francesco Ab- Castracane 406 

Trattato elementare delle funzioni iperboliche. Del Prof. Mattia Azzarelli .112 

Azione della luce sulle soluzioni di Iodio nel bisolfuro di Carbonio , e nuovo Fotometro 

a indicazione continua. Nota del P. F. S. Provenzali 138 

Strani fenomeni osservati nell'uovo della Gallina domestica. Memoria del Prof. Vincenzo 

Diorio ij|0 

Sulla distribuzione delle protuberanze intomo al disco solare. Memoria del P. A, Secchi. 163 
Sui terreni aurìferi di California ed Australia. Nota -di Monsignor Francesco Nardi. (Parte I. 

— California) 175 

Ricerche analitiche sull'intersezione di un ellissoide con un cilindro ellittico. Del Prof. 

Barnaba Tortolini 181 

Nota critica sull'anormalità dì un organismo crittogamico. Della Sìg.* Contessa E. Fiorini- 

Mazzanli 190 

Sulla intensità della luce solare e di altre sorgenti luminose. Nota del P. F. S. Provenzali, 193 

Dimostrazione razionale dell'isocronismo del pendolo, proposta da Monsig. Francesco Regnani. 1 97 

Cenni biografici del Prof. Ab. D. Salvatore Proja, scritti dal Prof. F. Diorio . . 200 

Catalogo degli scritti dell'Ab. Salvatore Proja (F. Diorio) 204 

Sulla distribuzione delle protuberanze nel disco solare. Seconda comunicazione del P. yl. 

Secchi 211 



Ao ».!,„,. P,, 



S, /// 






l 



i 



♦ ♦ 



/ 



^7 

8 



1